Curiosità assortite del mondo fotografico (seconda parte)

 

 

 

Prosegue dalla prima parte.

Sempre nell’ambito della produzione Asahi Pentax ho trovato questa curiosità in una brochure della serie Spotmatic: l’Asahi Pentax Ghostless Filter è un particolarissimo filtro protettivo neutro che veniva prodotto solamente nel diametro da 49mm e si caratterizzava per un elemento ottico incurvato a menisco anziché piano-parallelo come nel resto dei concorrenti; lo schema allegato mostra come il Ghostless Filter incurvato eliminerebbe certi riflessi interni che rimbalzando nuovamente sulla superficie interna dell’accessorio andrebbero a finire sul film, riducendo il contrasto, mentre in questo caso la particolare curvatura del vetro ovviava al problema.

Una soluzione analoga è stata adottata anche per il filtro protettivo fisso del teleobiettivo Canon EF 200mm 1:2 L IS, anche in questo caso per eliminare un riflesso parassita che il filtro in versione piatta avrebbe restituito al sensore partendo da un riflesso speculare su quest’ultimo, tuttavia nel caso di Canon tutto il sistema è stato progettato univocamente mentre per il Ghostless Filter di Pentax, evidentemente concepito soprattutto per il 50mm normale, abbiamo un filtro incurvato a menisco applicato ad un sistema ottico nato per normali filtri piano-paralleli e non ho idea degli eventuali effetti dell’insolito accessorio sulla correzione ottica complessiva.

Si tratta in ogni caso di un pezzo molto insolito e raro, personalmente non ne ho mai visto un esemplare dal vivo.

In questi tempi di forte sentimento ecologista un argomento come la sostenibilità energetica è all’ordine del giorno, pertanto stupirà piacevolmente osservare come alcune aziende fotografiche già decenni or sono avessero iniziato ad ipotizzare soluzioni anche in questo settore, sebbene l’intendimento originale fosse più legato all’autonomia di funzionamento che alla preservazione dell’ambiente.

 

 

Infatti già nel 1981 la Ricoh Corporation (che, curiosamente, detiene ora i diritti del marchio Pentax appena discusso) aveva commercializzato la reflex 35mm Ricoh XR-S; questo apparecchio, del quale osserviamo un advertising statunitense pubblicato nel 1982, derivava dal modello convenzionale XR-7 ed era una reflex manuale ed automatica a priorità di diaframma con tempi di posa da 16” ad 1/1000” e blocco di memoria AE alla quale erano stati applicati 2 piccole celle solari ai lati del tozzo pentaprisma che alimentavano una batteria ricaricabile, denominata “Ricoh Battery S”; la XR-S (dove “S” stava ovviamente per “Sun” oppure “Solar”) permetteva quindi di operare senza alcun timore di trovarsi a macchina bloccata per le batterie esaurite, e secondo l’azienda l’unità ricaricabile in dotazione garantiva una vita utile di oltre 5 anni prima di richiedere la sostituzione.

 

 

LA Ricoh XR-S, pur col largo uso di plastica economica, era una fotocamera ben congegnata e con tutte le funzioni necessarie ad un fotoamatore anche esperto, dalla gamma di tempi lunghi fino a 16” anche in manuale al blocco di memoria AE-lock sull’automatismo, utilissimo e largamente sfruttato da chi opera a priorità di diaframmi.

Notate la posizione delle celle solari sul pentaprisma che mutuavano al modello un aspetto davvero futuristico.

 

 

La Ricoh XR-S era una reflex compatta con i comandi posizionati secondo la classica disposizione delle reflex di alta gamma del tempo; l’attacco a baionetta Pentax K garantiva l’accesso ad un parco ottiche molto diversificato (anche considerando l’opzione dei modelli a vite 42x1mm con relativo adattatore) e la configurava anche come interessante secondo o terzo corpo per chi possedesse un corredo Asahi Pentax; naturalmente la disponibilità energetica da fonte solare ha consentito di non preoccuparsi di eventuali assorbimenti, predisponendo anche un autoscatto elettronico con segnale ottico e acustico, mentre le caratteristiche uniche del modello erano anche sottolineate dalla scritta “solar battery system” sulla calotta del pentaprisma.

Un dettaglio poco noto della Ricoh XR-S è che, qualora la batteria ricaricabile avesse improvvisamente malfunzionato e non fosse disponibile il ricambio specifico, esisteva la possibilità di inserire al suo posto 2 comuni batterie a secco SR44, tuttavia – e ovviamente – le celle solari risultavano disabilitate per non caricare batterie per le quali tale funzione non era prevista.

Come dato di cronaca, nel 1994 Ricoh commercializzò anche la RX-Solar, un modello semplificato derivato dalla classica Cosina manuale meccanica distribuita con vari rebranding, nel quale l’otturatore non richiedeva energia e pertanto le celle solari del pentaprisma caricavano un condensatore che alimentava solamente l’esposimetro.

 

 

Sulla stessa falsariga, nel marzo 1995 il brand Canon lanciò una compatta autofocus motorizzata e col flash che venne commercializzata con nomi differenti sui vari mercati; questo modello traeva alimentazione per i vari dispositivi ad alto consumo energetico da una batteria ricaricabile agli ioni di litio che, a sua volta, era caricata da un pannello solare di ragguardevoli dimensioni posto sull’esterno di una grande anta che, in posizione di riposo, proteggeva mirino e obiettivo e veniva quindi ribaltata verso il basso quando si intendeva scattare una foto.

 

 

Questo modello venne di volta in volta battezzato Canon Autoboy SE (come nell’esemplare illustrato), Canon Prima Sol oppure Canon Sure Shot Desol e in questa immagine con anta in posizione di riposo si può osservare il pannello solare che la occupava interamente e che andava esposto al Sole per ricaricare l’unità; l’energia fornita dal pannello e la capacità della batteria riuscivano ad alimentare vari dispositivi come autofocus, motore, riavvolgimento e flash, rendendo l’apparecchio in grado di funzionare a oltranza, tuttavia nel tempo questo tipo di alimentazione incontrava i classici problemi di altri dispositivi con elemento ricaricabile al litio non “user serviceable”, ovvero la necessità di sostituirlo dopo un certo numero di cicli perché non più efficiente, e in questo caso credo che non fosse neppure un’opzione prevista in assistenza; questo problema probabilmente era noto ma in azienda avranno approntato un calcolo statistico relativo al consumo energetico dell’apparecchio e al numero di caricatori di pellicola mediamente utilizzati dall’utente tipico di tali apparecchi, argomentando che la vita utile prevista fosse sufficiente alla bisogna.

Proprio la coscienza che il cliente medio orientato su queste compatte semplificate scattava pochi rullini e con frequenze anche molto dilatate nel tempo aveva del resto orientato la fonte di alimentazione di molte altre compatte Canon di questo genere, spesso equipaggiate con elementi a secco al litio dal prezzo elevato e quasi sproporzionato per la fotocamera ma in grado di mantenere una carica adeguata anche dopo anni di attesa e impiego molto saltuario, quasi mirando ad arrivare al “fine vita” naturale dell’apparecchio senza sostituirli.

Dopo queste curiosità legate a brand assortiti proseguiamo ora con alcune chicche Leitz, descrivendo accessori davvero rari e insoliti creati per le fotocamere Leica della prima ora.

 

 

Ad esempio, questo accessorio denominato FLOTH e prodotto a inizio anni ’30 sembra a prima vista un filo a piombo utilizzato dai manovali edili, e in effetti il suo impiego era concettualmente analogo perché quella sorta di arpione metallico posto ad un’estremità del filo veniva calzato sul corpo Leica fissato su treppiedi e orientato verso il basso per riprodurre un quadro o altro originale; la parte con sezione poligonale era rivolta in avanti e in questo caso la sua sagoma era predisposta per l’ottica normale Leitz Elmar 5cm 1:3,5; in uso il contrappeso sostenuto dal filo permetteva di stabilire con esattezza il centro dell’originale e definire una corretta inquadratura.

 

 

L’accessorio era fornito nella consueta confezione cartonata di colore rosso e rifinita con scritte dorate col marchio aziendale, la descrizione del contenuto e il codice identificativo; l’elemento di ancoraggio a sinistra non era univoco ma esisteva un’esecuzione alternativa con una sagoma differente per l’obiettivo che era destinata al normale più luminoso Leitz Hektor 5cm 1:2,5; si tratta in ogni caso di un articolo che cronologicamente affonda alle origini stesse degli apparecchi fotografici Leica.

 

 

Osservando in dettaglio, si può notare che il contrappeso è effettivamente identico a modelli utilizzati in edilizia, pertanto suppongo che sia stato acquistato esternamente attingendo a versioni già sul mercato, mentre la staffa di aggancio prevede all’interno una linguetta elastica, fissata alla struttura con 2 viti, che copre un foro dal quale passa il filo e consente di modificare la lunghezza utile di quest’ultimo per adattarla alla distanza di ripresa; per accorciare ed allungare il tratto occorreva allentare la linguetta, sfruttando il suo movimento elastico e svincolando il filo che poteva quindi scorrere liberamente nei 2 sensi attraverso il foro; una volta definita la lunghezza corretta bastava rilasciare la linguetta e la sua pressione nuovamente esercitata sul filo all’uscita del foro era sufficiente per bloccarlo.

Questo componente, in epoca di puntatori laser, se vogliamo può sembrare un po’ rozzo per lo standard di raffinatezza Leitz, tuttavia nei primissimi tempi del sistema l’abbinamento fra corpo Leica e accessori con filo è stato curiosamente reiterato più volte: pensiamo ad esempio al tappo fissato da un cavo al corpo macchina nei primi modelli con l’otturatore che non garantiva la tenuta alla luce durante il riarmo, obbligando a coprirlo durante tale operazione col tappo che veniva quindi assicurato al corpo per averlo sempre a portata di mano, oppure al dispositivo OOFRC che consentiva di azionare lo scatto e riarmare la Leica a distanza grazie a cavi; il curioso accessorio che vedremo in seguito costituisce se vogliamo proprio una versione iniziale e semplificata di quest’ultimo.

 

 

Questo dispositivo, realizzato in ottone nichelato, era denominato Leitz RAPIDO e in questa versione andava a sostituire la manopola di avanzamento del film sulla Leica a vite; contrariamente al più complesso OOFRC citato in precedenza, il RAPIDO non provvedeva allo scatto dell’otturatore e quindi non era da intendersi come un comando a distanza ma la sua funzione era quella di abbreviare i tempi di avanzamento del film, che all’epoca richiedeva rotazioni a più riprese sulla manopola stessa.

Infatti il RAPIDO prevedeva un cavetto metallico avvolto al suo interno e fissato ad un anello esterno; dopo averlo applicato al corpo macchina, per riarmare l’otturatore e avanzare il film era sufficiente tenere la Leica ben salda nella mano sinistra e tirare con forza l’anello con la mano destra: in questo modo il filo metallico veniva srotolato e le corrispondenti rotazioni del suo rocchetto riarmavano la fotocamera; arrivati a fondo corsa una molla provvedeva a riavvolgere il cavo, accostando nuovamente l’anello al dispositivo che era quindi pronto per un nuovo ciclo.

Notate come l’accessorio risulti molto spartano e non presenti un logo Leitz ma solamente la scritta D.R.G.M., acronimo di Deutsches Reichsbrauchmuster, una sorta di copyright registrato in tutta la nazione tedesca che era in uso all’epoca in cui il RAPIDO venne concepito.

La finitura nichelata lo colloca cronologicamente agli albori del sistema.

 

 

Una vista ravvicinata mostra la presenza di un settore godronato nella parte superiore mentre il cavo metallico è fissato all’anello semplicemente con una serie di nodi (dettaglio riscontrato in vari esemplari, quindi non si tratta di una riparazione raffazzonata sullo specifico pezzo), un altro elemento che sottolinea la spartana essenzialità del dispositivo.

 

 

Questo è invece l’aspetto del Leitz RAPIDO dopo averlo applicato ad una Leica previa rimozione della manopola originale; come si può osservare la piccola forchetta metallica applicata al RAPIDO con 2 robuste viti veniva ingaggiata nella levetta di svincolo per il riavvolgimento del film e serviva a tenere ferma la struttura producendo una resistenza antagonista al riavvolgimento.

Notate come l’anello pendesse liberamente sul fianco della fotocamera, quindi i progettisti non si erano minimamente curati dei danni e abrasioni che i reiterati contatti avrebbero causato alla finitura del corpo, specie se laccato nero come in questo caso.

Il RAPIDO poteva quindi rendere quasi istantaneo il riarmo e l’avanzamento del film, concretizzando il celebre slogan Leica “sempre pronta”, tuttavia questo anello nichelato a penzoloni che sbatacchia continuamente contro il corpo personalmente mi avrebbe innervosito parecchio.

Sempre restando nell’ambito dei più antichi accessori Leitz vorrei chiudere la tornata con un pezzo sicuramente più convenzionale ma di deliziosa fattura.

 

 

Infatti questa livella a bolla circolare, rubricata col codice interno FIBLA, era già disponibile a inizio anni ’30 e ovviamente veniva applicata sulla Leica per controllare la perfetta messa in bolla della fotocamera in situazioni critiche nelle quali un corretto allineamento fosse importante; anche questo accessorio era fornito nel classico contenitore cartonato rosso con scritte in oro che comprendevano nuovamente il marchio Leitz, la descrizione dell’oggetto (in  questo caso livella circolare) e il relativo codice.

 

 

Se concettualmente non introduceva nulla di nuovo, la FIBLA si distingueva tuttavia per la finitura nera in contrasto con il rosso acceso del settore pieno di liquido con la relativa bolla d’aria che la trasformava in un oggetto iconico, quasi un occhio primordiale spalancato sul corpo Leica; questo accessorio consente anche di osservare come inizialmente gli accessori Leitz destinati alla slitta sul tettuccio della Leica non prevedessero le classiche staffe simmetriche lineari destinate ad accoppiarsi con la parte complementare sul corpo macchina, come avviene comunemente da decenni, ma optavano invece per una base circolare da inserire nella slitta stessa, soluzione condivisa anche con altri accessori come i telemetri esterni e che personalmente non ho mai compreso fino in fondo.

Al termine di questa variegata rassegna risulta evidente che il mondo della fotografia nasconde una miriade di curiosità, chicche, dettagli e sfumature la cui ricerca probabilmente non avrà mai fine, per fortuna mia e di tutti gli appassionati!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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