Curiosità assortite del mondo fotografico (terza parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; con questo pezzo continuo a descrivere curiosità di vario genere sulla falsariga degli articoli precedenti, attirando la vostra attenzione su pezzi insoliti e rari; il primo pezzo chiamato in causa è un prodotto della Carl Zeiss di Oberckochen che non venne mai commercializzato ufficialmente sul mercato italiano ed era a listino ai tempi del sistema per Contax-Yashica.

 

 

L’oggetto in questione è una lupe, ovvero una lente d’ingrandimento dotata di distanziali e ghiera di messa a fuoco, concepita per visionare negativi e diapositive prodotte con apparecchi Contax ed ottiche Zeiss; l’accessorio garantiva un ingrandimento di 5x e consentiva quindi di selezionarli più facilmente per la proiezione e la stampa.

Come si può osservare l’azienda ha inpiegato senza riserve il prestigioso brand name Carl Zeiss e questo raffinato ed esclusivo accessorio veniva commercializzato addirittura completo di documentazione tecnica e scheda di verifica finale analoghe a quelle dei coevi obiettivi prodotti dall’azienda in attacco Contax-Yashica; naturalmente le lenti utilizzate prevedevano lo stesso rivestimento antiriflesso multistrato T* utilizzato negli obiettivi e l’intenzione palese era quella di proporre questa lupe 5x come un oggetto di alto lignaggio  e posizionato sullo stesso livello esclusivo dei famosi obiettivi Carl Zeiss T* che andava ad affiancare.

Come si può osservare l’accessorio era fornito con 2 distanziali cilindrici rimuovibili, uno nero opaco per originali illuminati da basso in trasparenza e l’altro traslucido per osservare oggetti con epilluminazione, cioè con fonte di luce dall’alto, e la velleità di integrarlo quasi nella gamma di obiettivi traspare immediatamente dalla denominazione scelta, ovvero Triotar, un nome famoso in casa Zeiss che da sempre definisce gli obiettivi basati su uno schema a 3 lenti: dal momento che questa lupe prevede un gruppo ottico a 3 elementi il management ha scelto proprio di chiamarla “Triotar T* Lupe” per omaggiare questa sere di ottiche, sebbene la Zeiss di Oberkochen in tutta la sua storia abbia a malapena preso in considerazione questo semplice schema e la maggioranza dei Triotar sia stata in realtà prodotta dalla controparte della DDR.

 

 

Un altro elemento che collega idealmente questa lupe alle ottiche Carl Zeiss per Contax-Yashica della sua epoca è la grafica dell’imballo, ripresa pedissequamente da quella im piegata in tali obiettivi, così come la grafica delle scritte, la finitura nera e la struttura a rilievi del settore gommato sono identici a quelli che caratterizzano fin dal 1975 la style policy delle ottiche Zeiss di tale generazione.

 

 

L’analogia grafica degli imballi è subito evidente osservando, ad esempio, la confezione di questo Distagon 21mm f/2,8 per Contax-Yashica, e chi è pratico di tale sistema percepirà un immediato family-feeling impugnando la confezione della lupe

 

 

La velleità di mimesi si estende ad ogni dettaglio: non soltanto la grafica delle scritte e il logo T* rosso sono analoghi a quegli degli obiettivi ma per questa lupe la Carl Zeiss ha addirittura deciso di utilizzare le stesse sequenze di matricole impiegate nei suoi obiettivi, e infatti il seriale 7.511.122 che caratterizza questo esemplare (ed è riportato anche nella ghiera superiore come negli obiettivi Contax-Yashica) è congruente con ma numerazione sequenziale complessiva del periodo di produzione.

 

 

Il colpo d’occhio complessivo sull’accessorio non fa che ribadire le analogie estetiche e formali con le corrispondenti ottiche, compresa la scritta “Lens made in Japan” che lo accomuna alla stragrande maggioranza degli obiettivi Zeiss per Contax-Yashica prodotti all’epoca; il basamento metallico della struttura prevede una filettatura per avvitare i distanziali cilindrici, mentre la ghiera gommata è montata su un elicoide semplice e la sua rotazione in senso antiorario solleva il gruppo ottico della lupe permettendo la messa a fuoco di soggetti a sbalzo rispetto al piano di appoggio.

 

 

La vista dal basso evidenzia il distanziale traslucido per consentire l’illuminazione di soggetti non trasparenti e la relativa filettatura per il fissaggio alla struttura principale; questo accessorio, per fattura e dettagli estetici, può sicuramente vantare un discreto fascino feticistico, sebbene il concetto di lupe di alta gamma con pregevole fattura e sistema ottico ancora più sofisticato di questo fosse già stato sdoganato oltre 20 anni da dalla lupe Horizon 10x, che per centomila Lire dell’epoca metteva a disposizione un oggetto davvero ben fatto ed efficace (era la mia lupe standard per il vetro smerigliato del banco ottico 4×5”); oggi la Lupe Triotar T* 5x è interessante soprattutto come curiosità da collezionisti che, sfruttando la sua rarità e l’estraneità ai nostri mercati, accaparrandosi un esemplare potranno stupire altri appassionati del marchio mostrandola a sorpresa in serate conviviali.

 

 

A titolo di curiosità condivido anche il brevetto statunitense del Triotar originale, depositato all’epoca da Robert Richter per Carl Zeiss Jena e con richiesta prioritaria tedesca in data 27 Maggio 1930; il semplice schema a 3 lenti spaziate con elemento centrale divergente deriva palesemente dal celebre tripletto di Cooke creato in seno all’azienda ottica Taylor, Taylor & Hobson e nel Dopoguerra la Zeiss di Oberkochen riesumò questa formula adattandola ad un medio-tele da 85mm sul formato 24×36 con apertura 1:4, una combinazione favorevole al calcolo che a prodotto un medio-tele di buone prestazioni in alternativa al più luminoso e prestigioso Sonnar 85mm 1:2; naturalmente la lupe Carl Zeiss T* 5x non utilizza uno schema in configurazione da ripresa.

Passiamo ora ad un insolito prodotto di un celeberrimo brand nipponico che condivide con la lupe appena descritta la presenza di un cilindro trasparente funzionale alla struttura.

 

 

L’oggetto in questione venne prodotto da Canon e commercializzato a inizio anni ’70; la sua denominazione è Canon Lens E 50mm 1:3,5 e com’è intuibile si tratta di un obiettivo da ingrandimento, concepito per equipaggiare un ingranditore e stampare i negativi 24x36mm impressionati con le fotocamere 35mm del marchio; quest’obiettivo era teoricamente commercializzato sul mercato globale (conservo un almanacco italiano del 1974 nel quale è regolarmente illustrato e descritto alla relativa sezione), tuttavia la stragrande maggioranza dei pochi pezzi venduti è rimastra circoscritta al mercato interno nipponico, pertanto questa insolita ottica Canon è praticamente sconosciuta anche ai patiti del marchio, mentre testimonia la presenza almeno simbolica dell’azienda anche in questo settore che invece ha sempre visto nel ruolo di mattatore l’eterno rivale Nippon Kogaku con la sua sterminata linea di obiettivi per ingrandimento EL-Nikkor ed Apo-EL-Nikkor, rimasti a listino per decenni e famosi nell’ambiente.

Il Canon E 50mm 1:3,5 prevedeva il classico attacco LTM da 39mm x 1/26” e veniva fornito in una campana di plastica con copertura trasparente e tubo distanziale metallico con doppia filettatura; quest’ultimo era previsto perché la struttura metallica che alloggia le lenti posteriori sporge abbondantemente dall’attacco filettato dell’obiettivo e potrebbe creare interferenze con modelli di ingranditori equipaggiati con torretta girevole per ottiche multiple o filtri rossi ad inserimento posteriore.

L’elemento più curioso e caratterizzante di questo modello è senz’altro il cilindro applicato anteriormente e realizzato in plastica trasparente con riportati i valori di apertura da 1:3,5 a 1:22 su entrambi i lati, pertanto il fotografo utilizzava proprio questi riferimenti per impostare il valore desiderato e la luce proiettata dall’obiettivo all’interno del cilindro consentiva la visione anche al buio.

 

 

In questa immagine l’obiettivo è visto da dietro ed è equipaggiato sia col cilindro anteriore trasparente per le aperture che col tubo distanziale posteriore; la struttura è interamente rifinita con satinatura cromo di aspetto inequivocabilmente vintage come l’ottica stessa; notate come interponendo il tubo di prolunga la lente posteriore risulti ora incassata all’interno, rendendo l’obiettivo applicabile su qualsiasi modello di ingranditore in attacco LTM.

Per quanto concerne il cilindro trasparente anteriore, in realtà si tratta di 2 elementi coassiali uno dei quali riporta il punto di fede ed è fisso, mentre l’altro ruota e sovrapponendo un determinato valore all’indice del cilindro fisso si definisce l’apertura scelta; si tratta di una soluzione davvero inusitata ma all’atto pratico risulta funzionale.

 

 

La vista anteriore mostra la palpebra coassiale alla lente frontale debitamente annerita per evitare riflessioni parassite e i dati di targa dell’obiettivo; la matricola è intorno a 17.000 e considerando che spesso Canon esordiva col primo esemplare dal seriale 10.001 possiamo farci un’idea di quanto sia stata modesta la produzione di questo insolito modello; in rivestimento antiriflesso delle lenti è antecedente al multicoating e non esiste alcuna documentazione o riferimento per dedurre la tipologia dello schema ottico, che resta indefinito fra un classico ed economico tipo Tessar a 4 lenti oppure un Doppio Gauss a 6 lenti: considerando il target decisamente economico dell’obiettivo mi sentirei di sbilanciarmi per il primo.

In ogni caso questo Canon E venne evidentemente creato solo per marcare il territorio e definire una presenza del brand anche in questo settore con un prodotto griffato ma di caratura amatoriale, senza alcuna velleità di inseguire le massime prestazioni possibili, cosa che fece invece Nippon Kogaku con i suoi EL-Nikkor a 6 lenti, gli Apo-EL-Nikkor apocromatici con 8 lenti e 2 elementi ED o i Printing-Nikkor con ghiera per l’ottimizzazione delle prestazioni ai vari rapporti di riproduzione, pezzi costosissimi e con resa ottica ai limiti del possibile,

 

 

La sostanziale economicità dell’obiettivo non scende tuttavia a compromessi con dettagli come il diaframma, impostato su ben 8 lamelle quando anche modelli top di gamma delle concorrenza tedesca si accontentavano di 5.

 

 

La vista di profilo evidenzia nuovamente i cilindri trasparenti per l’impostazione delle aperture e l’assenza del tubo distanziale mostra il cilindrico metallico sporgente che sostiene le lenti posteriori; la godronatura della struttura metallica principale garantiva un’ottima presa per il montaggio.

 

 

Tutta la struttura di lenti è facilmente smontabile grazie a ghiere con tacche per chiavi a compasso, una soluzione forse scelta anche per rendere più veloce ed economico l’assemblaggio.

Come la lupe Carl Zeiss vista in precedenza, anche questo Canon E 50mm 1:3,5 da ingrandimento non si è praticamente affacciato sul nostro mercato, forse anche perché dominato da decenni dai grandi nomi tedeschi Rodenstock e Schneider che potevano contare sull’incrollabile affezione di generazioni di fotografi; oggi costituisce a sua volta una simpatica curiosità per il collezionista Canon o per il fan del marchio ancora impegnato con l’argentico e che voglia togliersi la soddisfazione di stampare con una catena cinematica Canon al 100%, così come facevo io talvolta quando stampavo i negativi Hasselblad usando un Carl Zeiss S-Planar 120mm f/5,6 in montatura speciale da retrocamera per avere vetro Zeiss sia in ripresa che in camera oscura…

Giusto a proposito, rientriamo nuovamente sul brand Zeiss, chiamando questa volta in causa la Zeiss Ikon Stuttgart, ovvero l’azienda del gruppo che nel Dopoguerra e fino a inizio anni ’70 fu responsabile per la progettazione e la produzione di apparecchi fotografici e cineprese col prestigioso marchio; riallacciandosi alla solida tradizione prebellica della Zeiss Ikon Dresden che aveva commercializzato cineprese di successo come la Kinamo o a Movikon 16, a Stuttgart dopo il difficile parto delle nuove Contax postbelliche svilupparono una piccola cinepresa per film 8mm che esordì nel 1952 e venne denominata Movikon 8; il pezzo che andiamo ad osservare è un raro accessorio ottico dedicato proprio a questo apparecchio.

 

 

La Movikon 8 è un apparecchio famoso ed iconico (anche in senso ontologico: Zeiss Ikon…) con tocchi di design come la grande manetta frontale per caricare il motore a molla, splendido equilibrio di forma/funzione, e se da un lato ripudia come consuetudine Zeiss ogni compromesso ergonomico (serviva una sezione nel manuale per spiegare come impugnarla correttamente) dall’altro portava l’eccellenza Zeiss nel più classico formato cine amatoriale; in particolare, questo modello evoluto incorporava un esposimetro al selenio accoppiato alle aperture, con comando a ghiera zigrinata di sapore Contarex, e un pregevole Tessar 1:1,9 di Carl Zeiss Oberkochen, e metteva a disposizione dell’operatore sufficientemente navigato uno strumento che garantiva risultati ben superiori allo standard medio di quel formato.

Lo sconfinamento in territori decisamente velleitari per una 8mm amatoriale è ribadito anche da questo insolito accessorio: si tratta di un aggiuntivo anamorfico da anteporre al Tessar, applicandolo grazie alla relativa baionetta di servizio; questo ingombrante dispositivo comprime orizzontalmente l’immagine, alterandone l’aspect ratio originale che verrà poi restituito in proiezione grazie ad un ulteriore aggiuntivo di caratteristiche simili.

Questo accessorio era ufficialmente denominato Anamorphot 22 1.5x e come potete osservare la sua confezione era curata direttamente da Zeiss Ikon Stuttgart e non da Carl Zeiss Oberkochen, come si può desumere dal marchio Zeiss Ikon in bella vista attorno alla lente frontale e dalla matricola nell’ordine dei 7.6xx.xxx, quando all’epoca le ottiche di Oberkochen erano poco sopra i 2 milioni.

 

 

Un altro scorcio ci consente di apprezzare anche l’occhio esposimetrico al selenio con cornice cromata che visivamente richiama tanto la Contarex I; lo Zeiss Ikon Anamorphot 22 1,5x prevedeva una struttura insolita, con la sezione anteriore cromata e caratterizzata da una ghiera di messa a fuoco indipendente (scalata da infinito a 0,5m) con settore godronato per agevolare la presa, mentre la parte posteriore a contatto col corpo Movikon 8 è rifinita in nero e resecata verticalmente da ambo i lati; per impiegare l’aggiuntivo anamorfico era necessario utilizzare il mirino esterno supplementare che vediamo sul corpo macchina, e affinchè la funzionalità fosse garantita era naturalmente obbligatorio orientare correttamente il sistema di lenti, operazione sicuramente facilitata dal sistema di innesto a baionetta che consentiva di definire l’assetto del sistema con assoluta precisione e ripetibilità.

Le dimensioni e lo sbalzo dell’Anamorphot, assieme all’ingombrante mirino necessario all’uso, inficiavano drasticamente la compattezza originale della Movikon, tuttavia questa introduzione di accessori fin troppo complessi, costosi, ingombranti e tecnicamente sproporzionati alle premesse iniziali del corpo di destinazione erano un tratto distintivo del mondo Zeiss: pensiamo ad esempio agli aggiuntivi Pro-Tessar per Contaflex.

 

 

L’Anamorphot 22 1,5x si caratterizzava per la solida fattura e la squisita cura dei dettagli tipica del marchio, come possiamo inferire da questo dettaglio col comando di sblocco per la baionetta dal raffinato design; notate come la pessa a fuoco fino a 0,5m comportasse la rotazione quasi completa della ghiera, col valore 0,5 posizionato accanto all’infinito iniziale.

 

 

Queste viste in dettaglio mostrano l’impeccabile fattura e la sofisticata baionetta di innesto, una cifra Zeiss Ikon fin dall’introduzione della prima Contax nel 1932; cromature e godronature impeccabili richiamano lo standard qualitativo delle ottiche Carl Zeiss per Contarex mentre la grafica ribadisce nuovamente la presenza di marchio e matricola estranei ai prodotti di Oberkochen.

L’immagine consente anche di apprezzare la sagoma ellittica assunta da certi elementi ottici e necessaria all’anamorfizzazione dell’immagine acquisita.

Questo accessorio, come già discusso, è fin troppo raffinato per la Movikon 8, apparecchio di eccellente qualità ma relegato dal formato e dall’ottica con focale fissa ad un retaggio amatoriale, e per fattura e caratteristiche tecniche costituisce sicuramente un bel pezzo per il collezionista che intenda ricreare il suo corredo completo.

Per doverosa par condicio dedichiamo ora attenzioni anche all’altro grande nome tedesco, la casa Leitz, focalizzandoci sul preciso momento storico del Secondo Conflitto in cui U.S.A. e Germania erano stati belligeranti e l’azienda Leitz era cooptata alla realizzazione di strumenti per uso militare, pertanto aveva drasticamente ridotto la produzione di apparecchi ed ottiche Leica civili, e d’altro canto ormai non era più tecnicamente e politicamente fattibile una importazione di prodotti tedeschi negli States; pertanto la Ernst Leitz Incorporated New York, la grande organizzazione che gestiva la distribuzione dei prodotti Leica in quel continente vide esaurirsi progressivamente le scorte in magazzino, soprattutto relativamente agli obiettivi Leitz intercambiabili; d’altro canto l’opinione pubblica in quel momento era ragionevolmente ostile e contraria all’acquisto di prodotti creati nella Germania Nazista, pertanto il management dovette ideare una strategia alternativa per rinnovare le scorte e rendere appetibile il prodotto.

 

 

La soluzione individuata fu quella di produrre autarchicamente gli obiettivi necessari negli States, creando in proprio barilotti con estetica inequivocabilmente Leitz e guarnendoli con gruppi ottici forniti dall’azienda ottica statunitense Wollensak Optical di Rochester; questa operazione prese fattivamente avvio nel 1944, quando effettivamente le nazioni in questione erano su opposti fronti del Secondo Conflitto, ma si protrasse a tutti gli effetti fino al 1951 perché nell’immediato Dopoguerra la Leitz di Wetzlar non fu subito in grado di garantire le forniture richieste e necessarie.

La E. Leitz Inc., New York mise in cantiere 3 ottiche: un normale 50mm 1:3,5 analogo al corrispondente Elmar, un telino da ritratto 90mm 1:4,5 e un medio-tele 127mm 1:4,5, tutti battezzati Wollensak Velostigmat (o, in piccole e rare serie, Wollensak Raptar, ovvero il brand name originale delle ottiche utilizzate).

(continua nella quarta parte)

 

 

 

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