Hugo Meyer Makro-Plasmat

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; lo sviluppo degli schemi ottici impiegati negli obiettivi fotografici ormai procede senza soste da quasi 2 secoli e fra le pietre miliari che hanno consentito un autentico passo avanti riguardo a correzione e prestazioni possiamo sicuramente citare il modello detto “a Doppio Gauss”, con riferimento alla struttura dell’antico telescopio di Gauss che in questo caso viene replicata specularmente con il diaframma interposto.

 

 

Questo schema venne ideato nel lontano 1896 dal Dr. Paul Rudolph, uno dei personaggi di prima grandezza nel settore, e quindi presentato dall’azienda Carl Zeiss Jena (con la quale all’epoca Rudolph collaborava) con celebre nome di Planar; Rudolph, a tutti gli effetti, nell’ultimo decennio del XIX secolo aveva posto le basi dell’ottica moderna, creando il primo obiettivo privo di astigmatismo (anch’esso prodotto da Carl Zeiss Jena, inizialmente come Anastigmat e quindi con brand name Protar) e nel volgere di una dozzina di anni il geniale progettista firmò altri celebri capolavori come l’Unar, il Protar convertibile (lo schema impiegava 2 moduli di lenti cementate contrapposte, dei quali si poteva impiegarne anche uno soltanto), il celeberrimo Tessar e, appunto, il Planar.

 

 

Lo schema Doppio Gauss (qui vediamo le illustrazioni presenti nel brevetto originale del Planar depositato nel 1896) garantiva buona luminosità e una planarità di campo anastigmatica sconosciuta agli obiettivi precedenti, sebbene il maggior numero di passaggi aria-vetro che lo caratterizza rispetto ai modelli coevi alla sua creazione penalizzasse il contrasto, rendendo fruibili al 100% le sue prestazioni solo dopo il conflitto, con l’introduzione generalizzata dei rivestimento antiriflesso; la struttura basilare del Doppio Gauss, a parte eccezioni legate a modelli particolarmente luminosi, ha continuato ad uniformarsi per decenni al modello Planar del Dr. Rudolph, con 2 elementi singoli esterni e una coppia di doppietti cementati all’interno, accanto al diaframma, definendo il celebre “Gauss 6-4” che troviamo ancora oggi in moltissimi obiettivi, a partire dai 50mm 1:2 Leica Summicron M ed R ultimo tipo.

Paul Rudolph fu dunque l’artefice di ottiche Carl Zeiss Jena come il Protar, il Planar e il Tessar che per decenni hanno continuato ad incontrare il favore dei fotografi e visto un’infinità di imitazioni da parte di tutti i fabbricanti, e la maggioranza degli appassionati conosce il progettista per questi conseguimenti e considera la sua carriera professionale circoscritta a tale ambito.

In realtà il Dr. Rudolph disegnò questa serie di obiettivi, dall’Anastigmat del 1890 al Tessar del 1902, ad un’età compresa fra i 32 e i 44 anni (era infatti nato il 13 Novembre 1858), mentre rimase attivo nel settore ben oltre la settantina, fino agli anni ’30, e in questa seconda fase, poco nota agli appassionati, il progettista sviluppò ulteriormente il concetto Doppio Gauss che aveva concretizzato sul finire del secolo precedente, lasciando il brand Carl Zeiss Jena e iniziando a collaborare con l’azienda ottica Hugo Meyer di Görlitz al termine del Primo Conflitto Mondiale; questa ulteriore fase, che da un punto di vista filosofico vide anche da parte di Rudolph un nuovo indirizzo nelle priorità di rendimento, una sorta di “critica della ragion pura” applicata all’ottica, porterà a schemi che sono passati alla storia come Plasmat e Makro-Plasmat, modelli impiegati tuttora nei migliori obiettivi da riproduzione e ingrandimento.

 

 

Il tipo più interessante, anche considerando quanto appena detto sulle priorità di progetto, è il Makro-Plasmat, noto soprattutto per la versione 10,5cm 1:2,7 qui illustrata e idonea anche a medi formati: infatti nel Doppio Gauss tipo Makro-Plasmat il Dr. Paul Rudolph non cercò più soltanto la più elevata nitidezza possibile nella zona di massima messa a fuoco (mission perfettamente conseguita già col più semplice Tessar da lui creato nel 1902) ma un rendimento piacevole e omogeneo nei vari piani che scandiscono l’immagine a vari livelli di fuori fuoco, un approccio se vogliamo molto moderno che mette in risalto la gradevolezza complessiva e soggettiva dell’intera fotografia e non solo le prestazioni muscolari nella sottile lama perfettamente focalizzata; d’altro canto, anche il modello Plasmat, sebbene più convenzionale come approccio, ha consentito un tale livello di correzione complessiva da costituire fino ad oggi lo standard nelle ottiche da ingrandimento ad altissima risoluzione, pertanto il Dr. Rudolph in questa seconda fase della carriera, quella matura, ha fornito un nuovo ed importante contributo al progresso dell’ottica fotografica.

Vediamo quindi come si è dipanato lo sviluppo di questi nuovi schemi analizzando i relativi brevetti.

 

 

Il primo dei 3 brevetti significativi venne depositato con richiesta prioritaria tedesca in data 14 Marzo 1918 (erano quindi passati ben 16 anni dall’ultimo obiettivo prodotto a Jena, il Tessar); per l’importanza ed entità delle innovazioni introdotte nel campo dell’ottica il Dr. Paul Rudolph si può sicuramente assimilare ad un altro gigante del settore, Ludwig Bertele (a sua volta padre di obiettivi storici come Sonnar o Biogon), e oltre alla genialità un altro elemento che evidentemente li accomunava era l’attenzione al lato economico della vicenda: infatti Bertele era solito registrare i brevetti dei nuovi schemi ottici a suo nome, obbligando quindi l’azienda interessata a produrli a riconoscergli cospicue royalties per la concessione dei diritti, ed evidentemente anche Rudolph era ben cosciente del suo valore e si muoveva in modo analogo: infatti, sebbene all’epoca formalmente collaborasse già con la Hugo Meyer Görlitz, il brevetto è registrato a suo nome, senza alcuna citazione di Meyer come eventuale azienda richiedente di riferimento, e questo documento deve aver fornito adeguati emolumenti al progettista, dal momento che descrive lo schema poi usato nel celebre Meyer Doppel Plasmat.

 

 

Il testo spiega poi che un singolo modulo dello schema simmetrico presentato costituisce già un obiettivo utilizzabile, con apertura massima 1:9 e focale 135mm, mentre abbinando entrambi gli elementi, uno di fronte all’altro specularmente, si compone l’obiettivo definitivo con 224mm di focale ed apertura massima portata ad 1:4,5; questa caratteristica è un po’ un residuo vestigiale dei progetti in voga a fine ‘800, quando veniva apprezzata la possibilità di scomporre l’obiettivo per impiegarne solo una parte e disporre quindi di differenti lunghezze focali e inquadrature con una singola ottica.

 

 

L’illustrazione con i relativi schemi evidenzia lo sviluppo introdotto da Rudolph nello schema Doppio Gauss, portando gli elementi singoli esterni dentro lo schema, accanto al diaframma, e i doppietti collati invece all’esterno del complesso, creando un’architettura che, appunto, è tuttora denominata “tipo Plasmat”; in alto è invece visibile il singolo modulo posteriore che, utilizzato singolarmente, costituisce un secondo obiettivo di focale più corta e apertura 1:9.

Questo schema simmetrico a 6 lenti con menischi singoli all’interno è stato impiegato per decenni nelle ottiche normali per apparecchi di grande formato, nelle ottiche repro per arti grafiche grandangolari e nei migliori obiettivi da ingrandimento per camera oscura, oltre che – naturalmente – all’epoca negli Hugo Meyer Plasmat.

 

 

Un secondo brevetto-chiave verrà depositato con richiesta prioritaria tedesca in data 18 Agosto 1926; questo documento è nuovamente sottoscritto a nome di Paul Rudolph, e curiosamente anche i precedenti brevetti relativi ai famosi obiettivi Carl Zeiss Jena descritti all’esordio dell’articolo seguivano la stessa trafila, pertanto il progettista, sebbene formalmente dipendente dall’azienda, in realtà progettava gli schemi in autonomia e li brevettava personalmente, sicuramente con una ricaduta economica importante; notate comunque che, nel frattempo, Rudolph aveva spostato il proprio domicilio a Grossbiesnitz, più vicino alla Hugo Meyer.

In questo documento il progettista abbandona la perfetta simmetria speculare che aveva caratterizzato gli schemi Doppio Gauss creati fino ad allora per sperimentare nuovi indirizzi, introducendo asimmetrie e spaziature ad aria.

 

 

Questo nuovo schema impiega infatti un modulo anteriore conforme al Doppio Gauss classico, con una lente singola esterna e un doppietto cementato dietro ad essa, tuttavia gli elementi posteriori, oltre il diaframma, sono invece tutti singoli e spaziati ad aria, creando una configurazione fino ad allora inedita; per probabili ragioni di economia i vetri ottici utilizzati, 3 tipologie in tutto, prevedono invariabilmente un indice di rifrazione modesto, compreso fra 1,5331 e 1,5785, mentre è importante annotare l’apertura massima dichiarata per questo nuovo modello, pari ad 1:3,2, un valore che sarà utile per successive considerazioni.

 

 

Il terzo e ultimo brevetto preso in considerazione costituisce un punto di arrivo della carriera e tira le fila degli studi precedenti appena discussi; per questo documento la richiesta prioritaria tedesca venne depositata il 5 Ottobre 1931 e sempre a nome di Paul Rudolph, ormai settantatreenne, mentre il brevetto descrive 2 differenti schemi ottici Gaussiani: uno più semplice, a 5 lenti con apertura 1:3,8, e uno più complesso, con 6 lenti ed apertura massima 1:2,7, che verrà poi impiegato nelle versioni definitive di Hugo Meyer Makro-Plasmat.

Questo documento fa esplicito riferimento al brevetto visto in precedenza, riconoscendo quindi il nuovo progetto come una evoluzione migliorativa dello schema del 1926; secondo Rudolph l’ultimo modello apporterebbe benefici in vari settori, dalla planarità anastigmatica alle aberrazioni sferica e cromatica, oltre a beneficiare di un incremento di apertura massima.

 

 

L’illustrazione con gli schemi mostra in alto la versione semplificata 1:3,8, col doppietto cementato anteriore sostituito dalla lente singola L2, mentre la struttura in basso impiega un modulo Gaussiano tradizionale nella parte anteriore e uno tipo Plasmat in quella posteriore, adottando quindi una lente e un doppietto ad ambo i lati del diaframma ma posizionati asimmetricamente; questa versione, caratterizzata dall’apertura 1:2,7, è quella che troviamo nei Makro-Plasmat prodotti da Hugo Meyer negli anni ’30.

 

 

Pertanto, volendo semplificare, lo schema Makro-Plasmar 1:2,7 del 1931 si ispira al tipo Plasmat del 1918 nella parte posteriore e allo schema Gaussiano asimmetrico 1:3,2 del 1926 in quella anteriore.

L’architettura interna dei Makro-Plasmat creati da Hugo Meyer nei primi anni di produzione è anche depositaria di un piccolo enigma.

 

 

Infatti questa réclame di Meyer per il Makro-Plasmat delle prime serie mostra un obiettivo con apertura massima 1:2,7, come tutti i modelli di questa serie, tuttavia lo schema ottico illustrato al suo interno non corrisponde all’ultimo tipo visto nel brevetto del 1931 ma al tipo Gaussiano precedente, incluso nel brevetto del 1926; la grafica dell’annuncio è inequivocabile, tuttavia tale, schema, come si evince dal brevetto, prevedeva un’apertura più ridotta, pari ad 1:3,2, e lo stesso Rudolph per arrivare ad una versione “ufficialmente” aperta fino ad 1:2,7 dovette introdurre il terzo brevetto col nuovo schema.

A fornire una risposta alla questione provvede la citazione di un brevetto tedesco (n° 456.912), atto dovuto da parte del fabbricante dal momento che lo schema impiegato, appunto, era registrato a nome dello stesso progettista; questo brevetto non è stato preso in considerazione finora e in Germania venne depositato il giorno seguente rispetto al secondo documento che abbiamo discusso, quello del 1926.

 

 

Infatti questo quarto brevetto venne richiesto da Rudolph il 19 Agosto 1926, giusto 24 ore dopo l’altro, e si tratta di un documento molto interessante perché include sia lo schema asimmetrico con 3 elementi posteriori spaziati ad aria già visto nel brevetto del 18 Agosto 1926 sia in abbozzo anche lo schema Makro-Plasmat che verrà evoluto nella forma definitiva e mostrato solo nel brevetto del 5 ottobre 1931; in questa schermata ho riassunto gli elementi essenziali del brevetto e possiamo osservare nuovamente l’intestazione personale a Paul Rudolph e lo schema superiore che differisce da quello analogo già discusso perché il raggio nel punto di incollaggio del doppietto posteriore è infinito, quindi si tratta di superfici piatte, mentre nella versione 1:2,7 del 1931 tale raggio è positivo e definisce una superficie d’incollaggio convessa.

Curiosamente, mentre nei brevetti specificamente dedicati il Gauss con elementi posteriori spaziati era accreditato di un’apertura 1:3,2 e quello con doppietto posteriore cementato di 1:2,7, in questo brevetto intermedio del 19 Agosto 1926 la palma dell’apertura massima è attribuita al modello che troviamo nella pubblicità Meyer precedente: infatti per ogni schema sono previste 2 opzioni di calcolo, e la più luminosa, definita dalla serie di parametri grezzi riportati nella schermata, corrisponde proprio a tale schema, ed è accreditata di un’apertura 1:2,9 che eventualmente è stata arrotondata ad 1:2,7 nel modello di serie per una migliore vendibilità.

Questo quarto brevetto testimonia comunque come Rudolph già nel 1926 avesse in mente lo schema Makro-Plasmat definitivo, e che passò poi 5 anni a rifinirlo con calma, fino alla versione presente nel brevetto del 5 Ottobre 1931 che prevede apertura massima 1:2,7 e superficie d’incollaggio posteriore convessa.

 

 

Analizzando con più attenzione lo schema Makro-Plasmat definitivo, notiamo come Rudolph abbia impiegato solamente 3 tipi di vetro ottico: Barium Flint BAF, Dense Flint SF e Flint F; specificamente, 4 delle 6 lenti utilizzano lo stesso Barium Dense Flint BAFN10 (L1, L2, L4, L5), L3 adotta un Dense Flint SF12 ed L6 un Flint F6.

Se confrontati con i materiali regolarmente impiegati nei normali moderni a partire dagli anni ’60 e ’70 si tratta naturalmente di vetri dalle caratteristiche molto modeste, legate alle disponibilità del tempo, e la replicazione in molte lenti dello stesso vetro “performante”, sia pure a parità di indice di rifrazione e dispersione, non era insolita all’epoca e, ad esempio, la troviamo anche nel Leitz Summar 5cm 1:2 all’incirca coevo.

 

 

Come anticipato, l’Hugo Meyer Makro-Plasmat è conosciuto soprattutto per la versione da 10,5cm, tuttavia esistono anche varianti più rare come questo delizioso modello nichelato da 5cm 1:2,7 in attacco Leica LTM e con telemetro compatibile ed accoppiato; l’impostazione è simile a quella di un corrispondente Leitz Elmar 5cm 1:3,5 ma il fabbricante aveva già introdotto una soluzione all’annoso problema del controllo per il diaframma, nell’obiettivo Leica delegato ad un piccolo settore metallico coassiale alla lente frontale da movimentare in punta di unghie, mentre nel modello Meyer il selettore delle aperture, con numerazione ben più leggibile, è posizionato su una ghiera munita di 2 pivot sporgenti diametralmente contrapposti per un facile azionamento, utilizzando come riferimento il punto di fede triangolare collocato sulla struttura esterna.

Notate come anche in questo caso il fabbricante sia stato costretto a citare in chiaro la presenza di un brevetto tedesco intestato a Rudolph, complicando inutilmente la grafica delle scritte, mentre la fabbricazione prebellica comporta naturalmente l’assenza di rivestimento antiriflesso, con lenti non trattate che all’occhio dell’appassionato moderno esibiscono un’apparenza insolita da “vetro per finestre”.

 

 

Anche di profilo l’ispirazione al Leitz Elmar è percettibile; notate come la messa a fuoco minima, in questo caso limitata dalle possibilità dell’accoppiamento telemetrico, arrivi appena ad 1 metro.

 

 

In questa immagine si nota il cannotto rientrante con la scritta Made in Germany e il particolare col classico attacco a vite 39×1.

 

 

La vista posteriore permette di osservare il diaframma costituito da numerose lamelle e con apertura praticamente circolare, mentre il dettaglio frontale rivela l’elevato grado di finitura e precisione meccanica che caratterizzava la produzione Hugo Meyer nel periodo prebellico.

A parte le versioni d’epoca, oggi ambiti oggetti da collezione che passano di mano a cifre anche elevate, lo schema definitivo Makro-Plasmat con doppietto cementato posteriore garantiva uno stato di correzione molto elevato se utilizzato come ottica da riproduzione a coniugate brevi, ed è stato impiegato da brand famosi anche in tempi relativamente recenti.

 

 

Due esempi eclatanti sono il Canon FD Macro 50mm 1:3,5, uno dei normali macro più nitidi e contrastati mai prodotti, e gli obiettivi da ingrandimento per camera oscura Nikon EL-Nikkor nelle versioni da 50mm 1:2,8 tipo old, 63mm 1:3,5 tipo old e 63mm 1:2,8 tipo new, anch’essi modelli di primo livello con eccellenti prestazioni.

 

 

L’estratto dalle schede tecniche di queste versioni mostra infatti la condivisione di uno schema Gaussiano a 6 lenti in 4 gruppi che si rifà abbastanza strettamente all’ultima versione di Makro-Plasmat creata da Rudolph, col caratteristico raggio convesso nell’incollaggio posteriore.

Ho voluto realizzare un paio di scatti su formato 24x36mm adattando l’EL-NIkkor 50mm 1:2,8 old chiuso ad 1:8 per testimoniare come questo schema che affonda le radici negli anni ’20 sia ancora in grado di produrre immagini di impeccabile nitidezza e correzione.

 

 

Questa seconda fase nella vita professionale del Dr. Paul Rudolph, poco nota, ci ha quindi lasciato schemi Gaussiani che costituiscono un ulteriore step evolutivo rispetto al modulo classico inaugurato dallo stesso progettista col Planar del 1896, e soprattutto col Makro-Plasmat questi sviluppi garantivano una rotondità complessiva di comportamento molto apprezzata all’epoca della prima commercializzazione; i meriti di queste architetture saranno poi riconosciuti anche molti anni dopo la scomparsa di Rudolph, avvenuta nel 1935, dal momento che grandi colleghi delle nuove generazioni, come Zenji Wakimoto di Nippon Kogaku, le fecero proprie per disegnare nuovi obiettivi e perpetrare questa affascinante storia.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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One Comment

  1. Andrea Marcuzzo Reply

    Bravissimo Marco, come sempre complimenti. Una domanda, hai mai rivolto la tua attenzione a quello che sembra essere uno dei misteri dell’ottica cinematografica, ovvero il Garutso Optical Balance? E’ un sistema di lenti addizionali introdotto nel secondo dopoguerra che, dalle scarse informazioni reperibili in rete, all’epoca fece scalpore per il livello di qualità che riusciva a conferire alle riprese, venendo utilizzato in alcuni film importanti, come Il selvaggio con Marlon Brando e Cirano di Bergerac con José Ferrer. Sul sito francese unionchefsoperateurs.com c’è un articolo al proposito, con tanto di schema ottico originale, che descrive queste lenti come capaci di dare il panfocus a tutta apertura senza riduzioni di luminosità dell’ottica (cosa che si direbbe impossibile). Sarebbe bellissimo leggere una tua analisi su questo sistema e i principi ottici che stanno alla base dell’idea e la tua competenza getterebbe nuova luce su questo sistema ormai dimenticato. Un saluto!

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