Curiosità assortite del mondo fotografico (#5)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguo con questa serie di articoli che raggruppano interessanti curiosità eterogenee legate al mondo della fotografia introducendo un accessorio che venne prodotto oltre 60 anni fa da Nippon Kogaku, ovvero Nikon, su commessa di terze parti, la cui fotocamera poteva quindi fregiarsi di un componente progettato e fornito dalla prestigiosa azienda.

 

 

Il committente era il brand Mamiya, fabbricante che già dall’immediato dopoguerra aveva proposto interessanti apparecchi biottica 6x6cm sullo schema Rolleiflex e con la serie C si era prodotto in una notevole accelerazione, introducendo soluzioni molto pratiche per il professionista che la 6×6 originale di Brauschweig non mise mai a disposizione, partendo dalle piastre con ottiche intercambiabili da 55mm a 250mm per arrivare a svariati mirini, anche esposimetrici e con lettura TTL grazie ad un braccetto simile a quelli impiegati nei corpi Leica M5 e CL; proprio l’esigenza di dare un’alternativa al classico pozzetto per inquadratura “waist level” spinse Mamiya a contattare Nippon Kogaku, a inizio anni ’60, chiedendo un mirino alternativo con prisma ottico che consentisse una visione con orientamento corretto e all’altezza dell’occhio; l’azienda era in ottimi rapporti con Mamiya e accettò la commessa, sfruttando la tecnologia dei prismi di Porro, comune nei binocoli, e realizzando questo Porroflex destinato alle Mamiya biottica serie C; la particolare struttura del prisma obbligò a questa curiosa sagoma asimmetrica con elemento ottico che si spinge a sbalzo oltre gli ingombri della fotocamera, tuttavia questa scelta tecnica consentì di ottenere un mirino dagli ingombri tutto sommato ragionevoli, se consideriamo il grande formato del vetro smerigliato.

La custodia in pelle del mirino prismatico riporta il caratteristico logo Nippon Kogaku dell’epoca e conferma inequivocabilmente la nobile origine dell’accessorio.

 

 

Il Nippon Kogaku Porroflex per Mamiya biottica prevede naturalmente gli attacchi standard analoghi a quelli presenti sul mirino a pozzetto originale e la struttura spigolosa che risulta dall’aver letteralmente inguainato la parte ottica con rivestimento esterno richiama immediatamente la fisionomia del mirino a prisma semplice per Nikon F.

Nella parte anteriore la scritta Porroflex risulta posizionata in modo apparentemente asimmetrico ma in realtà, accoppiando il mirino al corpo macchina, risulta centrata rispetto all’asse mediano del suo frontale, mentre la vista posteriore consente di apprezzare il curioso posizionamento dell’oculare, praticamente fuori dal profilo della fotocamera e ricavato nello sbalzo del mirino che si estende oltre quest’ultima; la combinazione di finitura liscia, raggrinzente e parti di rivestimento applicate suggerisce l’impressione di elevata qualità produttiva.

Nella parte posteriore, accanto al mirino, il logo Nippon Kogaku ricorda timidamente le origini dell’accessorio; accanto all’emblema, in questo esemplare, troviamo solamente le scritte Japan ed M, tuttavia in certe serie saranno accompagnate anche da PAT. PEND. per indicare un design brevettato da parte del fabbricante; è bene anche aggiungere che, secondo un principio di par condicio ante litteram, Nippon Kogaku realizzò un Porroflex anche per la Rolleiflex biottica di Franke & Heidecke, otticamente simile a questo ma con ovvie differenze nella piastra di attacco all’apparecchio.

 

 

Una vista della parte inferiore mostra gli elementi ottici a vista e la piastra di attacco alla fotocamera Mamiya, previa rimozione del pozzetto fornito di serie.

 

 

Un secondo esemplare, prodotto in tempi diversi, mostra la citata scritta PAT. PEND. riferita ad un brevetto che tuttavia non sono mai riuscito ad identificare, mancando il relativo numero, pertanto non è possibile sapere quale elementi fossero effettivamente registrati.

 

 

Il ritaglio da questa vecchia brochure mostra un Porroflex Nippon Kogaku abbinato ad una biottica Mamiya C3; la sagoma asimmetrica del mirino lascia effettivamente un po’ perplessi ma la possibilità di inquadrare e mettere a fuoco all’altezza dell’occhio e con lati correttamente orientati costituiva un innegabile vantaggio, specie in scene dinamiche e con soggetti in movimento.

 

 

La carriera delle biottica 6x6cm Mamiya, scandita da diverse generazioni e aggiornamenti del corredo, si è protratta per vari decenni e in corso d’opera, nel settore mirini, si assiste ad una interessante evoluzione: la gamma si amplia notevolmente, passando a 2 differenti Porroflex, uno dei quali con esposimetro al CdS e lettura TTL attraverso l’obiettivo da ripresa, un prisma più evoluto che risulta compatto e garantisce una visione più ingrandita rispetto al Porroflex e un pozzetto rigido con oculare fisso e possibilità di ruotare un selettore e passare da 3,5 a 6 ingrandimenti in visione; il dettaglio curioso è che tutti questi mirini di nuova generazione, compresi i Porroflex, sono ora marcati Mamiya e il logo Nippon Kogaku non è più presente, sebbene l’inconfondibile sagoma di tali versioni col mirino spostato a sbalzo replichi palesemente quella dei modelli originali.

Ignoro quali siano stati gli accordi fra le 2 aziende, tuttavia, considerando le buone relazioni, è possibile che Nippon Kogaku, non più interessata al Porroflex, abbia ceduto il relativo brevetto a Mamiya, aprendo la via ad una produzione autarchica.

 

 

Lo stralcio di questa ulteriore brochure d’epoca mostra le due versioni di Porroflex, convenzionale e con esposimetro al CdS (cellula al solfuro di cadmio, alimentata da unità al mercurio da 1,35v), ed entrambe risultano marcate Mamiya; la sagoma asimmetrica del Porroflex in realtà funzionava quasi come un’impugnatura ergonomica, consentendo alla mano destra di afferrarlo saldamente e migliorare la stabilità nelle prese senza treppiedi, mentre l’illustrazione mostra chiaramente il braccetto con cellula al CdS che si poteva estrarre e posizionare al centro del campo inquadrato, determinando quindi una lettura a spot stretto e su un area facilmente identificabile proprio dalla sagoma dell’elemento centrale visibile nell’inquadratura.

 

 

Quest’immagine pubblicitaria molto tarda, divulgata al crepuscolo del sistema, mostra nuovamente un mirino con prisma di Porro, nella versione con esposimetro TTL al CdS; come si può osservare la scritta Porroflex è scomparsa e sul frontale campeggia solo il logo Mamiya, mentre la finitura si integra meglio con quella del corpo. Nella foto è interessante notare anche il grosso lampeggiatore, marcato Mamiya Mamiyalite (!) ma palesemente prodotto da terzi.

Questa fornitura di mirini da parte di Nippon Kogaku, come anticipato, fu favorita dalle buone relazioni con l’azienda Mamiya, e quest’ultima ebbe comunque modo di “sdebitarsi” rapidamente perché all’epoca Nippok Kogaku era intenzionata a commercializzare una reflex più semplice ed economica della professionale Nikon F, in modo da accedere ad un target più ampio di potenziali acquirenti, garantendo una compatibilità trasversale grazie al comune attacco a baionetta, il tutto ad un prezzo inferiore ai 40.000 Yen con ottica 50mm f/2 contro i quasi 70.000 Yen della Nikon F con identico obiettivo.

 

 

Nello stesso periodo Mamiya aveva sviluppato una reflex 35mm con le caratteristiche desiderate da Nippon Kogaku, pertanto venne formalizzato un accordo che diede vita alla Nikkorex F, apparecchio lanciato nel Giugno 1962 e prodotto da Mamiya ma con attacco a baionetta Nikon F e nome registrato e già utilizzato da Nippon Kogaku per altri prodotti del settore.

Il Porroflex originale della Mamiya biottica mette quindi in luce questa trama di relazioni fra Mamiya e Nippon Kogaku, rapporti che in quello scorcio iniziale degli anni ’60 diedero anche frutti concreti.

Passiamo ora a qualche spigolatura legata all’universo Leica; qualcuno direbbe noblesse oblige ma in realtà la sterminata serie di corpi, ottiche e accessori messi in campo in quasi un secolo di storia forniscono inevitabilmente materiale utile per queste considerazioni.

 

 

La prima curiosità è legata ad un corpo Leica IIIG venduto nel lontano 1959 (non quello illustrato, inserito a solo scopo didascalico); come molti ricorderanno alcuni prodotti come le ottiche Carl Zeiss per Contax/Yashica arrivavano al cliente finale con una scheda del controllo qualità, e anche la nostra Leica a vite fu inscatolata con un documento simile; tuttavia le schede Zeiss sono dei pre-stampati anonimi prodotti in grande serie, mentre la Leica IIIG matricola  955428…

 

 

…prevedeva questa scheda fissata ai suoi occhielli per la cinghia di trasporto, e a fronte dei documenti impersonali descritti in precedenza risulta tutta compilata a mano; a parte il numero di matricola, le ispezioni prevedevano 4 verifiche differenti, ovvero controllo di qualità, calibrazione del telemetro, taratura dei tempi e ispezione complessiva finale, ciascuna eseguita da un tecnico specializzato che ci metteva la faccia e firmava direttamente la scheda, col suo cognome in chiaro, mentre l’altra parte del documento, in caso di rimostranze da parte dell’acquirente, suggeriva di restituirlo direttamente all’azienda o al locale rappresentante: un modo per responsabilizzare i tecnici e garantire controlli accurati ed effettivi, dal momento che la responsabilità di eventuali difetti non rilevati era facilmente riconducibile a loro stessi.

 

 

Un’altra curiosità legata a Leitz è un insolito accessorio per la messa a fuoco, nato in origine nel lontano 1936 col codice ZWTOO e poi riprogettato e rinominato HESUM nel 1951; questo componente si accoppiava ad obiettivi normali rientranti, utilizzandoli collassati nella montatura ed agganciandoli alla baionetta in fondo al cannotto delle lenti che, in condizioni normali, lo fissa all’elicoide dopo l’estrazione; la rara e insolita versione di cui parliamo venne ridisegnata da Ernst Leitz Incorporated, New York e commercializzata nel 1951.

 

 

Come si può intuire questo anello con elicoide si avvitava ai corpi macchina a vite 39×1 (il pivot sporgente a sbalzo serviva proprio a forzare il serraggio finale dopo l’applicazione), mentre la sottile baionetta all’interno si accoppiava con il corrispondente elemento presente nel cannotto rientrante dei normali Leitz Summar e Summitar 50mm 1:2 (l’accoppiamento era possibile dopo aver fatto rientrare tale elemento e appoggiato l’elicoide di fuoco dell’obiettivo nella culla anteriore dell’HESUM); a questo punto la messa a fuoco veniva gestita direttamente dall’elicoide  dell’accessorio, sfruttando la classica presa di forza con “campanellino”, tuttavia il modello Leitz New York si differenzia perché presenta una scala da 0 a 8mm che definisce la corsa del suo elicoide, imponendo in pratica una messa a fuoco simile a quella impiegata sulle fotocamere metriche, nel cui nell’elicoide è integrata una scala che indica in ogni posizione i relativi millimetri di avanzamento e che definisce le relative distanze di messa a fuoco tramite tabelle che abbinano queste ultime al corrispondente tiraggio dell’elicoide espresso in millimetri.

Questo HEMUN del 1951 prodotto da Leitz New York operava in modo simile, abbinando distanze predefinite a specifiche regolazioni di tiraggio del suo elicoide di fuoco, un accessorio davvero insolito e interessante dal punto di vista collezionistico.

 

 

Una terza curiosità è invece legata al celebre teleobiettivo Hektor 135mm 1:4,5 per Leica a telemetro, prodotto dal 1933 al 1960 in varie configurazioni estetiche arrivando a quasi 110.000 esemplari; questo teleobiettivo venne inizialmente affiancato al corrispondente Elmar 135mm 1:4,5 ma subito lo soppiantò per la superiore risoluzione e il controllo dell’aberrazione cromatica che garantiva rispetto all’altro modello, e tali prerogative portarono nel tempo ad impiegarlo anche in modo inconsueto, applicando la sua testa ottica svitabile a soffietti e box reflex per riprese ravvicinate o adattandolo in montatura modificata per foto oftalmologiche.

 

 

Le sue qualità vennero riconosciute anche dalla celebre azienda tedesca Karl Mueller di Memmingen, titolare del celebre marchio Novoflex, che predispose un distanziale/adattatore denominato HEKRING (prodotto sia in versione satinata cromo che nera) e concepito per applicare la testa ottica dell’Hektor 135mm 1:4,5 su vari dispositivi prodotti da Novoflex in attacco Leica a vite, come la scatola reflex NOPRI o i dispositivi a soffietto per foto ravvicinata NOBAL, KILBAL e LEIBAL (ricordo che Novoflex era ed è specializzata anche in soffietti e sistemi per riprese macro).

 

 

Proprio il distanziale Novoflex HEKRING è utilizzato in questo curioso esemplare che abbina la testa ottica Hektor 135mm 1:4,5 a tale adattatore e ad un elicoide di messa a fuoco in montatura corta con attacco 39×1; non ho capito bene come e in che contesto venisse impiegato questo curioso assemblato, tuttavia è testimone delle varie applicazioni del gruppo ottico Hektor 135mm 1:4,5 in quasi trent’anni di carriera.

 

 

Restando proprio in tema di Hektor 135mm, allego lo screenshot di 2 articoli proposti su Ebay poco tempo fa nello stesso momento e casualmente accostati nella sequenza della pagina, per documentare i paradossi del mercato: infatti, per un Leitz Hektor 135mm 1:4,5 LTM apparentemente in ottime condizioni, con tappi originali e nessun difetto dichiarato, venivano richiesti solamente 59€, con la possibilità di proposta di acquisto, quindi ammettendo addirittura una contrattazione al ribasso, mentre per un tappo Leitz in plastica stampata il relativo venditore pretendeva non meno di 872€, più 62,90€ di spedizione (!) per un oggetto minuscolo di pochi grammi, un confronto paradossale che strappa un sorriso ma definisce anche nuovi record nel settore, un obiettivo Leitz per corpi a telemetro con tappi originali a circa 50€…

Voliamo ora in Giappone per un oggetto particolare targato Canon che mi fornisce anche l’occasione per ricapitolare dettagli relativi al famoso Canon FD 55mm 1:1,2 asferico di inizio anni ’70, un modello che giocoforza ha fatto la storia del settore.

 

 

Infatti, nel settore delle superfici paraboliche su obiettivi fotografici di impiego normale,  l’onore dell’anteprima va certamente attribuito a Leitz col suo Noctilux-M 50mm 1:1,2 con 2 lenti asferiche del 1966, frutto di 6 anni di studi del Dr. Marx su tale concetto finalizzati con un mastodontico e potente computer Elliott 402 appena installato a Wetzlar, tuttavia il Canon FD 55mm 1:1,2 Asferico del 1971 è parimenti importante per alcune fondamentali ragioni: il Leitz Noctilux prevedeva costi di produzione elevatissimi ed è stato realizzato in una tiratura molto limitata, mentre i processi industriali Canon hanno permesso una produzione di serie in scala relativamente ampia; il modello Canon garantisce lo spazio retrofocale sufficiente per l’impiego sui corpi reflex (difficoltà progettuale non indifferente, a fronte del Noctilux che poteva ridurre a piacimento tale spazio in assenza di specchio), consentendo quindi la messa a fuoco reflex e una precisa inquadratura; infine, il Canon 55mm 1:1,2 Asferico prevede un sistema flottante e consente di mettere a fuoco fino a 0,6m mantenendo un’alta resa a tutte le distanze, mentre il fuoco del Noctilux-M 50mm 1:1,2 è limitato a 1 metro e senza compensazioni, quindi l’ottica Canon è sicuramente più versatile e sfruttabile.

 

 

La curiosità in questione è questo esemplare, one of one, di Canon FD 55mm 1:1,2 S.S.C. Aspherical (la terza ed ultima variante del modello, arrivata nel Marzo 1975; in seguito ricapitolerò in dettaglio le varie versioni); quest’obiettivo, come del resto tutti gli altri della serie coeva, è sempre stato commercializzato in finitura completamente nera, ad esclusione del collare di serraggio breck-lock, tuttavia questo specifico pezzo esibisce invece un’inaspettata livrea satinata cromo; per passione personale seguo quest’obiettivo da decine di anni ed è la prima volta che mi imbatto in un esemplare del genere.

 

 

L’obiettivo prevede infatti un barilotto interamente satinato in tutti i suoi elementi ed appare come nuovo, nonostante il codice alfabetico accanto alla lente posteriore (lettera R) definisca la produzione nel 1977, quindi ben 46 anni fa; proprio l’aspetto intonso della finitura satinata, in contrasto con la normale usura sulla baionetta anteriore cromata lucida, mi fa pensare che questo esemplare sia frutto di un intervento postumo su un normale esemplare nero di serie (e simile a quello messo in atto sulle ottiche Olympus OM Zuiko rivisitate da OM Labor per trasformarle in esemplari satinati chiari): infatti il barilotto è stato probabilmente ripulito della finitura nera originale e quindi satinato ex-novo, convertendo anche gli smalti di certe numerazioni da bianco a nero per renderle leggibili sul nuovo sfondo, mentre per la baionetta anteriore cromata lucida il tecnico ha eventualmente recuperato un esemplare usato da un Canon FD 55mm 1:1,2 prima serie, equipaggiato proprio con un elemento del genere, che inevitabilmente presenta una certa usura provenendo da un obiettivo prodotto 50 anni prima; a supporto della tesi di un intervento aftermarket abbiamo anche la letteratura ufficiale che non ha mai fatto cenno ad una versione speciale con tale aspetto, e peraltro questo è l’unico esemplare apparso in decenni.

Questo naturalmente è solo il mio parere personale e per tale va preso; sarò ben lieto di essere corretto all’insorgere di nuove evidente che dimostrino una finitura originale Canon in fase di produzione diretta.

L’aspetto complessivo è sicuramente affascinante e per certi versi richiama i recenti Summilux-M e Noxtilux-M in finitura analoga, tuttavia i modelli Leica prevedono una godronatura metallica di identico aspetto anche per la ghiera di messa a fuoco, mentre la style policy di questi Canon FD adotta un settore in gomma nera che è rimasto invariato, penalizzando a mio avviso l’estetica complessiva rispetto ad un ipotetico esemplare che sostituisse la fascia gommata con un settore metallico munito di sbalzi in rilievo e a sua volta satinato chiaro.

Quale che sia la vera origine di questa autentica mosca bianca, la finitura complessiva e dei dettagli è impeccabile e osservandolo non si ha alcuna impressione di un lavoro artigianale o con piccole sbavature.

 

 

La continuità estetica di questo FD 55mm 1:1,2 S.S.C. Aspherical satinato è favorita anche dalla presenza del collare di serraggio che prevede tale finitura ab origine, mentre è sicuramente condivisibile la scelta di prevedere anche la baionetta anteriore cromata, come nei Canon FD “Chrome Nose” commercializzati dal 1971 al Marzo 1973, per creare un continuum in tutte le parti metalliche; peccato soltanto, mi ripeto, che la fascia gommata produca un brusco elemento di contrasto e non abbia consentito di finalizzare quell’aspetto diafano ed etereo che rende così affascinanti i citati luminosi Leica.

 

 

La parte anteriore è sicuramente spettacolare, con la grande lente trattata multicoating e la ghiera che proclama a gran voce l’eccezionalità del modello, ricordando la presenza del rivestimento multistrato S.S.C. (Super Spectra Coating) e naturalmente della lente asferica; tracce di alterazione sulla ghiera frontale e di usura sulla baionetta, caratteristiche di un obiettivo normalmente usato, stridono con la finitura assolutamente intonsa del resto del barilotto, suggerendo appunto un lavoro a posteriori che, anzi, avrebbe rappresentato anche una ghiotta occasione per cancellare eventuali graffi o segni di usura sulla finitura nera originale, ripristinando sul pezzo finito la percezione di obiettivo come nuovo.

(continua nella sesta parte)

 

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