Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il pezzo discusso nel contesto odierno è un rarissimo prototipo, in pratica un esemplare unico, conservato in una collezione tematica in Estremo Oriente; quest’obiettivo fotografico per il 35mm non è mai entrato in produzione e addirittura fino ad oggi non erano documentati nemmeno prototipi, quasi fosse un fantasma; senza ulteriori indugi vi introduco quindi il leggero grandangolare luminoso Flektogon 35mm 1:2 di VEB Carl Zeiss Jena; ringrazio fin d’ora Fuu-Ding Chen e Yi-Feng Chen per avermi consentito di parlare in relazione ad obiettivo così raro e per avermi inviato le immagini che lo illustrano.

Il Flektogon 35mm 1:2 avrebbe rappresentato un’alternativa di lusso al classico e diffusissimo VEB Carl Zeiss Jena Flektogon 35mm 1:2,8, un obiettivo il cui schema ottico di tipo retrofocus per consentire l’uso su corpi reflex fu forse il primo ad essere sviluppato per la fotografia 35mm applicata a grandangolari, e avrebbe offerto al fotografo la possibilità di utilizzare un 35mm di luminosità molto elevata per l’epoca (siamo a inizio anni ’60) in situazioni di reportage in luce ambiente o foto in interni a mano libera; già questo implicito retaggio di oggetto esclusivo e lussuoso portava con sé le stimmate dell’irrealizzabilità pratica nel contesto in cui ci troviamo; infatti all’epoca, in Bassa Sassonia, evocando caratteristiche, prestazioni o accessori di rango superiore alla norma qualunque interlocutore, adeguatamente imprintato dal punto di vista ideologico, avrebbe risposto che questi lussi capitalistici non sono necessari al bravo cittadino della DDR (ho ricevuto testimonianze dirette di botta e risposta d’identico tenore), mentre, d’altro canto, un’esportazione in numeri consistenti su mercati oltre Cortina ed esterni all’area COMECON nelle condizioni politiche del momento era pura utopia; il Flektogon 35mm 1:2 rimase quindi una proposta dei tecnici di Jena logica dal punto di vista tecnico e funzionale ma fatalmente destinata a scontrarsi contro un muro che lasciava filtrare modelli speciali o sofisticati solamente se destinati ad impieghi militari, di intelligente o comunque particolari, non certo per il normale fotografo della Domenica.
La storia ci tramanda quindi che il Flektogon 35mm 1:2 non passò mai dal piano ideale a quello concreto, e questo prototipo è l’unico muto testimone di questo tentativo soffocato alla nascita.
Analizziamo quindi le vicende e i contenuti tecnici di quest’obiettivo, partendo dalle origini del tipo Flektogon.
Lo schema tipo Flektogon identifica una famiglia di obiettivi grandangolari Carl Zeiss Jena postbellici il cui spazio retrofocale fra il vertice della lente posteriore e il piano focale della fotocamera risulta insolitamente ampio, al punto da consentire il regolare movimento dello specchio reflex pur conservando la possibilità di focheggiare ad infinito; la struttura iconica del Flektogon è quella visibile nell’illustrazione, con un modulo principale di tipo Biometar (simile al noto modello Xenotar di Schneider) a 5 lenti in 4 gruppi e un elemento frontale divergente di ampio diametro e molto distanziato dal gruppo Biometar che provvede ad aumentare lo spazio retrofocale; una struttura così semplice lascia parzialmente irrisolte aberrazioni come distorsione o aberrazione cromatica (infatti nei primi Flektogon la lente anteriore era in vetro FK a dispersione cromatica contenuta) ma ai tempi in cui venne finalizzata, Estate 1949, costituiva la migliore soluzione praticabile con le tecnologie dell’epoca.
Il modello più famoso creato a Jena con questa struttura fu il Flektogon 35mm 1:2,8, che rimase in produzione da inizio anni ’50 fino a metà anni ’80 passando attraverso una dozzina di affinamenti sequenziali dello schema ottico e dei vetri utilizzati, rimanendo comunque fedele all’apertura massima 1:2,8.
Il primo brevetto relativo allo schema Flektogon venne depositato in DDR da Harry Zöllner e Rudolf Solisch e fu registrato l’8 Marzo 1953.
Questo brevetto include sia l’originale versione dello schema ottico utilizzato nei primissimi esemplari di produzione (in basso), con 7 lenti ed elemento posteriore costituito da un doppietto cementato, che una versione a 6 lenti (in alto) con elemento posteriore singolo, poi utilizzata in seguito nelle lunga serie dei Flektogon 35mm 1:2,8.
Se invece prendiamo in considerazione la superiore apertura 1:2, gli unici VEB Carl Zeiss Jena Flektogon ad essere arrivati alla serie sono modelli di focale molto corta e destinati a piccoli formati cinematografici, come il Flektogon 5,5mm 1:2 per negativo 8mm e il Flektogon 12,5mm 1:2 illustrato in foto, destinato al Super 8.
Questa scheda proviene da un documento prodotto dal Dr. Eberhard Dietzsch, famoso personaggio che a Jena ha calcolato per decenni numerosi obiettivi della casa, e mostra lo schema ottico del Flektogon 12,5mm 1:2 destinato alla piccola cinepresa Pentaflex 8, una struttura che come vedete è conforme a quella utilizzata anche nel classico e noto Flektogon 35mm 1:2,8 per fotografia reflex 35mm.
I dati aggiuntivi ci informano che gli schemi dei Flektogon 5,5mm 1:2 e 12,5mm 1:2 erano stati completati rispettivamente nel Luglio 1958 e nel Gennaio 1959, inquadrando nella fine degli anni ’50 questo improvviso fermento per il grandangolare retrofocus con apertura 1:2; è anche curioso notare che il 5,5mm 1:2 per formato 8mm coprisse 59°, quindi una visione moderatamente ma inequivocabilmente grandangolare, mentre il 12,5mm 1:2 si poteva utilizzare sia su 8mm che su Super 8, e il modesto angolo di campo da medio-tele che viene indicato (28,5°), probabilmente è riferito proprio all’impiego sul minuscolo 8mm, utilizzando solo la parte centrale della proiezione disponibile; in ogni caso questi sono gli unici Flektogon con apertura 1:2 ad essere stati prodotti.
Per quanto riguarda i modelli per reflex 35mm e formato 24x36mm, il modello più luminoso prodotto in serie fu invece il Flektogon 35mm 1:2,4, disegnato a Febbraio 1972 e con esemplari di prova assemblati nel Marzo 1975, tuttavia mai nessun modello di regolare produzione si spinse fino ad 1:2.
Vediamo quindi le caratteristiche specifiche dell’unico prototipo attualmente noto.

Il VEB Carl Zeiss Jena Flektogon 35mm 1:2 prototipo riporta la matricola speciale V389 992736 M, dove V sta ovviamente per Versuch, cioè prototipo.
L’obiettivo è stato apparentemente assemblato partendo da un normale barilotto meccanico da Flektogon 35mm 1:2,8 di quell’epoca (inizio anni ’60): infatti le componenti meccaniche sono identiche e addirittura sono ancora presenti gli indici della profondità di campo per l’apertura 1:22, regolarmente contemplati nel Flektogon 35mm 1:2,8 che chiude fino a tale valore ma inutili nel prototipo Flektogon 35mm 1:2 il cui diaframma arriva solo ad 1:16, un dettaglio che conferma come le parti meccaniche siano state prese direttamente dalla serie del 35mm 1:2,8 senza interventi specifici; le uniche differenze percettibili esternamente sono la sequenza delle aperture, tutte scalate a sinistra per fare posto ad 1:2, eliminando 1:22 all’altro lato, e l’elemento strombato anteriore che accoglie la lente frontale di maggiore diametro.

La strombatura anteriore impone il passaggio a filtri da 58×0,75mm, mentre nella parte posteriore troviamo un classico attacco a vite 42x1mm con tiraggio 45,5mm e il cannotto centrale con le ultime lenti dello schema che sporge fino al limite concesso dal movimento dello specchio, una soluzione comune nei grandangolari retrofocus per facilitare il calcolo dello schema.

La vista posteriore mostra il diaframma a 6 lamelle e l’assenza di un pin azionato dalla fotocamera per chiudere il diaframma al momento dello scatto, una semplificazione meccanica che impone un utilizzo stop-down, chiudendo l’iride manualmente al valore di lavoro prima di esporre.

L’utilizzo di un barilotto per Flektogon 35mm 1:2,8 ha naturalmente conservato la sua stessa distanza minima di messa a fuoco a 0,18m, un valore estremamente ridotto e forse eccessivo per uno schema retrofocus 1:2 privo di flottaggi ottici per compensare curvatura di campo e astigmatismo, aberrazioni che di solito aumentano in modo vistoso incrementando eccessivamente il tiraggio nei grandangolari retrofocus a schema “rigido”.

Un dettaglio ravvicinato sul barilotto del prototipo mostra la “patina” degli anni, con gli smalti bianchi visibilmente ingialliti.

La parte anteriore mostra invece le diciture CARL ZEISS JENA e FLEKTOGON 2/35 V389 992736 M ed è possibile apprezzare il maggiore diametro della lente frontale rispetto al comune Flektogon 35mm 1:2,8, dettaglio tecnico che ha obbligato ad allargare la relativa sede, prevedendo anche una notevole tolleranza fra elemento ottico e attacco filtri, in modo da scongiurare il rischio di vignettatura con tali accessori montati.

Il dettaglio ravvicinato sottolinea denominazione e numerazione inequivocabilmente prototipiche.
Vediamo ora le caratteristiche ottiche di questo modello.
L’unico brevetto registrato a nome di VEB Carl Zeiss Jena per un obiettivo retrofocus 1:2 ad uso fotografico venne depositato da Wolf Dannberg e Christa Dietzsch, con duplice richiesta: nella Germania Occidentale (DFR) in data 11 Marzo 1960 e in Gran Bretagna in data 2 Dicembre 1960, quindi in un momento in cui i Flektogon 5,5mm 1:2 e 12,5mm 1:2 cinematografici erano già stati introdotti; questi 2 brevetti, identici quanto a discussione e dati tecnici, replicano la descrizione di 2 “embodiments” molto simili fra loro; in questa immagine osserviamo l’intestazione della versione tedesca, la prima ad essere depositata.
Questa illustrazione mostra lo schema ottico e i relativi dati grezzi di progetto del primo dei 2 esemplari, sempre ricavati dalla versione tedesca dell’11 Marzo 1960; lo schema ricalca strettamente l’inconfondibile architettura Flektogon già in uso sul 35mm 1:2,8, spingendo l’apertura massima ad 1:2 senza inserire ulteriori lenti o modificare la struttura originale.
Nel secondo “embodiment” lo schema risulta molto simile al precedente e anche l’assortimento di vetri ottici per le varie lenti è assolutamente lo stesso; le differenze fra i 2 modelli si limitano ai parametri geometrici come raggi di curvatura delle superfici, spessori e spazi, restando comunque nell’ambito di differenze contenute; purtroppo non abbiamo alcuna informazione utile per capire quale delle 2 opzioni sia stata poi utilizzata per il prototipo.
La versione britannica, della quale vediamo l’intestazione, ribadisce gli stessi dati principali e contenuti di quella tedesca, con l’ovvia esclusione della data di presentazione.
Osservando schema e parametri del primo esemplare, i dati grezzi di progetto sono chiaramente identici, mentre la sezione, disegnata con approssimazione come nella versione tedesca, differisce leggermente da quest’ultima e approfondiremo in seguito il discorso.
Anche per il secondo esemplare del brevetto britannico valgono le identiche considerazioni di cui sopra.
Queste disparità nella sagoma delle lenti in brevetti identici che propongono esattamente gli stessi parametri grezzi di progetto sono evidentemente legate ad un disegno approssimativo della relativa sezione ottica e anche, forse, ad una più smaliziata volontà di confondere un po’ le acque nei confronti della concorrenza, dal momento che se un brevetto garantisce la proprietà intellettuale dell’idea, sull’altro fronte costituisce un libro aperto e pieno di dettagli per i rivali del settore, quindi spesso alcune quote di progetto o la sagoma delle lenti negli schemi viene alterata appositamente a tale scopo.
Infatti, osservando la sezione dello schema relativa al primo esemplare presente nel brevetto britannico (in alto) e tedesco (In basso), notiamo evidenti differenze nel diametro, spessore e profilo delle lenti, pur trattandosi di schemi disegnati partendo dalla stessa serie di parametri; addirittura, nello schema in alto il raggio R6 nel punto d’incollaggio del doppietto cementato anteriore appare vistosamente negativo (superficie concava), quando nella tabella dei dati grezzi il relativo raggio di curvatura (riferito alla lunghezza focale complessiva intesa come 1,0) il raggio del profilo R6 è pari a +1,3301, quindi marcatamente positivo e pertanto convesso (e non concavo!) nella direzione del soggetto, profilo che invece è corretto nella corrispondente versione tedesca in basso, che a sua volta mostra per la seconda lente una sezione inferiore e profili più pronunciati.
Anche nella coppia di sezioni “gemelle” relative al secondo esemplare troviamo evidenti discrepanze nei disegni allegati al brevetto in versione britannica e tedesca; infatti in quest’ultima la lente anteriore prevede un diametro maggiore e la seconda lente risulta meno spessa, mentre nel disegno britannico gli elementi L3 ed L4 cementati assieme risultano tagliati bruscamente ad un diametro troppo ridotto.
Tutte queste differenze ingiustificate risultano tuttavia rassicuranti, dal momento che il prototipo prevede una lente anteriore di diametro proporzionalmente più ampio della posteriore rispetto a quanto si vede negli schemi dei brevetti, specie quello britannico, tuttavia proprio l’approssimazione con cui tali sezioni sono state disegnate giustifica l’incongruenza.
Lo schema inferibile dalle grafiche dei brevetti risulta quindi soltanto indicativo e non definisce con precisione i diametri esatti degli elementi presenti nel prototipo.
Per quanto riguarda i vetri ottici, l’obiettivo è stato naturalmente confezionato sfruttando i materiali presenti a inizio anni ’60 nel catalogo della vetreria di Jena, quindi utilizzando eventualmente tipologie che non hanno un corrispondente previsto nelle liste degli altri fornitori; l’illustrazione mostra un cosiddetto diagramma di Abbe, nel quale vendono definite le caratteristiche dei vari vetri ottici mettendo sull’asse verticale delle ordinate l’indice di rifrazione del vetro (crescente mentre si procede verso l’alto) e su quello orizzontale delle ascisse il numero di Abbe che definisce la dispersione cromatica del vetro (la dispersione si riduce all’aumentare di tale numero e procedendo sulle ascisse da destra a sinistra); su questa superficie vengono anche delimitati gli ambiti di appartenenza dei vari gruppi di vetri ottici, e i materiali impiegati nelle 6 lenti del Flektogon con apertura 1:2 appartengono alle categorie generali Very Dense Crown SSK, Lanthanum Crown LAK, Dense Flint SF e Dense Crown SK.
Riferendoci a nomenclature convenzionali, nei 2 “embodiment” dei brevetti la lente L1 prevede un vetro Dense Crown tipo SK51, L2 un Very Dense Crown tipo SSK5, L3 un Lanthanum Crown tipo LAK3, L4 un Dense Flint tipo SF4, L5 un altro Dense Flint molto simile al precedente ma non compreso nei vari cataloghi delle vetrerie (quindi probabilmente si tratta di una versione proprietaria di Jena non conforme ad un modello standard), e infine L6 un Dense Crown tipo SK5.
In senso generale si tratta di vetri non particolarmente esotici o costosi, confermando il classico e storico limite incontrato per decenni dai progettisti VEB Carl Zeiss Jena in questo settore rispetto alla concorrenza della DFR o nipponica, con l’unica eccezione del materiale ad alta rifrazione e dispersione contenuta presente in L3.
Solo di recente dal materiale di archivio di Jena riferiti al periodo DDR è emerso il reale schema ottico utilizzato nel prototipo Flektogon 35mm f/2; questo schema risulta invece molto più complesso, basato su ben 9 lenti e con una struttura retrofocus a teleobiettivo invertito che sfrutta un modulo Gaussiano posteriore a 7 lenti in 6 gruppi e un doppietto divergente anteriore di grande diametro composto da 2 lenti cementate e realizzate con vetri scelti opportunamente per correggere meglio l’aberrazione cromatica; il codice di progetto interno per questo modello era 549900.

In questa raffigurazione vediamo invece lo stesso schema ottico sovrapposto in scala corretta al barilotto del prototipo Flektogon 35mm f/2; questa configurazione risulta complessa e costosa da produrre e probabilmente questa fu una delle ragioni principali per cui non si arrivò alla produzione di serie.

Tornando alla confezione meccanica, se affianchiamo il prototipo Flektogon 35mm 1:2 ad un Flektogon 35mm 1:2,8 della stessa serie possiamo osservare notevoli similitudini, e la principale ed ovvia differenza rimane la strombatura aggiunta anteriormente.

Osservando i 2 obiettivi impostati a distanza minima di messa a fuoco si può notare come questo sottile elemento a sbalzo frontale risulti avvitato nel cannotto predisposto in origine per il Flektogon 35mm 1:2,8, confermando come sia stata scelta la via più breve ed economica per assemblare il prototipo, concentrando gli sforzi sulla parte ottica.
Il VEB Carl Zeiss Jena Flektogon 35mm 1:2 prototipo V389 992736 M di inizio anni ’60 è l’unico testimone giunto fino a noi di questo tentativo volto ad affiancare al classico modello da 35mm 1:2,8 un fratello maggiore con apertura ed ambizioni superiori; purtroppo tale obiettivo non venne ritenuto idoneo per la produzione di serie, magari anche per le ragioni ideologiche anticipate all’inizio, e nel proseguo della sua attività l’azienda di Jena non ha mai realizzato un grandangolare per normali reflex 35mm con apertura 1:2, fermandosi al valore 1:2,4 dei corrispondenti 28mm e 35mm, ritenendo quel mezzo f/stop in più rispetto ad 1:2,8 una concessione sufficiente.
In senso generale è un peccato che grandi progettisti come Zöllner, Dannberg, Dietzsch, Rumpoldin, Risch, Geissler, Horichs, Koch, Benedix, Maenz, Rieche, Tautz, Schneider, Trebitz e altri siano stati vincolati nel potenziale dei loro progetti da limiti tecnici e dall’ostruzionismo “politico” verso certi prodotti, se indirizzati al normale Volk; sicuramente tutti ci domandiamo dove sarebbero arrivati disponendo delle varie tecnologie e materiali dei “cugini” di Oberkochen o di altre aziende primarie, e sicuramente questo 35mm 1:2 è stato un eloquente biglietto da visita di tale potenziale.
Ringrazio nuovamente Fuu-Ding Chen e Yi-Feng Chen per la gentile condivisione di questo pezzo, un tipo di collaborazione che proseguirà anche in articoli futuri.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it
All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it
©2024 NOC Sensei – New Old Camera Srl




























