Foto migliori con un fondo di bottiglia?

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; è tipico della natura umana cercare conferme aprioristiche e rassicurazioni quando si affronta una prova; nel caso che il cimento o l’esercizio prevedano il supporto di presidi tecnici, risulta naturale scegliere i migliori attrezzi, mezzi o strumenti disponibili, quand’anche il loro apporto al risultato finale fosse marginale, quasi come se stessimo assecondando una cabala, attribuendo a questi oggetti inerti il potere di contribuire fattivamente al risultato, come se potessero agire in modo diretto e indipendente dalle nostre azioni; in ogni caso, il principio informatore sarò comunque quello di utilizzare lo strumento più moderno e qualitativamente eccellente.

Nel settore della fotografia questo è vero a maggior ragione, perché l’editoria specializzata e le forme di aggregazione come circoli fotografici e gruppi online ha sempre esaltato l’importanza “vitale” che la qualità ottica degli obiettivi riveste ai fini dell’immagine finale, creando nel tempo un radicato condizionamento che ci porta alla costante ricerca del vetro migliore, quantomeno per quanto consentono le nostre tasche; naturalmente basta ragionare un attimo per comprendere che una buona fotografia dipende solo marginalmente da risoluzione, contrasto e correzione delle aberrazioni ma è invece in sintonia con elementi quali composizione, sfruttamento dei punti forti dello scheletro strutturale del formato, scelta accurata della focale e del punto di ripresa in funzione della resa prospettica desiderata, relazioni tonali, rapporti pieno/vuoto e chiaro/scuro e molti altri elementi formalmente indipendenti dalle prestazioni ottiche dell’obiettivo impiegato.

Queste considerazioni sono sicuramente presenti in forma latente nel limbico di qualsiasi fotografo o fotoamatore, tuttavia il condizionamento ad utilizzare obiettivi di primissimo livello è troppo radicato a livello transgenerazionale e ciascuno di noi è inevitabilmente indotto a montare in macchina un pezzo di rinomata qualità, rassicurato dal suo potenziale teorico.

Proprio questa rassicurante certezza può costituire un tallone d’Achille della catena cinematica, dal momento che la coscienza di tali prestazioni porta il fotografo (e io sono il primo della lista) ad adagiarsi sugli allori e a scattare senza la dovuta concentrazione o puntiglio, quasi come se il pezzo da novanta che stiamo usando potesse magicamente supplire a qualsiasi disattenzione o sciatteria dell’operatore; naturalmente è vero il contrario e tutti conosciamo esempi di grandi obiettivi che hanno prodotto fotografie non all’altezza proprio perché l’operatore non ha dedicato la necessaria cura a tutti gli elementi fondamentali.

Una seconda considerazione riguarda la resa ottica: sicuramente i più prestigiosi obiettivi delle migliori marche, ovviamente molto costosi, produrranno risultati costanti ed omogenei in tutte le condizioni e a tutte le aperture, tuttavia è altrettanto vero che anche un’ottica di modesto lignaggio, se utilizzata al diaframma di rendimento ottimale, giusto compromesso fra soppressione delle aberrazioni e incremento della diffrazione, può fornire prestazioni più che soddisfacenti, specialmente se l’obiettivo in questione è di progettazione relativamente recente.

Procediamo quindi, per assurdo, con l’ipotesi di uscire per scattare fotografie selezionando volontariamente un obiettivo da due soldi, il classico e vituperato “fondo di bottiglia” poco diffuso da nuovo e tanto meno ricercato da usato ormai obsoleto, lasciando per una volta a casa le ottiche stellari delle quali siamo tanto orgogliosi e che ci riempiono di certezze mentre le osserviamo sul tavolo come gioielli: la percezione di una rapidissima transizione dalla “confort zone” alla “panic zone” è molto marcata, ci sentiamo un po’ come il fantino in sella ad un ronzino bolso o un pilota obbligato a correre con un’auto poco competitiva.

In realtà questa scelta apparentemente masochista ci fornisce una ghiotta e irripetibile possibilità: archiviata la coscienza che l’obiettivo in uso non potrà fare il “lavoro sporco” per noi, possiamo focalizzarci positivamente e mettere in campo tutta la nostra concentrazione e know-how per supplire in prima persona alle sue “deficienze”; questo significa mettere a fuoco manualmente con certosina precisione, utilizzare l’obiettivo al diaframma di massimo rendimento complessivo, prestare grande attenzione alla schermatura dai riflessi, curare l’esposizione controllandola in manuale, cercare l’inquadratura ottimale senza fretta e pressapochismi, facendo grande attenzione a linee ed elementi di disturbo, lavorare a sensibilità minima e in RAW non compresso, se possibile, per sfruttare al massimo la dinamica del file, applicare filtri polarizzatori o degradanti neutri, se necessario alla visualizzazione.

Tutte queste attenzioni aggiuntive che solitamente non dedichiamo alle foto scattate usando i grandi campioni dell’ottica produrranno due risultati miracolosi: da un lato anche il fondo di bottiglia, sfruttato nelle condizioni migliori, garantirà magicamente una resa ben più che sufficiente a qualsiasi esigenza reale (che ovviamente non è il pixel-peeping sul monitor al 300% col quale solitamente lo giudichiamo) e la grande cura che avremo rivolto a tutti i parametri dell’immagine avrà sicuramente prodotto anche fotografie visivamente più efficaci; come considerazione ultima, ma non per importanza, andare sul campo con ottiche dal prezzo irrisorio significa sentirsi legittimati a sfruttarle in ogni situazione, anche rude, senza venire limitati dal patema che attanaglia chi possiede pezzi del valore di un’utilitaria e quindi preferisce lasciarli in cassaforte per il comprensibile timore di danni, furto, etc., realizzando magari immagini eccezionali in contesti critici nei quali non ci azzarderemmo mai a trascinare il pezzo di valore.

Quindi un fondo di bottiglia permette di realizzare fotografie più belle? Secondo me sì.

Proprio di recente ho avuto la possibilità di verificare quanto sopra; l’occasione è stata fornita dall’acquisizione di un lotto assortito di materiale fotografico a prezzo irrisorio nel quale era presente anche uno zoom Cosina 28-70mm 1:4 MC Macro in attacco Olympus OM; naturalmente l’acquisto era stato pianificato per mettere mano su alcuni filtri di mio interesse, tuttavia la presenza dello zoom universale mi ha fatto ragionare sul valore ormai escatologico che attribuiamo al blasone e al rendimento degli obiettivi che abbiamo in uso.

Il Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro era un zoom universale prodotto dalla Cosina di Nagano, brand di grandi proporzioni industriali che possiede forni per la produzione di vetro ottico e ha sempre calcolato e/o montato obiettivi conto terzi, anche ad appannaggio di nomi famosi del settore; quest’obiettivo, in particolare, venne commercializzato anche col marchio Exakta e pur essendo un progetto anni ’80, quindi obsoleto rispetto ai moderni zoom che si avvalgono di vetri speciali e lenti asferiche come se piovesse, presenta caratteristiche apprezzabili come l’apertura 1:4 costante su tutta l’escursione e la messa a fuoco macro continua fino al rapporto di riproduzione 1:3,2 che aumenta la versatilità di questo tuttofare e consente le classiche riprese grandangolari con un soggetto dominante a breve distanza; l’obiettivo era fornito in attacco fisso, realizzato con buona qualità e precisione meccanica, e il trattamento antiriflessi è sufficiente per le esigenze quotidiane.

Anche la scelta delle ghiere separate per messa a fuoco e variazione di focale è apprezzabile perché consente un controllo preciso dello zoom senza il rischio di modificare inavvertitamente la distanza di messa a fuoco e renderebbe questo modello addirittura sfruttabile per riprese video; naturalmente qualche economia di fondo traspare, come la montatura anteriore rotante e le scritte applicate con una semplice serigrafia sul metallo brunito.

Questo esemplare era stato venduto “as is” e, considerando che il suo costo nell’economia dell’intero lotto potrà essere stato l’equivalente di 2-3€, non potevo certo aspettarmi un obiettivo come nuovo; in realtà tutto funziona correttamente ma il lubrificante dell’elicoide anteriore si è deteriorato e la sua rotazione avviene con impuntamenti alternati a fasi di scorrevolezza eccessiva che genera anche un certo gioco meccanico longitudinale e compromette anche l’allineamento delle lenti.

Alla prima occasione utile, una passeggiata domenicale per il paese di Lugo di Romagna in un pomeriggio torrido, ho quindi montato lo zoom Cosina su un corpo Sony A7II e ho deciso di realizzare le relative foto con quest’obiettivo; la violenta luce estiva ha evocato il desiderio di colori e contrasti forti, pertanto ho portato con me anche un polarizzatore lineare Cokin P160 da utilizzare a mano, mettendolo direttamente davanti all’obiettivo prima di scattare; per non soccombere alla canicola dopo il lungo avvicinamento a piedi ho dedicato agli scatti solo alcuni minuti, limitandomi ad un’area molto ristretta presso il terminal degli autobus e il complesso didattico alle sue spalle; sapendo di utilizzare uno zoom universale di media fascia ho naturalmente curato i vari dettagli, ovvero:

  • macchina settata in RAW non compresso a 14 bit e 100 ISO bloccati manualmente;
  • tutti gli scatti realizzati all’apertura 1:11, miglior compromesso fra recupero ai bordi e diffrazione;
  • attenta messa a fuoco in live-view a 11,7x selezionando l’elemento importante del soggetto;
  • esposizione manuale con verifica diretta dell’istogramma per controllare gli estremi di gamma;
  • messa a fuoco ulteriore dopo aver appoggiato il polarizzatore per correggere eventuali shift;
  • pressione sulla montatura anteriore per eliminare il gioco che compromette l’allineamento ottico;
  • stabilizzatore on camera attivo, selezionando manualmente la focale settata di volta in volta
  • attenzione a composizione, messa in bolla, elementi di disturbo, etc.

Ho quindi potuto verificare in prima persona che proprio il senso di deprivazione indotto dall’uso di un fondo di bottiglia (scusate se insisto con la salace definizione) mi ha imposto di supplire in prima persona curando maggiormente le immagini rispetto ai soliti scatti svogliati domenicali, quindi anche aggirandomi col Sole allo zenit e in assenza di soggetti particolarmente coinvolgenti ho portato a casa qualche istantanea simpatica e nella quale, peraltro, la resa complessiva consentita dall’apertura, dalla filtratura e dall’esposizione non appare assolutamente scadente come si poteva paventare a priori.

Ecco una vista della zona dove ho scattato, nella quale sono indicati i punti di ripresa con le relative direzioni abbinati alla numerazione delle foto.

Vediamo ora le relative immagini abbinate alla numerazione.

FOTO 1 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 28mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 2 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 60mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 3 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 65mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 4 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 50mm con apertura 1:11

FOTO 5 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 28mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 6 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 28mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 7 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 28mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

FOTO 8 – Cosina zoom 28-70mm 1:4 MC Macro alla focale 28mm con apertura 1:11 e filtro polarizzatore Cokin P160 tenuto manualmente davanti alla lente

E’ quindi evidente che ci si può divertire ed ottenere risultati abbastanza soddisfacenti anche senza ricorrere all’ultimo grido della tecnologia; anzi, l’abbandono temporaneo di obiettivi di prezzo, lignaggio e prestazioni iperboliche può costituire un salutare bagno nel Giordano che ci fa riscoprire ritmi più pacati e una maggiore consapevolezza, fattori che alla fine – paradossalmente – possono addirittura indurci a produrre foto migliori rispetto ad una prassi distratta, messa in atto contando sul magico contributo del mero strumento impiegato.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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One Comment

  1. Luigi Gesi Reply

    io adoro quest’uomo … Onesto e coerente sino al midollo.

    Un articolo del genere andrebbe messo come incipit in tutti i circoli/gruppi foografici reali e/o virtuali. Grazie Marco.

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