Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguo nella descrizione di pezzi o episodi curiosi legati al mondo della fotografia, corroborato dall’apprezzamento ottenuto con articoli precedenti di analogo tenore e approdando quindi al diciassettesimo episodio.
Il primo dettaglio curioso è riferito ad annunci pubblicitari di fotocamere Zeiss Ikon Stuttgart proposti nel 1962; le 2 inserzioni affiancate, pubblicate contemporaneamente negli States, mostrano come i creativi d’oltreoceano per quell’anno avessero puntato il focus sui magazzini porta-pellicola intercambiabili, effettivamente disponibili sia nel corredo della popolare ed abbordabile reflex Contaflex che in quello della professionale ed elitaria Contarex; la possibilità di cambiare pellicola a metà rullino senza perdere un fotogramma ed avvicendare al volo bianconero, colore, negativo o diapositiva come nelle reflex di medio formato professionali era effettivamente un notevole valore aggiunto, tuttavia la presentazione simultanea delle 2 inserzioni metteva un po’ troppo in evidenza il fatto che tali magazzini fossero sempre gli stessi, e stava poi ai lettori decidere se questo fornisse maggior credito al più modesto sistema Contaflex o invece sminuisse l’allure dell’inarrivabile Contarex…
Restiamo nel mondo del sistema Contaflex prodotto da Zeiss Ikon Stuttgart; quest’apparecchio reflex offriva sicuramente un soddisfacente standard qualitativo ma la cocciuta determinazione dello Stiftung Zeiss di utilizzare in ogni circostanza gli otturatori centrali della Deckel di Monaco (della quale deteneva un consistente pacchetto azionario) aveva imposto la limitazione dell’obiettivo fisso, pertanto la sua appetibilità risultava inferiore a modelli che invece ne permettevano la libera intercambiabilità senza ricorrere a ingombranti e costosi aggiuntivi anteriori.
I creativi dovevano quindi lambiccarsi nuovamente il cervello ed inventare idee e situazioni per promuovere la vendita di questi modelli, ben fatti ma dalle caratteristiche conservative; un esempio quasi esilarante ci viene proposto da questo annuncio, nuovamente divulgato negli States, nel quale si dichiara che con nebbia e pioggia si presenterebbero affascinanti opportunità fotografiche, aggiungendo che in tali circostanze serve un apparecchio che non ti lasci a piedi e offra anche un obiettivo di elevata apertura massima.
Dopo questo assunto, l’annuncio semplicemente suggerisce che la Contaflex sarebbe il modello ideale per tali situazioni, un’affermazione quantomeno forzata, visto che di seguito si specifica che l’obiettivo in dotazione è un Tessar la cui apertura massima è appena 1:2,8… Ciascuno di voi provi ad immaginare di fotografare sotto la pioggia o con nebbia fitta e alzi la mano chi vedrebbe una Contaflex come scelta prioritaria!
Sempre dal mondo Contaflex ci arriva questo corpo tipo 861/24 appartenente alla primissima serie; a prima vista non presenta nulla di anomalo finchè non osserviamo l’obiettivo e notiamo la denominazione Zeiss Opton in luogo di Carl Zeiss.
Infatti la stragrande maggioranza dei numerosi corpi Contaflex di varia generazione prodotti dal 1953 al 1972 prevede un obiettivo Tessar marcato Carl Zeiss, tuttavia, com’è noto, a seguito delle complesse diatribe legali che per anni hanno interessato l’azienda di Oberkochen e la consorella di Jena nella DDR per lo sfruttamento dei marchi originali, dal 1947 fino al termine del 1953 gli articoli prodotti dal neonato brand in Germania Federale erano marcati Zeiss Opton, ed esiste pertanto una piccola tiratura di Contaflex I serie 861/24, ovvero le prime fotocamere prodotte nel 1953, che venne equipaggiata con un Tessar 45mm 1:2,8 ancora marcato Zeiss Opton, serie che a mio parere costituisce un’interessante curiosità da collezione.
Il marchio Zeiss Opton incarna una fase transitoria ma storicamente interessante dell’azienda, nata dal nulla e ancora in fase di assestamento, con produzione inizialmente dirottata nei locali di Coburg mentre ad Oberkochen stavano attrezzando lo stabilimento; la produzione Zeiss Opton è intrigante anche per un altro aspetto: l’utilizzo di vetro ottico di origine Zwiesel; infatti, prima del conflitto, la Carl Zeiss Jena sfruttava la fornitura di vetri della consociata vetreria Schott, sempre di Jena, tuttavia esisteva una sorta di backup, un “sito B” che produceva a sua volta vetri ottici e che poteva garantire continuità alle forniture qualora lo stabilimento principale Schott fosse stato bombardato.
Questa seconda vetreria si trovava in posizione defilata a Zwiesel, piccola frazione bavarese ai confini con la repubblica Ceca, e sopravvisse senza danni catastrofici alle devastazioni belliche; dopo il conflitto Zwiesel rimase nella zona a controllo Alleato, pertanto i vetri presenti nei magazzini di Zwiesel Glas vennero eventualmente utilizzati per produrre le prime serie di obiettivi Zeiss Opton, in attesa che la “nuova” Schott si insediasse a Mainz, un’ulteriore curiosità che li rende appetibili; come nota a margine, in tempi moderni la Zwiesel Glas, sotto controllo dello Zeiss Stigtung, aveva invece prodotto bicchieri di alta gamma ed altra oggettistica in vetro per la casa, e ricordo che mentre pranzavo alla mensa aziendale di Oberkochen sedendo davanti al compianto Dr. Hubert Nasse, responsabile del relativo laboratorio tecnico, sollevando un bicchiere gli chiesi se fosse di Zwiesel Glas, suscitando la sua spontanea ilarità.
Il passaggio da Zeiss Opton a Carl Zeiss dalla fine del 1953 presenta anche ripercussioni sulla sistematica delle ottiche.
Infatti gli obiettivi che fossero già in produzione prima di tale data sono oggi reperibili sia col marchio Zeiss Opton che Carl Zeiss, mentre quelli introdotto successivamente esistono soltanto come Carl Zeiss; un esempio pratico è offerto da questi 2 esemplari: l’obiettivo in alto è un Biogon 35mm 1:2,8, versione postbellica ricalcolata da Bertele nel 1949 e prodotta da Zeiss ad Oberkochen dal 1951, pertanto gli esemplari assemblati dal 1951 al 1953, come quello illustrato, sono denominati Zeiss Opton; la serie dei Planar entrò invece in produzione a partire dal 1954, e il Planar 35mm 1:3,5 per Contax illustrato in basso, nonostante sia un prototipo creato all’inizio della serie, prevede la “nuova” denominazione Carl Zeiss perché, appunto, siamo già nel 1954.
Naturalmente anche i Biogon 35mm 1:2,8 prodotti dopo il 1953, così come qualsiasi altro modello preesistente prodotto dopo tale anno, hanno abbandonato la denominazione Zeiss Opton e la “T” rossa che indicava la presenza di antiriflesso e sono passati a loro volta a Carl Zeiss.
Questo distinguo sistematico è molto interessante anche per uno degli obiettivi Zeiss postbellici più performanti ed acclamati, il supergrandangolare Biogon 21mm 1:4,5 per Contax, progettato in Svizzera da Ludwig Bertele derivandolo dal modello Wild Aviogon per aerofotogrammetria e prodotto in serie dal 1954.
Infatti il primo brevetto presentato da Bertele con lo schema finale del Biogon 1;4,5 da 90° (documento svizzero n° 296.057) venne depositato dal progettista alle 9 del mattino del 30 Ottobre 1951, circa 3 anni prima dell’introduzione sul mercato del Biogon 21mm 1:4,5 in attacco a baionetta Contax, e i tecnici Zeiss ebbero quindi molto tempo per definire l’obiettivo prima del lancio effettivo.
Pertanto, sebbene tutti i Biogon 21mm 1:4,5 di serie risultino marcati Carl Zeiss perché la produzione non iniziò prima del 1954, esiste tuttavia un rarissimo prototipo che fu assemblato ancora nel 1953, e questo esemplare, prototipo 1 41 99 Versuch 1 Nr. 1, presenta ancora la denominazione Zeiss Opton e anche la caratteristica “T” rossa per l’antiriflessi (da non confondere col T* per il multicoating introdotto nel 1972), grafica che scomparirà dal 1954 con la nuova serie Carl Zeiss.
Questo storico prototipo (che, sinceramente, vorrei tanto possedere) è altresì interessante perché non è ancora ufficialmente denominato Biogon bensì Weitwinkelobjektiv (obiettivo grandangolare), un termine generico che mostra come in Zeiss siano stati in dubbio fino all’ultimo su come battezzare il nuovissimo ed eccezionale supergrandangolare, forse perché il nome Biogon era già utilizzato per il può modesto modello da 35mm e 64° di campo, e magari era loro intenzione iniziale diversificare per distinguere il 21mm che invece si spingeva fino a ben 90°, propositi poi abbandonati.
Lo Zeiss Biogon 21mm 1:4,5 fu un obiettivo epocale perché per la prima volta offriva un simile angolo di campo in apparecchi 35mm con l’aggiunta di una eccezionale ed uniforme nitidezza anche a tutta apertura, ridotta vignettatura e distorsione trascurabile (0,25%), prestazioni incredibili per l’epoca.
Naturalmente i creativi sfruttarono senza indugio l’introduzione di questo pezzo da novanta e nelle inserzioni pubblicitarie anni ’50 del sistema Contax misero in evidenza sistematicamente la disponibilità del nuovo 21mm come in questo caso, dove viene sottolineata la possibilità di fotografare un soggetto di quasi 5 metri stando a circa 3 metri di distanza e potendo contare su un’elevata profondità di campo a fuoco.
In altri casi il Biogon 21mm 1:4,5 è l’unico protagonista della pagina pubblicitaria e gli annunci evidenziano anche la difficoltà incontrata nell’esprimere il concetto di ripresa supergrandangolare, visto che non esisteva un approccio e un imprinting visivo diffuso a visioni del genere con le relative caratteristiche prospettiche, pertanto l’annuncio rischiava di non fare presa perché il potenziale acquirente non riusciva nemmeno ad immaginare cosa avrebbe potuto fare col nuovo obiettivo Zeiss.
In questo ulteriore esempio il Biogon viene stentoreamente definito fenomenale e gli viene attribuita la più ampia copertura mai raggiunta su una fotocamera di piccolo formato; notate anche come l’illustrazione dell’obiettivo preveda sempre una sezione che rivela lo schema ottico, evidentemente ritenuto sofisticato ed impressionante per il lettore competente.
In quest’ultima inserzione oggi proposta il Biogon torna a rivendicare completamente la scena, e vengono ribadite le sue prerogative di eccellenza come uniformità di trasmissione luminosa, apertura massima, correzione cromatica e potere risolvente; questo annuncio si distingue anche per un ulteriore dettaglio che fa sorridere.
Infatti, trascinati dall’entusiasmo per il nuovo gioiello appena arrivato in batteria, i creativi si sono lasciati andare affermando come i tecnici Carl Zeiss in Germania Occidentale abbiano combinato una serie di prerogative ottiche mai viste prima in un grandangolare: tutto vero per quest’ultimo dettaglio, tuttavia l’obiettivo non era stato calcolato dai tecnici Zeiss ad Oberkochen bensì da Ludwig Bertele in Svizzera ad Heerbrugg (Cantone Sankt Gallen), operando come free-lance mentre era impiegato alla Wild Heerbrugg per progettare ottiche fotogrammetriche… Una piccola bugia, quindi, nata sull’onda dell’eccitazione collettiva, o forse – più semplicemente – i pubblicitari statunitensi ignoravano il dettaglio!
Tornando alle illustrazioni pubblicitarie anni ’50 per il Biogon 21mm 1:4,5, questo esemplare schnitt risulta tagliato in 2 parti con notevole maestria, e probabilmente l’illustrazione con la sezione sovrapposta alla vista di profilo di una metà è stata ottenuta fotografando da vari angoli questo esemplare (o la controparte); la sezione risulta applicata ad una base di plexiglass che consentiva di esporla a fiere o in contesti simili.
Notate come la montatura sia completamente realizzata in ottone di prima qualità e un tecnico Zeiss anziano mi raccontava che i gruppi ottici erano calzati nella sede con tolleranze così strette da imporre di rivestire il bordo con uno sottilissimo strato d’oro, materiale molto duttile che, deformandosi e cedendo, consentiva alle lenti di scivolare in sede anche con differenze di calibro infinitesimali; questa è la qualità Zeiss del tempo.
Lo stesso tipo di sezione è nuovamente protagonista di questa inserzione pubblicitaria ambientata in un contesto “spaziale” che non è così campato in aria, considerando che il “padre” del Biogon è stato uno dei più famosi obiettivi per ripresa fotogrammetrica dall’aereo; l’esemplare di Biogon 21mm 1:4,5 fotografato accanto alla sezione appartiene al primissimo lotto di produzione e prevede la matricola 1.137.484; a destra vediamo invece un autentico cimelio, la Contax IIa col Biogon 21mm 1:4,5 posseduti ed utilizzati personalmente da Ludwig Bertele, progettista dell’obiettivo, e tenuti in mano dal figlio primogenito Erhard; l’obiettivo personale di Bertele prevede la matricola 1.137.303, quindi appena 181 numeri dividono il Biogon fotografato nell’annuncio pubblicitario e quello utilizzato dal suo disegnatore…
Passando ad un differente modello ma restando nell’ambito delle stesse pubblicità con analogo layout, questo annuncio Carl Zeiss utilizza invece un altro, famoso obiettivo appena introdotto: il Planar 80mm 1:2,8 per Hasselblad serie C del 1957 con otturatore centrale Deckel; questa inserzione è interessante perché la sezione mette chiaramente in evidenza lo schema ottico di primo tipo, basato su 6 lenti in 4 gruppi e rimasto in produzione solo per un breve periodo iniziale, visto che all’esordio degli anni ’60 venne sostituito dalla nuova configurazione a 7 lenti in 5 gruppi, poi utilizzata per decenni.
Questo particolare schema ottico (a destra potete vedere la sezione presa dal brevetto originale) era un po’ simile ad un Makro-Plasmat invertito nel quale i 2 doppietti cementati non sono entrambi accanto al diaframma, in posizione centrale, ma uno di essi è spostato asimmetricamente all’esterno; questo schema venne calcolato nel 1953 da Johannes Berger e Günther Lange contestualmente alla versione a 5 lenti che venne poi utilizzata nel Planar 35mm 1:3,5 per Contax e nei Planar 100mm 1:2,8 e 135mm 1:3,5 per Linhof; come curiosità, anche il Nikkor 80mm 1:2,8 montato sulla Plaubel Makina 6x7cm prevede lo stesso schema.
Parliamo ora di non obsolescenza e di modelli ormai datati ma caparbiamente conservati a listino dal fabbricante e dal distributore, approdando in casa Asahi Pentax; è noto che gli obiettivi per 35mm di tale azienda inizialmente erano denominati Takumar e prevedevano un attacco a vite 42x1mm, passando poi nel 1975 all’attacco con baionetta tipo K, mentre il nome Takumar lasciava il posto semplicemente a Pentax.
Se prendiamo il listino prezzi statunitense effettivo dal primo Maggio 1988, non troviamo soltanto una selezione di ottiche manual focus tradizionali o speciali affiancate alla nuova gamma F autofocus ma l’offerta include ancora 4 obiettivi Takumar con attacco a vite 42x1mm (28mm 1:3,5, 35mm 1:3,5, 135mm 1:3,5 e 200mm 1:4), una serie che ufficialmente è uscita di scena 13 anni prima e che eventualmente può essere utilizzata con i corpi correnti soltanto ricorrendo all’adattatore vite 42x1mm – Pentax K, scelta che peraltro pone limitazione operative a fronte di un prezzo di acquisto nemmeno così conveniente.
La situazione diviene ancora più surreale passando al listino statunitense valido dal primo Febbraio 2000, nel quale troviamo non soltanto obiettivi manual focus risalenti agli anni ’70 come il 28mm 1:3,5 Shift decentrabile o il macro 100mm 1:4 Bellows ma, addirittura, è ancora presente un Takumar 135mm 1:3,5 con passo a vite, teoricamente uscito di scena assieme al suo attacco 25 anni prima; il catalogo giustamente affianca a questo fossile vivente anche il Mount Adapter B (da vite 42x1mm a Baionetta K) necessario per applicare il teleobiettivo a qualsiasi corpo prodotto dal 1975 in poi, tuttavia questa ostinata riproposizione di avanzi di magazzino (ma non a prezzo da saldo) appare un po’ ridicola in un’epoca nella quale già si affermavano corpi digitali.
Restiamo in argomento Asahi-Pentax d’antan per un’ulteriore curiosità.
Alla serie di reflex 35mm Spotmatic arrise un notevole successo commerciale e le sue ambizioni anche professionali erano sottolineate dalla presenza di accessori caratteristici come il potente motor-drive per l’avanzamento del film; la tecnologia del tempo prevedeva ancora ingombranti impugnature ausiliarie per contenere le batterie che pregiudicavano compattezza e brandeggiabilità ma occorre comprendere che i primi motori erano concepiti per utilizzare la fotocamera da remoto e senza operatore, in contesti statici e con l’apparecchio su treppiedi, non per foto dinamiche a mano fra la folla o ad eventi sportivi come divenne poi uso comune; pertanto il motor drive della Spotmatic comprendeva l’unità principale, che copiava la sagoma e l’estetica dell’apparecchio, e una grossa impugnatura cilindrica posta sotto la precedente.
Questa soluzione era analoga a quella adottata da altri concorrenti come Zeiss Ikon Contarex, Olympus OM o Canon, tuttavia nessuno dei motori con impugnatura ausiliaria proposti dagli altri fabbricanti ha mai vantato il soft leather case creato da Asahi: in pratica si tratta di una custodia in cuoio sagomata per contenere la Spotmatic con obiettivo normale da 50mm, il motore e la relativa impugnatura.
Questo curioso accessorio sagomato viene calzato dal basso sul sistema assemblato e prevede un’apertura nella parte cilindrica per il trigger del motore e 2 chiusure lampo: una perimetrale attorno al corpo macchina che permette l’abbinamento e una seconda che consente di svincolare la porzione a sbalzo davanti all’obiettivo ed eseguire la ripresa; nella parte frontale sono presenti anche 2 occhielli metallici per applicare una cinghia di trasporto.
Tale prodotto è unico nel panorama del settore e consentiva di proteggere il complesso durante il trasporto senza modificarne sostanzialmente gli ingombri; lo sbalzo sagomato per accogliere un obiettivo normale da 50mm ribadisce come l’utilizzo inteso all’epoca fosse sostanzialmente differente da quello poi entrato in uso col diffondersi dei trascinatori, magari accoppiando al corpo motorizzato lunghe focali o zoom tele per riprese sportive.
Nella gamma di accessori per Spotmatic questa custodia era denominata “soft leather case for set 36”, indicando con questa denominazione il corpo motorizzato ma con dorso di serie per caricatore 135 da 36 pose, in contrasto col set 250 che includeva invece un dorso speciale con bobine di pellicola a metraggio da 10m e 250 fotogrammi di autonomia, per il quale era invece prevista una ingombrante valigia rigida definita leziosamente “attachè case for set 250”.
Scendiamo di livello e spostiamoci si alcune fotocamere vintage cosiddette di mezzo formato, ovvero in grado di impressionare un fotogramma da 24x18mm (anziché 24x36mm) e produrre quindi 72 esposizioni su un normale caricatore 135 da 36 pose; questo tipo di apparecchi iniziò ad affacciarsi quando la qualità delle nuove pellicole 35mm migliorò al punto da consentire stampe di buona qualità nei formati di uso comune anche sfruttando un fotogramma più piccolo; i vantaggi erano evidenti, come ingombri ridotti, costi del materiale sensibile dimezzati e autonomia raddoppiata, pertanto vari fabbricanti hanno sviluppato modelli del genere.
La scelta votata all’economia di ridurre il formato utile poteva indurre alla concezione di apparecchi parimenti molto semplificati e poco costosi, tuttavia alcuni modelli emersero dall’anonimato configurandosi come delle piccole chicche, caratterizzate anche da un notevole design e da caratteristiche avanzate come esposizione automatica e avanzamento motorizzato; la sofisticazione di questi modelli, come ad esempio alcune proposte Canon, si può inferire anche osservando semplicemente i loro mirini.
Infatti, nell’oculare di apparecchi mezzo formato come le Canon Demi EE17 o Dial 35 era possibile apprezzare non solo i soliti riferimenti per la correzione del parallasse a distanze ridotte ma anche i valori esposimetrici impostati dall’automatismo, l’indicatore di flash necessario e la distanza approssimativa per la messa a fuoco dell’obiettivo, suddivisa sommariamente in zone grazie all’elevata profondità di campo offerta dall’obiettivo con focale inferiore alla norma; una piccola centrale di controllo, insomma.
Questa immagine pubblicitaria col mirino della Canon Dial 35-2 mostra chiaramente la dovizia di informazioni a disposizione dell’utente che, a colpo d’occhio, conosceva l’apertura di diaframma scelta dalla fotocamera, era informato di eventuale sovraesposizione oltre la chiusura massima 1:22 o della necessità di utilizzare un flash e vedeva a che distanza fosse approssimativamente settato l’obiettivo.
Un altro mirino interessante nel settore delle mezzo formato è quello della Olympus Pen FT anni ’60: dal momento che si trattava di una reflex miniaturizzata impiegando soluzioni innovative prevedeva quindi il relativo mirino con visione attraverso l’obiettivo munito di vetro smerigliato e presidi aggiuntivi di messa a fuoco al centro, oltre ad una finestra con valori di esposizione misurati da una cellula al solfuro di cadmio posta dietro ad uno degli specchi adibiti al rinvio dell’immagine; questi valori numerici erano presenti anche sulla ghiera del diaframma dei corrispondenti obiettivi intercambiabili Zuiko ad essa dedicati, e la misura definita dal galvanometro andava quindi riportata sulla scala dell’ottica.
Nel settore delle fotocamere reflex di piccolo formato probabilmente uno dei massimi vertici nella commistione fra design, compattezza e tecnologia fu raggiunto dalla Pentax 110, apparecchio che venne sempre supportato da Asahi come offerta seria e credibile, al punto da creare anche accessori come il motore di avanzamento e il lampeggiatore dedicato.
La fotocamera, nonostante utilizzasse popolari “cartridges” formato 110 e fosse notevolmente miniaturizzata, era a tutti gli effetti una reflex con messa a fuoco tramite specchio, vetro smerigliato e pentaprisma, e l’unica limitazione imposta dalle dimensioni molto ridotte e dalla categoria dei possibili utenti è la rinuncia ad un controllo manuale su tempi e diaframmi, asserviti ad un’esposizione automatica programmata con la relativa sequenza di accoppiamenti predefiniti.
Anche le ottiche intercambiabili erano progettate e costruite con la qualità tipica degli obiettivi Asahi Pentax di formati superiori, quindi tutto converge verso una qualità costruiva davvero insolita per la categoria 110.
Infatti, se liberiamo la Pentax 110 dalle calotte superiori troviamo al suo interno strutture e sofisticazione da reflex 35mm, con molti componenti meccanici in metallo sovradimensionati che sembrano distanti anni luce dalla tipologia di prodotto e che collocano questa deliziosa reflex in una dimensione tutta sua.
Su posizioni completamente opposte, anni prima la Zeiss Ikon di Suttgart aveva cercato invece di estendere verso il basso il bacino dei potenziali clienti, informando con la mistica Zeiss corpi macchina semplicissimi ed economici come la Ikonette.
La Zeiss Ikon Ikonette, sulla quale ho scritto un articolo specifico per Nocsensei, è un apparecchio in plastica con caratteristiche e funzionalità molto basilari, il tutto subordinato ad un prezzo di vendita molto aggressivo (in questo esempio d’epoca appena 29,95 Dollari americani); quello che in realtà voglio evidenziare in questo annuncio pubblicitario è il leit motiv scelto e che, con standard moderno, appare becero ed offensivo.
Infatti ci si rivolge al potenziale acquirente chiamando in causa la sua dolce metà, affermando che la Ikonette piacerà anche a lei ed essendo un apparecchio così facile da utilizzare riuscirà ad ottenere buoni risultati fin da subito.
Il consiglio sottinteso è di acquistarla come regalo per l’amata, tuttavia il messaggio che passa suggerisce che il gentil sesso sia rappresentato da ochette poco intelligenti e che solo grazie a prodotti di semplicità disarmante siano in grado di ottenere qualcosa…
Lasciamo questo esempio poco edificante ma restiamo nelle fotocamere Zeiss Ikon economiche dell’epoca per una considerazione sugli obiettivi utilizzati a base di gamma e le relative denominazioni.
E’ infatti noto che gli obiettivi più economici, come i semplici Pantar a 3 lenti, venivano acquisiti da fornitori esterni come la Rodenstock di Monaco di Baviera, e tali ottiche non prevedevano la denominazione Carl Zeiss ma erano montate sbrandizzate; un esempio calzante è questa semplice Contina-Matic che è appunto equipaggiata con un Pantar 45mm 1:2,8 sul quale è assente la denominazione Carl Zeiss.
Passando ad un annuncio di alcuni anni dopo per la Zeiss IKon Continette, apparecchio se vogliamo ancora più economico, in dotazione troviamo sempre un obiettivo 45mm 1:2,8 ma in questo caso è denominato Lucinar (un nome di fantasia mai comparso nell’universo delle ottiche di Oberkochen) e la dicitura Carl Zeiss compare in chiaro come nelle ottiche di rango superiore.
Dubito fortemente che quest’obiettivo non venisse fornito da terze parti ma fosse invece prodotto da Zeiss, e la comparsa del brand name in chiaro rientra in una strategia complessiva che comprende anche le ottiche per reflex Icarex, di palese progettazione / origine Voigtlaender e con matricola incongruente ma marcate Carl Zeiss per sfruttare il consenso prodotto dal celebre nome.
Accelerando verso il futuro fino ai primi anni ’80 arriviamo al quel 1982 che coincise con il giubileo dei 50 anni dall’introduzione dell’originale Contax I (1932-1982).
In tale occasione fu predisposta una tiratura limitata della nuovissima ammiraglia Contax RTS II con Carl Zeiss Planar t* 50mm 1:1,4 placcati in oro e rivestimento in pelle pregiata (il numero esatto dei kit non è ben chiaro e spazia da 180 a 300); questo modello era offerto in vendita a fortunati e facoltosi collezionisti o appassionati, tuttavia l’importatore statunitense selezionò questo apparecchio giubileo come premio in un concorso fra negozianti specializzati del brand, denominato Gold Incentive Program, e sarebbe stato donato al titolare che avrebbe prodotto il fatturato più alto, omaggio perfezionato anche da 2 settimane di viaggio in Giappone, presumo con visita agli stabilimenti produttivi.
Questo Gold Incentive Program costituiva effettivamente una invitante carota fatta dondolare davanti ai rivenditori del marchio (notevole la frase ad effetto “immaginatelo come un premio Oscar per il migliore venditore”), e l’annuncio è significativo perché il brand di riferimento è solo Yashica, senza alcun accenno a Zeiss, ad indicare come dopo il celebre accordo l’azienda di Oberkochen si limitasse a fornire gli obiettivi (poi anch’essi prodotti in Giappone) ma ben poco avesse da spartire con la progettazione delle relative fotocamere reflex Contax.
Vediamo quindi in dettaglio questa rara Contax RTS II Gold per il giubileo dei 50 anni.
La Contax RTS II riprendeva il design originale della RTS I, opera di Porsche Design; questo studio di progettazione e design era stato fondato da Ferdinand Alexander “Butzi” Porsche, figlio primogenito di Ferdinand Porsche Junior e Dorothea; Butzi Porsche si era formato alla Scuola Superiore del Design di Ulm e pur avendo firmato oggetti e prodotti di ogni tipo (anche pipe, sua passione personale) rimarrà sempre nella leggenda per aver creato la sagoma dell’immortale vettura sportiva Porsche 911.
La RTS II manteneva quindi la classica e apprezzata configurazione della progenitrice, implementando funzioni operative sotto la pelle, e sebbene i modelli placcati oro solitamente siano un festival del kitsch, in questo caso l’armonia delle forme, la giusta proporzione fra pellame e parti metalliche e i contrappunti in nero danno vita ad un prodotto gradevole.
La versione placcata oro delle RTS II definisce uno stacco più netto rispetto ad altri modelli analoghi, dal momento che tutte le ammiraglie Contax sono sempre state rifinite completamente in nero, pertanto le parti metalliche, sebbene in oro anziché cromo, ci lasciano intendere come sarebbe stata una RTS satinata.
Come anticipato, a mio avviso i numerosi accenti in nero stemperano severamente l’intrinseca pacchianeria del corpo placcato oro, producendo un risultato più apprezzabile rispetto ad altre fotocamere dello stesso tenore.
Infine, anche l’obiettivo in dotazione, un Carl Zeiss Planar T* 50mm 1;1,4, veniva fornito con la stessa finitura coordinata, senza che negli archivi produttivi Zeiss sia presente alcun cenno a questa tiratura particolare; l’obiettivo si integra bene ma devo esternare le mie riserve sul rivestimento in pelle pregiata delle ghiere funzionali, una finitura esteticamente adeguata ma che non fornisce la stessa presa dei settori gommati standard e sarà evidentemente soggetta ad un rapido deterioramento in caso di utilizzo regolare, peraltro improbabile in una versione da collezione come questa.
Il relativo Golden Incentive Program 1982 creato dal distributore statunitense rimane invece un notevole esempio di strategia di mercato, perché al costo di un singolo corpo Contax RTS Gold fu impostata una campagna estremamente appetibile e che ebbe molta rinomanza fra i rivenditori Contax-Yashica.
Come ultima curiosità per questa tornata chiamo nuovamente in causa documenti personali del Dr. Erhard Glatzel, da fine anni ’50 fino agli anni ’70 responsabile di progettazione per molti obiettivi Carl Zeiss destinati a vari impieghi; Glatzel era un uomo molto impegnato ma fra le carte raccolte dai familiari nel suo ufficio dopo la morte erano presenti un paio di organigrammi realizzati da lui a mano in ritagli di tempo, con schemi riassuntivi legati al mondo Zeiss o al proprio lavoro di progettista; uno di essi ripercorre i principali personaggi responsabili dei successi aziendali, partendo dalla fase Carl Zeiss Jena dell’800, indicando anche le pietre miliari nel processo di sviluppo.
Proprio in questo documento, vergato a penna su carta quadrettata, evidenzia nell’anno 1935 la creazione del rivestimento antiriflesso “T” ad opera di A. (Alexander) Smakula (in realtà, essendo di origini ucraine, in nome corretto era Olexander, quindi eventualmente O.), e accanto a questo conseguimento Glatzel aggiunse la nota: “il Planar diventa possibile”.
Infatti lo schema Doppio Gauss tipo Planar, sebbene fosse stato creato da Carl Zeiss Jena nell’ormai lontano 1896, per decenni non venne utilizzato nella fotografia convenzionale all’aria aperta perché, in assenza di rivestimento antiriflesso, i numerosi passaggi aria/vetro che caratterizzano tale architettura penalizzavano severamente il contrasto, mentre l’applicazione del nuovo trattamento avrebbe annullato tale limitazione e permesso di sfruttare ed apprezzare le intrinseche qualità del Planar come poi effettivamente avvenne, dato che da metà anni ’50 quest’obiettivo e le innumerevoli imitazioni di altri fabbricanti hanno incarnato la più diffusa soluzione per un obiettivo normale di alta qualità e buona apertura.
Nell’illustrazione, accanto a queste note del Dr. Glatzel ho aggiunto proprio un prototipo di Planar risalente al 1954; questo modello tipo 10 20 94 Versuch 2/1 è un Planar 105mm 1:3,2 e costituisce uno step intermedio della versione finale 100mm 1:2,8 per Linhof 6x9cm, uno dei primi Planar commercializzati dalla Zeiss di Oberkochen.
Giunto al termine di questa ulteriore tornata non posso che ribadire il mio stupore davanti alle innumerevoli spigolature e curiosità che puntualmente emergono indagando l’universo della fotografia, un sostrato fertile che merita sicuramente le attenzioni già profuse ed altre in futuro.
Un abbraccio a tutti – Marco chiude.
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