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Dispositivo repro Leitz BEHOO

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; le macrofotografie, le riproduzioni e – in senso generale – le riprese a distanza ravvicinata sono sempre state un settore ad esclusivo appannaggio degli apparecchi reflex, gli unici in grado di verificare con precisione la correttezza della messa a fuoco, in questi casi realmente critica, ed escludere l’errore di parallasse, sempre molto evidente quando il soggetto è prossimo alla fotocamera.

Questa considerazione generale è corretta ma non si applica alla produzione Leitz; infatti, la celebre casa tedesca nasce come fabbricante di microscopi, pertanto la ripresa a forte ingrandimento di piccoli soggetti a coniugate brevi fa parte del suo stesso DNA; ispirati da questo tratto quasi genetico, i tecnici della Casa escogitarono ben presto dei semplici ma ingegnosi accessori destinati alle Leica a telemetro e che consentivano di effettuare riprese ravvicinate con totale garanzia di successo, nonostante si utilizzassero fotocamere sulla carta impossibili da sfruttare in questo settore.

 

 

Questi dispositivi si possono retrodatare quasi alla nascita stessa della Leica e si trattava di flange alle quali veniva fissato l’obiettivo (ovviamente dotato di lenti addizionali o tubi di prolunga per ridurre la distanza di messa a fuoco minima) e che prevedevano 4 supporti divergenti simili ad aste, di lunghezza regolabile alla bisogna su posizioni predefinite; queste aste distanziali posizionavano la flangia, e quindi il complesso fotocamera/obiettivo, all’esatta distanza di messa a fuoco prevista del sistema, mentre i piedini di appoggio delimitavano esattamente gli angoli del formato effettivamente coperto; era quindi sufficiente posizionare il soggetto da riprendere sul piano, appoggiarci sopra il dispositivo selezionando il campo da riprendere e scattare la foto.

Questi semplici accessori sono rimasti in produzione fino agli anni ’70, quando la casa poteva sfoderare strumenti ben più specializzati come il Macro-Elmarit-R 60mm per Leicaflex o da tempo aveva commercializzato i dispositivi reflex Visoflex, e si caratterizzano per una genealogia complessa e affascinante, scandita da numerosi modelli e variabili fra le quali si possono citare i vari BEVOR (1931), BEMAR (1932), BESAL (1933), BEOOY (1935), BEHOO (1935), BAZOO (1935), BOOWU (1952) BOOWU-M (1956) e BEEON (1959); modelli recenti come il BEEON erano equipaggiati con un oculare ingranditore da applicare al posto della fotocamera per effettuare una messa a fuoco sostitutiva, diretta e di grande precisione, tuttavia in questa sede voglio parlare dei modelli originali, quelli più elementari e basati su una semplice calibrazione meccanica, e in particolare del dispositivo repro BEHOO, prodotto dal 1935 al 1959.

 

 

Il dispositivo BEHOO, fornito in una scatola di cartone rosso, era costituito da una flangia dotata di culla centrale ed una serie di fori filettati perimetrali, 4 aste distanziali regolabili e un set di 3 tubi di prolunga con attacco filettato 39x1mm; questo accessorio metteva i proprietari di un corpo Leica a vite (ma anche M, utilizzando l’adattatore aggiuntivo 14097 da 39x1mm a baionetta) di effettuare riprese ravvicinate a 3 rapporti di riproduzione prefissati, ovvero 1:3, 1:2 ed 1:1,5; questa scelta è intelligente e copre di fatto gli ingrandimenti più sfruttati da ci si dedica alla ripresa ravvicinata senza particolari esigenze specialistiche.

 

 

La sua concezione e il suo funzionamento è semplice ed efficace: nella culla centrale della flangia in ottone smaltato si appoggia verticalmente la parte anteriore dell’obiettivo, ovviamente fissato al corpo macchina, assicurandola con un nottolino di fermo laterale; nella parte inferiore della flangia sono presenti alcune serie di fori, in gruppi di 4 (ciascuno con una diversa inclinazione divergente), nei quali avvitare le aste distanziali; le aste prevedono un secondo settore telescopico con fermo a vite (analogo a quello presente in certi treppiedi fotografici) e per concretizzare ciascuno dei 3 rapporti di riproduzione ammessi dal sistema è necessario avvitare le aste nella serie di fori corrispondenti alla numerazione del rapporto di riproduzione (ad esempio: fori 1,5 – come nella foto – per realizzare immagini con rapporto di riproduzione 1:1,5); siccome ogni rapporto di riproduzione prevede una distanza di messa a fuoco diversa, sull’elemento telescopico estraibile delle aste distanziali sono riportati settori colorati che definiscono la corretta altezza del sistema a seconda del rapporto di riproduzione selezionato e dell’obiettivo utilizzato, scelto fra i 2 modelli previsti da Leitz, ovvero l’Elmar 5cm 1:3,5 e il Summar 5cm 1:2; posizionando il corretto riferimento colorato sul bordo inferiore delle ghiere cromate di fermo, l’immagine risultava correttamente a fuoco sul piano di appoggio e i piedini del BEHOO corrispondevano agli angoli del formato; infine, la presa di forza zigrinata accanto all’attacco filettato delle aste primarie prevede un foro passante, nel quale inserire una presa di forza metallica per serrare con decisione o sbloccare un elemento ostinato.

Essendo un sistema nato nel 1935, la scelta degli obiettivi riflette la disponibilità del tempo; naturalmente il BEHOO non è mai stato predisposto per lo Xenon 5cm 1:1,5, sia per il differente diametro della sua montatura anteriore che per le caratteristiche ottiche molto spinte per il tempo che lo rendevano inadatto alla ripresa ravvicinata con tubi di prolunga o lenti addizionali.

 

 

Sul settore telescopico delle aste distanziali, realizzato in ferro pieno per dare sufficiente rigidità nonostante la sezione ridotta, sono riportate 3 coppie di riferimenti colorati, ciascuna delle quali collegata ad uno dei 3 rapporti di riproduzione possibili; i settori colorati in giallo si utilizzano con l’obiettivo Summar 5cm 1:2 e quelli smaltati in bianco con l’Elmar 5cm 1:3,5; questa distinzione si rese necessaria perché la montatura meccanica nella parte anteriore dei due obiettivi è differente (nel Summar ha uno sbalzo superiore rispetto alla prima lente): pertanto, con l’obiettivo in posizione di lavoro, nei 2 modelli il gruppo ottico si trova a distanza differente dalla battuta del BEHOO, richiedendo quindi distanze di lavoro diverse.

Per una corretta messa a fuoco occorre bloccare l’asta telescopica quando il relativo settore colorato si trova a filo sotto il bordo inferiore della ghiera di serraggio cromata; per fotografare al rapporto di riproduzione 1:3 si utilizzano i due settori superiori, con asta telescopica quasi completamente estratta, per 1:2 si sfruttano quelli intermedi e per 1:1,5 si fa affidamento su quelli inferiori, con la prolunga ormai completamente rientrata nell’asta principale.

Questo tipo di funzionamento rispecchia perfettamente la classica filosofia degli apparecchi Leica a telemetro basata sulla “fiducia” nel disegno e nella precisione ottica e meccanica del prodotto, dal momento che non è possibile verificare in alcun modo la reale corrispondenza della messa a fuoco ed occorre affidarsi ciecamente al sistema ed alla competenza di chi l’ha progettato e assemblato.

 

 

Naturalmente gli obiettivi da 5cm Summar ed Elmar non sono in grado di raggiungere senza aiuto rapporti di riproduzione così elevati, pertanto a corredo con il BEHOO veniva fornita una serie di 3 tubi di prolunga in alluminio, leggerissimi (39g l’intero set), rifiniti in nero con parte interna opaca e caratterizzati dall’attacco a vite LTM; ciascun anello era calibrato per consentire all’obiettivo (col proprio elicoide settato su infinito) di raggiungere uno dei 3 rapporti di riproduzione promessi, applicando un aumento di tiraggio maggiore o minore a seconda che si volesse raggiungere 1:1,5, 1:2 oppure 1:3; per sfruttare adeguatamente il BEHOO non era quindi sufficiente regolare correttamente l’altezza delle aste telescopiche in funzione dell’obiettivo utilizzato e del rapporto di riproduzione scelto ma era ovviamente necessario smontare l’obiettivo dalla Leica e interporre il tubo di prolunga opportuno.

Com’è noto, l’aumento del tiraggio fra gruppo ottico e piano focale causa una perdita di luminosità della quale tenere conto calcolando l’esposizione; utilizzando il BEHOO occorre innanzitutto determinare la corretta esposizione sul piano del soggetto, ricordando poi che occorre incrementarla di 1 f/stop per ogni aumento del tiraggio pari a F/2, cioè circa 26mm, considerando una focale effettiva per Summar ed Elmar di circa 52mm; ecco quindi le lunghezze dei 3 tubi ed il corrispondente fattore di incremento della posa:

tubo 1:3   lunghezza = 17,0mm   incremento di esposizione = 0,65 f/stop

tubo 1:2     lunghezza = 27,7mm   incremento di esposizione = 1,07 f/stop

tubo 1:1,5 lunghezza = 34,7mm   incremento di esposizione = 1,33 f/stop

In pratica, occorre un incremento rispettivo di 2/3 di stop, 1 stop intero e 1 stop e 1/3.

 

 

L’ultima attenzione specifica per approdare ad un determinato rapporto di riproduzione riguarda i fori filettati per fissare le aste distanziali: infatti, mantenendo un angolo divergente costante ed allungando semplicemente le aste telescopiche, ai rapporti di riproduzione più modesti i piedini d’appoggio verrebbero ripresi nella fotografia; a tale scopo, la flangia del BEHOO prevede le citate serie di fori multipli, ciascuna da utilizzare fissando le aste distanziali per ottenere il rapporto di riproduzione indicato dal valore numerico riportato sull’esterno dei fori stessi: ad esempio, nella fotografia allegata le aste sono applicate ai fori 1,5, e sono quindi correttamente angolate per mettere a fuoco e delimitare il campo d’immagine col rapporto di riproduzione 1:1,5; eseguire riprese con le aste nei fori sbagliati non espone solamente al rischio di ritrovarsele immortalate nella fotografia ma comporta anche la produzione di immagini sfuocate, perché l’inclinazione impropria delle aste causa una distanza di lavoro inadeguata, nonostante siano stati selezionati i corretti indici colorati sui segmenti telescopici!

Infine, i lettori avranno notato che sulla flangia esiste una quarta serie di fori, indicata con V; questo gruppo supplementare è presente soltanto in parte della produzione di dispositivi BEHOO (molti esemplari hanno solamente i fori 1,5, 2 e 3, con un settore vuoto al posto delle aperture aggiuntive indicate dal V); questo gruppo non si utilizza con le aste in dotazione al BEHOO né con i tubi di prolunga a corredo e venne concepito per applicare alla flangia aste più lunghe, prese a prestito dall’analogo dispositivo Leitz BEVOR, e anzichè equipaggiare l’obiettivo Elmar 5cm 1:3,5 con i tubi di prolunga descritti in precedenza lo si utilizzava con lenti addizionali macro, le Leitz Vorsatzlinse n° 2, 3 e 4; proprio da questa denominazione tedesca è stata presa la sigla V che definisce questa serie di attacchi filettati.

 

 

Il Leicista, dagli anni ’30, poteva quindi effettuare riproduzioni con un set articolato in questo modo: apparecchio Leica a vite, tubo di prolunga, obiettivo Leitz Elmar o Summar 5cm e dispositivo BEHOO con le relative aste fissate nei fori giusti e con elementi telescopici correttamente estratti e settati; la coppia di set illustrati nella foto è impostata per il rapporto di riproduzione 1:2; pertanto fra gli obiettivi e il corpo macchina è posizionato il relativo tubo di prolunga da 27,7mm e le aste sono applicate nella serie di fori indicati dalla numerazione 2; naturalmente gli obiettivi sono regolati su infinito, con relativo blocco attivato, e per finalizzare la corretta regolazione sono state estratte le aste telescopiche fino al settore colorato previsto a questo ingrandimento: nel caso dell’Elmar 5cm 1:3,5 (a sinistra), nel gruppo di settori centrali per 1:2 è stato utilizzato quello bianco che prevede una maggiore estrazione, mentre per il Summar 5cm 1:2 (a destra) è stato utilizzato quello giallo, che comporta una minore altezza del complesso e compensa il maggiore sbalzo presente nella montatura anteriore di quest’obiettivo.

I 4 punti di appoggio del BEHOO sul piano delimitano il campo ripreso e, lavorando eventualmente con vecchi obiettivi privi di antiriflessi e con un numero superiore di passaggi ad aria come il Summar 5cm, suggerisco di sfruttare come appoggio una piano di colore nero, per minimizzare la perdita di contrasto dovuta alla forte riflessione del fondo.

Dopo questa descrizione teorica del BEHOO, un dispositivo che sembra quasi miracoloso considerando le condizioni di esercizio, sono voluto andare oltre e provare sul campo quali fossero le effettive possibilità di questo accessorio abbinato agli obiettivi della sua epoca; ho quindi predisposto il BEHOO per l’ingrandimento massimo possibile, 1:1,5, e l’ho abbinato ad un Leitz Summar 5cm 1:2 prodotto nel 1935, anno in cui tale dispositivo repro venne lanciato; l’obiettivo è ovviamente privo di antiriflessi e l’esemplare del test appare anche abbondantemente sfruttato.

 

 

Peraltro il Summar prevede un progetto datato (risalente al 1933) ed utilizza solamente 2 tipo di vetro, Light Flint e Dense Crown, con ben 4 lenti sulle 6 che compongono il suo schema Doppio Gauss realizzate con lo stesso materiale, il tipo SK16; non ci sono quindi le premesse per uno stato di correzione elevato, tuttavia, parlando di prodotti Leitz, spesso le considerazioni logiche non trovano applicazione e si riscontra una resa inaspettata anche nel caso di schemi semplici oppure obsoleti.

 

 

Un primo assaggio del potenziale del vecchio Summar 5cm 1:2 prebellico ci viene fornito da questo test realizzato una quarantina di anni fa da una rinomata testata italiana del settore, purtroppo non più in edicola da metà anni ’80; in questo caso, quasi come intermezzo ludico, venne misurata la risoluzione di un Leitz Summar 5cm decisamente vissuto, ottenendo in gran parte del campo risultati incredibilmente elevati e comparabili con quelli dei migliori 50mm moderni.

Le stesse immagini che avevo realizzato nel tempo con il Summar 5cm mi avevano fatto capire che dietro la sua fama non molto lusinghiera si nasconde ben altra sostanza, tuttavia l’aggiunta di ben 34,7mm al tiraggio di un obiettivo progettato 87 anni fa e corretto su infinito mi faceva temere nella macro un rendimento poco soddisfacente, specie ai bordi per il probabile, vistoso aumento della curvatura di campo che avrebbe fatalmente messo fuori fuoco il soggetto assolutamente piano.

Con questi timori ho quindi fotografato col Leitz Summar 5cm 1:2 + Leitz BEHOO il dettaglio di una banconota e parte di un pesce fossilizzato, inquadrandoli al rapporto di riproduzione 1:1,5 cui corrisponde un campo ripreso di appena 36x54mm, un valore già da “vera” macro; per ottenere un buon rendimento ottico e cercare di compensare parzialmente la curvatura di campo regolarmente attesa, prima di montare l’obiettivo sul BEHOO ho chiuso il diaframma ad 1:9.

Le immagini che seguono mostrano le 2 immagini a fotogramma intero e anche un crop al 100% del dettaglio della banconota (dal file originale Sony da 6.000 x 4.000 pixel), verifica molto severa in quanto si tratta di un soggetto assolutamente bidimensionale e molto dettagliato; ho scattato con una ILCE7M2 per poter controllare con precisione assoluta l’esattezza del fuoco, affinchè la valutazione dell’obiettivo non fosse inficiata da questa variabile, e posso aggiungere che il filtro anteposto al sensore di questo modello, il cui spessore è rilevante, come di consueto ha arretrato la proiezione della coniugata, imponendomi di focheggiare con l’elicoide dell’obiettivo stesso (settandolo ad una distanza inferiore ad infinito) per avere la massima nitidezza; naturalmente, scattando con un corpo originale a pellicola, questo backfocus da filtro non esiste, pertanto il settaggio meccanicamente imposto dal BEHOO risulta corretto.

 

 

I risultati mi hanno favorevolmente sorpreso: sebbene avessi personalmente smontato questo esemplare di Summar pulendo perfettamente ogni superficie ottica e già in precedenza avessi valutato il suo promettente rendimento, non attendevo certamente l’elevata qualità d’immagine ottenuta su tutto il campo fino ai bordi, ad indicare che la curvatura di campo generata dall’utilizzo con quasi 35mm di tiraggio non è eccessiva e la chiusura del diaframma ad 1:9, valore ancora non troppo penalizzato dalla diffrazione, genera una profondità di campo già sufficiente a compensarla; in realtà il problema maggiore che ho riscontrato riguarda le ombre delle aste di supporto che tendono invariabilmente a finire nel campo ripreso.

 

 

I crops al 100% del file da 6.000 x 4.000 pixel sono altrettanto eloquenti e i risultati del 5cm Summar su dispositivo BEHOO potevano sicuramente soddisfare le esigenze del Leicista che timidamente si affacciava a questo molto di nicchia e particolare; questi dettagli confermano come il Doppio Gauss simmetrico del Summar producesse un’ottima risoluzione, penalizzata nell’uso reale dal calo di contrasto dovuto agli 8 passaggi aria-vetro in assenza di antiriflessi e dall’insorgenza nel tempo di aloni e muffe.

 

 

Anche il dettaglio di questo Dapalis dall’Aquitaniano (Miocene) della Provenza si può considerare senz’altro soddisfacente, se escludiamo le citate ombre delle aste di supporto; in questo caso la resa cromatica non è perfettamente conforme all’originale e manca un po’ di punch nei neri (si paga dazio al gruppo ottico uncoated) ma il risultato è sicuramente positivo per un normale prodotto nel 1935 ed utilizzato su un dispositivo repro elementare come il BEHOO.

Volendo riprendere soggetti tridimensionali, è sempre possibile misurare accuratamente l’altezza dal piano ideale di fuoco rispetto alla superficie di appoggio e quindi posizionare le aste dell’accessorio su supporti rialzati di identico spessore, ovvero estrarre con precisione le aste stesse per quanto necessario a predisporre la distanza corretta.

Il dispositivo BEHOO, ed altri di analoga fattura realizzati da fabbricante, hanno accompagnato per oltre 40 anni la parabola del sistema M, lanciando una scommessa apparentemente impossibile: la macrofotografia con apparecchi privi di visione e messa a fuoco TTL; il BEHOO, nonostante la sconcertante semplicità e l’aspetto da orpello primitivo, conferma una imprevedibile efficacia, così come i vetusti obiettivi dei suoi tempi sanno trasfigurarsi e fornire anche in questo caso prestazioni inattese; al di là della reale efficienza, la complessa interfaccia attiva richiesta all’utente può produrre nell’appassionato sensazioni veramente piacevoli, trovandosi di nuovo coinvolto in ragionamenti e prassi concrete che smuovono i neuroni e lo fanno riappropriare nuovamente di un risultato che ormai troppo spesso vede il fotografo come il mero spettatore di mirabilia tecnologiche; dunque, lunga vita a marchingegni come questo!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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