Curiosità assortite dell’universo fotografico (ottava parte)

Continua dalla settima parte

 

Passiamo ora ad argomenti più leggeri, tornando nel paese del Sol Levante e chiedendo ospitalità in casa Nikon.

 

 

Tale azienda, nata come Nippon Kogaku, vanta oltre un secolo di vita e con giustificato orgoglio ha sovente festeggiato le fasi che hanno scandito la sua storia, sottolineandole con gadget come quello illustrato, ovvero un piccolo orologio da tavolo brandizzato che venne concepito per celebrare i 40 anni dall’introduzione della baionetta Nikon F (1959-1999), dettaglio inequivocabilmente richiamato da un’autentica baionetta Nikon (della generazione corrente, notate il foro per la presa di forza del motore autofocus) che inscrive un orologio sul cui quadrante troviamo le diciture Nikon, F e 40°.

Si tratta di un oggetto sicuramente desiderabile per un fan del marchio, peccato soltanto per le piccole dimensioni imposte dal diametro della baionetta utilizzata.

Restando in azienda voglio descrivere una delle applicazioni più estreme previste per il corpo Nikon F e che a inizio anni ’70 definiva una sofisticazione operativa che ben pochi fabbricanti potevano permettersi di gestire.

 

 

Di questo Nikon Video Remote Control rimane solamente un’immagine poco nitida e con vistosa retinatura tipografica, tuttavia per l’epoca tale sistema sfiorava il fantascientifico perché si trattava di un apparecchio Nikon F comandato a distanza che consentiva simultaneamente la presa di fotografie e la trasmissione di immagini video, entrambe focalizzate dallo stesso obiettivo; l’apparecchio, con motore di avanzamento e dorso ad alta capacità per pellicola 35mm a metraggio, era montato su una culla giroscopica motorizzata con remote control che consentiva di puntare la fotocamera nella direzione desiderata, verificando l’inquadratura acquisita grazie al sistema parallelo di monitoraggio video e scattando quindi le fotografie dopo averla adeguatamente impostata; per giusta misura l’obiettivo a sua volta utilizzava un primitivo sistema autofocus ed una fotocellula EE esterna controllava automaticamente l’apertura di diaframma in funzione della luce ambiente disponibile; complessivamente questo dispositivo avrebbe fatto bella figura in un film di James Bond dell’epoca!

 

 

Questo schema illustra la complessa serie di componenti ad accoppiamento sinergico che consentivano di finalizzare il sofisticato sistema video-fotografico; notate come l’immagine video fosse acquisita dall’obiettivo attraverso lo specchio reflex primario del corpo macchina e quindi, sfruttando un percorso definito da altri 3 specchi a 45° ed un relay lens, venisse inviata alla telecamera per la conversione in video; questa ingombrante commistione di meccanica ed elettronica della prima ora oggi può far sorridere ma a quei tempi le prestazioni consentite dal Nikon Video Remote Control avevano dell’incredibile.

 

 

Una vista ravvicinata della Nikon F modificata con i vari accessori applicati consente di comprenderne meglio la funzionalità; il corpo motorizzato con dorso per pellicola a metraggio e 250 fotogrammi di autonomia consentiva lunghe sessioni di ripresa fotografica senza l’intervento fisico dell’operatore, mentre l’obiettivo era un modello molto sofisticato, analogo al Nikon AF-Nikkor 80mm 1:4,5 del 1971, nel quale uno schema zoom utilizzato a focale minima non sfrutta per la creazione dell’immagine le porzioni periferiche delle grandi lenti anteriori i cui fasci sono invece focalizzati da uno specchio anulare forato e posizionato a 45° che li proietta in basso su un elemento in grado di valutare il contrasto acquisito e definire il fuoco muovendo avanti e indietro un modulo di lenti interno all’obiettivo, mentre il cilindro sopra quest’ultimo misura esternamente l’esposizione e gestisce in automatico il diaframma.

Per la funzione video l’immagine proiettata dallo specchio primario arriva ad un mirino periscopico che la trasferisce in basso nella parte posteriore del corpo Nikon F, fino alla porzione terminale dove un EL-Nikkor da ingrandimento adattato la focalizza ad uso del sistema di acquisizione video posizionato sotto il motore; quest’ultimo risulta profondamente modificato rispetto alla serie per adattarsi alle specifiche esigenze.

Si tratta di un magnifico esempio del massimo raggiungibile con tecnologie ancora adolescenziali e che anticipa di anni elementi come l’obiettivo autofocus; all’epoca era sicuramente un notevole biglietto da visita del know-how Nippon Kogaku.

Ci trasferiamo ora in Germania per focalizzarci sul primo, vero grandangolare di piccolo formato messo sul mercato, il Carl Zeiss Jena Tessar 2,8cm 1:8 introdotto a fine 1932 per la neonata fotocamera 35mm a telemetro Zeiss Ikon Contax.

 

 

Infatti quest’obiettivo infrangeva la barriera del 35mm e garantiva una copertura sulla diagonale di circa 75°, all’epoca considerevole, pagando tuttavia lo scotto con un’apertura massima limitata ad 1:8.

 

 

Questa limitazione dipendeva dall’aver ricavato un grandangolare così spinto semplicemente forzando il classico schema Tessar a 4 lenti in 3 gruppi; quest’ultimo risulta naturalmente predisposto ad una certa copertura angolare, e fino a 50° – 55° è in grado di offrire buoni risultati con aperture massime accettabili, tuttavia stiracchiarlo fino a tal punto ha imposto drastici sacrifici nella luminosità.

Questo Tessar 2,8cm 1:8 per Contax rimase in produzione fino al 1949, ne furono realizzati circa 7.400 esemplari e viene normalmente considerato l’unico grandangolare Carl Zeiss Jena con tale copertura angolare abbinata allo schema Tessar e sfruttando l’apertura 1:8.

 

 

Tuttavia, osservando ad esempio questa pubblicità Exakta del 1937 pubblicata sul British Journal Almanac, possiamo notare una foto grandangolare realizzata col modello 6,5x4cm e utilizzando un Wide-Angle Tessar 5,5cm 1:8, cioè con un obiettivo dalle specifiche analoghe al 2,8cm appena descritto ma con focale e copertura superiori.

 

 

Analizzando il catalogo Carl Zeiss Jena del 1939 troviamo conferma e possiamo annotare un Wide Angle Tessar da 5,5cm 1:8 che copre il formato 6,5x4cm.

 

 

Chiamando in causa un’altra brochure dello stesso anno abbiamo informazioni ancora più dettagliate, e nella sezione Tessar 1:8 per lavori grandangolari sono indicati sia il classico Tessar 2,8cm 1:8 per il formato 24x36mm (Contax) che un fratello maggiore da 5,5cm 1:8; per quest’ultimo viene citata anche una montatura alternativa con otturatore centrale Compur, preconizzando eventualmente un impiego su fotocamere differenti dalla Exakta 6,5x4cm considerata finora.

 

 

Questa immagine svela definitivamente l’arcano e conferma come sia effettivamente esistita una versione maggiorata del Tessar grandangolare 2,8cm 1:8 per Contax, con identica apertura e schema ottico ma focale portata a 5,5cm per illuminare formati superiori.

 

 

Come accennato, il principale utilizzatore del Tessar grandangolare da 5,5cm 1:8 fu la l’Exakta nella versione per film 127 e formato 6,5x4cm; è quindi curioso prendere atto di come la Carl Zeiss Jena, nonostante il Tessar grandangolare 1:8 fosse un progetto di compromesso con apertura massima molto ridotta (specie per le sensibilità dell’epoca), non si fosse limitata all’ ”esperimento” del modello 2,8cm per Contax ma avesse bissato concependo anche la versione da 5,5cm per formato superiore che all’atto pratico è quasi sconosciuta.

Restiamo ora nell’ambito della stessa azienda, sempre in tema di grandangolari e nel periodo da fine anni ’30 al termine del conflitto.

 

 

Pochi mesi dopo il lancio del Tessar grandangolare da 2,8cm 1:8 per Contax visto in precedenza, Robert Richter di Carl Zeiss Jena disegnò e brevettò per la casa un nuovo grandangolare che idealmente si rifaceva al citato Goerz Hypergon ma aggiungeva una seconda coppia di menischi interni sottili e fortemente incurvati che miglioravano la correzione cromatica; questo grandangolare fu ribattezzato Topogon, la copertura tipica era nell’intorno dei 90° e per la sua ottima nitidezza ed estrema correzione della distorsione venne largamente sfruttato per riprese e mappature aeree, sia civili che da parte della Luftwaffe in tempo di guerra.

In realtà di obiettivi Topogon nell’Anteguerra non ne furono prodotti numeri significativi ma il modello di maggiore focale e con copertura del formato più ampio fra quelli concepiti fu il Topogon 20cm 1:6,3, debitamente utilizzato in tempo di guerra per riprese aeree di utilità strategica e in tale contesto anche aggiornato con nuovissimo rivestimento antiriflesso T, all’epoca ancora gestito alla stregua di un segreto militare.

Quest’obiettivo non è soltanto molto raro e storicamente importante per le implicazioni belliche che lo riguardano ma risulta anche interessante perché, nonostante la produzione assolutamente esigua (addirittura i registri Carl Zeiss Jena citano solamente una manciata di esemplari, ma essendo un pezzo per uso militare probabilmente non sono attendibili), fece registrare non meno di 5 varianti relative all’azienda di effettiva produzione e alle diciture civili e militari sulla sua ghiera frontale, dando vita ad un vero rompicapo nonostante, appunto, il numero trascurabile di pezzi assemblati.

Lo schema seguente anticipa e riassume questo dedalo di variabili.

 

 

Inizialmente (tipo 1) l’obiettivo aveva denominazioni analoghe ai normali obiettivi Carl Zeiss Jena, anche se la presenza del rivestimento T lo definisce fin da subito come un obiettivo previsto per impiego militare.

Nel tipo 2 la denominazione è ancora in chiaro, tuttavia nelle scritte viene distinto il nome dell’azienda che lo ha progettato (Bauart) e di quella che lo ha effettivamente assemblato (Hersteller), sebbene in questo caso coincidano e si tratti in entrambi i casi di Zeiss; notate comunque come la denominazione sia stata ora abbreviata a Carl Zeiss, omettendo Jena, probabilmente perché trattandosi di un obiettivo per uso militare veniva gestito dalla speciale divisione Carl Zeiss Militarabteilung, da cui la dicitura abbreviata (sebbene anche la sua sede fosse sempre a Jena).

Per ragioni imperscrutabili, vista la produzione così esigua, l’obiettivo venne anche appaltato e prodotto su licenza dall’azienda ottica Emil Busch A – G di Ratenhow, pertanto il tipo 3 prevede scritte analoghe al tipo 2 ma nel settore dedicato all’effettivo fabbricante (Hersteller) compare ora questa seconda azienda in luogo di Carl Zeiss, che invece rimane citato come progettista (Bauart); trattandosi di una produzione Emil Busch, il seriale della matricola cambia posizione e finisce in coda a questa nuova ragione sociale, mentre non essendo una produzione Zeiss scompare la T rossa che definisce l’antiriflesso della casa, sebbene le lenti fossero comunque trattate.

Fino a questo punto il nome dell’obiettivo e la ragione sociale di progettista e fabbricante erano espresse in chiaro, ma com’è noto con la piega assunta dagli eventi bellici e i bombardamenti alleati sempre più audaci che si spingevano profondamente in territorio tedesco suggerirono di criptare il fabbricante e la provenienza dei dispositivi di uso militare, in modo da evitare che tali siti venissero identificati da esemplari caduti in mani nemiche e i relativi stabilimenti bombardati; venne quindi messo a punto un codice alfabetico di 3 lettere da abbinare ad ogni azienda coinvolta in queste produzioni (ad esempio: beh = Leitz Wetzlar), e sui relativi prodotti utilizzati in campo bellico non compariva più la ragione sociale in chiaro ma questa semplice sigla anonima; tale transizione caratterizza il tipo 4, e in questa serie di esemplari Carl Zeiss Jena tornò ad essere anche il fabbricante, pertanto Bauart ed Hersteller coincidono ma la relativa azienda viene semplicemente indicata come blc, ovvero il codice relativo al Carl Zeiss Militarabteilung di Jena; notate come anche il nome Topogon sia stato omesso, per evitare la relativa identificazione.

Il tipo 5, l’ultimo, replica lo stesso protocollo del tipo 4 ma in questo caso la Emil Busch A – G di Rathenow torna ad essere il fabbricante appaltato, pertanto il progettista (Bauart) risulta blc, cioè il Carl Zeiss Militarabteilung, mentre il fabbricante (Hersteller) è definito cxn, sigla appunto legata alla Emil Busch A – G Optische Industrie Rathenow.

SI tratta quindi di una sistematica molto complessa e legata ad obiettivi utilizzati in tempo di guerra che furono prodotti in tirature limitatissime, con la stragrande maggioranza degli esemplari scomparsi in tali eventi, e devo ammettere di aver impiegato anni per documentare le tipologie e mettere ordine in questo apparente caos.

Vediamo ora le immagini di alcuni di questi obiettivi; purtroppo al momento non sono stato in grado di documentare visivamente tutte e 5 le versioni citate.

 

 

Il primo tipo era già un obiettivo di impiego militare, con trattamento T e montatura destinata a specifici velivoli della Luftwaffe, tuttavia la piega inizialmente vittoriosa degli eventi faceva si che i fabbricanti lasciassero quasi orgogliosamente le normali diciture identificative sul pezzo; notate come non sia ancora presente la distinzione fra progettista e fabbricante; in realtà questo modello da 20cm di focale per grandi formati aerofotografici fece la sua comparsa nel 1936, quindi dovrebbero esistere esemplari civili precedenti a questo e privi di rivestimento T.

 

 

Queste celle ottiche smontate appartengono al terzo tipo, nel quale i nomi sono ancora in chiaro, esiste distinzione fra progettista e fabbricante e quest’ultimo è Emil Busch; notate come la matricola sia ora in calce al nome di quest’ultima azienda e con la relativa numerazione conforme alla sua sistematica e non a quella coeva di Carl Zeiss Jena.

 

 

Questo esemplare, poi adattato per riprese fotografiche convenzionali su banco ottico e lastre piane, appartiene invece al tipo 4, nel quale scompariva il nome Topogon e quello delle aziende che avevano progettato e prodotto il pezzo risultava sostituito dal “three letters code”; nel tipo 4 Bauart ed Hersteller coincidevano e infatti in questo esemplare entrambi corrispondono a blc, cioè Carl Zeiss Militarabteilung Jena.

 

 

Questo dettaglio mostra invece la sede per rinvii e ingranaggi, molti mancanti, che consentivano la gestione dello scatto in remoto sul velivolo.

 

 

L’esemplare corrispondente al tipo 4 e poi “civilizzato” adattandolo ad un otturatore centrale convenzionale è molto interessante perché consentiva all’utilizzatore di sfruttare un enorme cerchio di copertura con nitidezza eccellente e rivestimento antiriflesso presente già nell’immediato Dopoguerra.

Il Topogon 20cm 1:6,3 di Carl Zeiss Jena è stato quindi un obiettivo molto interessante sia per le implicazioni del suo utilizzo strategico in tempo di guerra che per questa tassonomia incredibilmente tormentata.

 

 

L’ultima curiosità di questa puntata riguarda invece il marchio Vivitar; questo brand name oggi è scomparso dal settore ma negli anni ’70 e ’80, gestito dall’organizzazione statunitense Ponder & Best, realizzava e commercializzava una vasta gamma di obiettivi intercambiabili per le principali reflex; in realtà Vivitar non produceva direttamente gli articoli ma Ponder & Best si limitava a commissionare la progettazione del modello (spesso a specialisti free-lance) e quindi ne appaltava la produzione ad aziende del settore, con una sorta di bando al ribasso per definire il relativo vincitore che avrebbe fattivamente realizzato tali esemplari.

Questa prassi, oggi molto diffusa, svincolava Vivitar da rigidi limiti compartimentali o di know-how, mettendola di fatto in grado di commercializzare qualsiasi cosa, dal momento che dal far progettare per proprio conto un articolo e quindi produrre da terzi o semplicemente etichettare con marchio Vivitar qualcosa di già pronto e definito, sviluppato da altri, il passo era breve; non deve quindi stupire che il management, negli anni ’70, avesse concepito un piano ambizioso per ritagliarsi una fetta di mercato in un settore completamente estraneo alla fotografia, sebbene tale operazione sia stata completamente fallimentare.

 

 

Tale progetto prevedeva l’espansione nel settore dell’hi-fi, commercializzando prodotti di tale categoria col marchio Vivitar; le primissime pubblicità correlate, diffuse negli States, volutamente rimanevano ambigue, affermando che il marchio intendeva commercializzare una completa linea di registratori per musicassette, radio e altri dispositivi del settore ma senza specifici dettagli e ponendo il focus su questo concetto di “Sensuous Sound”, visualizzato dall’immagine ammiccante dei 2 ragazzi nudi sotto la doccia,

 

 

L’abbinamento fra i prodotti hi-fi Vivitar, la sensualità e l’anatomia umana evidentemente erano stati scelti dai creativi come leit motiv per lanciare la gamma, e infatti in questa ulteriore pubblicità statunitense, che finalmente mostra l’illustrazione di un prodotto aggiungendo anche dettagli tecnici specifici, abbina la musica prodotta da tali articoli alla stimolazione dell’orecchio, paragonato ad una zona erogena.

Sicuramente si tratta di advertising un po’ fuori dal comune ma non furono sufficienti a lanciare il marchio Vivitar in un settore evidentemente già saturo e con un’agguerrita e consolidata concorrenza in tutte le fasce di prezzo, pertanto gli hi-fi Vivitar e il loro “Sensuous Sound” rimasero solamente una curiosità, un tentativo troppo temerario e fallito, tuttavia con senno di poi agli appassionati che conoscono il marchio solamente per i relativi ed apprezzati obiettivi fotografici può sembrare davvero bizzarro che il logo Vivitar avrebbe potuto campeggiare anche su un giradischi o un amplificatore di buona gamma!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

 

 

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