Riprende dalla prima parte
Come anticipato, il brevetto prioritario tedesco legato allo schema del 35mm f/1,4 venne depositato quando l’esemplare definitivo era già stato presentato in montatura per Rolleiflex SL35; infatti il documento tedesco risulta consegnato il 9 Febbraio 1973, ovviamente alla firma del Dr. Glatzel e citando la Fondazione Zeiss con sede ad Heidenheim come titolare dei diritti; lo stesso Glatzel, per seguire da vicino le direttive manageriali dello Zeiss Stiftung, aveva stabilito la sua dimora proprio ad Heidenheim am Brenz, in una tranquilla villa in Walther Bauersfeldstrasse.
Il corrispondente documento statunitense venne invece depositato il primo Febbraio 1974, citando ovviamente il brevetto prioritario tedesco del 9 Febbraio 1973.
Come spesso avveniva con i brevetti del Dr. Glatzel, questo documento è molto complesso e prevede 8 “embodiments” riferiti a 4 schemi principali differenti, l’ultimo di quali è attinente al modello di serie e prevede anche un’alternativa nella quale la caratteristica coppia di elementi spaziati e quasi speculari nella parte anteriore viene trasformata in un tripletto cementato, sostituendo lo spazio ad aria con una terza lente.
Questo è dunque lo schema poi adottato nella serie; la struttura ottica del modello di produzione è sempre stata condivisa con una grafica approssimativa, pertanto basandosi su questi modelli grossolani sembra che il profilo congruente delle 2 lenti L3 ed L4 sia analogo, mentre in realtà la superficie anteriore di L4 è leggermente concava e con una curvatura più accentuata dispetto a quella contigua di L3.
Queste tabelle ricavate dai 2 brevetti visti in precedenza contengono i dati grezzi di progetto per l’obiettivo e la sua superficie asferica, ai quali ho aggiunto le sigle dei vetri ottici Schott riferite a quel periodo.
Scendendo in dettaglio, per realizzare il Distagon 35mm f/1,4 il Dr. Glatzel ha sfruttato 5 tipologie di vetri ottici: Barium Flint BAF, Very Light Flint LLF, Lanthanum Crown LAK, Dense Flint SF e Lanthanum Flint LAF; l’assortimento dei materiali precede un Barium Flint tipo Schott BAF3 in L1, un Very Light Flint tipo Schott LLF1 in L2 ed L6, un Lanthanum Crown tipo Schott LAK8 in L3, L4 ed L5, un Dense Flint tipo Schott SF57 in L7 e un Lanthanum Flint tipo Schott LAF21 in L8 ed L9.
Come si può osservare per ciascuna delle 5 categorie di materiali è stato utilizzato un singolo tipo di vetro, replicandolo 2 o 3 volte quando tale categoria era adottata in lenti multiple, quindi nelle 9 lenti dello schema troviamo solo BAF3, LLF1, LAK8, SF57 e LAF21.
I brevetti non specificano i valori rifrattivi e dispersivi della resina utilizzata su L6 per realizzare la superficie asferica, mentre molti documenti più moderni includono anche tale informazione; forse Zeiss, conscia che si trattava di un settore ancora pionieristico e che all’epoca il Dr. Glatzel aveva approcciato progettando ottiche cinematografiche superluminose, non voleva offrire un vantaggio alla concorrenza fornendo informazioni troppo dettagliate.
Osservando invece i dati corrispondenti del Distagon 35mm f/2 per Contarex (sul quale ho già scritto e pubblicato su Nocsensei un articolo specifico), vediamo una gestione analoga delle lenti, con ben 6 elementi su 9 in vetro Dense Crown e 5 dei quali realizzati con lo stesso tipo SK16; in questo caso tuttavia gli elementi agli ossidi delle Terre Rare si limitano ad una singola lente (L3 in LAK9), mentre nel successivo 35mm f/1,4 tali materiali compaiono invece in 5 lenti.
Torniamo ora ai dati grezzi di brevetto e agli schemi di Seidel – Pagel per alcune considerazioni interessanti: infatti nei dati grezzi del documento statunitense non compaiono informazioni atte a palesare la presenza del sistema flottante, mentre nella corrispondente tabella del brevetto tedesco notiamo come, a destra, la serie di lenti sia suddivisa in 2 sottogruppi V e H che ho evidenziato in giallo e verde, mentre lo spazio interposto, evidenziato in arancio, risulta variabile; infatti nello schema di serie, focheggiando a distanze ridotte, il secondo gruppo di colore verde si avvicina leggermente all’altro, di colore giallo, modificando appunto lo spazio ad aria interposto.
Spostandoci sulla lente asferica, osserviamo poi che la sua superficie è concava, un dettaglio che renderebbe molto difficile ottenere l’asfericità per lavorazione diretta del vetro a controllo numerico, e infatti la Carl Zeiss in questo caso sfruttò la sua competenza in resine e metacrilati (già negli anni ’50 ad Oberkochen erano stati sperimentati dei tripletti prototipici con lenti in plastica) e il profilo parabolico della superficie è ottenuto iniettando resina fra la lente sferica e una sagoma di riscontro asferica lavorata ad altissima precisione, tecnica del resto utilizzata ancora oggi.
La conferma che la superficie asferica è ottenuta grazie al riporto di altro materiale è fornita anche dagli schemi a destra con i già discussi diagrammi di Seidel – Pagel: infatti, in basso, la sequenza delle lenti presenti nei 2 schemi è visualizzata con dei riquadri, e in caso di doppietto cementato abbiamo 2 riguardi accostati e divisi da una linea verticale centrale che rappresenta in punto di contatto/incollaggio: come si può osservare la lente L6 del Distagon 35mm f/1,4 non viene visualizzata come un elemento singolo, come sembra essere guardando lo schema, bensì come un doppietto di elementi abbinati, nei quali quello evidenziato in verde è la lente stessa in vetro LLF1 e quello di colore rosso è invece il riporto di resina che produce il profilo asferico.
Questi schemi presenti nei documenti personali di Glatzel sono gli unici a confermare tale procedura per produrre la superficie asferica; infatti i brevetti, nella relativa sezione, indicano come tutti gli esemplari siano provvisti di tale caratteristica, e sebbene tale profilo si potesse applicare a superfici sia convesse che concave, per uniformità tutti i modelli proposti lo prevedono nella superficie anteriore della lente alle spalle del diaframma, tuttavia non viene fornita alcuna indicazione sulla procedura per ottenere il profilo asferico su tali lenti.
Il Carl Zeiss Distagon 35mm f/1,4 con lo schema originale del Dr. Glatzel uscì di scena quando Kyocera tolse dal mercato il sistema reflex Contax, tuttavia nel Settembre 2010 l’azienda annunciò la disponibilità di una nuova versione, con schema ricalcolato e inizialmente prevista in attacco a baionetta Nikon (ZF), estendendo poi la disponibilità all’attacco Canon EF (ZE) e alla baionetta Nikon con funzioni evolute (ZF.2); tale obiettivo riecheggiava chiaramente lo storico modello uscito di produzione e le brochure dell’epoca sottolineavano anche la qualità del suo sfuocato a piena apertura, evidentemente frutto di sperimentazione e studi specifici.
Tale obiettivo era naturalmente made in Japan e lo schema ottico, nuovamente asferico e flottante, sfruttava una struttura ancora più complessa ad 11 lenti in 9 gruppi.
Passiamo ora ad osservare diagrammi MTF ufficiali e prove di riviste del tempo per quantificare le prestazioni del Distagon 35mm f/1,4 di Glatzel; occorre premettere che, apparentemente, questo schema ottico richiedeva una previsione critica di montaggio e risentiva immediatamente di piccoli errori o disallineamenti eventualmente presenti: ricordo infatti un conoscente impiegato ad Oberkochen che era insoddisfatto del suo esemplare, lo portò al Dr. Nasse al laboratorio tecnico e una prova sui banchi MTF produsse in effetti valori decisamente inferiori a quelli indicati dai diagrammi MTF ufficiali; incuriosito, il Dr. Nasse prese un altro esemplare che era conservato come campione, lo sottopose a prova MTF e anche quello, pur migliore, non raggiunse i valori presenti sui diagrammi ufficiali, convincendo lo scienziato che tale schema richiedesse appunto un montaggio con tolleranze infinitesimali, spesso difficili da replicare nella grande serie.
I dati generali presenti nella scheda tecnica ufficiale confermato i 2 punti di forza dell’obiettivo: la lente asferica e il sistema flottante collegato alla messa a fuoco; il codice Zeiss atribuito al modello è 10 48 40 e trattandosi di un documento prodotto quando le ottiche Zeiss Contax/Yashica erano già di tipo MM viene confermata la possibilità di utilizzarlo con tutte le opzioni multi-mode dei relativi corpi macchina.
I diagrammi MTF, come di consueto in casa Zeiss, definiscono il trasferimento di contrasto residuo dopo il passaggio attraverso l’obiettivo (1,0 equivale al 100% teorico) per frequenze spaziali di 10, 20 e 40 cicli/mm (riferite a dettagli via via più piccoli e difficili da risolvere, misurando tali valori dal centro (sinistra) ai bordi (destra) con doppia lettura per ogni frequenza spaziale: sagittale (con linee di mira parallele alla semidiagonale, curva continua) e tangenziale (con linee di mira perpendicolari alla semidiagonale, curva tratteggiata), in tutto alla massima apertura f/1,4 e con diaframma chiuso ad f/5,6.
A tutta apertura f/1,4 i valori sono già buoni in asse, specie a 40 cicli/mm (curva più bassa), e questa “presenza” centrale coniugata con la ridotta profondità di campo contribuisce al senso di tridimensionalità per il quale l’obiettivo è famoso; procedendo verso i bordi i valori decrescono ma colpisce la posizione ravvicinata delle letture con differente orientamento di mira, ad indicare come astigmatismo e aberrazione cromatica laterale siano ben corretti.
Chiudendo ad f/5,6 i valori divengono molto buoni in gran parte del campo, mentre ai bordi rimane un evidente flesso però con curve sagittali/tangenziali molto accostate: forse in sede di progetto si è sacrificata la curvatura di campo a favore dell’astigmatismo, caratteristica che fornisce dettagli geometrici secchi e ben incisi in tali zone ma su mire piane fornisce una lettura più scarsa perché la curvatura di campo porta tali aree fuori fuoco rispetto alla mira stessa, dettaglio meno rilevante a grandi distanze con soggetti tridimensionali.
La vignettatura ad f/1,4 è consistente, superando 2 f/stop, mentre ad f/5,6 la distribuzione luminosa risulta eccellente ed uniforme; proprio la riduzione della vignettatura alle massime aperture fu una priorità di progetto del successivo 35mm f/1,4 ZF – ZE – ZF.2, ad indicare come tale criticità fosse ben nota all’azienda stessa.
Infine, la distorsione arriva ad un massimo del 2% a barilotto, valore contenuto per un grandangolare e la sua progressione uniforme, senza andamenti altalenanti detti “moustache” contribuisce a ridurne la percezione.
Complessivamente è un grandangolare superluminoso di qualità elevata, considerando il periodo di progettazione; resta la spada di Damocle legata alla criticità sulle tolleranze di montaggio, caratteristica che può portare ad esemplari “sfortunati”.
Vediamo ora alcune prove eseguite da riviste fotografiche al tempo in cui l’obiettivo era commercializzato.
Questo primo test venne realizzato dalla rivista napoletana “Nuova Fotografia”; una testata competente e con contenuti interessanti che purtroppo non viene più prodotta da decenni; la prova include la misurazione della risolvenza su mire piane in 3 zone del campo (centro, area mediana, bordi) e la verifica delle aberrazioni fotografando spot luminosi ad alto contrasto.
La centratura delle lenti viene dichiarata perfetta e questo esemplare correttamente montato mostra infatti una risoluzione complessivamente ottima, già apprezzabile a tutta apertura e molto elevata ai diaframmi centrali, senza vistose cadute in alcuna zona del campo.
La prova delle aberrazioni evidenzia un leggero coma ai bordi con diaframma f/1,4, contesto realmente severo per un grandangolare così luminoso, ma complessivamente la correzione è molto valida anche in questo settore.
Un altro test venne realizzato all’epoca dalla rivista “Il Fotografo – Mondadori”, anch’esso basato sulla misurazione di risolvenza utilizzando mire piane e in 4 zone del fotogramma (centro, 1/3 di campo, 2/3 di campo e bordi); l’andamento complessivo replica quanto visto nella prova precedente, con l’obiettivo che esordisce ad f/1,4 nelle zone centrali con una risoluzione già elevata e la conferma a quelle successive, mentre i settori periferici e gli angoli partono da valori più modesti ma migliorano rapidamente chiudendo il diaframma, arrivando ad aperture centali ad una soddisfacente uniformità; ottiche meno luminose testate allo stesso modo hanno eventualmente mostrato un comportamento più omogeneo delle zone periferiche ma occorre sempre considerare che parliamo di un grandangolare retrofocus f/1,4 calcolato nel 1972.
Passiamo quindi ad una prova più recente, eseguita su un esemplare MM in fase avanzata della produzione complessiva.
Questo test venne realizzato dal Centro Studi Progresso Fotografico, un pioniere del settore che già 45 anni fa pubblicava completi test con curve MTF e vari diagrammi tecnici ricchi di informazioni; tale procedura, molto professionale ma anche un po’ criptica per i principianti, venne rivista a fine anni ’80 arrivando a questa configurazione più facilmente fruibile, nella quale la curva centrale dello schema QUALITA’ – NITIDEZZA definisce il valore medio e il settore in neretto affiancato i valori massimi e minimi misurati in asse e ai bordi.
L’obiettivo ha presentato nuovamente un rendimento omogeneo sul campo e la qualità non straordinaria ad f/1,4 è legata all’anzianità di progetto in un obiettivo così critico.
Per completare il quadro osserviamo infine la scheda ufficiale con diagrammi MTF relativa al nuovo modello introdotto nel 2010 come ottica universale di lusso.
Questi nuovi diagrammi evidenziano a tutta apertura un leggero incremento nel trasferimento di contrasto, mantenendo però il fingerprint del modello originale, con letture sagittali e tangenziali molto simili fra loro che indicano come curvatura di campo e astigmatismo risultino ben corretti; chiudendo ad f/4, nuovo valore di massimo rendimento, l’obiettivo non offre nelle aree centrali e mediane valori superiori al predecessore ma rimane molto più costante verso i bordi, dove i risultati sono decisamente più apprezzabili e probabilmente frutto di una curvatura di campo nuovamente ben corretta.
La distorsione replica sostanzialmente il comportamento del Distagon storico, mentre la vignettatura è stata ottimizzata ad f/2, contenendola ad 1 f/stop rispetto al centro, mentre ad f/1,4 la perdita di luminosità rimane nell’intorno dei 2 f/stop e quindi ben visibile.
In sintesi, l’obiettivo introduce prestazioni superiori al predecessore lanciato 38 anni prima ma senza uno step realmente appariscente.
Il Distagon 35mm f/1,4 è uno degli obiettivi degli obiettivi Zeiss più famosi dell’epoca recente; da subito un must-have nei corredi di pertinenza, era tuttavia ingombrante ed estremamente costoso, dettaglio quest’ultimo che limitò la sua diffusione agli appassionati più abbienti e condiziona tuttora il suo presso sul mercato dell’usato; è passato alla storia come l’unico obiettivo asferico nel corredo Carl Zeiss per Contax/Yashica e Rolleiflex 35mm e la corrispondente versione cinematografica, poco conosciuta, fu invece utilizzata dal regista bavarese Werner Herzog per il suo celebre film “Herz aus Glas” del 1976, nel quale la quasi totalità degli attori recitò in stato di ipnosi e l’uso del Distagon 35mm f/1,4 cinematografico è riconoscibile dall’inconfondibile bo-keh triangolare mutuato dal suo diaframma.
In questi anni la tecnologia nel settore dei grandangolari retrofocus e l’uso di vetri speciali e superfici asferiche hanno compiuto progressi consistenti, pertanto oggi esistono eventualmente modelli con caratteristiche geometriche simili e una correzione superiore, tuttavia il Distagon 35mm f/1,4 rimarrà sempre un pezzo storico del mondo Zeiss, ancora apprezzabile per i suoi tipici vocaboli nella declinazione dello sfuocato e nelle sfumature cromatiche, permettendoci di apprezzare una volta di più il lavoro maiuscolo portato avanti dal Dr. Erhard Glatzel ed imponendoci di fermarci un attimo a renderli omaggio a 100 anni dalla nascita.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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