Guerra di spie: Carl Zeiss Mirotar 500/4.5 e Planar 50/1.4

Guerra di spie: le vere ragioni della nascita dei Carl Zeiss Mirotar 500mm 1:4,5 ed S-Planar 50mm 1:4

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il racconto di oggi, in realtà, riporta in vita una pagina di storia della Guerra Fredda assolutamente sconosciuta; ho procrastinato per anni prima di poterla divulgare in quanto ero vincolato ad un patto di riservatezza ed ho dovuto fisicamente attendere la morte del soggetto col quale lo avevo stretto personalmente vari anni fa, dopo che la stessa persona mi aveva messo a conoscenza di informazioni riservate delle quali era in possesso grazie al suo particolare e insospettabile status.

Adottando una sorta di escamotage manzoniano per evitare l’utilizzo in chiaro di nomi propri, sigle e riferimenti diretti, immaginiamo di ritornare agli ultimi, convulsi giorni di guerra in una Germania sconfitta e devastata, nella quale squadre specializzate erano già stati sguinzagliate dagli Alleati (famosa in tal senso la operation Paperclip) per dirottare sotto la propria bandiera il maggior numero possibile di tecnici e scienziati depositari di superiori conoscenze in vari settori; contestualmente, è notorio, si provvide anche a trasferire nella zona di controllo alleato molto personale di Carl Zeiss Jena e Zeiss Ikon Dresden destinato a rifondare le relative aziende nel settore occidentale, grazie al cospicuo supporto logistico e finanziario statunitense, già intravedendo i vantaggi strategici garantiti nel settore dei dispositivi ottici per le Forze Armate e l’intelligence dal “controllo” di un’azienda così tecnologica.

Proprio in quegli ultimi scampoli di conflitto fu inviato in Germania, mescolato al personale in missione di “recupero cervelli”, anche un venticinquenne francese che in seguito avrebbe svolto il ruolo di una sorta d’agente di collegamento nello scenario europeo per una grande agenzia statunitense di foreign intelligence nata nel 1947 e che ovviamente non nomino; in particolare, negli anni ’50, questo personaggio era ben introdotto nel mondo della fotografia e delle relative fiere grazie alla conoscenza personale con Karl Muller Jr., titolare dell’azienda Novoflex di Memmingen.

In quel periodo di Guerra Fredda l’antagonismo silente fra Superpotenze era particolarmente attivo in una delle zone di contatto più critiche, le due Germanie ormai divise dalla Cortina di Ferro e avviate ad una gestione politico-economica divergente; in particolare, nei due stati erano attive agenzie di intelligence molto organizzate (BND della DFR e HVA nella DDR, a loro volta supportate indirettamente dalle analoghe strutture delle Superpotenze di riferimento); i racconti romanzati sui check-points berlinesi e le drammatiche sortite oltre il muro sono solamente la punta dell’iceberg di un braccio di ferro che si protraeva a svariati livelli e che coinvolgeva una complessa e diversificata attività di intelligence gathering, messo in atto sfruttando tutte le tecnologie possibili, compreso il classico e sempreverde spionaggio a lunga distanza con potenti teleobiettivi ed emulsioni ad infrarosso per bucare la foschia.

In questa scacchiera, per quanto concerne l’argomento odierno, il primo pezzo fu mosso dalla DDR: a metà anni ’50 fu attivata la VEB Carl Zeiss Jena per realizzare un teleobiettivo potente e compatto principalmente destinato ad un impiego militare e di intelligence nello spionaggio con film infrared; l’azienda mise al lavoro due dei suoi più abili progettisti, Wolf Dannberg ed Harry Zoellner, e nel Gennaio 1955 presentarono la richiesta di brevetto per quello che sarebbe diventato il Carl Zeiss Jena Spiegelobjektiv 500mm 1:4 con struttura a specchi, una scelta che aveva permesso di contenere le dimensioni nonostante la lunga focale e la grande apertura relativa.

Il progetto dello c 500mm 1:4 comprende due grandi menischi anteriori spaziati ad aria e l’uso dei filtri di contrasto (essenziali con pellicola IR) già previsto in sede di calcolo; tutti gli elementi sono realizzati in vetro BK7 tranne la lente posteriore dell’ultimo doppietto, per garantire una minima acromatizzazione, sebbene l’uso previsto preveda essenzialmente l’adozione di filtri che limitano selettivamente lo spettro impiegato.

Noi appassionati di fotografia conosciamo marginalmente quest’obiettivo e sicuramente non abbiamo mai considerato il suo impiego alternativo nell’intelligence, per il quale venne invece subito schierato; peraltro a quest’obiettivo verrà poi affiancato un modello da ben 1.000mm ed apertura, parimenti molto elevata, pari a 1:5,6.

 

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Un abbraccio a tutti – Marco chiude.

 

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