Filtri fotografici: tipologie (seconda parte)

 

Prosuegue dalla prima parte.

I filtri integrati con torretta girevole fecero quindi la loro comparsa in grandangolari spinti come questi Leitz Fisheye-Elmarit 16mm 1:2,8 e Leitz Super-Elmar 15mm 1:3,5 (disegnati rispettivamente da Minolta e Carl Zeiss); per movimentare la torretta girevole con i vari filtri interni la montatura meccanica dell’obiettivo prevedeva una ghiera supplementare che riportava le varie tipologie di filtri disponibili e consentiva di tenerne sempre uno correttamente posizionato grazie ad opportuni arresti a scatto; questi filtri vennero adottati anche in alcuni Fisheye-Nikkor dell’epoca e la scelta di filtri disponibile rifletteva soprattutto esigenze della fotografia bianconero: infatti i filtri, fino a 6 in una singola torretta, comprendevano solitamente un modello neutro tipo UV da tenere sempre in posizione anche quando non serviva una filtratura particolare (lo spessore del suo vetro piano-parallelo fa parte del calcolo ottico originale e va mantenuto in ogni caso) e filtri di contrasto per foto monocromatiche come giallo,arancio, rosso o giallo-verde, mentre i 2 modelli Leitz illustrati rinunciano al rosso e aggiungono opportunamente un filtro blu di conversione cromatica per utilizzare pellicole tarate sulla luce diurna con  lampade ad incandescenza a temperatura colore molto inferiore.

 

 

Uno dei primi obiettivi ad adottare questa tipologia di filtri fu il fisheye Carl Zeiss F-Distagon 16mm 1:2,8 T* per Zeiss Ikon Contarex, presentato nel 1972 e prodotto in appena 150 esemplari; in questo caso il particolare e futuristico rinvio Contarex per il comando del diaframma spostato sul corpo macchina eliminava la relativa ghiera dal barilotto, lasciando ampio spazio per quella destinata a gestire la torretta dei filtri incorporati; in altri casi, come il compattissimo Olympus OM Zuiko Fisheye 16mm 1:3,5 delle stessa epoca, l’estrema miniaturizzazione del barilotto ha imposto ingegnosi salti mortali per inserire la relativa ghiera di comando.

I filtri a torretta incorporati per un lungo periodo sono stato esclusivo appannaggio delle marche primarie più famose, mentre i primi modelli creati da fabbricanti di obiettivi universali a beneficiare di questa miglioria furono i supergrandangolari Sigma della serie Filtermatic, disegnati dal mostro sacro Jihei Nakagawa (fresco transfuga da Olympus).

 

 

Lo schema ottico dei Leitz Super-Elmar-R 15mm 1:3,5 e Fisheye-Elmarit-R 16mm 1:2,8 evidenzia la complessità dello configurazione e il profilo convesso molto accentuato della lente anteriore; quest’ultimo dettaglio, combinato con l’estremo angolo di campo che caratterizza i modelli, non avrebbe mai permesso l’adozione di convenzionali filtri anteriori, mentre quelli a torretta consentono di collocare l’elemento filtrante in una posizione dove viene attraversato da raggi quasi telecentrici e non deteriora il rendimento ottico, anche perché la sua presenza è prevista e ottimizzata direttamente in fase di progetto.

I filtri a torretta risultano molto pratici, tuttavia la scelta è limitata alle versioni previste dal costruttore; inoltre, in certi casi sulla superficie dei filtri stessi col tempo si diffonde un affioramento di funghi-muffe (evento molto frequente, ad esempio, sul fisheye 16mm 1:2,8 visto in precedenza ma in montatura originale Minolta Rokkor).

Restando nel campo dei supergrandangolari, in certi casi i fabbricanti hanno agito diversamente: considerando che l’utilizzo del filtro anteriore non pregiudicava in modo evidente le prestazioni e comportava unicamente problemi meccanici come l’interferenza con la lente frontale molto convessa o una visibile vignettatura dovuta allo spessore della cornice in presenza di un angolo di campo molto ampio, i tecnici hanno aggirato il problema sfruttando filtri di diametro molto superiore al necessario e adattandoli all’obiettivo tramite anelli stepper di riduzione.

 

 

Ad esempio, il famoso Carl Zeiss Distagon 18mm 1:4 presentato nel 1966 e commercializzato prima nel corredo Contarex e poi, con sistema flottante aggiuntivo e rivestimento T*, anche in quello Contax-Yashica, è un obiettivo famoso perché fu il primo grandangolare retrofocus ad arrivare a 100° di campo mantenendo l’uso dello specchio reflex, tuttavia un filtro applicato direttamente alla sua montatura anteriore da circa 70mm di diametro avrebbe comportato una inevitabile vignettatura; allora Carl Zeiss ha predisposto alcuni filtri dalle dimensioni molto superiori (la relativa baionetta B96 identifica un diametro, appunto, da 96mm) e uno stepper con baionetta esterna per il filtro B96 e filettatura interna compatibile con la montatura del Distagon 18mm: in questo modo la copertura ridondante garantita dall’enorme filtro risolve i problemi di vignettatura, anche se personalmente avrei evitato di rifinire lo stepper con una cromatura lucida, certamente indistruttibile ma anche fonte potenziale di riflessi parassiti in un complesso obiettivo a 10 lenti che, prima dell’introduzione del rivestimento multistrato T* nel modello per Contax-Yashica, già non brillava per soppressione del flare.

Una scelta praticamente identica venne condivisa anche da Olympus nel 1975 quando lanciò il suo OM Zuiko 18mm 1:3,5; in questo caso l’estrema compattezza prevista per la montatura lasciava la lente frontale fortemente incurvata a sbalzo e per utilizzare filtri era previsto uno stepper che permetteva l’utilizzo di grandi modelli da 72mm e li distanziava a sufficienza dal vertice della lente da scongiurare il contatto.

Personalmente, possedendo un filtro polarizzatore circolare con montatura sottile e rivestimento multistrato di alta qualità e diametro 72mm, spesso l’ho utilizzato a mia volta con stepper di riduzione abbinandolo ad obiettivi come Leica Elmarit-M 21mm 1:2,8, Leica Elmarit-M 28mm 1:2,8 o Olympus OM Zuiko 21mm 1:3,5, scongiurando qualsiasi vignettatura e ottenendo risultati impeccabili, a conferma della validità di questa scelta.

 

 

Fra le varietà di filtri anteriori disponibili, un modello si differenzia per le sue peculiarità: il tipo protettivo fisso; questa variante è costituito da un filtro neutro che non ha influenza sulla resa cromatica dell’immagine e viene montato direttamente dal fabbricante in posizione fissa, sul frontale dell’obiettivo e subito davanti alla prima lente; solitamente i modelli che ne sono equipaggiati sono teleobiettivi che utilizzano una lente frontale in fluorite o in vetri a bassissima dispersione tipo ED/UD/SD/SLD, a loro volta composti da fluoruri/metafosfati e caratterizzati da ridotta resistenza meccanica  e altre caratteristiche sfavorevoli che sconsigliano di lasciarli esposti direttamente agli agenti esterni, giustificando quindi la scelta del fabbricante di proteggerli dietro a un filtro neutro in vetro convenzionale che fa parte integrante della montatura meccanica e che, eventualmente grazie a guarnizioni o-ring, aiuta a garantire al tenuta all’acqua in obiettivi tropicalizzati.

La grande diffusione di corpi macchina digitali ha evidenziato un problema inedito legato a questi filtri protettivi anteriori: infatti, contrariamente a quanto avviene con la pellicola, il sensore si comporta come uno specchio e in certi casi il suo riflesso speculare attraversa l’intero sistema ottico e viene rimbalzato nuovamente indietro dalla superficie piana posteriore del filtro protettivo, producendo riflessi parassiti indesiderati; questo problema, ad  esempio, in fase di sviluppo si era manifestato col luminosissimo teleobiettivo Canon EF 200mm 1:2 L IS USM, la cui ampia lente frontale in fluorite era ovviamente schermata da un ampio filtro protettivo piano-parallelo che, tuttavia, “dialogava” in modo sfavorevole con i riflessi del sensore, pertanto il fabbricante ha adottato una soluzione molto sofisticata e il grande filtro neutro anteriore non è più una lastra piatta ma prevede una leggerissima curvatura, diventando a sua volta un elemento rifrangente previsto dal calcolo ed eliminando in questo modo il problema dei riflessi interni.

 

 

Finora abbiamo considerato filtri caratterizzati da montatura e sistema di fissaggio molto diversificati, tuttavia prodotti utilizzando normalmente vetro ottico, mentre un ampio settore dei filtri professionali in auge qualche anno fa prevede modelli realizzati con gelatine di ridottissimo spessore, a partire dai celebri Kodak Wratten che non solo erano prodotti in varie misure, fino a 5×5”, ma anche in una scelta sterminata di tipologie, con speciale riguardo alle versioni destinate alla calibratura fine della temperatura colore per sopprimere le leggere dominanti introdotte dalla luce ambiente disponibile; questi filtri (prodotti poi anche da altri fabbricanti), grazie allo spessore così contenuto (appena 100 micron), non interferivano con la resa ottica dell’obiettivo anche in presenza di grandangolari ma risultavano molto delicati e facilmente soggetti a danni per pulizia o utilizzo improprio e, soprattutto, richiedevano di essere applicati ad un apposito telaio che ne garantiva il necessario spianamento, pertanto il loro utilizzo era subordinato allo sfruttamento di speciali supporti e cornici apribili e muniti di stepper posteriori filettati per applicarli all’obiettivo, come nel caso di questo modello prodotto da Nikon negli anni ’70.

I filtri presi in considerazione fino ad ora prevedono un posizionamento nella parte frontale del barilotto o all’interno del gruppo ottico nella relativa torretta girevole, solitamente circoscritta a modelli supergrandangolari; esistono tuttavia obiettivi con ampio diametro delle lenti anteriori che richiederebbero filtri molto grandi e parimenti costosi, mentre le versioni equipaggiate con i filtri protettivi fissi visti in precedenza non prevedono comunque un attacco anteriore supplementare qualora fosse necessaria una versione particolare.

 

 

Per queste categorie di obiettivi sono stati quindi ideati filtri posteriori, posizionati dietro il gruppo ottico e solitamente montati su slot o cassetti inseribili in apposite aperture previste sul barilotto; in questo caso stiamo osservando un Carl Zeiss Mirotar 500mm 1:4,5, obiettivo la cui mastodontica sezione renderebbe antieconomico adottare filtri anteriori di diametro corrispondente e anche poco pratico portare al seguito accessori di tale dimensione e peso, pertanto questo raro teleobiettivo sfrutta convenzionali filtri da 49×0,75mm da inserire nella parte posteriore, e la dotazione del modello è completata anche da una torretta girevole con elementi ND a densità neutra che consentono di modificare l’esposizione simulando aperture di diaframma più chiuse di quella nominale, ovviamente fissa trattandosi di un catadiottrico a specchi.

 

 

La soluzione dei filtri a cassetto posteriori è molto diffusa anche fra i lunghi teleobiettivi, sia per sfruttare modelli di piccolo diametro, poco ingombranti ed economici, sia per consentire la possibilità di scelta anche nel caso di ottiche equipaggiate con filtro protettivo anteriore fisso; in alcuni casi l’obiettivo viene fornito dal fabbricante con 2 differenti cassetti, uno con attacco filettato per filtri convenzionali in vetro e un altro (come in foto) che permette di applicare uno spezzone di filtro in gelatina, ritagliato dal formato originale, espandendo quindi le possibilità del fotografo.

Questi filtri a cassetto permettono anche di limitare l’ingresso di polvere nel gruppo ottico dalla parte posteriore (specie nell’utilizzo professionale sul campo, condizione che vede spesso un utilizzo rude e senza troppe attenzioni, a volte trasportando il teleobiettivo in spalla appeso ad una cinghia e senza tappo posteriore, pronto ad essere montato fulmineamente in macchina); addirittura in modelli con messa a fuoco posteriore che movimenta grossi moduli di lenti esponendo direttamente all’aria le parti interne dello schema, come ad esempio il Nikon AF-Nikkor 105mm f/2 DC (Defocus Control), è presente un filtro posteriore fisso per escludere a priori l’ingresso di polvere in queste fasi.

L’ultima tipologia è infine quella a montatura posteriore sull’esterno del barilotto, ovvero con filtri applicati nella parte interna della relativa baionetta di fissaggio; questa soluzione ha progressivamente sostituivo la complessa e costosa torretta girevole interna in grandangolari spinti e fisheye, utilizzando in sua vece una serie di piccoli filtri da applicare individualmente e sostituire alla bisogna, una soluzione già vista decenni fa in alcuni obiettivi Topcor per reflex 35mm Topcon come il 25mm 1:3,5, famoso per la sua ampia dotazione di minuscoli filtri posteriori.

Questi filtri posteriori  si possono a loro volta suddividere in 3 categorie.

 

 

Filtri con attacco a vite, presenti eventualmente nei modelli più datati e poco apprezzati per la lentezza della sostituzione, soprattutto considerando che si tratta di oggetti di piccole dimensioni e spesso annegati nel profilo della baionetta (in questa fotografia il filtro è completamente svitato per mostrarlo più chiaramente), pertanto – una volta serrati – risulta difficile sbloccarli e infatti l’esemplare illustrato prevede 2 tacche sulle quali applicare uno specifico utensile che agevola l’operazione; naturalmente il vetro posteriore piano-parallelo fa parte del calcolo ottico e un filtro neutro come questo va sempre montato, anche quando una filtratura non è necessaria.

 

 

Filtri con attacco a baionetta, funzionalmente analoghi ai precedenti ma caratterizzati da un innesto molto più comodo e rapido, anche se non pratico come la torretta girevole incorporata, non fosse altro per la necessità di avere al seguito i vari filtri intercambiabili; anche in questo caso è tassativo tenere un filtro sempre montato (come il tipo UV L1BC applicato a questo Nikon Nikkor AiS 15mm 1:3,5) per rispettare le specifiche ottiche di calcolo.

 

 

Infine, certi grandangolari molto spinti (come questo Sigma EX 12-24mm 1:4,5-5,6) utilizzano un tale arretramento della lente posteriore per finalizzare il calcolo retrofocus con focali così corte e soffrirebbero di un tale detrimento qualitativo applicando posteriormente una lastra in vetro di un certo spessore da sconsigliare l’adozione di un filtro convenzionale, pertanto la loro montatura meccanica prevede una clip di ritenuta nella quale inserire uno spezzone di filtro in gelatina appositamente sagomato, il cui spessore di appena 0,1mm permette di applicarlo anche con l’estremo arretramento utile della lente posteriore e non va ad interferire negativamente con la resa ottica ai bordi; il rovescio della medaglia rimane l’estrema delicatezza di queste gelatine (basta rimuovere maldestramente la polvere accumulata per rovinarle) e la necessità di partire da un costoso filtro e quindi rovinarlo ritagliando lo spezzone necessario… Infatti sono ben pochi gli ardimentosi che utilizzano questa soluzione, anche se il loro obiettivo la prevede.

I filtri fotografici sono quindi un elemento molto importante di un sistema e del corredo di un fotografo e come abbiamo visto i fabbricanti hanno escogitato numerose soluzioni per applicarli ed utilizzarli in qualsiasi circostanza; in un successivo articolo passeremo invece in rassegna i vari modelli di filtri e la loro utilità pratica.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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