Canon flash sistema CAT

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; i fotografi moderni, spesso millennials nati in un mondo cibernetico dove la tecnologia più avanzata è il pane quotidiano, trovano normale che le attrezzature fotografiche mettano a disposizione automatismi estremamente sofisticati e che la fotografia con il flash sia oggi una pura formalità, spesso svolta con il totale supporto di algoritmi e sistemi completamente gestiti dall’apparecchio; naturalmente le cose non stavano così per chi approcciava la fotografia negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, un periodo in cui i lampeggiatori elettronici avevano ormai sostituito gli obsoleti modelli con lampadine a combustione ma richiedevano ancora un’attenta gestione manuale della loro potenza, una prassi da iniziati che implicava calcoli continui col frequente rischio di errori verificabili purtroppo soltanto a pellicola sviluppata; le aziende del settore cercarono quindi di ideare soluzioni che semplificassero la vita ai clienti abbonati all’uso del lampeggiatore, specialmente a coloro che dovevano operare in situazioni dinamiche e con frequenti correzioni alla distanza di messa a fuoco e lavoro, ponendo le basi di una tecnologia intermedia che traghettò l’ambiente fino all’approdo definitivo della lettura TTL in tempo reale sul piano focale, sistema maturo e tuttora in uso.

Questo nuovo articolo vuole proprio riecheggiare una soluzione messa a punto da Canon a inizio anni ’70 per i suoi apparecchi reflex 35mm, un approccio tecnico particolare che è passato sotto silenzio e del quale non è rimasto praticamente memoria: urge quindi rimediare.

 

 

 

In realtà moltissimi fotografi targati Canon dell’epoca ma anche nuovi estimatori attuali del corredo Canon FD sono venuti involontariamente in contatto con tale tecnologia quando hanno preso in mano alcuni modelli di obiettivi e notato questo piccolo pivot nero che sporge a lato della ghiera di messa a fuoco, magari chiedendosi quale fosse la sua funzione senza trovare risposta.

 

 

In effetti, a partire dal 1971 o comunque dal primo face-lifting degli obiettivi FD che eliminò la cromatura della baionetta anteriore per proporre una finitura tutta nera, nella documentazione del sistema di obiettivi iniziò ad affacciarsi questo piccolo e misterioso dettaglio, ovviamente previsto per qualche specifica funzione.

 

 

Senza indugiare ulteriormente sul vago, questo pin costituiva l’interfaccia fra la ghiera girevole dell’obiettivo e un nuovo sistema di gestione per la potenza dei lampeggiatori elettronici denominato Canon CAT System; in sostanza, si tratta di un sistema analogico ed elettromeccanico per definire l’apertura di diaframma corretta da impostare per esporre l’immagine con un flash a potenza fissa e non gestibile, ponendo come altre costanti il suo numero guida e la sensibilità del film e come variabile la distanza di ripresa.

 

 

Nel decennio precedente, anni ’60, erano già stati creati speciali obiettivi con simili caratteristiche, quali il Nikon GN-Nikkor 45mm 1:2,8, i Carl Zeiss Blitz-Distagon 35mm 1:4 e Blitz-Planar 50mm 1:2 per Contarex o i GN-Topcor di Tokyo Kogaku / Topcon: tutti questi modelli prevedevano un accoppiamento meccanico fra la ghiera di messa a fuoco e il comando del diaframma che permetteva di selezionare il numero guida del flash in uso e di sfruttare un aggiustamento continuo dell’apertura alle varie distanze di ripresa, in modo da garantire esposizioni flash corrette anche nel caso di frequenti variazioni di tale distanza; questo sistema risultava comodo perché consentiva di accoppiare qualsiasi lampeggiatore, spaziando entro un notevole range di potenze, tuttavia per sfruttarlo era necessario acquistare il particolare modello di obiettivo specificamente concepito e prodotto per tale scopo; il caso del Canon CAT è invece particolare perché teoricamente utilizza lo stesso principio ma si basa su tecnologia e prassi differenti.

 

 

Commercializzato a partire dal 1971 (ma evidentemente concepito assieme ai corpi del sistema FD lanciato nel 1970), il Canon CAT era l’acronimo di Canon Auto Tuning e prevedeva invece anelli dotati di accoppiamento meccanico al pivot CAT dell’obiettivo ed equipaggiati con una potenziometro che modificava i valori del suo circuito a seconda della posizione assunta dall’interfaccia durante la rotazione per la messa a fuoco; l’azione sul potenziometro modificava la posizione del galvanometro nel mirino ed indicava al fotografo il diaframma corretto per ottenere una buona fotografia utilizzando il flash, valore che lui stesso doveva impostare sulla ghiera delle aperture nell’obiettivo fino ad una coincidenza di indici nel mirino, un po’ come avveniva per l’esposizione convenzionale alla luce del Sole; per gestire questa funzionalità aggiuntiva che prevedeva un dialogo fra CAT e fotocamera era stato previsto un contatto aggiuntivo nell’interfaccia fra corpo macchina e flash (indicato in grafica nell’illustrazione), presente sui modelli F1 Old, FTb ed EF; non era quindi possibile utilizzare il sistema CAT con altri modelli di reflex Canon.

 

 

Non è mai stata prodotta una documentazione abbondante sul Canon Auto Tuning e quella condivisa nello svolgimento dell’articolo è tutta quella che ho potuto reperire ripassando per giorni numerosi cataloghi, brochures e manuali d’istruzione dell’epoca; per sfruttare il sistema il fabbricante aveva messo a punto uno specifico modello di lampeggiatore, il Canon Speedlite 133 D, equipaggiato con i contatti aggiuntivi necessari per collegarsi all’anello con potenziometro, e in questa illustrazione vengono indicati i principali vantaggi del CAT rispetto ad un sistema flash con propria fotocellula di lettura incorporata, un modello che iniziava ad affacciarsi sul mercato: trattandosi di una gestione unicamente basata sulla distanza di ripresa in funzione di potenza del flash, sensibilità del film e diaframma di lavoro, e non sulla valutazione della luce effettivamente riflessa dal soggetto, la ripresa non era influenzata dai classici elementi che falsavano quest’ultimo tipo di lettura, come dettagli in primo piano davanti al soggetto oppure elementi del medesimo con riflettenza anomala, per non parlare degli sfondi neri notturni; in questo caso l’esposizione flash era vincolata solo alla distanza e non teneva conto di tutti queste variabili estranee.

 

 

Scusandomi per la grafica infantile, ho creato uno schema estremamente semplificato che descrive il funzionamento del sistema flash Canon CAT: la rotazione della ghiera di messa a fuoco e del corrispondente pin trascina anche la relativa interfaccia del Canon Flash Auto Ring applicato alla baionetta del paraluce, modificando i valori del suo potenziometro; quest’ultimo, trovandosi abbinato dagli speciali contatti al circuito che gestisce il galvanometro presente nel mirino, gli fa assumere una specifica posizione ben visibile dal fotografo; nel mirino è presente un secondo indice la cui posizione è invece determinata dall’apertura di diaframma impostata sull’obiettivo in uso, e per ottenere un’esposizione corretta a quella distanza sfruttando il lampo del Canon Speedlite 133 D era necessario ruotare la ghiera del diaframma fino a fare coincidere il relativo indice con il galvanometro posizionato dal resistore dell’anello CAT; nell’esempio riportato, con un mirino ispirato a quello della EF, il fotografo può anche visualizzare quale sia l’apertura scelta dal sistema CAT, mentre con altri modelli come la Canon FTb l’indicazione dell’apertura è assente e per conoscere il diaframma di lavoro, dopo la collimazione degli indici, è necessario dare un’occhiata all’obiettivo.

Rispetto al sistema “Guide Number” (GN) usato dai concorrenti, il Canon CAT richiede un’operazione manuale in più (l’effettiva impostazione del diaframma sulla ghiera) ma consente di sfruttare alcuni obiettivi Canon di grande diffusione, eventualmente già posseduti, semplicemente acquistando il lampeggiatore e l’anello col potenziometro e senza sobbarcarsi l’onere dello specifico e speciale obiettivo GN.

 

 

Questa pagina esplicativa ricavata dalla brochure della Canon EF mostra chiaramente il sistema flash Canon CAT in assetto operativo e lo specifico contatto di interfaccia (quello a destra) che gestisce l’accoppiamento col galvanometro interno.

 

 

Lo Speedlite 133 D prevede contatti speciali sia nello zoccolo di attacco che in una presa laterale, nella quale va inserita la spina terminale del cavo di interfaccia fra Canon Flash Auto Ring e lampeggiatore.

Il sistema Canon CAT è quasi sconosciuto persino ai veterani che sfruttarono il sistema FD nel suo momento d’oro, durante gli anni ’70, e a maggior ragione ben pochi si sono accorti che, in realtà, esistono due differenti generazioni di anelli anteriori con potenziometro.

 

 

L’azienda ha infatti predisposto un primo modello, sul quale la selezione dell’obiettivo in uso avveniva tramite un nottolino circolare girevole, ed una successiva versione che delegava tale funzione ad un comando modificato.

 

 

Per meglio chiarire: l’azienda fin dall’origine ha previsto due modelli di anello anteriore, il primo compatibile con le focali 35mm e il 50mm 1:1,8 e il secondo dedicato ai 35mm e al 50mm 1:1,4 (in pratica, il 35mm si può usare su entrambi mentre per i due 50mm occorre scegliere in funzione del tipo).

La prima generazione comprendeva quindi il tipo A (per 35mm 1:2 e 50mm 1:1,8) e il tipo B (per 35mm 1:2 e 50mm 1:1,4), riconoscibili per il nottolino circolare di selezione con due sole opzioni, mentre per la seconda generazione gli anelli vennero ribattezzati A2 (compatibile con gli FD 35mm 1:3,5, 35mm 1:2 e 50mm 1:1,8) e B2 (compatibile con gli FD 35mm 1:3,5, 35mm 1:2 e 50mm 1:1,4); questi ultimi anelli sono immediatamente riconoscibili nella parte anteriore per un nuovo selettore nero a scorrimento lineare e per la possibilità di selezionare tre diversi obiettivi ciascuno (in pratica, per ciascuna versione venne aggiunta la possibilità di sfruttare l’economico FD 35mm 1:3,5, equipaggiando anche quest’ultimo con il pin CAT di interfaccia).

Naturalmente le focali da 35mm 1:2, 50mm 1:1,4 e 50mm 1:1,8 con pin CAT si potevano utilizzare indifferentemente con i modelli A / B oppure A2 / B2 (scegliendo ovviamente, in ogni coppia, quello compatibile con la versione di 50mm) mentre nel caso del 35mm 1:3,5 tale grandangolare si poteva abbinare solamente alle più moderne versioni A2 / B2, probabilmente introdotte già nel 1972 o forse 1973.

Cerchiamo ora conferma di questa sistematica nella documentazione ufficiale.

 

 

Questa pagina ricavata da un manuale d’istruzioni del modello F1 Old appartenente alle prime serie illustra un Canon Flash Auto Ring di prima generazione e conferma che i due modelli erano denominati effettivamente A e B e risultavano compatibili con gli obiettivi 35mm 1:2 e 50mm 1:1,8 oppure 35mm 1:2 e 50mm 1:1,4, con esclusione del 35mm 1:3,5; il documento cita anche opportunamente la slitta per il flash tipo L, necessaria per adattare lo speciale attacco della F1 sul manettino di riavvolgimento film alla staffa standard dei lampeggiatori e specificamente dotata del contatto supplementare richiesto dal sistema CAT.

 

 

Questo ritaglio proviene da una brochure Canon F1 Old più tarda e descrive invece i nuovi anelli denominati A2 e B2, dotati di selettore modificato e rispettivamente compatibili con le ottiche FD 35mm 1:3,5, 35mm 1:2 e 50mm 1:1,8 il primo ed FD 35mm 1:3,5, 35mm 1:2 e 50mm 1:1,4 il secondo.

 

 

L’azienda produttrice sottolineava con orgoglio le possibilità offerte dal CAT, assimilando il suo utilizzo alla normale prassi messa in atto per esporre manualmente a luce ambiente, facendo coincidere due indici; un limite secondo me significativo di questo sistema è la disponibilità di un singolo lampeggiatore compatibile, il ripetutamente citato Canon Speedlite 133 D, una penalizzazione secondo me importante perché la potenza effettiva di questo compatto accessorio era pari ad NG 30 in feet a 25 ISO, un valore che possiamo ricondurre a circa NG 18 in metri a 100 ISO, sufficiente per il fill-flash di riempimento in luce mista o per riprese a distanze sostanzialmente ravvicinate, tuttavia basta trovarsi con film da 100 ISO a 6 metri dal soggetto (distanza tutt’altro che insolita) per lavorare già col diaframma a poco più di 1:2,8, un valore che non consente di sfruttare il massimo potenziale ottico dell’obiettivo e garantisce una profondità di campo insufficiente in molte circostanze; ritengo che un secondo modello con interfaccia CAT e di potenza decisamente superiore, almeno NG 30 in metri a 100 ISO, sarebbe stato auspicabile, tuttavia occorre anche considerare che la tecnologia dei lampeggiatori e relativi automatismi stava progredendo a forte velocità e già nel 1975 la rivoluzionaria Olympus OM-2 con lettura flash TTL sul computogramma disegnato sulla tendina aveva reso brutalmente obsoleti questi sistemi, scoraggiando ulteriori investimenti e sviluppi.

Canon sottolineava le qualità del concetto CAT a controllo basato sulla distanza di ripresa producendo immagini di esempio realizzate in situazioni difficili per un lampeggiatore convenzionale, come questo fill-flash in controluce al tramonto (peraltro visibilmente illuminato da un lampo con orientamento ed altezza incompatibili col posizionamento dello Speedlite 133 D sulla slitta del corpo macchina…)

 

 

…oppure come questa istantanea con uno sfondo buio e distante che poteva ingannare altri sistemi.

 

 

Il sistema CAT veniva naturalmente suggerito anche per tutti i fotografi che si trovassero ad utilizzare il flash in situazioni concitate e con soggetti in rapido movimento, condizione in cui calcolare di volta in volta l’apertura corretta dopo aver diviso mentalmente il numero guida del flash per la distanza di messa a fuoco risultava oggettivamente impossibile.

 

 

E il caso, ad esempio, di questo Sales Manual concepito per i rivenditori Canon statunitensi che prendeva in considerazione tutti i possibili ambiti professionali e suggeriva il corredo più opportuno: nel capitolo dedicato ai fotografi matrimonialisti viene ovviamente caldeggiato l’impiego del sistema CAT proprio per soddisfare la necessità di riprese dinamiche col flash.

 

 

La selezione di obiettivi Canon FD equipaggiati con il pin CAT era oggettivamente limitata, immagino per problemi tecnici legati alla specifica corsa di ciascuna ghiera di messa a fuoco in funzione della variazione di distanza, una variabile che, per estendere la gamma di ottiche compatibili, forse avrebbe richiesto di produrre altri modelli di anello con potenziometro, rendendo il sistema difficile da gestire per fotografi e rivenditori.

 

 

Dopo l’assestamento definitivo, con l’avvento della serie S.S.C. multicoating del 1973, le ottiche compatibili col sistema CAT furono quattro: due grandangolari leggeri dal 35mm e due normali da 50mm, con l’opzione per ciascuna focale di un obiettivo più luminoso e professionale (35mm 1:2 S.S.C. e 50mm 1:1,4 S.S.C) e di un modello di apertura inferiore e più abbordabile (35mm 1:3,5 S.C. e 50mm 1:1,8 S.C.); la presenza dei 35mm e 50mm di grande apertura permetteva di supplire parzialmente alla modesta potenza del flash compatibile, pur con tutte le riserve già espresse sulla ridotta profondità di campo.

 

 

A titolo di curiosità statistica devo aggiungere che in una brochure dedicata alle ottiche Canon FD pubblicata nel 1973 è illustrato un esemplare di Canon FD 85mm 1:1,8 S.S.C. equipaggiato con il pin di interfaccia CAT; tale modello non è mai entrato ufficialmente nel sistema né è mai stato mostrato un anello/potenziometro compatibile, pertanto si tratta forse della fotografia di un prototipo utilizzato per prove preliminari che rimasero senza seguito.

 

 

Nelle ultime fasi in cui il sistema CAT fu disponibile il catalogo di vendita prevedeva la possibilità di acquistare il lampeggiatore Canon Speedlite 133 D abbinato all’anello A2 oppure B2, ovvero era possibile avere solamente questi ultimi singolarmente, senza lampeggiatore; occorre sottolineare nuovamente la necessità della slitta flash tipo L per sfruttare il CAT con il corpo professionale Canon F1 Old: infatti, sugli altri corpi compatibili (FTb ed EF), il contatto supplementare era già presente nella slitta a contatto caldo sul pentaprisma della macchina, mentre con la F1 Old, equipaggiata con una slitta speciale laterale che consentiva la sostituzione dei mirini ed ispirata a quella presente nei corpi Nikon F ed F2, i flash con staffa ISO standard richiedevano l’interposizione di una slitta flash supplementare, e il modello dotato di contatti CAT è proprio il tipo L, un accessorio sofisticato che prevedeva anche un piccola lampada laterale che consentiva di illuminare i dati nel mirino, migliorando la visione degli indici al buio.

Il sistema Canon CAT per l’utilizzo semi-automatico del flash appartiene ad una fase di transizione fra i classici dispositivi meccanici e manuali e la new-wave consentita dallo sviluppo dell’elettronica di consumo; nonostante la necessità di impostare manualmente il diaframma con sovrapposizione di indici dopo ogni variazione della messa a fuoco, questo dispositivo snelliva drasticamente le operazioni col flash, rendendole a prova di errore, e la sua breve vita utile si deve solamente al drastico e continuo progresso che ha caratterizzato l’automazione dei flash negli anni ’70, passando in pochi anni dai modelli a lampadina ai sistemi elettronici con controllo TTL in tempo reale sul piano focale.

Questi potenziometri con interfaccia meccanica all’obiettivo oggi sembrano primitivi e ingenui, tuttavia appartengono ad un interregno che ibridava la classica meccanica con le nuove tecnologie dando vita ad oggetti in cui l’elettronica non aveva ancora avuto il totale sopravvento e che garantivano ancora una piacevole sensazione tattile al fotografo, così come lo obbligavano ad una sana ginnastica mentale nell’interfaccia con lo strumento, elementi oggi perduti che invece erano parte integrante del piacere di fotografare, quindi lunga vita al Canon CAT e alle fugaci meteore della sua generazione!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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