Curiosità assortite dell’universo fotografico (settima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguo nella descrizione di pezzi o episodi curiosi legati al mondo della fotografia, corroborato dall’apprezzamento ottenuto con articoli precedenti di analogo tenore.

 

 

Iniziamo con un curioso oggetto realizzato dalla VEB Carl Zeiss Jena nella DDR del Dopoguerra; è noto che tale azienda non si è limitata a produrre i noti obiettivi fotografici ma ha esteso il suo ambito operativo anche a dispositivi di precisione per altri settori, dei quali ho parlato in un altro articolo, tuttavia in questo caso siamo in presenza di un semplicissimo oggetto di uso comune, ovvero un banale termometro per la temperatura ambiente, che risulta comunque depositario di una progettazione particolarmente raffinata perché , a parte supporto e basamento di design, la barra in vetro con alcool è stata sagomata con profilo circolare e la scala del termometro non prevede quindi il consueto sviluppo lineare ma risulta più simile ad uno strumento sul cruscotto di un’automobile, soluzione che peraltro consente anche di compattare il prodotto.

Sicuramente un gadget simpatico per appassionati del marchio.

Passiamo ora ad alcune curiosità legate al marchio Fuji.

 

 

Negli anni ’70 e ’80 l’azienda commercializzò una serie di reflex 35mm con relative ottiche originali che se non passarono alla storia per acuti particolari ebbero comunque una buona diffusione grazie al favorevole rapporto qualità/prezzo e al costo abbordabile per molti; un modello storicamente significativo per gli sviluppi commerciali nel settore è sicuramente la Fujica AZ-1, una reflex commercializzata nel 1978 che, sebbene ancorata al tradizionale attacco a vite 42x1mm, garantiva comunque il funzionamento in automatismo a priorità di diaframmi, operava col iride automatico alla massima apertura ed era equipaggiabile con un winder per l’avanzamento motorizzato del film, offrendo quindi avanzate funzionalità nonostante l’innesto obiettivi obsoleto.

 

 

Lo scorcio dall’alto mostra l’impostazione AE a priorità di diaframmi, davvero insolita in un corpo M42 anche per le interfacce necessarie con relativo obiettivo a vite, sebbene inserita a scapito della selezione di tempi in manuale, circoscritta ad una gamma ristrettissima con 1/60”, 1/250” e 1/1000”; in realtà il valore storico della AZ-1 non è legato alle sue caratteristiche tecniche, per quanto apprezzabili, bensì alla dotazione di obiettivi.

Infatti la Fujica AZ-1 fu la prima fotocamera reflex 35mm ad ottiche intercambiabili ad essere proposta con uno zoom standard come primo equipaggiamento in alternativa all’onnipresente 50mm a focale fissa, anticipando di fatto un trend che negli anni successivi avrebbe dilagato diventando la norma.

 

 

L’obiettivo appositamente previsto per questo contesto, lanciato nel 1977, era il Fujinon-Z 43-75mm 1:3,5-4,5, un’ottica di escursione oggettivamente modesta ma comunque concepita tenendo presenti le tipiche esigenze dell’utente inesperto di una reflex entry-level: realizzare gruppi di persone in interni ed esterni (compito nel quale la focale minima da 43mm era di aiuto) ed eventualmente eseguire ritratti senza la caratteristica dinamizzazione prospettica del “normale” da 50mm utilizzato a distanze così brevi, situazione gestibile grazie al settaggio da 75mm, sebbene il fuoco minimo ad 1,2m adottato per semplificare la meccanica non consentisse primissimi piani.

L’obiettivo si caratterizza per un funzionamento “one touch”, con la ghiera di messa a fuoco che può anche scorrere longitudinalmente, selezionando le focali; sul barilotto sono indicizzati i valori da 43mm, 50mm, 60mm e 75mm e per ciascuno di essi è possibile definire la profondità di campo disponibile alle aperture 1:8, 1:11, 1:16 e 1:22 grazie all’abbinamento con codici-colore di scuola Nikon.

La struttura one-touch collassata a focale massima rende l’obiettivo notevolmente compatto e con ingombri non dissimili da quelli del normale che andava a sostituire.

 

 

Per contenere al massimo i costi e rendere questo zoom competitivo anche lo schema ottico risulta semplificato al massimo, basandosi su un’architettura a 2 soli gruppi mobili (distanziati a focale minima e mutualmente accostati a quella massima) con appena 7 lenti in 7 gruppi; il modulo anteriore è costituito dai primi 3 elementi di diametro maggiore e i rimanenti costituiscono il gruppo posteriore che include il diaframma.

Sono riuscito a recuperare il brevetto originale dello schema ottico, quindi possiamo approfondire i dettagli tecnici.

 

 

Lo schema ottico del Fujinon-Z 43-75mm 1:3,5-4,5 è stato calcolato da Yoshikazu Doi, Yutaka Sakai e Kazunori Ohno (Ohono è un refuso) e la richiesta prioritaria di brevetto giapponese venne depositata l’11 Novembre 1976; come si può osservare, addirittura nello schema del “preferred embodiment” sono previste solamente 6 lenti, un autentico record per la categoria, a conferma della massima priorità data al budget.

 

 

L’esemplare utilizzato per la produzione di serie fu invece il secondo previsto, la cui struttura aggiungeva una settima lente nella parte anteriore arrivando alla nota configurazione; curvatura di campo/astigmatismo e distorsione risultano ben corretti per la categoria economica di appartenenza, mentre nel primo grafico legato all’aberrazione sferica a focale 43mm (diagramma A nella serie di schemi a sinistra) abbiamo un percettibile spostamento delle curve riferite a differenti lunghezze d’onda dello spettro luminoso utilizzato, ad indicare problemi sferocromatici irrisolti e probabilmente dovuti alla grande semplicità dello schema.

 

 

Questa tabella riassume i dati grezzi di progetto proponendo i raggi di curvatura delle superfici, spessori sull’asse, spazi fra gli elementi e valori dei vetri (indice di rifrazione e dispersione cromatica); la presenza di lenti tutte spaziate ad aria e con superfici rifrangenti curve su entrambi i lati (non è presente alcun raggio infinito che indicherebbe una superficie piatta) moltiplica le variabili di calcolo, favorendo la correzione anche in presenza di una struttura semplificata al massimo come questa.

 

 

Lo schema ottico prevede solamente 3 tipologie di vetro: Dense Flint, Dense Crown e Lanthanum Crown; quest’ultima serie teoricamente è più costosa ma, come vedremo, per economizzare è stata relegata dai progettisti a 2 lenti posteriori di dimensioni molto ridotte.

Nel gruppo ottico abbiamo quindi un Dense Flint SF8 in L1 ed L3, un Dense Crown SK15 in L2, un Lanthanum Crown LAK14 il L4, un Lanthanum Crown LAK12 il L5, un Dense Flint SF6 in L6 e un Dense Flint SF19 in L7; nessun vetro risulta tecnicamente eclatante e la scelta premia naturalmente al massima economia.

Questo zoom Fujinon-Z 43-75mm 1:3,5-4,5 fu dunque il primo ad essere proposto su una reflex 35mm ad obiettivi intercambiabili come dotazione standard all’acquisto, in alternativa al “normale” fisso da 50mm  e con ingombri e costi relativamente simili, configurandosi quindi come l’antesignano dei noti e diffusi zoom standard di fattura economica che oggi vengono regolarmente forniti in bundle con molti apparecchi di classe medio-bassa.

Restiamo in casa Fuji per spostarci nel settore degli apparecchi più semplici, che spaziano dal modello “usa e getta” pre-caricato alle compatte più economiche e simili a giocattoli.

 

 

Alla seconda categoria appartengono modelli come quello illustrato, spesso utilizzati come gadget di acquisti abbinati e premi a punti o comunque prodotti con l’imperativo della massima semplicità per contenere il più possibile il prezzo finale; in questo caso un accordo per lo sfruttamento dei diritti d’immagine con la Walt Disney Company ha consentito di aggiungere sulla fotocamera la sagoma e il nome di Mickey Mouse, palesando appunto l’intenzione di destinare il semplicissimo apparecchio a ragazzini, un’operazione del resto già vista numerose volte con personaggi Disney, Warner Bros. Animations, Hanna-Barbera, etc.

 

 

Questo tipo di apparecchi sfrutta un sistema ottico essenziale, spesso un semplice menisco, accoppiato ad un singolo tempo di posa ottenuto con otturatori a ghigliottina rotante e ad una singola apertura di diaframma, solitamente ben chiuso per migliorare un po’ la resa a garantire una certa profondità di campo che renda superfluo predisporre la messa a fuoco; con una singola accoppiata tempo/apertura la corretta esposizione è sostanzialmente delegata alla latitudine di posa del film usato, tuttavia è previsto anche un piccolo flash attivabile manualmente per le riprese in interni e in luce scarsa.

Una rotella dentata viene trascinata dalle perforazioni del film 35mm ricaricando la molla dell’otturatore e spesso non esistono altri controlli che il pulsante di scatto, la leva/ghiera di avanzamento e ricarica, il contafotogrammi e il nottolino di riavvolgimento del film.

Nonostante questa struttura semplificata al massimo, certi modelli di compatte super-economiche ed usa e getta prevedono comunque inquadrature panoramiche e grandangolari, pertanto le aziende hanno dovuto spremersi le meningi per concepire obiettivi dal costo irrisorio ma che garantissero nella loro estrema semplicità l’angolo di campo richiesto; un esempio di tali circostanze è portato alla nostra attenzione proprio dal seguente brevetto di Fuji Photo Optical Company.

 

 

Questo documento, depositato il 26 Marzo 1991 e firmato da Kazunori Ohno (già protagonista nel progetto dello zoom Fujinon visto in precedenza), descrive appunto un grandangolare destinato a compatte panoramiche estremamente economiche e risulta interessantissimo perché per ottenere un buon angolo di campo minimizzando il numero di elementi impiegati il progettista è addirittura andato a scomodare e imitare un mostro sacro del settore, il celeberrimo Goerz Hypergon del 1900 che all’epoca copriva addirittura 135° ed è passato alla storia per la sua speciale stellina girevole posizionata davanti alle lenti per compensare la caduta di luce ai bordi.

Questo economico grandangolare Fuji è nato per una copertura angolare ben inferiore, tuttavia le analogie strutturali sono evidenti e lo stesso progettista afferma in chiaro nell’intestazione che il disegno mantiene le caratteristiche originali dell’Hypergon, citandolo in chiaro; l’adozione di 2 lenti falciformi in resina stampata (come si evince dai valori rifrattivi e dispersivi del materiale indicati nel proseguo del documento) ha tuttavia consentito di predisporre a bassissimo costo una o più superfici asferiche (ottenute per stampaggio in una sagoma asferica, e quindi senza aggravi rispetto ad un modello sferico), migliorando la correzione di astigmatismo, aberrazione sferica e coma rispetto ad un modello Hypergon a 2 lenti contrapposte privo di tale miglioria.

L’interessante brevetto contempla 4 differenti “embodiments”, concepiti con 1 o 2 superfici asferiche in differenti posizioni; per compensare la curvatura di campo senza correggerla otticamente, complicando eventualmente il progetto, 2 esemplari prevedono un piano focale incurvato, da predisporre sulla fotocamera di destinazione sagomando opportunamente la sede della pellicola, mentre gli altri, grazie al particolare posizionamento della o delle superfici asferiche e altri fattori, non richiedono questa procedura.

Vediamo dunque queste differenti ipotesi di un “Hypergon” in plastica super-economico per compatta panoramica.

 

 

Il primo “embodiment” mostra chiaramente in sezione lo schema a 2 lenti falciformi contrapposte che caratterizzava l’Hypergon originale di ben oltre un secolo fa; l’apertura massima, fissa, è appena 1:13,8, valore necessario per la correzione del semplicissimo sistema (ricordo che l’Hypergon originale utilizzava 2 valori, tutto aperto e con 1 f/stop di chiusura, in una obsoleta scala Goerz che corrispondono approssimativamente ad 1:22 ed 1:32, quindi l’esigenza di diaframmi molto chiusi è da sempre legata a tale schema).

Si può notare come la semidiagonale sia limitata a 19,5mm, con una diagonale di formato da 39mm inferiore ai 43,2mm tipici del 24x36mm, probabilmente perché per accentuare l’effetto panoramico l’apparecchio di destinazione non sfruttava completamente l’altezza utile ma mascherava il 24×36 per ottenere un formato più accelerato; nel diagramma dell’aberrazione sferica si osserva come le curve relative a 2 differenti lunghezze d’onda della luce (il giallo D-line a 589nm e il violetto G-line a 435nm di frequenza) denuncino un reciproco ed evidente spostamento di fuoco, un limite intrinseco di sottocorrezione cromatica che è tipico di questo schema e che era presente anche nel Goerz Hypergon originale, imponendo l’uso delle lastre ortocromatiche dell’epoca (insensibili a certe frequenze della luce) e anche di una prassi che prevedeva la massa a fuoco ad 1:22 e lo scatto chiudendo tassativamente ad 1:32 perché il focus shift introdotto dalla leggera diaframmazione compensava quello che la sensibilità selettiva della lastra non aveva ancora fatto.

Questo esemplare utilizza una superficie asferica nel raggio anteriore della prima lente, e la buona correzione dell’astigmatismo è evidenziata dalla giacitura ravvicinata delle 2 curve nel grafico “curvatura di campo”, tuttavia quest’ultima risulta piuttosto elevata e infatti nella sezione dello schema il piano focale (P) risulta incurvato per compensare (naturalmente la grafica esagera la curvatura per evidenziarla).

Infine, la distorsione nell’Hypergon originale era praticamente assente per la struttura perfettamente simmetrica delle 2 lenti contrapposte, mentre in questo modello Fuji per aumentare le variabili di calcolo i 4 raggi di curvatura relativi alle superfici delle lenti sono differenti e questa asimmetria richiama in causa tale aberrazione, contenendola ad un valore nell’intorno del 3% che la rende visibile ma non eccessiva.

Il documento non specifica l’angolo di campo previsto in uso, tuttavia considerando la tipologia dell’ apparecchio di destinazione ritengo che venissero sfruttati circa 80°- 85°.

 

 

Il secondo “embodiment” è il più sofisticato della serie perché prevede ben 2 superfici asferiche, applicate ai raggi esterni delle 2 lenti, e questo consente eventualmente di prevedere un piano focale non incurvato, mentre lo spostamento di fuoco a varie frequenze dello spettro nel diagramma dell’aberrazione sferica rimane evidente, confermando tale caratteristica come connaturata allo schema, e anche la distorsione (questa volta di segno opposto) risulta leggermente ridotta ma comunque presente a causa delle asimmetrie di disegno.

 

 

Il terzo modello torna ad una singola superficie asferica frontale, come nel primo, esibendo però una maggiore simmetria fra le 2 lenti; anche il comportamento è simile a quello del primo “embodiment”, con distorsione di analoga entità/orientamento e visibile focus shift alle differenti frequenze dello spettro; anche in questo esemplare l’astigmatismo è ben corretto e permane una certa curvatura di campo, con piano focale incurvato per compensarla.

 

 

Infine, il quarto “embodiment” è l’unico a prevedere un profilo asferico sulla superficie interna e concava della prima lente, una procedura che renderebbe la lavorazione tradizionale a controllo numerico molto complicata e che invece nella procedura di stampaggio non crea differenze avvertibili; lo spostamento di fuoco alle differenti frequenze della luce nel diagramma dell’aberrazione sferica rimane molto avvertibile mentre in questo caso la distorsione è finalmente trascurabile, come si conviene ad uno schema di questo tipo, e nuovamente il piano focale risulta piatto.

 

 

Questo schema raggruppa i dati grezzi di progetto dei 4 esemplari, con la relativa posizione dei profili asferici evidenziata in rosso nella sequenza delle superfici; il documento indica anche gli esatti parametri che definiscono il profilo parabolico per ciascun elemento asferico e il resto dei dati conferma l’asimmetria reciproca degli elementi impiegati in ogni schema.

Tutti i modelli sono accomunati dall’utilizzo dello stesso elemento rifrangente, una resina con basso indice di rifrazione (Nd= 1,49116) abbinato ad una dispersione media e marcatamente inferiore a quella che caratterizza i vetri ai fluoruri di rifrazione simile (in questi modelli Fuji il corrispondente numero di Abbe è Vd= 57,6, il valore 57,8 presente in alcuni modelli è un errore di compilazione).

L’utilizzo di lenti stampate in plastica consente di ottenere a costi irrisori anche profili asferici ed è una scelta logica e condivisibile per obiettivi del genere; l’unico handicap in fase di produzione è l’eventuale deposizione di rivestimenti antiriflesso, dal momento che la temperatura elevata raggiunta nelle apposite campane sotto vuoto per la sublimazione a caldo dei relativi materiali può sciogliere la resina delle lenti, imponendo procedure ad hoc.

Voliamo ora agli antipodi, negli stati uniti, per parlare di radioattività; questo argomento, quando viene abbinato alla fotografia, solitamente ha a che fare con obiettivi vintage realizzati sfruttando vetri ottici che contengono ossido di torio, tuttavia in questo caso il racconto chiama addirittura in causa il Trinity test, ovvero la prima detonazione nucleare della storia portata di recente alla ribalta dal celebre film “Oppenheimer” presentato nel 2023 e dedicato alla vicenda umana del fisico Robert Oppenheimer, responsabile del Progetto Manhattan che portò alla realizzazione delle famigerate bombe atomiche sganciate sul Giappone e che vennero appunto precedute da un esperimento effettuato per verificare la funzionalità dei sistemi.

Il Trinity test vide la detonazione di un ordigno al plutonio, nome in codice The Gadget, alle prime ore del mattino del 16 Luglio 1945, dopo anni di estenuanti ricerche; l’esplosione ebbe successo, e nonostante i 25 chilotoni liberati solo il personale direttamente coinvolto fu a conoscenza dell’evento, dal momento che il test avvenne nel deserto della Jornada del Muerto in New Mexico, presso l’Alamagordo Bombing and Gunnery Range gestito dall’Aeronautica statunitense e in un’area assolutamente isolata con sgombero totale su un territorio immenso.

Questo cruciale test fu naturalmente classificato col massimo livello di segretezza e nessuno venne informato della sua esistenza, tantomeno personale civile estraneo al progetto.

 

 

Nel frattempo l’azienda Eastman Kodak di Rochester si prodigava attivamente nelle sue floride attività, fra le quali naturalmente produrre e commercializzare le sue apprezzate pellicole fotografiche, delle quali possiamo vedere una campionatura in questa foto dell’epoca; proprio i tecnici della Kodak furono i primi a rendersi conto involontariamente del segretissimo esperimento nucleare, dal momento che il fall-out radioattivo della detonazione fu portato da venti sostenuti fino a grande distanza, arrivando addirittura a contaminare lotti di pellicole dell’azienda in fase di lavorazione.

 

 

Queste contaminazioni produssero specifici artefatti visibili sul film dopo lo sviluppo, e siccome anche a Rochester erano a ruolo tecnici e scienziati, questi ultimi non impiegarono molto a sommare i fattori e concludere che queste anomalie non dipendevano da un difetto di produzione ma appunto dalla contaminazione radioattiva per fall-out in seguito a qualche evento, intuendo cosa fosse realmente successo.

 

 

Nei casi meno evidenti sulle pellicole trattate comparivano piccoli spot anneriti circolari, come quelli visibili in questa immagine ricavata da rari documenti dell’epoca.

 

 

In altri casi l’effetto era molto più evidente e con specificità tali da portare inequivocabilmente i tecnici Kodak sulla pista giusta, ovvero la contaminazione da fall-out radioattivo.

Ignoro quale sia stata l’evoluzione della vicenda e se eventualmente la Eastman Kodak, che peraltro era coinvolta direttamente in tempo di guerra in forniture governative ad uso militare, abbia informato sotto traccia chi di dovere rivelando cosa fosse successo ai loro film e le relative conclusioni alle quali erano giunti i suoi tecnici… Sicuramente la risposta sarà in qualche faldone ancora super-secretato!

(continua nella parte 8)

 

 

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