Curiosità assortite del mondo fotografico (quarta parte)

Riprende dalla terza parte

Il 50mm 1:3,5 a schema tipo Tessar (4 lenti in 3 gruppi) era un normale calcolato all’origine per il formato 24x36mm, mentre il 90mm 1:4,5 e il 127mm 1:4,5 condividevano lo stesso schema Tessar nonostante la focale più lunga perché in origine erano dei normali destinati a formati di negativo molto più ampi (come del resto avveniva anche per gli originali Elmar 9cm o Hektor 13,5cm originali Leitz), e vennero rimontati in barilotti adatti alla Leica sfruttando solo la porzione centrale della loro ampia copertura; la focale anomala da 127mm del tele più lungo (in origine un normale allargato per il formato 4×5”) deriva dalla progettazione originale con focale in pollici, appunto 5” esatti (25,4mm x 5 = 127mm).

Il primo modello introdotto fu proprio il Wollensak Velostigmat/Raptar 127mm 1:4,5 (codice LELCP), lanciato nel 1944, probabilmente perché il classico tele da “135mm” era molto richiesto e le scorte dell’originale Hektor 13,5cm 1:4,5 furono le prime ad esaurirsi, e fu anche l’ultimo ad uscire di schema nel 1951; il Wollensak Velostigmat/Raptar 90mm 1:4,5 (codice LEXXC) arrivò invece nel 1945 e scomparve dal catalogo nel 1950, mentre il normale Wollensak Velostigmat/Raptar 50mm 1:3,5 (codice LELEL) esordì solo nel Dopoguerra, nel 1947, e uscì di scena nel 1949.

Questa pagina pubblicitaria statunitense fu lanciata proprio nelle primissime fasi di questa operazione, quando a scarseggiare erano sostanzialmente i tele più lunghi da 135mm, e infatti il protagonista della rèclame è proprio il Wollensak da 127mm e in questa prima fase non si fa neppure menzione del fatto che il barilotto e il gruppo ottico siano made in U.S.A., proponendolo quasi come un prodotto Leitz originale; notate sul corpo macchina il particolare mirino multifocale IMFIN/IMARECT di Leitz New York, analogo all’originale Leitz VIOOH ma in questo caso modificato per visualizzare l’inquadratura da 127mm, assente nel corrispondente tedesco e anche nelle prime serie del corrispettivo statunitense, prodotto fin dal 1940 quando il progetto Wollensak era al di là da venire.

Osservate anche la nota che informa la clientela circa le scorte limitate di corpi Leica, naturale conseguenza della situazione politica del momento.

 

 

Una pubblicità simile del 1945 mostra come il rapporto della clientela col famoso prodotto tedesco si fosse rapidamente deteriorato; infatti, improvvisamente, il messaggio-chiave dell’inserzione diventa la produzione interamente statunitense del 127mm e del 90mm appena presentato, sbandierata con orgoglio patriottico per invogliare nuovamente i potenziali acquirenti, così come si rivendica una propria indipendenza dalle imbarazzanti relazioni col brand tedesco vantando una sezione di assistenza indipendente e in grado di svolgere direttamente qualsiasi intervento sui prodotti Leitz-Leica.

La fase Wollensak documenta quindi una difficile fase gestionale per la potente struttura E. Leitz. Inc., New York, chiamata a supplire alle mancate forniture e simultaneamente a creare nuovamente un’immagine positiva attorno al prodotto tedesco.

Restiamo in casa Leitz per descrivere un accessorio antico e molto raro, un ingranditore a luce solare che risale addirittura all’epoca della Leica a vite con ottica fissa Elmax e venne prodotto intorno al 1926.

 

 

Questo curioso e raro accessorio era catalogato col codice FILAR e prevedeva una struttura molto semplice, in pratica ridotta ad un box realizzato in legno ed annerito all’interno che da un lato prevedeva un’apertura corrispondente ad un rozzo porta negativi con vetro di pressione e relative linguette metalliche di fermo, e dall’altro invece terminava con una sorta di sportello incernierato sulla cui superficie interna si appoggiava un foglio di carta fotosensibile di dimensione predefinita; la proiezione a fuoco del negativo originale su quest’ultimo era garantita da un obiettivo da 64mm con apertura e fuoco fisso posizionato all’interno e alla corretta distanza da entrambe le coniugate; sull’esterno della struttura lignea osserviamo anche una maniglia metallica per il trasporto e una coppia di supporti laterali, aggiunti per sostenere eventuali spezzoni di film in bobina; ovviamente la fonte di luce per il sistema era solare e il tempo di posa necessario era inizialmente definito da prove sperimentali.

Il Leitz FILAR non era quindi un ingranditore con le complete funzionalità di un esemplare moderno, a partire dalla facoltà di scegliere diversi formati di stampa, ma era concepito per consentire in modo facile e a prova di errore l’ingrandimento di un fotogramma Leica 24x36mm su un foglio di carta da 140x89mm, corrispondente alle dimensioni della cartolina postale dell’epoca; infatti a quel tempo la maggioranza degli apparecchi sfruttava grandi formati e la consuetudine a creare copie su carta di dimensioni sostanzialmente ridotte vedeva la stampa a contatto come procedura standard, ottenendo quindi copie grandi come il negativo di partenza; naturalmente nel caso della Leica il 24x36mm era troppo piccolo per tale procedura, tuttavia l’ingrandimento dell’originale su un foglio da 9x14cm fu ritenuto sufficiente alle esigenze più comuni.

 

 

Questa foto mostra come all’epoca in casa Leitz non avessero ancora associato al sistema Leica la raffinata allure di qualità, cura nella confezione e precisione di fattura per il quale sarebbe poi stato famoso: infatti la realizzazione del FILAR appare spartana ed essenziale, in special modo se osserviamo il laccio che fissa lo sportello inferiore in posizione chiusa per la stampa, un dettaglio ben lontano dai prelibati dettagli Leitz ai quali siamo abituati; d’altro canto, se chiudiamo un occhio (meglio entrambi) sulla povertà della fattura, occorre apprezzare la possibilità di realizzare stampe senza effettuare alcuna regolazione e con la certezza del risultato, una volta definito il tempo di esposizione con qualche test.

 

 

L’essenzialità del design viene ribadita anche dal portanegativi, che anziché avvalersi di una chiusura a cerniera o altre soluzioni pratiche e prive di usura utilizza una spessa lastrina di vetro da posizionare ogni volta manualmente (col rischio di eventuali cadute, come confermato dalla scheggiatura in questo esemplare), e il relativo fissaggio è affidato a 2 linguette metalliche girevoli che ogni volta devono passare strisciando sulla lastra di vetro e restare vincolare sotto i relativi fermi laterali, ripetendo a ritroso la noiosa operazione anche per la riapertura.

Questa soluzione, nel caso di interi rulli da stampare, impone quindi una prassi molto macchinosa e anche fonte di continua usura per le linguette mobili e la porzione di lastrina sulla quale vanno a strisciare, ribadendo come questo prodotto sia ben lontano dagli standard Leitz ai quali siamo abituati.

 

 

Per garantire il corretto spianamento del foglio di carta durante la posa è stata scelta una soluzione altrettanto semplice ma questa volta funzionale: la ribaltina lignea prevede infatti all’interno un settore rettangolare a sbalzo da 9x14cm sul quale si appoggia il foglio; chiudendo lo sportello la carta sensibile va in battuta su una maschera lignea con identiche proporzioni ma formato inferiore, pertanto il bordo perimetrale del foglio rimane stretto fra i 2 elementi, finalizzando il corretto spianamento; inoltre, dal momento che questa porzione non verrà esposta dalla luce, darà vita ad un bordo bianco, svolgendo di fatto anche il ruolo di un classico marginatore; naturalmente la parte interna è adeguatamente annerita per evitare riflessioni parassite.

 

 

Questa immagine visualizza quanto detto sopra, col foglio che copre interamente il settore a sbalzo della ribaltina ma va poi a contatto con una maschera dal formato più ridotto che mantiene spianato il foglio e crea il bordo bianco sulla copia finale sviluppata.

 

 

L’ottica per ingrandimento da 64mm di focale è sicuramente l’elemento più tecnologico e costoso del FILAR; come potete osservare è montato in posizione fissa all’interno della struttura a lavora alla massima apertura (di valore ignoto), senza alcuna possibilità di regolazione; anche il relativo schema ottico è sconosciuto e si possono fare solo ipotesi che si dividono fra un tripletto di Cooke a 3 lenti o un tipo Tessar a 4 lenti.

Il FILAR è stato uno dei primi sistemi per ingrandire un negativo producendo una copia su carta di formato superiore e nonostante la sconcertante semplicità della fattura è storicamente rilevante perché proprio la diffusione dei piccoli formati finalizzata dal sistema Leica a reso consueta questa procedura, quando in precedenza e per decenni ci si era limitati a stampe a contatto.

Anche la prossima curiosità è un prodotto Leitz Weztlar, sebbene più moderno e concepito negli anni ’50, un pezzo per il quale l’espressione “l’apparenza inganna” calza davvero a pennello.

 

 

Infatti questo dispositivo ad una prima occhiata può sembrare uno dei pregiati microscopi per la quale Leitz è sempre stata famosa, tuttavia l’analogia della struttura non corrisponde ad una funzionalità consueta: infatti questo accessorio è un dispositivo da micro-proiezione che andava abbinato ai potenti proiettori per diapositive della serie Leitz Prado (250, 500, 66, etc.), rimuovendo l’obiettivo da proiezione tradizionale col relativo tubo di supporto e sostituendolo con questo sofisticato accessorio.

L’oggetto illustrato è in realtà composto da 3 elementi assemblati (e definiti dai codici Leitz 32606 K, 37300 C e 37820 R), ovvero il basamento con attacco per il proiettore e coppia di guide cilindriche di allineamento, gruppo con condensatore mobile e tavolinetto e modulo con torretta per obiettivi, tubo e oculare da proiezione, il tutto pre-assemblato nella confezione illustrata; sulla copertina del manualetto di istruzioni in basso si può osservare un proiettore Leitz Prado con applicato il sistema, che rimaneva quindi appeso orizzontalmente e proiettava in linea come l’obiettivo da proiezione originale.

 

 

Questo dispositivo, introdotto intorno al 1960, era ufficialmente denominato Leitz Microscope Projector for Prado ed utilizzava convenzionali obiettivi da microscopio della gamma economica acromatica abbinati ad uno speciale oculare da proiezione, denominato Leitz Projectionsokular H 4x; la torretta, mutuata da un microscopio della gamma, prevede in origine 4 attacchi RMS (W0,7” x 1/36”), tuttavia uno di essi è inutilizzato e la dotazione si limita a 3 obiettivi: un Leitz Achromat 3,5x / 0,10, un Leitz Achromat 10x / 0,25 e un Leitz Achromat 25x / 0,50 (quest’ultimo concepito per l’uso tassativo con un copri vetrino da 0,17mm di spessore); tutti gli obiettivi appartengono alla linea concepita per lavorare su microscopi con tubo da 170mm.

Nella foto a sinistra si possono apprezzare le 2 guide cilindriche che allineano il tavolinetto col relativo condensatore (quest’ultimo parzialmente collassato nella sede circolare presente nel basamento/adattatore per proiettore) e il modulo con obiettivi e oculare; quest’ultimo prevede un dispositivo di fermo con registri per la messa  fuoco preliminare dell’immagine proiettata.

 

 

Questo è l’interno della confezione originale, con fermi e distanziali dall’aspetto decisamente artigianale; probabilmente in azienda utilizzarono un box già esistente per altri prodotti, adattandolo alle quote del Microscope Projector con relativi accessori.

 

 

Un dettaglio del primo modulo evidenzia l’attacco per il proiettore e le guide cilindriche che consentono di allineare gli altri elementi del complesso; è importante specificare che esistevano due versioni di Leitz Microscope Projector: quella illustrata proiettava frontalmente in linea ed era il modello meno comune, mentre nell’altra il primo modulo prevedeva uno specchio a 45° che consentiva di montare la struttura verticalmente, con un secondo specchio aggiuntivo a 45° posto sopra l’oculare che rimandava nuovamente l’immagine verso lo schermo; in questo secondo caso l’accessorio era quindi posizionato in verticale, consentendo di osservare sul vetrino originali che la forza di gravità avrebbe spostato nella versione vista finora.

 

 

Nella parte inferiore del secondo elemento possiamo osservare il condensatore, la cui posizione è regolabile grazie alla camma che scorre nella relativa asola diagonale, e le aperture nelle quali inserire le guide metalliche viste nell’immagine precedente.

 

 

La dotazione ottica utilizza obiettivi presi direttamente dal catalogo dei microscopi Leitz, e per contenere i costi i modelli sono degli acromatici alla base della gamma, costituiti da 4 lenti suddivise in 2 doppietti acromatici cementati e spaziati fra loro; sui barilotti i dati riportati sono relativi alla lunghezza del tubo che li separa dall’oculare (170mm, un valore standard piuttosto diffuso), l’ingrandimento offerto e l’apertura relativa misurata col consueto standard degli obiettivi da microscopio; nell’obiettivo più potente da 25 ingrandimenti il valore aggiuntivo 0,17 è riferito allo spessore del copri vetrini da applicare sopra lo specimen e per il quale l’obiettivo è stato calcolato; il barilotto di questo modello 25x prevede anche una struttura rientrante gestita da una molla perché la distanza di lavoro dal copri vetrino è così ridotta che per errore l’operatore potrebbe mandare l’obiettivo all’impatto col medesimo, e la struttura collassabile previene qualsiasi danno.

 

 

L’oculare invece differisce dai modelli standard da visione ed è un esemplare con 4 ingrandimenti concepito appositamente per la proiezione; dal momento che il proiettore lavora in orizzontale l’oculare prevede un sistema di fermo che ne impedisce la caduta accidentale.

 

 

Gli obiettivi a corredo del Leitz Microscope Projector erano in dotazione anche a microscopi come questo Leitz Ortholux, del quale costituivano l’equipaggiamento base e più economico; infatti nella tabella aggiunta sotto l’immagine si può osservare un prezzo finale del microscopio assemblato pari a 1.848 Dollari dell’epoca, mentre gli obiettivi acromatici da 3,5x e 10x (il 25x qui non era impiegato) costavano soltanto 30 e 31 Dollari, rispettivamente.

Il Leitz Microscope Projector è un accessorio poco conosciuto ma molto apprezzato in certi ambienti perché consentiva lezioni di gruppo proiettando a grande formato il soggetto del vetrino e permetteva a una molteplicità di individui di apprezzare contemporaneamente la stessa visione, dettaglio non da poco, ad esempio, con soggetti biologici in continuo divenire.

Come nota personale, ho sempre amato i microscopi e fin dalla tenera età costituivano il mio regalo preferito nelle ricorrenze (ovviamente parliamo di esemplari giocattolo); in particolare, a 10 anni di età mi venne omaggiato un modello a proiezione molto simile come concetto a quello appena visto e in effetti la possibilità di proiettare a forte ingrandimento il soggetto del vetrino mi dava molta soddisfazione.

Torniamo ora in Giappone per parlare di obiettivi Olympus e in particolare della specifica dotazione di una fotocamera a telemetro vintage, la Tower 19.

 

 

La Tower 19 era un apparecchio per fotoamatori senza troppe pretese ma ben congegnato e costruito; questo modello è interessante perché, nonostante il brand name Tower 19, in realtà era prodotto dalla Olympus Corporation e venne commercializzato soprattutto negli Stati Uniti, dove era distribuito dall’organizzazione Sears, creando quindi una certa confusione per la corretta attribuzione.

Tuttavia quello che reputo interessante di questo modello è la dotazione di ottiche Olympus Zuiko, un corredino che esula dalle classiche e note serie dedicate alle mezzo formato Pen F o alle reflex OM e costituisce una gustosa curiosità per il collezionista Olympus; nello specifico, la Tower 19 ad ottiche intercambiabili offriva un grandangolare Zuiko da 35mm 1:2,8, un normale allargato Zuiko 45mm 1:2,8 e un corto teleobiettivo Zuiko 80mm 1:5,6, quest’ultimo penalizzato dall’apertura modesta scelta per contenere le dimensioni.

Una Tower 19 in buone condizioni con la dotazione completa di ottiche Olympus è quindi una simpatica aggiunta ad una collezione Olympus Pen F e Olympus OM.

Per concludere voglio proporre un curioso accessorio vintage dalla concezione semplice ed ingegnosa.

 

 

L’oggetto appartiene alla categoria dei telemetri esterni per definire la corretta distanza di messa a fuoco, un accessorio portato in auge dalle prime Leica antecedenti la serie II che richiedevano una misurazione indipendente di tale valore; questi telemetri esterni venivano fissati sulla slitta porta-accessori presente nel top dell’apparecchio e strutturalmente erano analoghi a quelli incorporati nelle fotocamere, definendo per sdoppiamento la misura corretta.

L’esemplare evidenziato in questa rèclame d’epoca in mezzo ad altri pezzi analoghi e ad autoscatti meccanici passava tuttavia oltre perché le sue ghiere di regolazione includevano anche la scala per il numero guida del flash; oggi infatti siamo avvezzi a lampeggiatori a gestione completamente automatica, la cui emissione è gestita direttamente dall’esposimetro della fotocamera che lo legge  e misura in tempo reale, tuttavia all’epoca i lampeggiatori funzionavano con lampade a combustione di potenza fissa e di volta in volta era necessario calcolare l’apertura di diaframma corretta utilizzando il cosiddetto numero guida della lampada, valore numerico che definisce il diaframma necessario per esporre a 1 metro di distanza con una sensibilità del film predefinita, solitamente 21° DIN / 100 ASA (100 ISO); pertanto, ad esempio, una lampada con numero guida 32 consentiva di esporre all’apertura 1:32 a 1 metro (32 : 1 = 32), oppure ad 1:16 a 2 metri (32 : 2 = 16) o ad 1:4 a 8 metri (32 : 8 = 4), e così via.

Questo calcolo in condizioni normali veniva svolto mentalmente dal fotografo, dividendo il numero guida per la distanza definita sull’obiettivo o nel telemetro esterno dopo la messa a fuoco, tuttavia in questo caso risultava possibile impostare sul telemetro anche il numero guida della lampadina utilizzata, e dopo aver misurato la distanza dal soggetto su una scala si poteva leggere direttamente l’apertura di diaframma corretta per esporre col lampo, semplificando le operazioni; si tratta di un’aggiunta sicuramente utile per chi operasse spesso in luce flash e che, se vogliamo, funziona un po’ sul principio delle ottiche GN con gestione automatica del numero guida.

Questa ulteriore tornata ci dimostra nuovamente quante deliziose curiosità si nascondano nell’universo della fotografia, fonte di inesauribile letizia per l’appassionato con voglia di indagare.

Un abbraccio a tutti; marco chiude.

 

 

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