Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; in questa occasione voglio parlarvi di 2 apparecchi fotografici per pellicola in rullo di medio formato concepiti in Germania, presentati alla Photokina di Colonia del 1972 e mai prodotti in serie; Queste fotocamere vennero concepite da Hans Domnick con supporto Voigtlaender e Carl Zeiss e presentavano varie caratteristiche estremamente interessanti, sopra tutte la possibilità di caricare 2 differenti tipi di pellicola sullo stesso apparecchio e quindi avvicendarle a piacere da uno scatto all’altro, attingendo direttamente ai rulli al suo interno.

Queste fotocamere avveniristiche per l’epoca erano le Domnick Profi 6×6 e Domnick Super 4×4, delle quali rimangono solo rarissimi prototipi; vediamo come sono nate e quali sono le loro caratteristiche più intriganti.

 

 

Hans Domnick, padre di queste fotocamere, nacque nel 1909 nella Pomerania Anteriore, non lontano dall’isola di Usedom col sito di Peenemünde, poi famoso per il centro di sperimentazione sui missili balistici V2 attivo durante il Secondo Conflitto; Domnick dai primi anni ‘40 al 1968 fu attivo come produttore cinematografico, regista e documentarista, mettendo la sua firma a vario titolo in diverse produzioni del settore.

 

 

Fra i suoi lavori come regista possiamo citare, ad esempio, il film a sfondo musicale “Meine 16 Söhne” (i miei 16 figli), risalente al 1956; nel 1968, alla soglia dei sessant’anni, Domnick abbandonò il settore e si lanciò in una nuova e temeraria avventura, probabilmente già cullata negli anni precedenti come sogno di una vita: realizzare un apparecchio fotografico professionale che portasse il suo nome e offrisse caratteristiche inedite, come appunto la coppia di film caricati contemporaneamente in macchina ed utilizzabili a piacere.

Hans Domnick, dopo anni di militanza nel cinema, poteva contare su agganci diretti nelle aziende tedesche del settore, e lo sviluppo preliminare della sua idea ebbe infatti luogo a Brauschweig presso gli stabilimenti Voigtlaender, sfruttando il tecnico Walter Swarofski nel ruolo di responsabile per l’avanzamento dei lavori, mentre per la parte ottica il partner sarebbe stato nientemeno che la Carl Zeiss di Oberkochen.

Questa insolita ed ardita sinergia arrivò ad un brusco arresto quando iniziò a prendere corpo l’idea per la futura cessione del brand Voigtlaender a Rollei Werke da parte di Zeiss Ikon (effettivamente perfezionata nel 1973), tuttavia Hans Domnick non si perse d’animo: avendo accumulato un certo capitale in carriera, caparbiamente finanziò di persona le fasi finali dello sviluppo, fino ad arrivare ai prototipi effettivamente funzionanti che sarebbero stati esposti a Colonia nell’autunno 1972; sembra che complessivamente il nostro personaggio abbia investito di tasca propria l’equivalente di quasi 6 milioni di Euro attuali pur di vedere il proprio sogno realizzato.

 

 

Le sue idee d’avanguardia si concretizzarono in 2 apparecchi professionali ed estremamente simili fra loro, con l’unico distinguo per il formato di negativo; il modello superiore era la Domnick Profi 6×6, una fotocamera per il formato 6x6cm su rullo 120/220 con telemetro accoppiato visibile in un mirino esterno e la possibilità di messa a fuoco diretta con un vetro smerigliato sul piano focale, ottica intercambiabile Carl Zeiss e speciali magazzini per il film che consentivano, come detto, di stoccare in macchina 2 pellicole differenti e scattare a piacimento con l’una o l’altra senza sostituire dorsi e utilizzare volet a tenuta di luce; la simmetria speculare dell’apparecchio era sottolineata anche dalle 2 ghiere verticali sul frontale, di sapore Contax rangefinder, che consentivano di impostare aperture e tempi di posa, mentre l’obiettivo era un 80mm f/2,8 del quale parleremo in seguito; le dimensioni erano notevoli: 220mm di larghezza, 125mm di altezza e 92mm di spessore alla flangia di innesto dell’obiettivo.

 

 

La seconda alternativa era la Domnick Super 4×4, apparentemente identica ma dedicata a caricatori in rullo formato 127 e banda alta 46mm che le consentivano di impressionare negativi quadrati da 4x4cm, e per tale ragione l’obiettivo in dotazione era un Carl Zeiss da 60mm f/2,8; le altre caratteristiche rimanevano immutate, tuttavia le dimensioni risultavano leggermente inferiori, un dettaglio evidenziato anche dall’assenza delle 2 slitte standard presenti sul top della Profi 6×6 ed omesse sulla Super 4×4 perché semplicemente nel corpo ridimensionato in scala non trovavano spazio.

Il design delle fotocamere, nella sua assoluta simmetria sull’asse verticale mediano, appare molto complesso, con una pluralità di piani  e superfici variamente raccordati che evidenziano un lungo lavoro di design e affinamento; una caratteristica peculiare di questi prototipi Domnick del 1972 sta nel fatto che le 2 impugnature laterali sono a tutti gli effetti i magazzini per il film e questi ultimi si inseriscono appunto dalla parte anteriore dell’apparecchio in apposite slots rettangolari, con i cursori di svincolo che si trovavano costantemente sotto le dita del fotografo impegnato ad utilizzare la fotocamera, sicuramente una scelta non ottimale.

I due settori satinati del corpo che vengono ripresi all’estremità dei caricatori del film vogliono in qualche modo partizionare la fotocamera e definire un top e un fondello come nei modelli convenzionali ma il linguaggio di questo design non ha attinenza con alcun  apparecchio esistente, così impostato su un patchwork di elementi e volumi.

 

 

Le fotocamere Domnick svelate alla Photokina 1972 furono brevemente presentate e descritte all’epoca da qualche rivista del settore estera, tuttavia nel nuovo organigramma che si stava delineando, con il settore fotocamere di Zeiss Ikon chiuso definitivamente e Rollei Werke che subentrava nella factory Voigtlaender per gestire i proprio modelli, prese vita un contesto nel quale nessuno era intenzionato a produrre in serie questi apparecchi, che pertanto scomparvero rapidamente nell’oblio; oggi le informazioni e i dettagli tecnici sono quindi molto scarsi e persino le specifiche tecniche e le funzioni dei corpi non sono ben chiare; l’apparecchio non era una reflex (lo specchio non avrebbe trovato posto con il particolare meccanismo di avvicendamento del film che poi vedremo) ma oltre alla coppia di finestre principali per il telemetro nella parte superiore ne era presente una seconda, con aperture rotonde e più ravvicinate, collocata più in basso e in qualche modo funzionalmente collegata alla finestra con indici visibile nel top; inoltre, con entrambi i film in posizione “di riposo”, era possibile focheggiare anche da dietro, direttamente attraverso l’obiettivo.

Le 2 ghiere rotonde sul frontale consentono di gestire tempi e diaframmi, e suppongo che i piccoli pulsanti colorati sopra le medesime fungano da blocco contro spostamenti accidentali; nella ghiera a sinistra la serie di tempi a rischio di mosso scattando a mano libera (e definiti dal colore arancio) inizia da 1/15”, valore relativamente lento che conferma l’assenza dello specchio reflex.

Anche questo punto di vista evidenzia l’affastellarsi di una miriade di piani e volumi che miracolosamente non definiscono un contesto caotico solo grazie all’assoluta simmetria bilaterale.

 

 

Questa immagine d’epoca mostra una coppia di caricatori per film 120 visti da 2 angolazioni e destinati alla Domnick Profi 6×6; come anticipato, una parte del caricatore stesso svolge il ruolo di impugnatura sul frontale dell’apparecchio mentre, in condizioni normali, sia il rullo del film che la relativa spoletta ricevente si trovano entrambi all’interno della struttura a tenuta di luce.

Infatti l’apparecchio, per ogni immagine da acquisire, estraeva dal caricatore il film, trascinando la spoletta ricevente con un apposito motore elettrico grazie anche ad un terzo rocchetto vettore di servizio, e lo posizionava sul piano focale; dopo l’esposizione, l’operazione gestita da motore si ripeteva in senso inverso, riportando la spoletta col il film all’interno del caricatore e liberando il piano focale, mentre la porzione appena esposta veniva contestualmente avvolta sulla spoletta ricevente stessa.

Tutto questo complesso sistema era gestito da ben 4 motori elettrici che assorbivano molta energia; tuttavia, nonostante le notevoli dimensioni della fotocamera, gli spazi di lavoro necessari a questo particolarissimo sistema, definito ufficialmente da Domnick “Rolling Spool System”, imposero di utilizzare piccole batterie da 1,5v tipo “AAA”, meno performanti delle classiche “AA”, e nei prototipi esibiti in Photokina i tecnici dovettero effettuare discretamente varie sostituzioni di tali elementi, fra una dimostrazione e l’altra, perché si scaricavano molto in fretta.

 

 

Inserendo i 2 caricatori nella parte anteriore della fotocamera, tali elementi andavano a riempire i relativi vani predisposti sul corpo; quest’ultimo, nella parte posteriore, prevedeva 2 finestre trasparenti che mostravano un lato dei caricatori che forniva utili promemoria all’utilizzatore; questi caricatori, dal momento che dopo ogni scatto la pellicola veniva riportata al loro interno e a tenuta di luce, si potevano intercambiare liberamente con altri esemplari, incrementando il range di film utilizzabili, ed era anche possibile tagliare il film e sviluppare solamente la porzione esposta fino a quel momento, ricollegando alla spoletta ricevente la banda per utilizzare il resto del rullo in un secondo tempo; all’epoca Domnick sottolineava anche che tutto questo era possibile senza utilizzare volet a tenuta di luce (elemento sempre critico che si poteva piegare o perdere inavvertitamente), un chiaro riferimento alla “regina” prodotta a Goteborg.

Nella parte posteriore è presente anche un vetro smerigliato che consentiva la messa a fuoco diretta tramite un’apertura nel dorso, tuttavia durante il posizionamento del film e l’esposizione essa veniva coperta da una piastra motorizzata a tenuta di luce, altro dettaglio che rendeva ancora più complesso il sistema.

 

 

Il fondello del caricatore appoggiato alla finestra posteriore consentiva da ogni lato di conoscere a colpo d’occhio il formato del rullo (ad esempio, 120 o 220), il numero di fotogrammi esposti, la presenza di film a colori o bianconero e la sensibilità del film stesso; in questo caso i valori sono sulla scala tedesca DIN, tuttavia il nastro con tale informazione poteva scorrere fino a mettere in vista una corrispondente sequenza ASA da 25 a 1600.

Vediamo ora come funzionava il complesso sistema per avvicendare a piacimento 2 tipi di film e riposizionarli nel caricatore dopo ogni scatto.

 

 

In ciascun caricatore il rullo del film vergine e la spoletta ricevente sono affiancati in posizione ravvicinata, e fra di essi è posizionato un ulteriore rocchetto che guida il film in modo opportuno; il sistema motorizzato è in grado di estrarre la spoletta ricevente fuori dal caricatore e di trascinarla verso il centro dell’apparecchio.

 

 

Qualora decidessimo di operare col film tipo 1, il motore estrae la relativa spoletta ricevente dal caricatore di sinistra e la posiziona sull’altro lato del piano focale, mentre il film si srotola dal rullo originale, passa sul rocchetto di servizio e si dispone sul piano focale, mentre contemporaneamente l’ingresso di luce dal mirino posteriore viene coperto da una piastra, a sua volta trascinata a motore; dopo l’esposizione il motore riporta la spoletta ricevente nella posizione originale, il sistema la fa ruotare per avvolgere sulla medesima il film già esposto e viene rimosso il blocco per consentire nuovamente di mettere a fuoco TTL sul vetro smerigliato posteriore.

 

 

Volendo invece scattare una fotografia col film 2, la stessa identica procedura viene eseguita da destra a sinistra grazie ad altri motori; nel caricatore non utilizzato la spoletta ricevente si trova al suo interno, ben schermata, tuttavia non mi risulta chiaro come venga protetta da infiltrazioni di luce indesiderata la porzione di film vergine che si trova fra il caricatore in uso e il piano focale stesso: eventualmente la fotocamera includeva saracinesche motorizzate a tenuta di luce che compartimentavano l’area del fotogramma da esporre.

A parte tale dettaglio, 2 situazioni problematiche sono immediatamente evidenti: la prima riguarda la planeità del film, dal momento che il sistema non consente di prevedere guide di battuta anteriori del piano focale come negli apparecchi convenzionali ma solamente un piano pressa-pellicola posteriore, e con la “memoria di forma” del film nel punto di forte piegatura sul rocchetto di servizio, magari dopo giorni o settimane in posizione statica, ipotizzo una planeità non ottimale.

La seconda riguarda invece lo strapazzo continuato del film e della relativa guida di carta a tenuta di luce, dal momento che ad ogni esposizione il sistema di posizionamento e recupero motorizzato del materiale lo sottopone ad uno stress mai visto prima su qualsiasi apparecchio.

Come anticipato, le fotocamere Domnick Profi 6×6 e Super 4×4 non vennero prodotte in serie; dopo la Photokina 1972 ed  il subentro di Rollei Werke nella factory Voigtlaender di Brauschweig questi prototipi finirono fra le mani dell’Ing. Heinz Waaske, il geniale tecnico che disegnò le celebri compatte Rollei 35, Rollei 110 e Rolleimatic, che li trovò molto interessanti e fornì quindi una sponda allo sfiduciato Domnick, trovando un accordo con l’imprenditore: Waaske ridisegnò l’apparecchio per utilizzarlo con caricatori 135 e formato 24x36mm in modo da renderlo molto più  maneggevole e interessante, e Domnick creò appositamente una nuova società (Trenncassetten GmbH); nel 1978 il disegno meccanico era completato e praticamente pronto alla serie, e la stessa Carl Zeiss si dimostrò interessata al modello, proponendo nel 1979 a Yashica di metterlo in produzione, tuttavia i Giapponesi si opposero al progetto, che sfociò quindi nuovamente in un nulla di fatto, e la morte dello stesso Domnick nel 1985 chiuse per sempre questa partita.

 

Continua lunedì prossimo con la seconda parte

 

 


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