Canon FL – F Fluorite 300mm 1:5,6 e 500mm 1:5,6 del 1969

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; negli ultimi 2 secoli lo sviluppo delle ottiche per uso fotografico è stato scandito da un progresso continuo, tuttavia alcune migliorie specifiche hanno definito improvvise accelerazioni tecnologiche, con una ricaduta evidente sulle prestazioni; è stato così, ad esempio, per l’invenzione dei trattamenti antiriflessi, per l’introduzione di nuovi vetri alle Terre Rare ad alta rifrazione, per l’adozione dei computer abbinati al calcolo ottico oppure, ed è pertinente col nostro caso, per l’avvento di materiali ottici a bassissima dispersione che hanno consentito di correggere l’aberrazione cromatica nei lunghi teleobiettivi, ora in grado di generare immagini più nitide e corrette rispetto ai predecessori.

Per introdurre il concetto in modo semplice, qualsiasi materiale trasparente, se lavorato con una sagoma rifrangente, cioè fornita di superfici curve che definiscono un potere diottrico divergente o convergente, quando viene attraversato da un fascio luminoso lo rifrange, modificando la sua traiettoria e facendolo uscire con un angolo differente da quello incidente; contestualmente, per caratteristiche fisiche ineluttabili, questo materiale non rifrange tutte le singole componenti dello spettro luminoso (immaginiamo le varie sfumature dell’iride che costituiscono la luce bianca) con lo stesso angolo di rifrazione ma separa il raggio di luce incidente in un fascio ravvicinato di bande monocromatiche, ciascuna delle quali esce dal mezzo con un angolo di rifrazione leggermente differente e, a cagione di ciò, arriva anche a fuoco sul piano focale a distanze differenti (aberrazione cromatica longitudinale) oppure in posizioni diverse del piano stesso (aberrazione cromatica laterale); proprio le caratteristiche frangiature cromatiche sui passaggi ad alto contrasto del soggetto sono la manifestazione più evidente di tale errore che, in gergo, viene anche detto spettro secondario.

Questo effetto, marginalmente presente anche in sistemi ottici complessi e ben corretti, viene amplificato dall’aumento di lunghezza focale, pertanto tale tipo di aberrazioni è più evidente nei teleobiettivi, per i quali, vista la facilità con cui è possibile correggere altri difetti grazie all’angolo di campo molto ridotto, costituiscono in pratica l’unico vero grattacapo per il progettista.

La caratteristica dei vetri di rifrangere le varie componenti dello spettro luminoso con angoli di rifrazione leggermente differenti viene detta dispersione e la sua valutazione è così importante che il rispettivo valore, detto numero di Abbe, costituisce uno dei due parametri principali che definiscono le caratteristiche di un vetro ottico (l’altro è ovviamente l’indice di rifrazione, cioè la capacità o meno di modificare l’angolo d’incidenza della luce che lo attraversa a parità di valore diottrico della lente); nel corso degli anni la sperimentazione ha portato i tecnici delle vetrerie a testare amalgame vetrose di ogni tipo, aggiungendo praticamente tutti gli elementi disponibili, ed è stato possibile definire una gamma di vetri ottici ben differenziati, alcuni dei quali caratterizzati da una dispersione molto ridotta, una proprietà sicuramente molto ambita dai progettisti di lunghe focali.

In realtà esistono in natura materiali cristallini come i fluoruri (di calcio, litio, stronzio, bario, magnesio, etc.) che presentano valori dispersivi estremamente ridotti, ben oltre a quanto possibile con i vetri ottici convenzionali, e già nell’800 si utilizzavano cristalli naturali particolarmente puri e trasparenti per realizzare obiettivi da microscopio di alta gamma e molto corretti dal punto di vista cromatico.

Purtroppo, in natura, queste fluoriti producono cristalli di piccole dimensioni e difficilmente la loro purezza è di grado ottico, pertanto risultava possibile sfruttare tali materiali soltanto perché le lenti delle ottiche da microscopio sono oggettivamente minuscole, mentre non è mai stato possibile applicarli alla lavorazione di elementi destinati ad obiettivi fotografici, le cui misure in gioco sono ben differenti.

A questo punto, a metà anni ’60, entra in gioco il brand Canon e un ambizioso programma di sviluppo.

 

 

Infatti, conscia delle esigenze e dei limiti tecnici appena descritti, intorno al 1966 l’azienda fondò un dipartimento, chiamato Canon Optron, nato proprio per lo sviluppo di materiali ottici speciali destinati ad obiettivi di nuova generazione; questa avveniristica iniziativa rientrava in un piano a lungo termine e di largo respiro finalizzato a dar vita al nuovo sistema FD ed approdare finalmente fra i big che si disputavano il mercato fotografico professionale; il Canon Optron fu immediatamente incaricato di sviluppare nuove tecnologie di ricristallizzazione controllata, per ottenere cristalli artificiali di questi materiali che fossero molto puri e soprattutto con dimensioni adeguate alle esigenze; il dipartimento ha continuato ad operare fino a tempi recenti e questa schermata pubblicizza appunto la messa a punto di materiali ottici basati su fluoruri di calcio, bario e magnesio, sottolineando l’avanzata tecnologia necessaria e le difficoltà insite nel processo; merita un cenno il fatto che alla direzione di Canon Optron fu designato anche Kikuo Momiyama, famoso matematico responsabile della progettazione di alcune delle ottiche Canon storiche più famose, come  l’FD 24mm 1:1,4 S.S.C. Aspherical o l’FD 14mm 1:2,8 L, oltre al sistema di messa a fuoco interna IF adottato da vari obiettivi della casa: un avanzamento di ruolo forse elargito come una sorta di premio alla carriera.

In breve tempo la Canon Optron fu in grado di generare cristalli artificiali di fluorite (fluoruro di calcio) perfettamente puri e di grandi dimensioni, aprendo di fatto la strada alla progettazione dei primi teleobiettivi fotografici con lenti in fluorite, in anni nei quali i brand concorrenti non potevano ancora contare nemmeno sui classici vetri ED – UD a bassa dispersione.

 

 

Le lenti in fluoruro di calcio rappresentavano una miglioria di grande portata perché, condividendo un ridotto indice di rifrazione con i vetri ED – UD, garantivano una dispersione ancora più ridotta e definita da un numero di Abbe superiore a 95, quando i materiali ED – UD si fermavano ad 81 – 82; questo permetteva, in uno schema complesso e opportunamente progettato avvicendando altri tipi di vetro, di creare obiettivi con una correzione dell’aberrazione cromatica mai vista prima.

 

 

Un’altra caratteristica esclusiva della fluorite consiste nella dispersione parziale anomala in particolari settori dello spettro luminoso, fattore esclusivo che consente ad un progettista esperto di sopprimere ancora più efficacemente lo spettro secondario.

 

 

Proprio mettendo a frutto queste prerogative uniche, i progettisti Canon fra il 1967 e la primavera del 1968 progettarono alcuni teleobiettivi che includevano lenti in fluoruro di calcio artificiale di grande diametro; queste ottiche appartenevano ovviamente alla coeva generazione FL e, visto che incorporavano per la prima volta lenti in fluorite, furono definiti Canon FL – F.

 

 

Questi obiettivi, un 300mm 1:5,6 ed un 500mm 1:5,6, furono lanciati nel 1969, tuttavia esiste un documento riservato esclusivamente ad importatori e rivenditori autorizzati Canon che fu rilasciato nel Maggio 1968 ed anticipava già i dettagli e le caratteristiche di tali modelli; probabilmente, trattandosi di un passo avanti epocale nella progettazione ottica, il management volle informare immediatamente la rete mondiale, con largo anticipo, lasciando quindi il tempo per diffondere la notizia in modo capillare e fare crescere opportunamente l’attesa per la commercializzazione.

Il documento informativo sottolinea chiaramente le eccezionali caratteristiche di questa nuova gamma: adozione di lenti ottenute da cristalli artificiali di fluorite, in grado di sopprimere le aberrazioni cromatiche e dar vita ad obiettivi apocromatici; correzione cromatica garantita non soltanto nello spettro luminoso visibile ma anche nell’infrarosso fino a 850nm, permettendo quindi riprese IR di qualità; eccellente risoluzione (almeno 100 linee/mm anche ai bordi) e contrasto, con valori MTF molto alti anche alle alte frequenze spaziali, relative ai dettagli più minuti.

In realtà il dettaglio più interessante e inedito che emerge da questo raro documento è un altro: in origine le ottiche Canon FL – F previste non erano due bensì TRE! Infatti, nelle specifiche tecniche, compare anche un inedito FL – F 200mm 1:4, equipaggiato con un sofisticato schema ottico a 6 lenti in 6 gruppi, delle quali 2 realizzate in fluorite e 2 con  nuovi vetri agli ossidi delle Terre Rare; questo teleobiettivo 4x poteva mettere a fuoco fino a 7,5’ (circa 2,3m) e sarebbe stato molto compatto, con una lunghezza di appena 11cm.

Questo elemento inedito scompagina il campo e lo apre ad una ridda di considerazioni dietrologiche: infatti il primo teleobiettivo apocromatico di questa categoria, che definiva un nuovo standard di risolvenza, brillantezza ed accuratezza cromatica, fu il Leitz Apo-telyt-R 180mm 1:3,4 tipo 11240 di derivazione militare e commercializzato solo nel 1975, quando comunque sembrava un UFO rispetto ai modelli concorrenti… Immaginiamo invece lo scenario se nel 1969, con 6 anni di anticipo, questo Canon FL – F 200mm 1:4 con 2 lenti in fluorite e correzione apocromatica di alto profilo fosse stato effettivamente commercializzato assieme ai 2 fratelli di focale superiore: sicuramente la storia della categoria sarebbe stata riscritta.

Occorre contestualmente notare che le caratteristiche ottiche dell’FL – F 300mm 1:5,6 indicate su questa informativa del 1968 sono ancora riferite ad un prototipo non definitivo: infatti si parla di  5 lenti in 4 gruppi ed una singola lente in fluorite, mentre nel modello di serie lo schema passa a 7 lenti in 6 gruppi con 2 elementi il fluorite.

 

 

Lo stesso documento, in altra parte, ribadisce nuovamente le eccezionali caratteristiche delle ottiche FL – F: l’utilizzo di fluorite per la prima volta in questo tipo di prodotti, correzione cromatica completa con risolvenza minima di 100 l/mm, struttura compatta e leggera, la grande difficoltà incontrata nello sviluppo di cristalli in fluorite artificiali e la relativa lavorazione (infatti la fluorite è molto tenera e, essendo un solido ionico, tende a rompersi molto facilmente lungo piani di sfaldatura definiti, rendendo la molatura delle lenti una vera impresa).

 

 

L’informativa sulla preserie rilasciata nel Maggio 1968 prevede anche un’immagine con i tre prototipi FL – F, compreso anche il discusso 200mm 1:4 che non venne prodotto; rispetto ai modelli di serie, questi obiettivi presentano un ulteriore settore godronato e rifinito in cromo nella parte anteriore e, inoltre, i modelli da 200mm e 300mm riportano i dati identificativi nella classica ghiera attorno alla lente anteriore, mentre il successivo FL – F da 300mm li prevede sull’esterno del barilotto, come nel 500mm; infine, è ancora assente il filetto perimetrale verde che fu poi introdotto nei successivi esemplari di produzione e che, se vogliamo, costituisce il primo abbozzo concettuale di quello che poi sarebbe diventato il celeberrimo filetto rosso dei Canon professionali serie “L”.

Questa foto accentua il rammarico per il piccolo e probabilmente correttissimo 200mm FL – F andato perduto, un obiettivo che avrebbe anticipato di oltre un lustro l’evoluzione nel settore; è possibile che i manager Canon abbiano considerato il 200mm ancora un obiettivo prettamente amatoriale, ipotizzando che la clientela solitamente interessata a questa focale non avrebbe compreso i grandi vantaggi del nuovo modello (magari nemmeno apprezzabili fino in fondo nella routine amatoriale) e si sarebbe fatta spaventare invece dal prezzo di listino sicuramente molto più elevato della media.

 

 

Stornato dai programmi questo interessantissimo esemplare, la produzione degli FL – F 300mm 1:5,6 e 500mm 1:5,6 alla fluorite prese dunque avvio nel 1969 e alla loro presentazione fecero immediatamente invecchiare tutti i modelli analoghi dei brand concorrenti, i quali peraltro non furono assolutamente in grado di replicare, dal momento che la produzione di cristalli artificiali di grandi dimensioni era una tecnologia proprietaria messa a punto da Canon Optron e, a quei tempi, esclusiva.

 

 

La prima generazione di ottiche FL – F, prodotta dalla Photokina 1969 fino alla primavera 1974, prevede il filetto verde e la denominazione CANON LENS FL – F riportati sul paraluce telescopico estraibile; l’attacco a baionetta è FL, tuttavia la baionetta è compatibile con lo standard FD, con piccole variabili legate al diaframma, e questo spiega perché questa linea sia rimasta a catalogo anche in anni successivi all’introduzione del sistema FD con relativo attacco aggiornato.

L’estetica degli obiettivi appare un po’ datata rispetto a quella dei successivi FD, con scala dei diaframmi nella parte anteriore e riportata su una vistosa ghiera satinata cromo; entrambi gli obiettivi sono equipaggiati con paraluce telescopico incorporato e attacco girevole per treppiedi, soluzioni molto funzionali nell’uso pratico; occorre notare che il modello da 300mm è privo di riferimento per la correzione di fuoco nell’infrarosso mentre il 500mm, nonostante l’uso della lente in fluorite e la correzione apocromatica, ne è fornito e tale marker si trova in corrispondenza dell’iperfocale di 1:22; probabilmente la lunga focale comporta una profondità di campo così ridotta che anche un obiettivo così corretto, passando dal visibile all’infrarosso, richiede una correzione, comunque molto più contenuta di quella richiesta da focali analoghe con schemi ottici tradizionali.

 

 

In questa immagine possiamo apprezzare la dotazione completa fornita con l’FL – F 500mm 1:5,6 e composta da obiettivo, tappo posteriore FL, tappo anteriore a pressione in metallo laccato nero da 106mm, 2 filtri Canon da 95mm nelle relative custodie e valigetta rigida; nell’immagine, oltre al fratellino da 300mm 1:5,6 col relativo tappo a pressione in metallo da 60mm, sono presenti anche un manualetto illustrativo e la garanzia originale del 500mm, venduto in origine al fotografo Gin Bardelli di Udine; la dotazione del 500mm 1:5,6 era completata anche da una cinghia con settore antiscivolo da spalla che andava fissata al collare per il treppiedi.

 

 

Questi obiettivi furono letteralmente centellinati per alcuni anni (il 500mm 1:5,6 è stato prodotto in poche centinaia di esemplari), mantenendo invariata la parte ottica e meccanica; tuttavia, con l’introduzione del Canon FL 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite, nel Febbraio 1974, per omogeneità estetica anche i 2 obiettivi preesistenti furono aggiornati, abbandonando la denominazione FL – F a favore di un più scenografico FL con aggiunta di scritta FLUORITE cubitale e smaltata nello stesso colore verde del relativo filetto perimetrale; in questo modo i 3 modelli condividevano un visibile family-feeling, sebbene il 300mm 1:5,6 e il 500mm 1:5,6 non siano mai approdati al nuovo antiriflessi S.S.C. (Super Spectra Coating) introdotto nell’FL 300mm 1:2,8, mantenendo il tipo Spectra Coating che avevano utilizzato fin dalla presentazione; è possibile che, considerando la possibilità esplicitamente dichiarata di utilizzarli anche per riprese nell’infrarosso fino a 850nm, il nuovo antiriflessi avrebbe eventualmente intralciato la trasmissione di tali frequenze, suggerendo di mantenere il trattamento precedente; viceversa, il 300mm 1:2,8 era nato come un classico workhorse per foto sportiva con tempi di posa rapidi, condizioni in cui un’eventuale interferenza del trattamento S.S.C. con la trasmissione spettrale fuori dalla banda del visibile non costituiva un problema per gli utilizzatori.

Il Canon FL 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite divenne a sua volta rapidamente famoso per l’elevata luminosità coniugata con prestazioni ottiche eccellenti e quando, nell’Ottobre del 1975, fu affiancato da una versione FD 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite, otticamente identica ma aggiornata meccanicamente e in compresenza simultanea, la gamma Canon palesò una evidente ridondanza di focali lunghe e/o modelli speciali alla fluorite, e precisamente:

 

 

Il classico FD 300mm 1:5,6, obiettivo amatoriale ma di buona qualità ottica e superbamente costruito (1.125g la dicono lunga sulla fattura di un 300mm di apertura così modesta, sebbene comprensivi del massiccio attacco per treppiedi);

 

 

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I teleobiettivi Canon FL – F 300mm 1:5,6 e 500mm 1:5,6 sono stati quindi un’autentica pietra miliare nella progettazione ottica e al momento del lancio, nel 1969, il loro schema ottico con lenti di grande diametro in fluoruro di calcio sembrava sceso direttamente da una macchina del tempo; il notevole progresso nella qualità di riproduzione ha fatto immediatamente comprendere a tutti che la via additata da questi gioielli era quella giusta, tuttavia le estreme difficoltà legate alla produzione e alla lavorazione della fluorite hanno dirottato la maggioranza dei contendenti verso più convenzionali vetri ED – UD a bassa dispersione, meno performanti della fluorite ma sicuramente più economici e facili da gestire, anche relativamente a fattori come dilatazione termica elevata, igroscopicità, etc.

Pertanto, per varie ragioni,    questi due obiettivi di oltre 50 anni fa erano e restano un autentico assoluto; vorrei chiudere con una confessione: ho raccolto dati su questi obiettivi fin dagli anni ’90 e ho atteso a lungo prima di scrivere un pezzo come questo, rimandando ripetutamente: infatti è da oltre 25 anni che cerco di procurarmi un esemplare di 300mm 1:5,6 FL – F per uso personale, finora invano, e ho sempre temuto che accendere i riflettori su questi modelli così poco conosciuti avrebbe inevitabilmente scatenato una caccia ai pochi pezzi superstiti, riducendo a zero le mie possibilità residue di trovarne uno!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

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