Canon rangefinder 50mm 1:1,8 del 1956

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il brand oggi noto come Canon nacque negli anni ‘30 su iniziativa del Dr. Takeshi Mitarai e fin da subito si dedicò allo sviluppo di fotocamere 35mm con otturatore sul piano focale, liberamente ispirate alle famose Leica, attingendo invece per il parco ottiche dalla produzione di quella che in seguito sarebbe stata la sua più acerrima rivale, la Nippon Kogaku, alias Nikon.

Nel Dopoguerra, pur nel drammatico contesto di un Giappone sconfitto, annichilito e occupato, i piani erano fin da subito chiari: da un lato continuare a sviluppare gli apparecchi 35mm a telemetro con otturatore a tendina, con l’intento di produrre linee di fotocamere più avanzate di quelle proposte dal referente tedesco, e dall’altra emendarsi dalla fornitura di ottiche Nikkor, iniziando a calcolare e produrre in proprio gli obiettivi; nel volgere di un decennio il continuo sviluppo della gamma portò alla ribalta le fotocamere Canon rangefinder, universalmente riconosciute per la tecnica raffinata e l’ottimo rapporto qualità/prezzo che le rendevano una valida alternativa alle stesse Leica, specie per chi volesse contenere il budget, anche perché la condivisione della stessa montatura per le ottiche col relativo accoppiamento telemetrico creava interessanti presupposti di compatibilità trasversale, nei due sensi.

 

 

Nel tempo, la gamma di obiettivi Canon rangefinder in attacco 39x1mm si ampliò enormemente e solo fra i normali da 50mm, dall’immediato Dopoguerra al 1961, vedremo comparire modelli con ben 8 aperture massime differenti, da 1:3,5 a 1:0,95; in questa sede voglio approfondire la descrizione del Serenar/Canon 50mm 1:1,8, uno dei modelli più apprezzati per il felice connubio di qualità ottica, luminosità già elevata, compattezza e prezzo, soffermandomi principalmente sulla seconda versione, presentata nel Febbraio 1956.

 

 

Lo sviluppo dei normali Canon del Dopoguerra, se escludiamo l’eccezione del Serenar 50mm 1:1,5 che replicava lo schema dello Zeiss Sonnar, seguì due direttive principali, entrambe nate partendo da due classici modelli di ottica standard Leitz: da un lato l’obiettivo tipo Elmar, con schema ottico a 4 lenti in 3 gruppi analogo al Tessar e montatura compatta e rientrante, dall’altro il tipo Summar, più luminoso e basato su uno schema Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi; Canon comprese subito l’importanza strategica di sviluppare versioni luminose, apprezzate dai fotografi e utili come traino d’immagine sui mercati, pertanto si concentrò proprio sull’evoluzione del tipo Doppio Gauss a 6 lenti.

La prima versione Serenar 50mm 1:2 vide la luce nel Febbraio 1947 e dal punto di vista tecnico ed estetico richiamava molto i corrispondenti Summar e Summitar 50mm 1:2 di Leitz; la prima fuga in avanti del produttore nipponico si registrò tuttavia già nel Gennaio 1949, quando presentò il nuovo Serenar 50mm 1:1,9, versione marginalmente più luminosa ma importante perché sanciva il superamento del modello Leitz che aveva dato origine a questo tipo di ottiche e l’abbandono di una sequela pedissequa per lanciarsi su percorsi autonomi; a stretto giro l’azienda ricalcolò nuovamente il suo Doppio Gauss a 6 lenti, e nel Dicembre del 1951 arrivò sul mercato il nuovo Serenar 50mm 1:1,8, con prestazioni ottiche radicalmente migliorate e apertura massima nuovamente incrementata; per sottolineare la rispettabile apertura ormai raggiunta, il suo barilotto era un omaggio a quello del Leitz Xenon, il classico luminoso Leitz da 50mm 1:1,5 nato a metà anni ’30; dopo aver concretizzato uno schema ottico d’avanguardia, Canon si concentrò sul design della montatura, e nel Febbraio 1956 lanciò sul mercato la versione II, caratterizzata da un barilotto ridisegnato che tagliava drasticamente i ponti con la produzione precedente ed esibiva un’estetica modernissima ed aggressiva, con il cannotto anteriore e l’ampia ghiera di messa a fuoco rifinite in nero; questa versione fece poi registrare minimi aggiustamenti a partire da Dicembre 1958, quando fu presentata la cosiddetta versione III, in realtà identica alla II e differenziata solamente per la scomparsa delle linee di fede abbinate ai numeri nella ghiera del diaframma e le scritte anteriori con grafica cubitale; preciso nuovamente che le tre versioni di 50mm 1:1,8 condividono lo stesso nocciolo ottico e si differenziano solamente per dettagli funzionali ed estetici della montatura, specificando anche che il tipo I fu denominato Serenar dal 1951 al 1953 e quindi Canon dal 1953 al 1956.

 

 

Se il Leitz Summar 50mm 1:2 era stato il modello di partenza per il Serenar 50mm 1:2 e lo sviluppo di questa linea di normali Canon con schema Doppio Gauss a 6 lenti, con l’introduzione del 50mm 1:1,8 del 1951 si può dire che l’azienda giapponese avesse creato un modello molto appetibile anche per gli utenti Leica, più luminoso e molto performante; in realtà Leitz non stava a guardare e ai tempi del Canon 50mm 1:1,8 versione I mise in commercio il famoso Summicron 50mm 1:2 a 7 lenti che riportava il normale Leitz a livelli di assoluta eccellenza ottica; quando Canon presentò il modello II con il lifting estetico, il rivale tedesco mise in commercio una versione ulteriormente ricalcolata del Summicron, riconoscibile per la montatura non collassabile, che definì un nuovo standard di riferimento; in ogni caso il Canon 50mm 1:1,8 II garantiva ottime prestazioni e continuava ad avvantaggiarsi per l’apertura massima leggermente superiore, quindi rimase un’interessante alternativa per i clienti Leitz anche in era Summicron, grazie anche al suo prezzo contenuto e alla disponibilità di adattatori da 39x1mm a baionetta M.

 

 

La prima versione del Novembre 1951 presentava dunque una montatura fortemente ispirata a quella del classico Leitz Xenon e si avvaleva del nuovo gruppo ottico appena ricalcolato; questo modello consentiva di diaframmare fino ad 1:16 mentre la messa a fuoco di tutti gli esemplari che ho osservato su illustrazioni e dal vivo è graduata in piedi e arriva fino a 3,5” scarsi (la ghiera passa leggermente oltre il riferimento sulla scala), corrispondenti ad 1m.

 

 

La seconda versione introdotta nel Dicembre 1956, qui illustrata in alcune brochure, adottava una montatura radicalmente rivista e molto più moderna della precedente, decisamente un nuovo step di design; tuttavia, curiosamente, in due degli esempi illustrati il nuovo barilotto con estetica aggiornata e aggressiva non è nemmeno citato e la succinta descrizione richiama invece l’attenzione sullo schema ottico che viene descritto come appena aggiornato e in grado di ridurre aberrazione sferica e coma, garantendo anche ottima planeità di campo; è una scelta curiosa perché non ci sono evidenze che lo schema ottico sia mai stato modificato rispetto al calcolo originale introdotto col tipo I del 1956 e poi mantenuto per tutta la produzione; solamente nella terza scheda fra quelle proposte viene finalmente citata la nuova finitura del barilotto.

Nella descrizione della seconda serie compare finalmente l’opzione per la scala di messa a fuoco in metri anziché in piedi (evidentemente il tipo I prodotto dal 1951 al 1956 prevedeva solo la versione in feet); questo modello introdotto nel Dicembre 1956 presentava caratteristiche interessanti come la messa a fuoco con montatura anteriore non rotante, il rivestimento antiriflesso Canon Spectra Coating, il diaframma con chiusura portata ad 1:22 (l’indicazione 1:16 nella brochure è un refuso) e un barilotto in lega leggera compatto e ben costruito, con settori rifiniti in nero e attacco anteriore filettato da 40mm che consentiva di applicare anche filtri Series VI.

Come detto, la versione III introdotta nel Dicembre 1958 presenta insignificanti modifiche alle scritte e l’eliminazione dei trattini neri di raccordo fra diaframmi e punto di fede, mentre la meccanica e il gruppo ottico rimangono invariati; queste modifiche furono così trascurabili che la stessa Canon continuò ad illustrare le brochure successive utilizzando foto d’archivio della versione II, pertanto non sono riuscito a recuperare alcun documento ufficiale dell’epoca con un 50mm 1:1,8 corrispondente al tipo III.

 

 

Questo esemplare di Canon rangefinder 50mm 1:1,8 appartiene alla serie II (1956-58) ed è facilmente distinguibile grazie alla nuova montatura e alla presenza dei trattini aggiuntivi sulla ghiera del diaframma; l’obiettivo illustrato prevede una scala di messa a fuoco in piedi (si può notare come la sua corsa oltrepassi in riferimento di 3,5”, corrispondente a 106,7cm, per arrivare fino all’equivalente esatto di 1m); la versione II prevede una nutrita serie di riferimenti per la profondità di campo, il marker per la messa a fuoco all’infrarosso (corrispondente all’indice della profondità di campo ad 1:5,6) e un dettaglio decisamente moderno per l’epoca come i valori dei diaframmi equidistanti sulla ghiera (con una complicazione meccanica che, nel corso degli anni, ha reso in molti esemplari la ghiera stessa decisamente dura da azionare); in questa impostazione così avanzata per i tempi stride invece un elemento classicissimo come il caratteristico “campanellino” per il blocco della ghiera su infinito, un dettaglio dal design inequivocabilmente Leitz che a mio parere è più d’impaccio che utile e appare quasi un elemento estraneo in un obiettivo dalla configurazione già attuale.

 

 

L’estetica del Canon rangefinder 50mm 1:1,8 prodotto dopo il Febbraio 1956 gioca dunque sul piacevole contrasto di settori neri alternati ad altri satinati cromo e prevede grafiche di facile lettura; l’attacco corrisponde alla classica filettatura LTM da 39x1mm (o, meglio, 39×1/26”, sebbene tali valori praticamente coincidano, essendo 1/26” pari a 0,9769mm) e l’obiettivo prevede un accoppiamento telemetrico alla messa a fuoco perfettamente compatibile con quello delle Leica, per il quale non è stata prevista una camma a profilo inclinato che, ruotando, sposti il braccetto della fotocamera bensì una ghiera circolare in ottone che avanza e arretra; nonostante la grande compattezza, lo schema ottico a 6 lenti e l’utilizzo esclusivo di metallo porta il peso a circa 270g e l’obiettivo, tenuto in mano, risulta piacevolmente “pesante”.

 

 

Il diaframma ad iride, ovviamente a controllo completamente manuale, prevede arresti a scatto ed utilizza 8 lamelle arcuate che, in fase di chiusura, producono il classico ottagono sagomato di sapore cinematografico; nell’immagine sono ben evidenziati i trattini che raccordano i valori del diaframma al punto di fede sul barilotto, poi eliminati a fine 1958.

 

 

L’obiettivo veniva fornito con un tappo anteriore in metallo satinato calandrato e caratterizzato dal logo Canon a sbalzo, mentre il montaggio prevedeva ovviamente di avvitare l’ottica sul corpo sfruttando la filettatura.

 

 

E’ interessante notare che la finitura alternata in nero/satinato cromo dell’obiettivo faceva pendant con certi dettagli dei relativi corpi macchina, come la ghiera dei tempi nera di questa Canon P, definendo quasi una livrea “Panda” ante litteram.

 

 

Una delle caratteristiche più attraenti delle ottiche Canon rangefinder, ora come allora, è sicuramente la piena compatibilità con i corpi Leica a vite a anche M, sfruttando il relativo adattatore 14097 o prodotti analoghi di terze parti oggi disponibili; in questo caso un Canon 50mm 1;1,8 tipo II del 1956 è stato montato su una Leica IIIF Black Dial del 1951e l’accoppiamento non è solo funzionale ma appare anche visivamente ortodosso, per quando gli elementi dell’obiettivo rifiniti in nero siano un po’ troppo moderni per l’estetica complessiva del corpo; la disponibilità di ottiche compatibili Leica con qualità ottica e meccanica decisamente buona e prezzi molto più abbordabili rispetto alle originali resta un atout senza tempo di questo sistema.

 

 

E’ anche interessante notare come la notevole compattezza raggiunta da questi obiettivi per fotocamere a telemetro con diaframma manuale sia stata poi irraggiungibile per le successive ottiche destinate ai corpi reflex, per le quali il diaframma automatico con chiusura solo al momento dello scatto risultava una caratteristica operativa fondamentale e irrinunciabile ma comportava ingombri molto maggiori, così come l’ampio diametro della montatura imposto dalla corsa dello specchio stesso; in questo caso ho affiancato al 50mm 1:1,8 a telemetro tipo II del 1956 due 50mm 1:1,8 della serie Canon FD, un S.C. breeck-lock anni ’70 e un FD new anni ’80: nonostante le identiche caratteristiche geometriche e l’adozione dello stesso schema Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi (ovviamente ricalcolato), gli obiettivi più moderni – qui riprodotti in esatta scala – risultano drasticamente più ingombranti rispetto al predecessore, soprattutto nel diametro; l’epoca d’oro delle reflex ci ha abituati a corpi macchina sempre più massicci, con motori ingombranti ed obiettivi smisurati, al punto che la massa imponente appariva quasi un plusvalore, una certificazione di professionalità e qualità accettata di buon grado a scapito della salute di schiena e spalle…

Dopo questa fase risulta quindi ancora più piacevole riappropriarsi di strumenti molto più portabili e a misura d’uomo come questo simpatico normale anni ’50!

Per quanto riguarda la configurazione ottica, il Canon rangefinder 50mm 1:1,8 venne calcolato da Iroshi Ito, un nome davvero altisonante che ha svolto un ruolo fondamentale per l’azienda negli anni ’50, affiancato a Jiro Mukai, calcolando molti obiettivi che costituirono la spina dorsale delle ottiche Canon a telemetro, fra le quali possiamo annoverare anche pezzi come i vari 28mm 1:2,8, 28mm 1:3,5, 35mm 1:2, 50mm 1:1,2, 50mm 1:0,95, 85mm 1:1,5 e 100mm 1:3,5.

 

 

Per definire lo schema ottico del 50mm 1:1,8 presento gli estratti essenziali dei brevetti tedesco e statunitense, più facilmente comprensibili; la richiesta del brevetto tedesco fu presentata il 3 Gennaio 1955 e quella della versione U.S.A. il 29 Giugno 1951, tuttavia la domanda prioritaria all’ufficio brevetti giapponese venne consegnata il 7 Novembre 1950, pertanto la progettazione dello schema Doppio Gauss con apertura portata ad 1:1,8 risale proprio a quest’anno.

La configurazione prevede un classico schema simmetrico tipo Doppio Gauss con 6 lenti in 4 gruppi e 2 doppietti collati contigui al diaframma; ovviamente la scelta di vetri del 1950 non consentiva ancora di adottare i materiali ad altra rifrazione e bassa dispersione che sarebbero comparsi di lì a poco, pertanto i raggi di curvatura di certi elementi risultato più accentuati rispetto a schemi analoghi progettati anni dopo, elemento che impone un compromesso nella correzione di tutte le aberrazioni.

Le precedenti versioni con apertura 1:2 ed 1:1,9, commercializzate nel 1947 e 1949, presentavano ancora un vistoso flare di coma alla massima apertura che riduceva il contrasto; il nuovo progetto di Ito-San verteva proprio sulla riduzione di aberrazione sferica e coma ai valori minimi compatibili con la tecnologia proprietaria del tempo, al fine di migliorare il contrasto a diaframma spalancato; come segno di una svolta tangibile venne anche aumentata l’apertura massima ad 1:1,8.

Osservando il primo claim del brevetto statunitense, la descrizione fondamentale della nuova invenzione (evidenziata in giallo) prevede proprio un obiettivo che consenta una sostanziale riduzione del coma su un angolo di campo di almeno 40°.

 

 

Per quanto riguarda i vetri ottici, il progettista ha previsto 3 lenti in vetro Dense Crown (SK16 in L1 ed SK52 in L5 ed L6), una in barium Dense Flint (BaSF1 in L2), una in Dense Flint (SF3 in L3) e una in vetro Crown (K10 in L4).

 

 

E’ utile precisare che l’analogo Canon 50mm 1:1,8 Super-Canomatic-R per reflex lanciato nel Giugno 1959 non utilizzava lo stesso gruppo ottico della versione 50mm 1:1,8 rangefinder ma sfruttava un modulo disegnato da Jiro Mukai nel 1956 e basato su uno schema tipo Makro-Plasmat invertito, con 2 doppietti disposti asimmetricamente che risulta sostanzialmente differente da quello visto in precedenza; probabilmente la necessità di un completo ricalcolo per un obiettivo dalle stesse quote geometriche dipende dallo spazio retrofocale previsto dallo schema rangefinder, probabilmente non sufficiente per garantire il movimento dello specchio.

Nonostante sia surclassato in fama da versioni molto luminose e ormai leggendarie come i Canon 50mm 1:0,95 e 50mm 1:1,2, il classico e compatto 50mm 1:1,8 rangefinder è un obiettivo che si è guadagnato nel tempo una solida fama per le sue affidabili prestazioni complessive.

 

 

Infatti, riesumando un test di risolvenza eseguito nel 1968 dalla rivista bimestrale statunitense Camera 35 nel quale metteva alla prova tutti i 50mm per Canon a telemetro, proprio la versione 1:1,8 è quella che risulta complessivamente migliore e produce i valori risolutivi più elevati, sebbene la testata abbia rilevato un evidente degrado ai bordi che nell’uso pratico non ho notato.

Il Canon rangefinder 50mm 1:1,8 con la nuova livrea meccanica lanciata nel 1956 è quindi un obiettivo vintage molto interessante perché ben costruito, otticamente apprezzabile, esteticamente gradevole, compatto e soprattutto compatibile con qualsiasi Leica a telemetro, sebbene anche i corpi Canon originali fossero pregevoli e ancora oggi rinomati da una claque di estimatori; a diaframmi centrali le sue prestazioni sono più che sufficienti per qualsiasi esigenza e l’unica differenza apprezzabile rispetto ad un obiettivo mediamente buono di produzione moderna è un bilanciamento dei colori non impeccabile, probabilmente retaggio della limitata selezione di vetri disponibile nel 1950 (ricordiamo che molti di essi sono leggermente colorati o trasmettono in varia misura le frequenze corte dello spettro, senza contare le possibilità aggiuntive dei moderni antiriflesso); naturalmente a tutta apertura non si può pretendere da un obiettivo luminoso di settant’anni fa lo stesso nitore e contrasto di un campione attuale, tuttavia il nostro 50mm Canon non delude nemmeno in questa circostanza e consente di affrontare situazioni difficili con risultati decorosi, come testimoniato da questa istantanea scattata in interni a tutta apertura 1:1,8 con una cruda luce artificiale dall’alto come unica fonte di illuminazione.

 

 

Contestualizzate nel 1951, quando la produzione ufficiale Leitz ancora indugiava col Summitar 50mm 1:2, prestazioni complessive di questo tipo erano molto interessanti e rendevano questo normale Canon un obiettivo di primissimo livello, così valide che ancora oggi lo si può considerare un obiettivo molto buono, in senso assoluto; dal punto di vista del vintagista, sempre alla ricerca di obiettivi con molta “personalità” e sfuocati particolari e riconoscibili, semmai il limite principale del Canon rangefinder 50mm 1:1,8 dipende proprio dal suo principale pregio progettuale, cioè la soppressione di alcune aberrazioni che hanno aumentato il contrasto a tutta apertura ma anche generato un bo-keh abbastanza anonimo, anche questo tuttavia testimone della modernità del suo calcolo.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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