Curiosità assortite dell’universo fotografico (#9)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguo nella descrizione di pezzi o episodi curiosi legati al mondo della fotografia, corroborato dall’apprezzamento ottenuto con articoli precedenti di analogo tenore.

 

 

Iniziamo il nostro percorso con una peculiarità del mercato statunitense legata all’importazione e distribuzione di prodotti nipponici; il fatto di essere magari poco conosciuti negli States e la diffidenza che ancora serpeggiava dopo le vicende belliche indussero alcune organizzazioni ad aggiungere il proprio marchio noto e rassicurante a fianco di quello originale, fornendo al prodotto un endorsement che doveva ispirare fiducia ai potenziali clienti ed indurli all’acquisto.

E’ per tale ragione che molti esemplari anni ’60 o ’70 commercializzati negli U.S.A. sono marcati Bell&Howell / Canon (come la 7 di questa pubblicità), Ansco / Minolta, Honeywell / Pentax o Beseler / Topcon, pezzi che oggi affiorano sul mercato e possono suscitare comprensibile curiosità; personalmente non apprezzo affatto tali aggiunte arbitrarie e potendo preferirei un esemplare col semplice brand name originale, tuttavia anche questa è storia.

 

 

Restando in casa Canon, vorrei spendere 2 parole su una famosa reflex anni ’60 e risvolti pratici delle sue scelte tecniche che non sono mai stati adeguatamente evidenziati; l’apparecchio in questione è la famosa Pellix a specchio fisso semitrasparente, un modello che sulla carta doveva portare una svolta tecnologica nel settore e che invece scomparve in fretta e senza lasciare eredi.

 

 

La Canon Pellix adottava infatti uno specchio a 45° privo di movimenti e realizzato con una specifica tecnologia che consentiva il passaggio al 70% della luce proveniente dall’obiettivo, mentre il restante 30% veniva dirottato al mirino; questo consentiva di esporre senza sollevare lo specchio stesso, limitando le vibrazioni al livello di un apparecchio a telemetro e senza pausa di oscuramento nel mirino; tuttavia già questo fattore riduceva l’esposizione teoricamente garantita dalla coppia tempo/diaframma adottata, e nel contempo la quantità di luce inviata al mirino era molto inferiore rispetto alla norma, dettagli che indussero Canon a mostrare negli schemi tecnici e a suggerire come primo equipaggiamento il luminosissimo normale con apertura 1:1,2, eventualmente sfruttabile per supplire a tali deficienze.

 

 

Un’altra caratteristica unica della Pellix era la lettura esposimetrica TTL di tipo spot stretto, finalizzata grazie ad un foto-resistore al CdS montato su un braccetto mobile (funzionalmente analogo a quello presente nelle Leica M5 o CL) che misurava l‘esposizione sul piano focale, al centro del fotogramma, sfruttando la luce trasmessa dallo specchio semitrasparente, ribaltandosi poi in avanti per consentire l’acquisizione della fotografia; a parte le considerazioni sulla precisione oggettiva di riscontro (non è detto che un sistema convenzionale con fotocellule che misurano nel pentaprisma o sul vetro smerigliato non sia altrettanto attendibile), una lettura a spot stretto può essere uno strumento molto potente in mano al fotografo smaliziato ma anche fonte di clamorosi errori per l’utente inesperto che magari dimentichi tale caratteristica e misuri l’esposizione in modo convenzionale, magari collocando casualmente l’area di misurazione selettiva su una porzione molto chiara o molto scura che falsano la media corretta.

 

 

Questa pubblicità dell’epoca evidenzia infatti il vantaggio di misurare selettivamente sull’area giusta in presenza di forti contrasti ma tale possibilità, appunto, prevede di operare con competenza e idee ben chiare.

Questi elementi, unitamente alla facilità con la quale lo specchio si impolverava o graffiava, penalizzando il risultato finale, non permisero mai alla coraggiosa Pellix di decollare, tuttavia al novero di obiezioni se ne può aggiungere un’altra, all’epoca mai presa adeguatamente in considerazione: l’eventuale e oggettivo detrimento qualitativo introdotto dallo specchio semitrasparente rispetto allo stesso obiettivo impiegato su un corpo convenzionale a specchio mobile; fortunatamente all’epoca la prestigiosa rivista statunitense Modern Photography si pose la stessa domanda, effettuò prove esaustive e pubblicò un articolo con le relative conclusioni del quale propongo a seguire gli stralci salienti.

 

 

La risposta dei tecnici all’interrogativo fu positiva, effettivamente lo specchio degradava in qualche modo la qualità d’immagine teoricamente disponibile; all’epoca la rivista non aveva ancora introdotto i test con linee di risoluzione al millimetro e si limitava ad un giudizio sintetico, tuttavia l’impressione fu che lo specchio semitrasparente comportasse una perdita media pari a circa un valore dell’indice di qualità; naturalmente le differenze nella pratica non erano allarmanti e per apprezzare una maggiore morbidezza dei dettagli, una leggera perdita di contrasto e un certo incremento di flare fu necessario osservare stampe da 11”x14” affiancate ma l’uso dello specchio fisso semitrasparente chiedeva in ogni caso il suo tributo; a detta dei tecnici anche l’equilibrio cromatico veniva alterato, con una leggerissima tendenza ai toni caldi.

Incidentalmente, Modern bocciò la scelta di utilizzare il normale 1:1,2 superluminoso sulla Pellix, nonostante Canon la caldeggiasse, perché secondo i tecnici la qualità d’immagine risultava oggettivamente inferiore rispetto ai modelli 1:1,4 e 1:1,8, pertanto l’ulteriore perdita prodotta dallo specchio semitrasparente avrebbe comportato a certe aperture un risultato poco soddisfacente.

La Pellix fu quindi una proposta interessante ma minata alle fondamenta da controindicazioni tecniche.

 

 

Per chiudere in bellezza questa parentesi su Canon vorrei proporre questa pubblicità statunitense del Febbraio 1966, nella quale era addirittura proposto un modello in carta a dimensioni reali del corpo Canon FX da ritagliare e montare per poterlo stringere in mano e apprezzarne le caratteristiche.

A parte l’ingenuità della proposta (gli elementi in rilievo sul top non sono congruenti, così come manca la visione perimetrale dell’intero obiettivo per assemblarne il paper model tridimensionale), l’idea di base dei creativi risulta invece decisamente brillante perché il lettore, anziché voltare frettolosamente pagina dopo un’occhiata distratta, viene coinvolto irresistibilmente in una prassi prolungata che lo obbliga a confrontarsi con la fotocamera a i suoi dettagli, stringendone poi in mano un simulacro che invoglia all’acquisto della versione reale.

Passiamo ora in casa Fuji per qualche altra curiosità vintage; l’azienda, pur nota principalmente per il suo passato di colosso dei materiali sensibili, vanta una solida tradizione come produttore di fotocamere ed obiettivi, e nella fattispecie voglio evidenziare 2 ottiche degli anni ’50 per apparecchi a telemetro che per luminosità hanno anticipato molti concorrenti, Leitz in primis.

 

 

Gli obiettivi in questione sono il normale Fujinon 50mm 1:1,2 e il grandangolare Fujinon 35mm 1:2; questa pubblicità venne divulgata nel Gennaio 1956 e all’epoca, in casa Leitz, le corrispondenti proposte di maggiore luminosità erano il Summarit 50mm 1:1,5 e il Summaron 35mm 1:3,5, pertanto il 50mm Fuji offriva un’apertura massima più spinta di 0,65 stop e il 35mm di 1,5 stop.

Il Fujinon 50mm 1:1,2 utilizza uno schema Sonnar di Bertele nella configurazione più sofisticata, impiegando la struttura a 7 lenti del Sonnar 50mm 1:1,5 con un’ottava lente posteriore (già prevista anche da Bertele ma mai utilizzata nella serie) e l’impiego di ben 6 vetri agli ossidi delle Terre Rare, mentre il Fujinon 35mm 1:2 adotta uno schema Doppio Gauss a 7 lenti con 2 grossi menischi posteriori spaziati che probabilmente riducono la vignettatura e anch’esso si avvale di 5 vetri agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione.

All’epoca si trattava sicuramente di un’offerta appetitosa e paradossalmente, in un mercato nel quale i normali iperluminosi iniziavano ad essere ben rappresentati, a destare maggiore interesse fu proprio il grandangolare 35mm 1:2, oggetto di estese prove da parte di tecnici e riviste nipponiche proprio per le inedite possibilità di ripresa grandangolare a luce ambiente.

Un altro interessante dettaglio, legato questa volta a corpi macchina Fujica vintage, è il particolare sistema di messa a fuoco.

 

 

Un primo esempio è costituito dalla Fujicarex, una reflex semplificata con obiettivo fisso 50mm 1:1,9, otturatore centrale Citizen e piastra esposimetrica al selenio sul frontale; per questo modello i tecnici avevano predisposto il cosiddetto “Control Cluster” che prevedeva la normale leva di avanzamento film e, sotto di essa nel carter della copertura, 2 selettori zigrinati girevoli (del tutto analoghi a quelli presenti nelle moderne digitali) che consentivano di settare l’esposizione ed impostare la messa a fuoco.

Pertanto l’obiettivo non prevedeva una propria ghiera dedicata a tale funzione e per regolare la distanza si osservava l’immagine nel mirino reflex ruotando col pollice destro la relativa ghiera fino a collimazione; il “Control Cluster” era quindi una interessante soluzione che consentiva di mettere a fuoco, regolare l’esposizione, scattare ed avanzare il film senza togliere l’occhio dal mirino né muovere le mani in giro per l’apparecchio.

 

 

Una soluzione analoga era stata introdotta anche nella compatta Fujica Compact Deluxe che, oltre al pregevole normale a 6 lenti con apertura 1:1,8, prevedeva a sua volta una ghiera zigrinata posteriore che finalizzava la messa a fuoco; questa pubblicità è interessante anche per il suo afflato profetico: venne infatti divulgata nel Febbraio 1969 e lo slogan principale affermava che l’apparecchio dimezzava i tempi richiesti per focheggiare, finchè la messa a fuoco automatica non fosse nel frattempo stata inventata, soluzione all’epoca solo ipotizzabile ma divenuta effettivamente realtà dopo una quindicina d’anni.

 

 

Un’altra pubblicità d’epoca dedicata ad un modello simile che utilizzava lo stesso obiettivo 1:1,8 a 6 lenti, la Fujica V-2, è interessante perché mostra come negli States i clienti fossero mediamente piuttosto esperti e addentro alla materia, al punto che l’argomentazione principale a favore proposta nella pagina è l’elevato potere risolutivo dell’ottica impiegata, evidenziato da un grafico che mostra le linee al millimetro risolte da centro a bordi con le aperture 1:1,8 ed 1:5,6; a parte che la reboante affermazione relativa ad una resa brillante da un angolo all’altro viene involontariamente smentita dallo schema, con risoluzione ai bordi oltre 3 volte inferiore rispetto al centro, questa inserzione pubblicata su una rivista statunitense lascia intendere il livello di competenza medio preconizzato per i lettori; del resto nel mercato americano erano previsti ampi margini di guadagno per gli esercenti proprio perché era prassi comune spiegare e dimostrare per filo e per segno il prodotto al potenziale acquirente sviscerando tutti i dettagli tecnici e operativi, elevando in tal senso anche il livello della clientela.

Passiamo ora a teleobiettivi catadiottrici, cioè realizzati fruttando anche specchi concavi e convessi che consentono di limitare drasticamente l’ingombro.

 

 

Questi obiettivi si affacciarono sul mercato delle reflex negli anni ’60 (ma già negli anni ’50 esistevano modelli sovietici basati sul lavoro di Maskutov) e in seguito ebbero ampia diffusione, arrivando anche a modelli particolari per focale e apertura che spesso erano di impiego militare e sconosciuti al grande pubblico; in questo elenco anni ’70 possiamo infatti trovare esemplari inusitati come luminosissimo Barnes 290mm 1:2,3, all’epoca con uno sticker price astronomico da 11.000 Dollari, il Wollensak con moltiplicatore incorporato che consente di scegliere fra 1.000mm 1:5,6 o 2.000mm 1:11 o lo Zoomar Reflectar che, con poche modifiche interne (purtroppo da mettere in atto a cura del fabbricante) si poteva trasformare in 500mm 1:4, 1.000mm 1:8, 2.000mm 1:15, 2.500mm 1:20 e 3.800mm 1:25, con pesi da 17 a 45kg (!); tutti questi mostruosi obiettivi, sebbene teoricamente compatti per la focale corrispondente, rinunciano sicuramente ai presupposti di leggerezza e ridotte dimensioni che solitamente spingono l’acquirente a scegliere un teleobiettivo di questo genere, tuttavia esistono anche eccezioni di segno opposto.

 

 

A tale proposito facciamo una visita ad Askania Werke, azienda tedesca che in passato è stata famosa per le sue cineprese professionali con relativo corredo di ottiche; proprio la Akania già negli anni ’30 aveva realizzato teleobiettivi catadiottrici a specchio per i propri apparecchi, uno dei quali è questo rarissimo Spegellinsen Objektiv 200mm 1:6,8 piccolo come un 90mm Elmar ma di notevole potenza sul formato cine; l’obiettivo è in effetti estremamente compatto (il cilindro nero sul frontale è il paraluce rimuovibile) e la vista anteriore mostra il riflesso dello specchio primario con l’ostruzione al centro della prima lente per ospitare lo specchio secondario, tipica dei catadiottrici.

 

 

Anche la vista posteriore lascia intravvedere le riflessioni degli elementi speculari; fra i più famosi utilizzatori di questi catadiottrici cine annoveriamo Leni Riefenstahl, che per le riprese di “Olympia”, lavoro dedicato alle Olimpiadi di Berlino 1936, utilizzò anche cineprese Askania Werke e in alcune scene con lunghe focali del braciere olimpico in fiamme sullo sfondo del Sole al tramonto o di atleti ripresi da molto lontano compaiono in secondo piano i caratteristici elementi anulari sfuocati che sono una firma inconfondibile dei catadiottrici.

Restando in tema di lunghe focali, risulta interessante questa proposta vintage di Bushnell.

 

 

David Pearsall Bushnell aveva fondato la Bushnell Optics Co. nel 1948 e in seguito operava alla stessa stregua della Vivitar Co., progettando i prodotti e appaltandone la produzione in Giappone; Bushnell divenne famoso per un’articolata gamma di binocoli di buone prestazioni proposti ad un prezzo abbordabile, e in un settore in cui alcuni fabbricanti impiegavano dispositivi monoculari da applicare all’ottica normale della fotocamera per creare un potente teleobiettivo, l’azienda ideò il Buhnell Bino Foto da abbinare ad apparecchi reflex biottica, come ad esempio le Rolleiflex: in pratica si trattava di un binocolo a 7 ingrandimenti, con relativi raccordi a baionetta per gli obiettivi della biottica, che fruttava lo nodo con regolazione della distanza interpupillare per posizionare i  oculari del binocolo nella corretta posizione necessaria all’aggancio, permettendo quindi al fotografo non soltanto di eseguire riprese a notevole distanza (i normali da 75mm e 80mm diventavano ottiche da 525mm e 560mm rispettivamente) ma anche di inquadrare con precisione grazie alla presenza di un sistema ottico gemello anche per l’obiettivo da visione.

Naturalmente la ridotta luminosità complessiva e la criticità della messa a fuoco rendevano la realizzazione di foto come quelle mostrate molto più difficile di quanto la pubblicità non lasciasse intendere, tuttavia si trattava sicuramente di una buona idea, anche considerando che il binocolo 7x si poteva utilizzare anche separatamente, in modo convenzionale.

 

 

Su concetti simili si muove anche questa réclame d’epoca della sconosciuta organizzazione commerciale Colonial Optical Co. di Los Angeles che a quei tempi importava prodotti ottici progettati dall’altrettanto ignota Encino Engineering; in questo caso il protagonista è il teleobiettivo Astronar 200mm 1:7,5 che, tramite un raccordo, può accoppiarsi al 20x Astronar Telescope, un aggiuntivo ottico che trasforma l’obiettivo in un monoculare da visione con ben 20 ingrandimenti.

Il prezzo abbordabile e la versatilità d’uso lo fanno sembrare molto interessante, tuttavia l’apertura massima 1:7,5 risulta molto penalizzante e anche la risoluzione da 1.400 linee/inch, convertita a misure consuete, si sgonfia ad un convenzionale 55 linee/mm che non è assolutamente impressionante, considerando il vantaggio nel calcolo ottico fornito da un’apertura d’esordio così modesta; escludendo le performance prettamente fotografiche rimane comunque interessante come potentissimo sistema di visione 20x a costo contenuto.

 

 

Il leit motiv delle lunghe focali più o meno utilizzabili nella pratica continua con questa pubblicità dedicata al luminosissimo obiettivo Pan-Tachar 150mm 1:1,8 prodotto dalla Astro Berlin, azienda tedesca specializzata in tali tipologie di ottiche; in questo caso l’annuncio mostra la foto di un anziano che con improbabile nonchalance imbraccia ed utilizza una cinepresa alla quale è abbinato il pesantissimo obiettivo che, per ingrandimento effettivo sul formato cine, probabilmente starà producendo riprese assolutamente mosse, oltre ad imporre una seduta di fisioterapia al povero soggetto al termine della presunta sessione…

L’assurdità della contestualizzazione creata rispetto ai veri limiti nel mondo reale sconfina quasi nella pubblicità ingannevole!

 

 

Un’altra inserzione curiosa legata a lunghissime focali è relativa ad un surplus postbellico di materiale militare statunitense; l’annuncio reclamizza la vendita di obiettivi Bausch & Lomb Aero-Tessar da 610mm (24”) 1:6, impiegati per riprese aeree su lastre di grandissimo formato e poi venduti come usato ad un prezzo effettivamente risibile, appena 34,95 Dollari; tuttavia anche in questo caso i creativi hanno esagerato con l’ottimismo, dichiarando la possibilità di adattarlo a quasi tutte le fotocamere ad ottica intercambiabile senza considerare le notevoli dimensioni e peso, il grande tiraggio necessario per una corretta messa a fuoco e infine una risoluzione adeguata al grande negativo originale, soggetto a moderato ingrandimento, ma eventualmente insufficiente abbinando l’obiettivo a formati molto inferiori.

 

 

Lunghe focali ingombranti e pesanti sono chiamate in causa anche da questa pubblicità del Gennaio 1956 per le reflex Exatka; il contesto è il reportage di una partita di football americano e mentre un giornalista riesce a registrare i dati dell’evento e anche a scattare fotografie, grazie all’agilità e alla trasportabilità della sua Exakta con ottica da 135mm, la “concorrenza” meno evoluta utilizza invece uno spotter per prendere appunti e un secondo soggetto completamente assorbito nell’uso di una ciclopica fotocamera di grande formato con ottica da 500mm…

L’intero contesto è quasi una macchietta caricaturale (dubito che anche un fotografo “non aggiornato” ai sistemi reflex 35mm si sarebbe presentato con quel mastodonte) ma in ogni caso descrive chiaramente in concetto.

 

 

Restando in tema Exakta, questa ulteriore réclame del Novembre 1954 coglie invece al balzo un’allettante opportunità perché il celebre film di Alfred Hitchcock “Rear window” era appena stato presentato e nella trama un infortunato James Stewart passa il tempo sfogliando l’altrui vita da una finestra utilizzando proprio una reflex Exakta VX equipaggiata con potente teleobiettivo; si tratta in effetti e sicuramente di una bella vetrina per questi apparecchi, anche se poi i creativi hanno tracimato ipotizzando una scelta volontaria del famoso regista in virtù delle qualità e prerogative del modello, mentre più probabilmente e prosaicamente fu il primo esemplare equipaggiabile con un tele di simile focale che riuscì a recuperare.

 

 

Rimaniamo in Germania spostandoci ora a Monaco di Baviera, dove a inizio anni ’50 l’azienda Enna Werke presentò un interessante e luminosissimo medio-tele per ritratti da 85mm 1:1,5; l’obiettivo, probabilmente ispirato agli analoghi Biotar 75mm di Carl Zeiss Jena o Summarex 85mm di Leitz che avevano creato questa nuova nicchia di mercato, all’epoca aveva ben pochi rivali in commercio e naturalmente suscitò un certo interesse, per cui il fabbricante lo rese disponibile con differenti attacchi (creando peraltro anche un po’ di confusione, visto che venne di volta in volta proposto con la denominazione Ennalyt, Ennaston o Lithagon); fra queste montature erano comprese le versioni per Exakta e Leica a vite, e le corrispondenti pubblicità statunitensi risultano interessanti.

 

 

Infatti l’agenzia responsabile dell’annuncio operò in modo diciamo “modulare”, mantenendo quasi invariato il palinsesto e limitandosi a ruotare specularmente l’immagine dell’obiettivo e a sostituire la piccola foto con la relativa fotocamera di destinazione; le uniche differenze, a parte il prezzo superiore del modello per Leica (of course!), sono la nota aggiuntiva nella pubblicità di quest’ultimo che rassicura sul corretto accoppiamento al corpo, probabilmente preconizzando dubbi degli utenti sulla precisione telemetrica, e l’orgogliosa aggiunta che tale modello veniva utilizzato anche dalle Forze Armate; per il resto i 2 annunci sono identici e sicuramente non hanno richiesto molti sforzi ai creativi.

Sempre in tema di pubblicità, spesso per prodotti ottico-fotografici tedeschi vintage venne sfruttato l’abbinamento con l’occhio di un rapace, in particolare l’aquila, simbolo proverbiale di vista acutissima che suggerisce l’elevata nitidezza promessa dal prodotto.

 

 

Il più classico e famoso di questi esempi è sicuramente l’Adlerauge sfruttato da Carl Zeiss Jena fin dal periodo prebellico per etichettare i suoi obiettivi Tessar, celebri per brillantezza e definizione; è curioso notare che questa sagoma venne utilizzata anche nel Dopoguerra e sfruttata persino dalla Carl Zeiss Oberkochen,

Sebbene l’occhio del rapace che incarna il nitidissimo obiettivo sia un’idea funzionale, personalmente mi sono sempre chiesto perché il piumaggio sul capo dell’aquila, nel disegno stilizzato, si trasformi quasi nella sagoma di un Stahlhelm, il classico elmetto militare tedesco poi largamente utilizzato anche dalle truppe del Dritten Reich durante il regime; ho sempre trovato buffo e un po’ fuori luogo questo profilo d’aquila con in testa un “elmetto nazi”, specialmente in brochure o pubblicità postbelliche.

(continua nella parte 10)

 

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5 Comments

  1. Valerio Brustia Reply

    Pregevolissimo articolo
    Canon pero’ dopo la Pellix non si arrese e ad inizio anni 90 (vado a memoria) ripropose la stessa soluzione aggiornata su Eos RT. Rammento un numero di fps tale da fulminare un rullo 36pose in circa 2 secondi. Chissa’ quante ne avran vendute…
    Grazie

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