GOI MIR-25 35mm 1:3,5 decentrabile prototipo

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; gli obiettivi cosiddetti decentrabili sono modelli speciali creati soprattutto per la foto di architettura e le cui caratteristiche meccaniche e ottiche consentono di replicare su normali fotocamere di piccolo e medio formato le prestazioni tipiche degli apparecchi a lastre con corpi mobili: infatti il gruppo ottico dei decentrabili garantisce un cerchio di copertura sul piano focale decisamente più ampio rispetto a quello richiesto dal formato pellicola di destinazione, e grazie a guide con regolazione micrometrica il barilotto consente di traslare lateralmente tutto il nocciolo di lenti rispetto al film, simulando quindi il movimento di decentramento della standarda nella fotocamera di grande formato.

Questa operazione agisce come se portassimo in giro il fotogramma all’interno di una copertura d’immagine circolare e molto più ampia, andando quindi ad “inquadrare” la porzione desiderata; nell’impiego più classico il decentramento verso l’alto va a recuperare la porzione estrema del cerchio immagine in tale direzione, intercettando quindi la parte alta degli edifici pur mantenendo l’apparecchio parallelo al soggetto ed evitando quindi la sgradevole convergenza delle linee verticali, nota in gergo come “linee cadenti”.

L’avvento del digitale ha consentito il montaggio a mosaico di scatti multipli e/o il rendering geometrico dell’immagine, deformandola a trapezio per compensare le linee cadenti dopo lo scatto, e questo naturalmente ha ridotto in modo evidente l’appeal delle ottiche decentrabili, tuttavia in epoca di analogico costituivano uno strumento realmente utile, addirittura indispensabile per gli specialisti del genere che operassero fuori dai grandi formati.

 

 

L’origine di questa tipologia è relativamente recente, dal momento che il primo modello disponibile fu il Nikon PC-Nikkor 35mm 1:3,5 qui illustrato, lanciato nel Novembre 1962; il realtà un decentrabile costituisce una realizzazione tecnicamente semplice, una sorta di uovo di Colombo: in pratica si prende lo schema ottico per un grandangolare più spinto e con angolo di campo superiore a quello finale e poi lo si ingrandisce in scala, allungando la focale e contemporaneamente incrementando il diametro del cerchio di copertura posteriore, come se in effetti dovesse abbinarsi ad un formato superiore; in questo caso l’obiettivo è un 35mm ma lo schema è simile a quello del coevo Nikkor 28mm 1:3,5, e infatti portato a 35mm consente la copertura supplementare richiesta dal decentramento; la meccanica è poi normale amministrazione, con una guida a coda di rondine che sposta lateralmente parte del barilotto col gruppo ottico ed è montata su una struttura girevole con arresti a scatto che consente di orientare il decentramento in tutte le direzioni.

Naturalmente un grandangolare da 64° che in verticale consenta si decentrare per meno di 1/3 rispetto all’altezza del fotogramma risulta ancora molto limitato in molte situazioni di ripresa, specialmente al cospetto di edifici molto alti e costretti in spazi angusti, tuttavia questo innovativo modello attirò molta attenzione e naturalmente obbligò tutti i fabbricanti a prendere in considerazione di replicare, prima o poi, con qualcosa di simile.

A quel tempo nelle lande d’oltre Cortina la progettazione delle ottiche era centralizzata nel GOI di Leningrad, l’Istituto Ottico Statale dove i più eminenti specialisti del settore erano accentrati e lavoravano in sinergia; al GOI venivano creati i prototipi preliminari e se ricevevano il via libera per la produzione quest’ultima veniva poi delocalizzata presso i grandi zavod del settore, come KMZ, ZOMZ, Kiev Arsenal, etc.

Sebbene l’Unione Sovietica fosse un sistema chiuso, al GOI naturalmente monitoravano i conseguimenti delle aziende ottiche esterne e non mancarono di notare la brillante idea insita nel nuovo PC-Nikkor; venne quindi deliberato di sperimentare qualcosa di simile, sebbene all’epoca la tecnologia non consentisse di creare nulla di eclatante perché la necessità di visione reflex e di ampio spazio posteriore per i movimenti della meccanica impone l’uso di uno schema di tipo retrofocus, e allora il grandangolare più spinto di questo tipo già sviluppato al GOI era un 28mm da 76°, che poteva trasformarsi in un 35mm decentrabile simile al PC-Nikkor visto in precedenza.

Le ottiche sovietiche, tradizionalmente, prevedono un nome proprio per ogni tipologia (esattamene come avviene per Leica e Zeiss) e nel caso dei grandangolari retrofocus tale denominazione è MIR; al GOI venne quindi calcolato uno schema ottico inedito, denominato MIR-25, con focale 35mm e apertura 1:3,5 che in realtà garantiva un angolo di campo superiore a quello necessario ad illuminare il 24x36mm, lasciando quindi il margine per prevedere il decentramento meccanico.

Quest’obiettivo arrivò solo allo stadio di prototipo, realizzato internamente al GOI nel 1970, ed è interessante perché adotta un sistema provvisorio e molto ingombrante per gestire il decentramento; in questa sede potremo analizzare in dettaglio questo rarissimo esemplare e addirittura usufruire di radiografie grazie al supporto amichevole e disinteressato del caro amico viennese Prof. Milos Paul Mladek, collezionista ed esperto di livello mondiale, al quale va la mia gratitudine per la condivisione.

 

 

Il GOI MIR-25 35mm 1:3,5 decentrabile prototipo ha questo aspetto; come si può notare l’elemento più insolito è rappresentato dal grande disco alla base con un elemento scorrevole al suo interno solidale all’obiettivo e che consente di traslarlo nelle varie direzioni rispetto alla montatura del corpo macchina; come si può osservare, a fronte dell’ingombro inspiegabilmente esagerato la corsa utile per i movimenti appare decisamente limitata, come si conviene del resto ad uno schema la cui copertura non è molto superiore a quella necessaria sul formato.

 

 

Il prototipo, interamente metallico con ghiere godronate, appare ampiamente sfruttato e con vistosi segni di usura; anche da questo punto di vista non si riescono a comprendere le ragioni per predisporre dischi scorrevoli di diametro così elevato, senza contare il fatto che il PC-Nikkor era sul mercato già da svariati anni e aveva indicato la soluzione meccanica più semplice per il decentramento.

 

 

La ghiera frontale conferma che il prototipo è stato realizzato direttamente in seno al GOI di Leningrad, struttura che non ha mai prodotto articoli in serie ma si è limitata ai prototipi sperimentali preliminari, spesso anche meccanicamente molto rozzi, necessari per testare sul campo le caratteristiche ottiche dello schema appena calcolato; le diciture ci informano che questo MIR-25 35mm 1:3,5 costituisce il 438° obiettivo calcolato al GOI dalla sua fondazione, mentre la matricola conferma che venne realizzato nel 1970; probabilmente il numero sequenziale 99 è di fantasia perché questo è l’unico esemplare di cui sono a conoscenza e dubito quindi che siano stati confezionati ben 99 prototipi…

L’obiettivo è trattato antiriflesso ma utilizza una tecnologia ancora anni ’60, mentre analoghi prototipi creati al GOI l’anno successivo, 1971, improvvisamente sfoggiano rivestimenti multicoating decisamente più sofisticati; questa discrasia forse lascia intendere che il gruppo ottico fosse già stato completato in precedenza e che sia poi trascorso altro tempo per definire la parte meccanica.

 

 

L’inquadratura di profilo evidenzia nuovamente le grandi dimensioni del disco che consente il decentramento e anche un attacco per il corpo macchina con collare di serraggio: infatti al GOI per questo prototipo hanno scelto un attacco a baionetta tipo Canon FL (peraltro perfettamente compatibile col successivo FD del 1971), una decisione forse maturata perché questa baionetta prevede un tiraggio molto ridotto, appena 42mm, rendendo quindi più facile il lavoro dei progettisti ottici relativamente allo spazio retrofocale; peccato che quest’ultimo, come vedremo, creasse ancora problemi meccanici.

 

 

Per semplicità di concezione il GOI MIR-25 35mm 1:3,5 decentrabile prevedeva naturalmente un diaframma a gestione manuale, con l’iride che si chiudeva direttamente azionando la relativa ghiera, scalata da 1:3,5 ad 1:32, mentre la messa a fuoco minima (con scala soltanto in metri), scendeva addirittura fino a 0,2m, un valore estremamente contenuto, specie in un grandangolare di tipo retrofocus e privo di flottaggi di compensazione; questo valore in realtà venne scelto per esigenze funzionali di altro tipo che vedremo a seguire.

 

 

La struttura per il decentramento si potrebbe senz’altro definire “over engineered” perché non si accontenta di un disco metallico di grandi dimensioni ma sfrutta anche ben 2 fermi di vincolo che occorre ruotare in senso antiorario per sbloccare lo scorrimento e consentire la traslazione del barilotto col gruppo ottico; la coppia di immagini mostra le relative posizioni assunte in configurazione aperta e chiusa e sottolinea l’evidente artigianalità della realizzazione, concepita per testare sperimentalmente le funzioni e il gruppo ottico ma non in vista di una produzione in serie.

 

 

Queste viste evidenziano la principale limitazione legata al gruppo ottico MIR-25 da 35mm 1:3,5 utilizzato in questa specifica applicazione: infatti la progettazione anni ’60 non ha consentito di predisporre uno spazio retrofocale particolarmente ampio, e se la posizione dell’ultima lente era sufficiente per consentire il movimento dello specchio reflex si può invece notare che gli elementi ottici posteriori col relativo castone metallico si trovano all’interno della baionetta d’innesto, pertanto il movimento di decentramento risulta oggettivamente limitato non tanto dalla copertura effettiva d’immagine quanto da semplici impedimenti meccanici, dal momento che basta uno spostamento di alcuni millimetri per mandare il cilindro metallico a contatto con la parte interna della baionetta.

Questo impedimento (evidentemente ovviabile in maniera definitiva solamente creando un calcolo ottico più sofisticato, che a parità di fattori garantisca uno spazio retrofocale sufficiente per rientrare oltre tale profilo metallico) è la ragione per cui venne scelta una messa a fuoco minima fino a 0,2m: infatti con tale impostazione il gruppo ottico avanza a sufficienza perché il castone metallico superi il settore circolare all’interno del collare di serraggio, permettendo quindi alla meccanica un decentramento di entità superiore.

 

 

Questa immagine, realizzata con l’obiettivo impostato su 0,2m, conferma che il sistema di decentramento può spostare l’obiettivo fino a portare il barilotto a contatto col l’apertura predisposta nel disco, aumentando di fatto la correzione possibile ma limitatamente alla minime distanze di messa a fuoco, quindi tale opzione non è sfruttabile dove servirebbe realmente, ovvero nelle foto di architettura.

In ogni caso il decentramento disponibile è comunque modesto ed eventualmente garantiva un aiuto limitato.

 

 

Questa sequenza illustra ancora meglio quanto appena descritto: nella prima immagine abbiamo il MIR-25 prototipo con fuoco ad infinito e decentramento a zero, con gruppo ottico centrato; nella seconda il decentramento è stato applicato ma risulta davvero contenuto per il limite imposto dal castone di lenti posteriore a contatto con l’anello interno della baionetta; nella terza abbiamo invece l’obiettivo impostato a distanze molto brevi e l’avanzamento del gruppo ottico ha consentito di superare il limite di interferenza meccanica e di aggiungere il decentramento mancante fino alla battuta definitiva ma la cui entità è comunque modesta, come si può apprezzare osservando assieme la prima e la terza immagine.

 

 

L’avanzamento sufficiente per portare il castone di lenti oltre l’ingombro della baionetta e garantire quindi il decentramento completo viene raggiunto impostando la ghiera di messa a fuoco su 0,55m, pertanto è sfruttabile solamente da questo valore fino a 0,2m ma non alle distanze superiori.

 

 

Grazie a queste eccezionali radiografie abbiamo conferma di quanto sopra: nell’immagine a destra con l’obiettivo regolato su infinito troviamo la lente posteriore addirittura oltre il profilo del collare di serraggio, mentre in quella a sinistra, con l’obiettivo impostato a 0,2m, tale elemento risulta avanzato oltre il collare, dettaglio che gli consente quindi un maggiore margine per il decentramento.

Lo schema ottico effettivamente utilizzato dal GOI per il prototipo MIR-25 non è mai stato divulgato e non è stato possibile trovarne la struttura sui vari cataloghi realizzati dall’Istituto, pertanto la disponibilità di radiografie è una ghiotta occasione per acquisire tale informazione, tuttavia il compito è più arduo di quanto si immagini, perché certi metalli risultano più opachi e nascondono le lenti che includono, mentre alcuni tipi di vetri a dispersione contenuta e a base di fluoruri e metafosfati sono invece quasi trasparenti ai raggi X e tali lenti sono praticamente invisibili, senza contare che qualora la curvatura porti il raggio anteriore di una lente a entrare in quello posteriore della precedente tali profili risultano nascosti da quello esterno della seconda, impedendo di intuire le curvature esatte.

Col retaggio di questi impedimenti ho cercato tuttavia di ipotizzare la sezione del gruppo impiegato.

 

 

In queste immagini ho innanzitutto evidenziato un paio di dettagli: la sagoma chiara in alto è possibile che corrisponda ad una lente in vetro molto trasparente ai raggi X (notate come le altre appaiano più scure) e il suo profilo di curvatura anteriore risulta nascosto dal metallo della meccanica e anche dal vetro opaco della prima lente, che probabilmente è concava nella parte inferiore ma questa concavità è celata dal profilo cilindrico del bordo esterno, e lo stesso discorso vale anche per la parte inferiore dell’elemento trasparente e evidenziato; in basso la seconda freccia rossa mostra invece come la lente qui indicata corrisponda in realtà a un doppietto cementato e sia quindi presente una seconda lente di modesto spessore applicata alla prima e poco evidente nella radiografia.

La prima ricostruzione non tiene conto dell’elemento “fantasma” anteriore e tiene per buoni i profili delle lenti desunti dalla loro sagoma, tuttavia risultano più realistiche le ipotesi successive, con 2 elementi divergenti anteriori, anche se i relativi profili risultano nascosti dalla sagoma complessiva degli elementi e quindi si possono solamente ipotizzare; la posizione del diaframma (indicato dai 2 trattini gialli dietro il doppietto cementato) è invece chiaramente evidenziata nelle radiografie dalla relativa serie di pivot metallici sui quali ruotano le rispettive lamelle.

Pur con questi limiti si definisce chiaramente uno schema grandangolare retrofocus e compatibile con la copertura di un 28mm da 76° sul formato 24×36.

 

 

Questi disegni replicano le ipotesi già viste e desunte dalle radiografie, ribadendo le approssimazioni relative alle 2 lenti anteriori, solamente immaginabili.

 

 

A titolo di riferimento, questa sezione è relativa ad un grandangolare MIR realizzato in serie, di analoga concezione ma più spinto e moderno, il MIR-20M 20mm 1:3,5 da 90° prodotto fino a tempi recenti presso le strutture KMZ di Krasnogorsk; lo schema è ovviamente differente ma alcuni concetti basilari si ricollegano idealmente al prototipo MIR-25 del 1970.

 

 

Per la cronaca, il 35mm decentrabile sovietico entrato effettivamente in produzione fu invece il PKS MS MIR-67 35mm 1:2,8 prodotto dall’Arsenal Zavod a Kiev, qui illustrato ed equipaggiato con un gruppo ottico certamente più sofisticato rispetto al predecessore GOI; quest’obiettivo venne in seguito rinominato PCS ARSAT H 35mm 1:2,8 e quindi evoluto da ARAX con l’aggiunta del movimento di basculaggio e commercializzato come ARAX S&T-Lens 35mm 1:2,8 (S&T = Shift and Tilt).

 

 

Infatti il MIR-67 utilizza uno schema retrofocus con ben 11 lenti in 8 gruppi la cui struttura è compatibile con quella di un 24mm sul formato 24×36, pertanto l’upscaling a 35mm ha garantito un cerchio di copertura sufficientemente ampio da consentire fino a 11mm di decentramento, allineandosi finalmente allo standard della concorrenza; inoltre la montatura meccanica sfrutta a sua volta il principio messo a punto da Nippon Kogaku fin dal 1962, cioè una guida a coda di rondine il cui scorrimento è gestito micrometricamente da una vite con nottolino girevole; questo modello destò un certo interesse per le convincenti prestazioni ottiche che ne facevano un’alternativa economica ai corrispondenti modelli di marca, sebbene a quei tempi i limiti legati ad una focale così lunga fossero ormai diffusamente percepiti e chi poteva dirottava su focali più corte come i decentrabili da 28mm e 24mm, sicuramente più sfruttabili in spazi stretti.

 

 

Vorrei completare il pezzo chiamando nuovamente in causa Canon, in qualche modo coinvolta nel prototipo MIR-25 per via dell’attacco adottato; l’azienda nipponica a inizio anni ’70 arrivò con oltre 10 anni di ritardo rispetto al rivale Nippon Kogaku ma seppe stupire presentando il modello FD 35mm 1:2,8 TS che era in grado di decentrare il gruppo ottico ma anche di bascularlo, manipolando la profondità di campo secondo i concetti di Scheimpflug e offrendo quindi tutte le regolazioni ammesse in un banco ottico di grande formato.

 

 

L’elemento pionieristico che Canon dovette mettere a punto senza alcun riferimento pregresso è proprio il meccanismo di basculaggio, dal momento che il gruppo ottico doveva orbicolare in modo indipendente rispetto al decentramento; l’azienda si trovò quindi nelle stesse condizioni in cui operò il GOI alcuni anni prima e, curiosamente, anche la soluzione provvisoria utilizzata sul prototipo per testare il basculaggio era a sua volta ingombrante e se vogliamo simile a quella del MIR-25!

 

 

Infatti questa rara immagine pubblicitaria nipponica dell’epoca abbina il Canon FD 35mm 1:2,8 TS S.S.C. di serie al rozzo prototipo iniziale creato per sviluppare la meccanica del basculaggio, e come potete osservare il secondo utilizzava una struttura assolutamente sovradimensionata e basata su elementi mobili che concettualmente riecheggiano quelli visti nel prototipo sovietico.

Il GOI MIR-25 35mm 1:3,5 decentrabile prototipo costituisce un esempio del grande lavoro sotto traccia svolto dall’ottica sovietica, un impegno del quale in molti casi non abbiamo avuto alcuna notizia e che ora ci restituisce chicche curiose e inaspettate come questa, punte di un iceberg ancora tutto da esplorare.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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