Corpi Canon disponibili nel 1969

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; è noto a tutti che il grande salto di qualità nel settore degli apparecchi fotografici 35mm fu messo in atto da Canon nel Marzo 1971, quando presentò la famosa reflex professionale F1 assieme al nuovo sistema di ottiche ed accessori FD, mentre è opinione comune che negli anni ’60 il fabbricante abbia vivacchiato all’ombra del grande rivale interno Nippon Kogaku, lanciando apparecchi anonimi che non andavano oltre il compitino ben eseguito mentre sottotraccia dedicava gran parte delle risorse a finalizzare la grande sorpresa concretizzata nel 1971; per verificare la veridicità di questa opinione diffusa voglio quindi prendere in esame la scelta di apparecchi 35mm proposta da Canon nel 1969, facendo il punto sulle loro caratteristiche e sul loro avanzamento tecnologico rispetto alla concorrenza del tempo.

 

 

In quello specifico contesto occorre subito precisare che Canon manteneva ancora in batteria i residui vestigiali del suo sistema a telemetro, ormai sviluppato per dovere istituzionale solo da Leitz dopo che sia Zeiss Ikon Stuttgart che Nippon Kogaku avevano abbandonato la produzione delle celebri Contax e Nikon serie S per dedicarsi esclusivamente alle reflex; nel listino Canon 1969 troviamo invece ancora l’ultima incarnazione del suo modello più evoluto, la Canon 7s, ora equipaggiata con un esposimetro incorporato al solfuro di cadmio (CdS) con relativa alimentazione tramite batteria al mercurio; verifichiamo quindi le caratteristiche di questo modello confrontandolo con la regina del settore, la famosa Leica M4 a sua volta introdotta di recente.

 

 

Indubbiamente la Canon 7s non sfigura affatto nei confronti della leggendaria pietra di paragone, perché ad una fattura metallica robusta e precisa può aggiungere elementi che pareggiano le migliori caratteristiche della M4, come l’accoppiamento delle ottiche intercambiabili al telemetro (sia pure con base di misurazione leggermente inferiore), la possibilità di selezionare le cornicette per 4 focali (35mm, 50mm, 85mm, 100mm) con elevato ingrandimento di visione (0,8x), l’avanzamento e il riavvolgimento rapidi o l’autoscatto incorporato, aggiungendo quindi ulteriori bonus come il dorso incernierato lateralmente che facilita la sostituzione del film, l’otturatore metallico con tendine in lamina di titanio ad alta resistenza, la presenza di una baionetta esterna supplementare per le ottiche più pesanti e l’esposimetro al CdS incorporato ed integrato nel profilo del corpo macchina; si trattava quindi di un modello all’altezza della situazione, frutto di una lunga filogenesi, che pagava ancora l’attacco a vite 39×1 per la maggioranza delle ottiche originali, anch’esse di elevata qualità ottica, permettendosi però il lusso di accedere ai corrispondenti obiettivi Leitz LTM, effettivamente compatibili.

 

 

Predisponendo un confronto con i coevi corpi Canon reflex, la Canon 7s disponeva quindi di un otturatore meccanico con tempi da 1” ad 1/1000” + B, T ed X, un esposimetro incorporato, non TTL. con cellula esterna al CdS ed accoppiato ai tempi (il galvanometro sul top dell’apparecchio indicava direttamente il diaframma da impostare sull’obiettivo), ottica intercambiabile (attacco 39x1mm o baionetta esterna per il 50mm 1:0,95 “Dream lens” o i lunghi teleobiettivi), mirino galileiano accoppiato al telemetro con riquadri per l’inquadratura selezionabili manualmente e riavvolgimento rapido con manovella telescopica.

La Canon 7s era un apparecchio superbo e probabilmente all’epoca pagava lo scotto che i fotografi interessati ad una 35mm a telemetro la scartassero in quanto ideologicamente orientati a priori verso Leica, ovvero LA fotocamera a telemetro per antonomasia.

Passando agli apparecchi reflex 35mm, in quello scorcio degli anni ’60 il costruttore nipponico teneva a listino simultaneamente 4 modelli che ora andremo ad analizzare in ordine cronologico di comparsa sul mercato.

 

 

Il primo modello è la Canon FX, presentata nell’Aprile 1964 e quindi già in vendita da un intero lustro; si tratta di una fotocamera meccanica ad esposizione manuale di impostazione classicissima il cui attacco a baionetta prevedeva già l’impiego con le ottiche FL dotate di riapertura automatica del diaframma dopo lo scatto; la FX prevede un esposimetro incorporato ma con cellula al CdS esterna, quindi non TTL, le cui caratteristiche tecniche sono simili a quelle già viste nel corpo 7s; anche in questo caso il circuito viene alimentato da una batteria al mercurio, è presente una doppia scala di sensibilità selezionabile e il galvanometro, accoppiato ai tempi di posa selezionati,  indica direttamente il diaframma necessario; l’otturatore prevede tendine in stoffa gommata e garantisce tempi di posa da 1” ad 1/1000” + B, X; la macchina naturalmente consente di sincronizzare tutte le tipologie di flash, a lampadina o elettronici, dispone di dorso incernierato ed autoscatto.

 

 

Nel dettaglio possiamo osservare la ghiera dei tempi di posa dell’otturatore meccanico, la fotocellula esterna non TTL, il vano laterale per la sua batteria al mercurio, il galvanometro dell’esposimetro che indica le aperture e il commutatore laterale per le due scale di lettura dell’esposimetro, effettivamente un elemento che appare ormai un retaggio obsoleto in un moderno sistema al solfuro di cadmio, considerando la sua ampia sensibilità intrinseca alle basse luci.

La FX era quindi un apparecchio perfettamente allineato allo sviluppo tecnico quando venne lanciato (1964) ma 5 anni dopo l’esposimetro non TTL con cellula esterna costituiva un elemento di evidente obsolescenza rispetto alla concorrenza, mentre il resto delle funzioni soddisfaceva tutte le esigenze di un normale fotoamatore; occorre anche annotare la possibilità di sollevare manualmente lo specchio, una finezza imposta dalla presenza a corredo del supergrandangolare Canon FL 19mm 1:3,5 che, a differenza della più recente versione “R” con schema retrofocus, adottava il gruppo ottico del 19mm per Canon a telemetro e tale modulo rientrava profondamente all’interno del corpo, imponendo quindi il sollevamento preventivo dello specchio reflex.

Il secondo corpo preso in considerazione è la Canon FT QL, introdotta nel Marzo 1966.

 

 

Dal punto di vista tecnico e funzionale questi apparecchi Canon di fine anni ’60 prevedono una certa ridondanza, essendo tutti apparecchi meccanici configurati in modo simile e con esposizione manuale tramite esposimetro incorporato, tuttavia il fabbricante seppe diversificare con molta fantasia e originalità tecnica questo ultimo particolare; infatti la TF QL, un corpo evidentemente più moderno e di gamma superiore rispetto alla precedente FX, introduceva finalmente la misurazione esposimetrica through-the-lens (TTL) e la relativa fotocellula al CdS non era collocata nel pentaprisma, come la concorrenza del tempo proponeva, bensì nella battuta posteriore del vetro di messa a fuoco, la cui struttura era concepita in modo da prevedere un settore semi-argentato a 45° che intercettava parte della luce che attraversava centralmente il suo condensatore e la proiettava all’indietro verso la fotocellula CdS; questo stesso approccio, trasferito anche ai vetri di messa a fuoco intercambiabili, rimarrà in uso fino alla professionale Canon F1 new, a listino addirittura fino al 1994.

Questo sistema differenziava anche l’area di lettura dell’esposimetro, perchè se con gli elementi CdS esterni di Canon 7s ed FX la copertura era di circa 40°, quindi risultava abbastanza aleatorio immaginare su cosa l’elemento stesse effettivamente misurando, in questo caso la luce prelevata dal vetro di messa a fuoco per l’esposimetro definiva uno spot allargato corrispondente al 12% del campo inquadrato, e la relativa demarcazione visibile nel mirino consentiva di apprezzare con precisione su cosa la fotocellula stesse leggendo, caratteristiche positive leggermente inficiate dal corrente attacco obiettivi FL che non disponeva di un simulatore del diaframma e imponeva la chiusura manuale stop-down del medesimo per effettuare la lettura.

Fermo restando il classico otturatore in stoffa gommata con tempi da 1” a 1/1000” + B, X, la caratura superiore dell’apparecchio era sottolineata anche dalla presenza del complesso sistema brevettato Quick Load (in grado di semplificare il caricamento del film per gli inesperti) e dalla disponibilità di un sofisticato ed ingombrante booster opzionale da applicare sulla slitta per accessori e in grado di estendere la sensibilità esposimetrica dell’apparecchio fino a -3,5 EV, una prestazione che permetteva di effettuare letture attendibili fino a 30” ad apertura 1:1,2, quindi praticamente al buio.

Mentre il mirino della Canon FX adottava un telemetro di Dodin ad immagine spezzata, nel caso della FT QL il fabbricante ha scelto invece una corona di microprismi.

 

 

La Canon FT QL replicava la configurazione estetica e funzionale della FX, ma pur essendo a sua volta una reflex meccanica con esposizione manuale sull’identica sequenza di tempi da 1” ad 1/1000” risultava decisamente più adeguata a quel 1969 grazie all’esposimetro TTL, sebbene rispetto alla rivale per eccellenza Nikkormat FTn la lettura con le ottiche FL fosse ancora stop-down al diaframma di lavoro; per il resto, se escludiamo la modularità dei componenti (dorsi, motori, mirini, vetri di messa a fuoco), utile a professionisti attivi in specifici settori ma non fondamentali per il fotoamatore, la FT QL replicava in pratica le caratteristiche funzionali di una F Photomic, aggiungendo il booster esposimetrico opzionale che forniva una marcia in più nelle basse luci e il dorso incernierato con sistema Quick Load che rendeva molto più pratico e veloce il caricamento dell’apparecchio; nella FT QL va anche annotato il design imponente e caratteristico del comando per l’autoscatto, un componente sovradimensionato che con poca spesa impreziosisce l’estetica un po’ sottotono di questo modello, connotandolo a prima vista come appartenente ad una gamma superiore; in ogni caso è proprio l’aspetto anonimo e senza slanci a penalizzare questa reflex Canon rispetto al design iconico di una Nikon F Photomic, l’apparecchio che all’epoca tormentava i sogni dei fotografi.

Il terzo apparecchio reflex Canon a listino nel 1969 era la Pellix QL, un modello famoso e coraggioso nel quale il classico specchio reflex ribaltabile era stato sostituito da un elemento fisso e semitrasparente da appena 2/100mm di spessore che restava in posizione durante la posa, trasmettendo il 70% della luce al fotogramma e inviando il rimanente 30% al mirino per messa a fuoco e inquadratura; questa fotocamera in realtà era stata lanciata nell’Aprile 1965, quindi prima della FT QL, tuttavia il modello venne poi aggiornato con la miglioria Quick Load e nel Marzo 1966 arrivò anche la versione Pellix QL; il sistema QL, ampiamente brevettato, contribuì in modo sostanziale ad incrementare le vendite nel settore consumer presso i fotoamatori alle prime armi, dal momento che proprio l’aggancio e il caricamento del film sulle fotocamere costituiva uno degli elementi più critici e temuti da questa categoria, e il Canon Quick Load toglieva le castagne dal fuoco costituendo un selling point di notevole valore per i negozianti.

 

 

La Canon Pellix QL, dietro l’estetica sciapa e le invariabili caratteristiche basilari condivise con i modelli già descritti (reflex meccanica con esposizione manuale, esposimetro incorporato e tempi di posa da 1” ad 1/1000” + B, X), prevedeva in realtà contenuti tecnici davvero unici, perché lo speciale specchio semiargentato di ridottissimo spessore rimaneva sempre in posizione fissa, pertanto la visione nel mirino veniva mantenuta anche durante l’esposizione e l’assenza di ribaltamento dello specchio stesso minimizzava il rischio di mosso con tempi di posa critici; a questa caratteristica unica venne aggiunta una configurazione molto originale per l’esposimetro, poi sfruttata anni dopo anche da Leica sulla sua M5, con un braccetto mobile munito di fotocellula al CdS che si sollevava subito davanti all’otturatore, intercettando da dietro la luce destinata ad impressionare il fotogramma che passava dallo specchio semi-trasparente e definendo quindi la relativa esposizione; al momento dello scatto il braccetto esposimetrico si ribaltava in avanti, scomparendo in un’apposita sede e sgombrando quindi il piano focale.

Questo sistema garantiva una lettura spot centrale su circa il 12% del campo inquadrato, replicando quindi approssimativamente la copertura garantita dalla FT QL col suo speciale vetro di messa a fuoco e la relativa fotocellula accostata.

Fra le caratteristiche della Pellix QL condivise con la FT QL troviamo naturalmente il sistema di caricamento Quick Load abbinato al dorso incernierato lateralmente, il vetro di messa a fuoco con corona di microprismi centrale e la grande leva per l’autoscatto che, quando premuta verso l’interno, attivava il circuito esposimetrico e chiudeva il diaframma al valore di lavoro per la lettura, rendendo più agevole questa prassi; la Pellix QL condivide anche l’utilizzo del booster esposimetrico accessorio, e la particolare configurazione della fotocellula consente di spingere il range disponibile addirittura fino a -4,5 EV, corrispondenti ad una lettura di 60” interi ad 1:1,2, prestazioni che all’epoca non avevano rivali.

 

 

Pertanto la Pellix QL, sotto le mentite spoglie di una reflex Canon convenzionale del tempo, celava 2 notevoli innovazioni tecniche e si poteva considerare all’avanguardia, tuttavia non riuscì mai a sfondare per limitazioni e rovesci della medaglia legati alla sua specifica architettura, come la riduzione della luminosità effettivamente disponibile per il fotogramma (-30%, infatti spesso era proposta col normale 1:1,2 per compensare) e il fatto che lo specchio fisso si comportasse come un sensore digitale moderno: segni e depositi di polvere influivano sulla qualità dell’immagine e la superficie molto delicata dello specchio stesso si rovinava facilmente dopo ripetuti e maldestri cicli di pulizia.

Infine, il quarto corpo reflex presente nel listino Canon del 1969 era un modello simile alla FT QL ma di concezione semplificata e pensato per il mercato di massa statunitense; questa fotocamera, denominata Canon TL QL, non era infatti nemmeno commercializzata in patria e venne proposta ad un prezzo più competitivo, 199,95 Dollari contro i 249,95 previsti per la FT QL.

 

 

Per i clienti a Stelle e Strisce del 1969 la TL QL era in effetti un “big deal” perché, rispetto alla versione originale lanciata nel Febbraio 1968, acquisiva sia l’autoscatto che il sistema Quick Load (in origine non previsti e poi aggiunti, forse operando una sinergia produttiva con i corpi FT); pertanto in una reflex che restata sotto la soglia psicologica dei 200 Dollari con ottica 50mm 1:1,8 erano presenti tutti i bonus della più prestigiosa FT QL: esposimetro TTL con cellula al CdS per lettura spot sul 12% del campo ed intercetto tramite il settore semiargentato del vetro di messa a fuoco, dorso incernierato con Quick Load e autoscatto combinato con il comando di attivazione dell’esposimetro e chiusura del diaframma al valore di lavoro; l’unica rinuncia imposta dalla TL QL riguardava la gamma di tempi forniti dall’otturatore, limitati ad 1/500” anziché 1/1000”.

 

 

La TL QL si presenta con l’aspetto dimesso e anonimo già annotato in precedenza ma le caratteristiche tecniche e funzionali, con eccezione dei tempi fino ad 1/500”, replicano quanto visto sulla FT QL, apparecchio con un listino superiore del 25% rispetto a questo modello; in particolare risulta apprezzabile la condivisione dell’avanzato esposimetro TTL a spot allargato con l’inedito sistema di intercetto.

Tirando le somme preliminari, i 5 apparecchi 35mm commercializzati da Canon nel 1969 (uno a telemetro e 4 reflex) replicano invariabilmente le prestazioni basilari: otturatore meccanico a tendina (ma col plus del titanio nella 7s) ed esposizione manuale con esposimetro CdS incorporato alimentato tramite batteria al mercurio da 1,35v; se da questo punto di vista non presentavano niente di nuovo nel settore, le soluzioni differenti e spesso originali di volta in volta adottate per il sistema esposimetrico non soltanto differenziano fra loro i modelli ma meritano anche un approfondimento.

Infatti in questi modelli sono presenti ben 3 configurazioni totalmente differenti, 2 TTL e una no, e negli schemi through-the-lens in entrambi i casi ci troviamo davanti a soluzioni originali e innovative.

 

 

Ad esempio, i modelli FT QL e TL QL prevedono la lettura tramite un settore semi-argentato a 45° al centro del vetro di messa a fuoco che intercetta parte della luce e la proietta sulla fotocellula CdS posta nel corpo a diretto contatto col bordo del vetro stesso, un sistema brevettato prima in Giappone (brevetto Sho-44-35776, Showa 44 indica l’anno 1969) e poi anche all’estero, come nel caso di questa versione tedesca presentata l’anno successivo, 1970; l’artefice del progetto risulta essere Taizo Mitani.

La presenza di questo sistema già nella FT QL del 1966 può sembrare una contraddizione ma questi brevetti ridefiniscono il concetto tecnico per vetri di messa a fuoco intercambiabili (evidentemente già destinati alla futura F1 del 1971) mentre il principio ottico veniva già sfruttato anche prima su vetri fissi.

 

 

Come si può osservare dai dettagli tecnici, un settore semiargentato a 45° ricavato nello spessore del condensatore posto sopra in vetro smerigliato vero e proprio intercetta parte del flusso luminoso centrale e lo proietta sul bordo inferiore del condensatore stesso, dove per la particolare inclinazione dei raggi lo riflette nuovamente fino ad arrivare alla fotocellula, posta nel corpo macchina accanto al vetro stesso; questo sistema riduce il numero di componenti ed eventualmente consente di predisporre mirini intercambiabili privi di strutture esposimetriche pur senza ricorrere ai consueti sistemi TTL con settore semiargentato nello specchio reflex primario e piccolo riflettore secondario che indirizza in flusso in basso, verso una fotocellula nel mirabox.

Questo sistema divenne una firma di Canon e lo troviamo anche nei vetri intercambiabili della F1 new, evoluti offrendo 3 differenti area di lettura: A (average, su quasi tutto il campo), P (Partial, a spot allargato su un settore rettangolare) e S (Spot, con lettura su un ristretto cerchio centrale); il vero limite di questo sistema consiste nel passaggio molto brusco fra l’area sensibile di lettura e quella esterna: mentre ad esempio nel semi-spot di Nikon abbiamo il 60% della sensibilità esposimetrica in un’area centrale di 12mm (la percentuale venne poi variata leggermente per esigenze tecniche nei successivi corpi muniti anche di lettura a matrice multizona), e poi la sensibilità di lettura degrada progressivamente verso i bordi senza soluzione di continuità, rendendo più praticabile una fotografia point and shot senza particolari attenzioni, nel caso di Canon le letture sono molto più selettive ed impongono al fotografo di fermarsi a pensare, ragionando su cosa effettivamente effettuare la misurazione.

L’altra innovazione in campo esposimetrico è sicuramente il sistema visto sulla Canon Pellix QL.

 

 

Infatti, come si può osservare in questo eloquente schema dell’epoca, lo specchio fisso semi-argentato (che ha imposto un notevole tour de force tecnologico per i materiali e i rivestimenti) lascia passare il 70% della luce incidente verso il fotogramma e riflette il restante 30% verso il mirino, ovviamente molto curato e con argentature allo stato dell’arte nel pentaprisma per supplire alla ridotta luminosità intrinseca; dietro lo specchio fisso, quasi a contatto con l’otturatore, è presente il braccetto esposimetrico mobile con la fotocellula al CdS che misura fattivamente l’esposizione (numero 2); al momento dello scatto il braccetto cade in avanti e finisce nella sede predisposta (numero 3), liberando il campo per l’esposizione.

 

 

Questa sezione di una Canon Pellix mostra tali componenti dal vivo ed anche la sede sagomata che accoglie il braccetto esposimetrico.

 

 

Questa coppia di innovazioni erano all’avanguardia e la stessa Leitz, come detto, si ispirò alla tecnica della Pellix definendo la progettazione della M5 e anche della CL; a rendere ancora più avanzato l’esposimetro di FT QL e Pellix QL provvedeva anche il famoso booster esposimetrico, un accessorio ingombrante come un Photomic della Nikon F e munito di un cavo con interfaccia che sostituiva la batteria al mercurio sul fianco dell’apparecchio (un’analoga fonte di alimentazione era predisposta dentro al booster stesso) ed ampliava il campo di misurazione nelle basse luci fino a livelli irraggiungibili per la concorrenza del tempo (lo stesso Photomic DP-2 per Nikon F2, lanciato anni dopo, arriverà solo ad EV -2).

 

 

Peraltro il booster esposimetrico conferiva anche un aspetto imponente, lo stesso del quale beneficiava la Nikon F equipaggiata con i famosi mirini Photomic, e i corpi FT QL o Pellix QL in abbinamento a tale accessorio acquisivano un allure molto più professionale.

Questo dunque è il quadro in casa Canon alla vigilia delle grandi manovre che porteranno al lancio del famoso sistema FD col corpo professionale F1, e se i corpi macchina del 1969 sembrano apparentemente privi di carisma e attrattive particolari, in realtà sotto sotto celavano un’approfondita ricerca nel campo degli esposimetri TTL della quale beneficeranno i modelli della nuova linea; per chi continuasse a considerare insipidi ed obsoleti questi modelli anni ’60 è counque bene ricordare che la famosa Canon FTb che affiancò la professionale F1 ed ebbe un grande e duraturo successo fra i fotoamatori (molti negli anni ’80 la utilizzavano ancora con soddisfazione), all’atto pratico era una FT QL aggiornata alla nuova interfaccia obiettivi FD con lettura esposimetrica a piena apertura, un riconoscimento indiretto alle qualità della capostipite anni ’60.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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