Carl Zeiss Jena Biotar

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; questo articolo è dedicato alla famiglia di obiettivi Carl Zeiss Jena Biotar, una tipologia che descriverò compiutamente, soffermandomi poi su una particolare versione, il Biotar 50mm 1:1,4 postbellico per cinepresa 16mm, un modello che di recente è assurto ad una certa fama per l’utilizzo fotografico ed i relativi risultati.

Lo schema ottico denominato Doppio Gauss (così chiamato perché replicava specularmente due moduli del telescopio di Gauss, uno rovesciato davanti all’altro) è stata una delle configurazioni più riuscite nella storia dell’ottica, e la stragrande maggioranza degli obiettivi di alta gamma con angolo di campo normale lo hanno sfruttato, compresi i modelli più famosi dei maggiori fabbricanti.

Questo schema è praticamente nato in casa Zeiss, dal momento che nel 1902 il Dr. Paul Rudolph della Carl Zeiss Jena creò il celebre Planar che, per la prima volta, adottava tale architettura; questo schema ebbe uno sviluppo al rallentatore perchè l’assenza di rivestimenti antiriflesso lo penalizzava rispetto ad altri tipi correnti come il Protar, un modello con 4 passaggi aria-vetro contro gli 8 del Planar, oppure i tripletti di Cooke ed il tipo Tessar, con 6 passaggi ad aria; d’altro canto lo schema Doppio Gauss consentiva di concepire ottiche molto luminose e, dopo un basilare sviluppo incarnato dal modello Opic disegnato Horace William Lee negli anni ’20 per Kapella Corporation / Taylor, Taylor & Hobson (vero antesignano dei Gauss luminosi mai completamente apprezzato), tale architettura era finalmente pronta per dare vita ad autentici superluminosi, molto richiesti soprattutto nel cinema perché il passaggio dal muto al sonoro in presa diretta aveva reso obsolete le potentissime lampade ad arco (dal funzionamento troppo rumoroso) e chiamato in causa proiettori di efficienza molto inferiore che imponevano di lavorare ad aperture di diaframma molto maggiori; la seconda metà degli anni ’20 fu quindi la rampa di lancio per la nascita di ottiche in grado di spingersi fino ad 1:1,4.

 

 

In casa Carl Zeiss Jena, rispondendo alle pressanti richieste del settore cinematografico, sia amatoriale che professionale, il Dr. Willy Mertè disegnò un obiettivo di tipo Gaussiano che formalmente derivava dallo Zeiss Planar creato da Rudolph un quarto di secolo prima, facendo proprie anche le migliorie introdotte da Lee nel suo Opic lens, e il 29 Settembre 1927 depositò la richiesta per il brevetto prioritario tedesco di un’ottica con tali caratteristiche ed apertura massima 1:1,4 che entrò immediatamente in produzione con la nuova denominazione Biotar; la radice tematica greca del nome, utilizzata peraltro anche nel luminoso Biotessar, indica la vita, sottolineando l’attitudine di un obiettivo così luminoso ad congelare momenti e situazioni dinamiche.

Lo schema proposto nel brevetti è già molto simile alle versioni Doppio Gauss moderne, nonostante i limiti dei vetri ottici anni ’20 (l’indice di rifrazione più alto è 1,67, quando nelle ottiche recenti si avvicina e supera 1,9), fattore che impone l’adozione di raggi di curvatura piuttosto accentuati, a scapito del controllo delle aberrazioni; il brevetto originale comprende 2 embodiments, uno dei quali adotta un elemento posteriore composto da un doppietto di lenti collate, tuttavia per la produzione di serie venne scelta la versione più semplice, la seconda, che utilizza solamente 6 lenti e presenta un ultimo elemento di rilevante spessore, una caratteristica tipica di molti dei Biotar che seguiranno; la creazione di un’ottica 1:1,4 sfruttando solamente 6 lenti è un exploit impressionante ancora oggi, tuttavia non bisogna equivocare: il Biotar 1,4 è nato per esigenze cinematografiche, contesto nel quale l’angolo di campo normalmente sfruttato è inferiore rispetto alla fotografia, pertanto – a parità di focale – normalmente quel BIotar non è in grado di coprire i 45° – 50° sulla diagonale consentiti da un Planar e quindi dev’essere a tutti gli effetti considerato un corto tele di grande apertura, più che un’ottica standard in senso fotografico.

Molti infatti si saranno chiesti la ragione dell’evidente sovrapposizione in casa Carl Zeiss Jena dei modelli Planar e Biotar, protrattasi dalla seconda metà degli anni ’20 fino al termine del conflitto, dal momento che apparentemente entrambi sfruttano lo stesso schema Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi, tuttavia il Planar dell’epoca era più un obiettivo da riproduzione e arti grafiche (infatti al tempo l’apertura massima non superava 1:3,6 ed esistevano gli specifici Apo-Planar da litografia), mentre il BIotar è nato fin da subito per spingersi fino ad 1:1,4, accettando in cambio una copertura angolare inferiore che, in cinematografia, non costituiva un problema bensì la norma; solo nel Dopoguerra, con la netta separazione fra VEB Carl Zeiss Jena e Carl Zeiss Oberkochen, Biotar e Planar andranno entrambi ad indicare un normale con circa 45° di campo ad uso fotografico, sebbene con apertura ridotta ad 1:2 nel Biotar e con produzione nettamente distinta fra i due brand.

 

 

Questo foglio per obsoleta stampante ad aghi fu scritto di suo pugno da Erhard Glatzel, padre di quasi tutti gli obiettivi della Zeiss Oberkochen creati da fine anni ’50 agli anni ’70, e presenta un organigramma dei principali progettisti ottici nella storia di Carl Zeiss Jena prebellica/Carl Zeiss; in questa sequenza il Dr. WIlli Mertè, padre del Biotar, viene giustamente menzionato, specificando che nel 1929 aveva concepito anche versioni Biotar ancora più luminose, 1:1,0 e 1:0,85 (per usi tecnici e scientifici speciali, nonché militari); a seguire viene riportato anche il Dr. Robert Richter che, a sua volta, è citato per gli speciali Roentgen-Biotar per fluoroscopi a raggi X.

 

 

La struttura del Biotar viene qui evidenziata in una grafica anni ’30; questo schema si rifà direttamente al brevetto originale ma, in realtà, i primi esemplari superluminosi effettivamente prodotti prevedevano una maggiore simmetria fra i due moduli speculari (come confermato dallo smontaggio di vari esemplari, la cui struttura effettivamente osservata è molto più simile all’Opic lens di Lee, un Doppio Gauss quasi simmetrico), mentre i modelli di grande apertura più tardi aumentarono visibilmente lo spessore dell’ultimo elemento posteriore.

 

 

Il Biotar è un obiettivo molto famoso fra gli appassionati ed utenti delle ottiche vintage soprattutto per due modelli, il Biotar 58mm 1:2 e il Biotar 75mm 1:1,5, celebri per il loro bo-keh e la resa tridimensionale alle massime aperture che stacca il soggetto a fuoco dallo sfondo, mettendolo in risalto anche grazie all’andamento “swirly” dei punti luminosi fuori fuoco, una caratteristica mantenuta anche in due ottiche sovietiche largamente ispirate a questi modelli Zeiss, ovvero l’Helios-44 58mm 1:2 e l’Helios-40 85mm 1:1,5; in realtà lo schema Biotar è stato per Carl Zeiss Jena, sia prebellica che VEB, una sorta di palestra nella quale si è esercitata producendo numerose ipotesi, spesso sfociate solo in prototipi prodotti in un numero di esemplari compreso fra uno e poche manciate; alla fine considerando l’intera produzione Carl Zeiss Jena dal 1927 al 1945 e gli obiettivi poi concepiti e prodotti nel Dopoguerra da VEB Carl Zeiss Jena, i modelli Biotar progettati furono addirittura 74, alcuni dei quali ripetutamente rivisti a breve distanza di tempo senza alterare le caratteristiche di targa e molti (ben 26) rimasti allo stadio di prototipo.

Ecco l’elenco completo di tutti i modelli esistenti, la maggioranza dei quali assecondava l’attitudine originale del Biotar ed era destinato ad uso cinematografico; i tipi indicati coprono un range di focali da 10mm a 500mm con aperture da 1:1,4 ad 1:4 e questa serie comprende solo i modelli ortodossi, escludendo quindi realizzazioni come gli S-Biotar, IR-Biotar e Roentgen-Biotar, comunque prodotti in pochissimi esemplari; la “V” aggiunta (per Versuch) indica i prototipi e le preserie di pochissimi pezzi.

  • 10mm    1:1,8   (07/1956)
  • 10mm    1:2     (04/1962)
  • 10mm    1:2,8   (04/1962)
  • 10mm    1:4     (08/1955)
  • 10mm    1:4     (04/1962)
  • 1,25cm  1:1,5   (04/1935)
  • 12,5mm  1:2     (03/1954)
  • 1,6cm   1:1,4   (07/1948)
  • 1.7cm   1:1,4   (06/1928) V
  • 1,7cm   1:1,45  (01/1928)
  • 20mm    1:1,4   (03/1948)
  • 20mm    1:2     (12/1949)
  • 2,5cm   1:1,4   (03/1928)
  • 2,5cm   1:1,5   (09/1929)
  • 2,5cm   1:1,9   (08/1929) V
  • 25mm    1:1,4   (03/1928)
  • 2,5cm   1:2     (11/1941)
  • 25mm    1:2     (04/1948)
  • 25mm    1:2     (06/1952) V
  • 25mm    1:2     (08/1953) V
  • 25mm    1:2     (10/1954)
  • 30mm    1:1,4   (10/1948)
  • 30mm    1:2     (06/1948) V
  • 30mm    1:2     (05/1956)
  • 30mm    1:2     (04/1962)
  • 3,5cm   1:2     (02/1937)
  • 35mm    1:2     (02/1937) produzione da 02/1952
  • 3,75cm  1:2     (09/1937) V
  • 4cm     1:1,4   (07/1927)
  • 4cm     1:2     (10/1931)
  • 40mm     1:2    (10/1931) produzione da 02/1953
  • 4,25cm  1:2     (12/1932)
  • 4,25cm  1:2,8   (??/1938) V
  • 4,5cm   1:2     (11/1931)
  • 4,75cm  1:2     (??/1931) V
  • 4,75cm  1:2     (01/1951) V
  • 5cm     1:1,4   (03/1928)
  • 5cm     1:1,9   (??/1929) V
  • 50mm    1:1,4   (05/1950)
  • 50mm    1:1,4   (09/1955)
  • 5cm     1:2     (10/1931) V
  • 5cm     1:2     (04/1932) V
  • 5cm     1:2     (07/1947) V
  • 50mm    1:2     (08/1952) V
  • 50mm    1:2     (03/1953) V
  • 50mm    1:2     (10/1954)
  • 5,5cm   1:1,4   (07/1930) V
  • 5,8cm   1:2     (10/1936)
  • 58mm    1:2     (10/1936) produzione da 05/1951
  • 6cm     1:1,4   (11/1929)
  • 6cm     1:2,8   (07/1938)
  • 7cm     1:1,4   (05/1929)
  • 7,5cm   1:2,8   (??/1938) V
  • 70mm    1:1,6   (11/1957)
  • 75mm    1:1,5   (04/1938)
  • 8cm     1:2     (10/1933)
  • 8cm     1:2,8   (07/1938)
  • 8,5cm   1:1,9   (02/1938) V
  • 10cm    1;1,4   (04/1938)
  • 10cm    1:2     (08/1937)
  • 10cm    1:4     (05/1936)
  • 10,5cm  1:1,8   (??/1928) V
  • 12cm    1:1,8   (07/1939) V
  • 12cm    1:2     (06/1941) V
  • 13cm    1:2     (11/1939)
  • 12cm    1:2,8   (08/1939) V
  • 13,5cm  1:2,5   (02/1942) V
  • 14cm    1:1,4   (06/1929) V
  • 15cm    1:2     (06/1940)
  • 21cm    1:2,8   (01/1934) V
  • 21cm    1:3,5   (08/1934) V
  • 25cm    1:2     (02/1932)
  • 30cm    1:1,9   (11/1931) V
  • 50cm    1:1,9   (??/1937) V

 

 

Essendo un obiettivo appositamente concepito per uso cinematografico, ovviamente molti esemplari prodotti corrispondono a tale destinazione, compresi i modelli più datati; in questa immagine troviamo un CZJ Biotar 2,5cm 1:1,4 per cinepresa FILMO prodotto nel Giugno 1929 (progetto del Marzo 1928), un CZJ Biotar 1,25cm 1:1,4 per cinepresa NIZO prodotto nel Febbraio 1936 (progetto dell’Aprile 1935) e un più recente VEB CZJ Biotar 20mm 1:1,4 T postbellico per apparecchio SF16, prodotto negli anni ’50 su progetto del Marzo 1948; naturalmente il rivestimento antiriflesso fu un importante aggiornamento in uno schema con così tanti passaggi ad aria, e infatti, se escludiamo eccezioni ad personam (come il Sonnar 5cm 1:2 per la Contax di Heinrich Hofmann, fotografo personale di Adolf Hitler), il primo obiettivo ufficialmente trattato antiriflesso per esigenze militari all’inizio del conflitto fu proprio un luminoso Biotar.

 

 

Uno dei primi Biotar per uso fotografico, prodotto fino al 1961 e poi riscoperto attualmente per le citate caratteristiche di riproduzione, fu il 5,8cm 1:2 per Kine-Exakta (come veniva allora denominata la reflex Ihagee per pellicola 35mm); i primi lotti furono assemblati nel 1936 e lo schema originale del Biotar fu limitato ad un’apertura massima 1:2, ottenendo in cambio un angolo di campo di oltre 40° e lo spazio retrofocale necessario per il funzionamento dello specchio reflex, caratteristica ricavata anche accettando una focale leggermente più lunga rispetto al classico 50mm standard; l’obiettivo in foto, montato su una Exakta Varex IIb, è stato prodotto nel 1959 ed è quindi uno degli esemplari più tardi.

 

 

La grafica con sezione dell’analogo modello mostra il classico schema Doppio Gauss quasi simmetrico e anche i dettagli del caratteristico sistema di preselezione con diaframma semi-automatico comandato da una molla che andava riarmata a mano dopo ogni esposizione, all’atto pratico sufficientemente pratico.

 

 

Lo schema ottico del Biotar 5,8cm 1:2, luminoso e con abbondante spazio retrofocale, venne rapidamente riesumato dalla Carl Zeiss Jena nel Dopoguerra ed utilizzato come obiettivo normale per la Contax reflex, prodotta nella DDR partendo dal progetto incompiuto Sintax impostato a Dresden a fine anni ’30; in questa immagine possiamo osservare una Contax D ed una Contax E con i relativi Biotar 5,8cm 1:2 trattati antiriflesso.

Il Biotar per uso fotografico, con apertura ridotta ad 1:2 e angolo di campo superiore a 40°, fu sviluppato fin da subito per formati anche superiori al 24x36mm.

 

 

Ad esempio, la Ihagee Nacht-Exakta per formato 4×6,5cm su film 127 prodotta dal 1935 al 1939 era equipaggiata all’origine con un CZJ Biotar 8cm 1:2, caratteristiche impressionanti per metà anni ’30 che riecheggiavano le imprese della Ernemann Ermanox con il famoso Ernostar di Bertele.

 

 

Il Biotar 8cm 1:2 trasformava la Exakta in uno strumento di notevole efficacia: precisa messa a fuoco reflex, formato con superficie 3 volte superiore a quella del 24x36mm ed elevata apertura massima, al livello del celebre Sonnar 50mm 1:2 della Contax coeva.

Come evidenziato dall’impressionante elenco dei modelli Biotar concepiti, esistono numerose versioni rimaste a livello di prototipo oppure realizzati in pochissimi esemplari di preserie o in tirature sostanzialmente limitate; ecco alcuni esempi.

 

 

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Queste tre istantanee sono state realizzate alla massima apertura 1:1,4, la prima all’ombra sotto gli alberi con sfondo al Sole e le altre in controluce; la nitidezza nel piano di fuoco, col soggetto opportunamente tenuto in prossimità delle aree centrali, è buona e lo stacco prodotto dalla ridotta profondità di campo viene ulteriormente accentuato dall’andamento “swirly” dello sfuocato sullo sfondo, caratteristiche che permettono di confezionare ritratti gradevoli e con un quid cinematografico; pur facendo la tara alla sensibilità al controluce (in queste foto, per evitare vistosi riflessi, avevo montato un paraluce e tenevo una mano sollevata ad ombreggiare la lente), quest’obiettivo si riesce effettivamente a sfruttare anche sul 24x36mm, anche perché la vignettatura meccanica ai bordi a tutta apertura appare sfumata, risultando addirittura meno visibile rispetto all’uso con diaframma chiuso, e informa le immagini con caratteristiche formali molto personali e tali da potersi trasformare in una cifra stilistica per i ritratti prodotti dal fotografo che lo utilizza; naturalmente su APS-C, eliminando la parte più critica della proiezione, la qualità complessiva ai bordi risulterà ancora migliore e anche la prospettiva sul volto più gradevole per le mutate relazioni.

L’unico rovescio della medaglia, a parte la ricerca del relativo adattatore, sta nel fatto che queste caratteristiche da “fratellino minore” del Biotar 75mm 1:1,5 stanno diventando famose, e i prezzi lievitano di conseguenza, al punto che ormai per avere un Biotar 50mm 1:1,4 per Pentaflex 16 si fluttua dai 600€ delle aste online fino ai 1.000€ richiesti direttamente da certi venditori, cifre sicuramente eccessive considerando la modesta complessione meccanica del pezzo e il suo lignaggio originale, tuttavia questa è l’attuale realtà di mercato: sta a ciascuno di noi valutare se quel tipo di opportunità fotografiche vale la relativa spesa!

 

 

Per chiudere col sorriso questo discorso, lungo e a tratti anche complicato e noioso, vorrei argomentare che i celebri Carl Zeiss Jena Biotar non sono più prodotti da tempo, tuttavia l’appassionato inconsolabile può sempre rifarsi la bocca pianificando un viaggio in Polonia e acquistando una bottiglia di shampoo per capelli BIOTAR: chissà che swirl produrrà poi la sua chioma dopo l’asciugatura!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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