Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; questo pezzo costituisce il tredicesimo articolo della serie VINTAGE METER che si prefigge di monitorare aberrazioni e prestazioni MTF di obiettivi vintage o di modernariato, creando una scheda parametrica in modelli anche rari, dei quali non esista una omologa documentazione ufficiale o che non sono stati testati da riviste o istituti; questa opzione estremamente interessante per appassionati e collezionisti si concretizza sfruttando un sofisticato software di calcolo ottico professionale, il Synopsys Code V, ed è possibile grazie all’amichevole collaborazione dell’amico Mark Jeffs, progettista ottico da oltre trent’anni con trascorsi prestigiosi, che ringrazio di cuore per aver accettato di supportarmi; specifico che i numerosi diagrammi presentati non sono ottenuti da misurazioni dirette su un esemplare (con tutte le variabili legate a problemi di allineamento dovuti ad urti e cadute o agli effetti sull’immagine di polvere, aloni o scollature fra le lenti dopo svariati anni di esercizio) ma sono calcolati, partendo dagli esatti parametri costruttivi del sistema di lenti, grazie all’avanzato software di progettazione ottica, in grado di effettuare simulazioni molto precise ed attendibili sul rendimento effettivo dell’obiettivo prodotto secondo quelle specifiche.
Questo VINTAGE METER n° 13 va a completare quanto già visto con articolo Vintage Meter n° 12, nel quale venne valutato proprio il predecessore del protagonista di questa puntata, ovvero il Canon FD 80-200mm 1:4 del 1976 dal quale venne poi evoluto il modello new FD 80-200mm 1:4 L con fluorite e vetro UD a bassissima dispersione; nel pezzo odierno ho quindi aggiunto anche illustrazioni che mettono a confronto diretto alcune aberrazioni e i diagrammi MTF del 2 modelli, utili per comprendere le differenze di rendimento che li caratterizzano.
Naturalmente ringrazio nuovamente l’amico Mark Jeffs per lo sforzo messo in campo replicando tutte le operazioni alla focale minima, intermedia e massima, di fatto un impegno triplo rispetto a quello standand, e considerando il suo attuale ruolo di Principal Optical Designer di un’azienda leader mondiale nel settore ottico e opto-elettronico possiamo comprendere quanto sia in realtà prezioso il tempo che ci dedica per questo tipo di collaborazione.
Come ampiamente discusso nell’articolo in 2 puntate dedicato alla storia e alla tecnica degli zoom Canon 80-200mm 1:4, il modello new FD 80-200mm 1:4 L del 1985 portò notevoli novità, sebbene come impostazione di base il suo schema ottico derivasse strettamente da quello presente nel modello precedente del 1976: infatti l’architettura del barilotto venne stravolta, passando ad un sistema di controllo “push-pull” a ghiera singola con indici iperbolici per la profondità di campo che si uniformavano alla soluzione proposta da Nikon già diversi anni prima, introducendo anche una differente struttura dei rilievi in gomma dell’ampia fascia sulla ghiera che evidenziava le prove in corso per definire una nuova style policy in vista dell’imminente esordio della serie Canon EF; dal punto di vista ottico invece, pur confermando la valida architettura precedente con una minima semplificazione al relay lens posteriore, il drastico passo avanti fu l’introduzione di una lente in fluorite (fluoruro di calcio) in posizione L2 e di una lente in vetro UD a bassissima dispersione in posizione L7, una scelta volta a migliorare drasticamente la correzione della aberrazioni cromatiche per finalizzare un netto incremento prestazionale; come già ampiamente ribadito, questa scelta fu storica perché il new FD 80-200mm 1:4 L è rimasto l’unico zoom 80-200mm con apertura “amatoriale” 1:4 appartenente alla vecchia generazione con messa a fuoco manuale ad utilizzare questi materiali speciali (occorre comunque riconoscere a Nippon Kogaku che già nell’Agosto 1982, 3 anni prima, aveva commercializzato il Nikon Zoom-Nikkor AiS 80-200mm 1:2,8 ED con vetri ED a bassissima dispersione, tuttavia si tratta di un modello professionale superluminoso con apertura 1:2,8 e peraltro è stato prodotto in appena 1.500 esemplari, mentre il Canon new FD 80-200mm 1:4 L ebbe una serie regolare ed è l’unico con questi vetri speciali e fluorite nella categoria manual focus con apertura massima convenzionale).
Il brevetto originale giapponese, l’unico depositato da Canon, venne firmato da Tsunefumi Tanaka e consegnato il 28 Novembre 1984; la tabella riportata a destra contiene i parametri grezzi di progetto e le spaziature dei gruppi mobili su 3 focali che sono poi stati inseriti nel software per le simulazioni, e se osserviamo attentamente i parametri rifrattivi N e dispersivi v dei relativi vetri ottici utilizzati notiamo subito per la terza lente i valori tipici della fluorite di calcio e per la settima lente quelli dei vetri ED – UD – SD a bassissima dispersione.
Il progettista ha sfruttato a piene mani tutte le opzioni delle più avanzate tecnologie del settore, e nelle 14 lenti dello schema sono state utilizzate ben 9 differenti famiglie di vetri ottici, compresi 4 elementi in vetri agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione/bassa dispersione, oltre naturalmente alle lenti in fluorite e vetro UD.
Questa è una delle schermate con la serie di dati forniti al software di calcolo ottico; in basso sono riportati gli spazi che corrispondono all’esatta configurazione geometrica a focale minima, massima e intermedia, settaggi ai quali corrispondono le simulazioni che vedremo; per ragioni che discuteremo a seguire, in questo brevetto la focale intermedia scelta dal progettista risulta in realtà piuttosto lunga, (147,29mm) e quindi più vicino a quella massima effettiva (198,03mm) che a quella minima (81,8mm); nel brevetto del precedente Canon Zoom FD 80-200mm 1:4 provato nell’episodio Vintage Meter n° 12 la focale intermedia definita dai dati del brevetto era invece 126mm, quindi al termine di questo articolo i confronti diretti fra il vecchio modello e quello serie “L” vedranno a focale intermedia questa leggera differenza fra i valori riportati nei 2 brevetti, confrontando il primo a 126mm e il secondo a 147mm.
Come di consueto è necessario istruire il software riguardo alla composizione spettrale della luce teoricamente utilizzata con l’obiettivo, e nuovamente sono state adottate le cosiddette “Zeiss truncated wavelengths”, uno standard che include 6 frequenze dello spettro dal violetto a 404,7nm al rosso a 656,3nm, con differenti percentuali.
La prova su uno zoom ha anche obbligato ad inserire una cospicua serie di parametri supplementari per ottenere le valutazioni alle 3 focali predefinite.
Vediamo ora quale configurazione di schema ottico viene calcolata dal software partendo dai parametri grezzi del brevetto alle focali indicate.
Alla focale minima di circa 81mm viene visualizzato uno schema perfettamente conforme a quello di produzione e la posizione dei gruppi mobili è quella classica che si trova in uno zoom di questo tipo alla focale di esordio, con gruppo transfocatore L4-L5-L6 completamente avanzato e il gruppo compensatore del fuoco L7-L8 nella sua posizione di partenza.
A circa 147mm il gruppo transfocatore L4-L5-L6 ha completato gran parte della sua corsa unidirezionale all’indietro, mentre il gruppo compensatore del fuoco L7-L8 è arretrato a sua volta fin quasi ad intersecare il piano del diaframma; credo quindi che la focale “intermedia” definita nei parametri riportati dal brevetto non faccia riferimento ad un’equidistanza più o meno letterale fra le focali minima e massima bensì definisce la posizione nel range in cui il gruppo compensatore L7-L8 completa il suo movimento all’indietro e comincia invece ad avanzare di nuovo, come avviene normalmente in questi schemi per mantenere l’identico piano di fuoco anche alle focali più lunghe; tale inversione nella versione precedente FD 80-200mm 1:4 prodotta dal 1976 al 1985 avveniva invece circa a 126mm, e questo spiega quindi il motivo di questa differente scelta nei 2 brevetti.
Passando alla focale massima, circa 198mm, il gruppo transfocatore L4-L5-L6 ha completato l’arretramento che definisce la variazione di focale, mentre il gruppo compensatore del fuoco L7-L8 si è allontanato nuovamente dal diaframma, avanzando fin quasi ad intercettare il gruppo transfocatore stesso.
Osservando i 3 schemi affiancati si osserva meglio come il gruppo transfocatore T arretri costantemente dalla focale minima a quella massima, mentre il gruppo compensatore C arretri a sua volta fino a circa 147mm e poi avanzi nuovamente fino alla focale massima, senza però raggiungere più il punto di partenza originale.
Tale schema di funzionamento è diffuso e collaudato e lo troviamo in moltissimi zoom di questo tipo.
Vediamo anche per questo zoom il comportamento relativo a curvatura di campo, astigmatismo, posizione dei piani di fuoco alle varie frequenze dello spettro e distorsione geometrica alle 3 focali citate.
Alla focale minima si notano immediatamente gli effetti delle 2 lenti in materiale a bassissima dispersione cromatica: infatti le coppie di curve che definiscono la curvatura di campo e anche l’astigmatismo (qualora risultino divergenti fra loro) alle varie frequenze monocromatiche dello spettro che compone la luce utilizzata prevedono uno spostamento reciproco molto contenuto, dal momento che le troviamo tutte in un intervallo spaziale di appena 130 micron, ivi compresa anche la frequenza molto corta del violetto a 404.7nm, solitamente critica; si tratta di un ottimo comportamento che mostra la correzione cromatica del sistema.
A questa caratteristica si affianca però un evidente residuo di astigmatismo ai bordi, evidenziato dalle curve relative alla stessa frequenza ma con piani visti in lettura sagittale o tangenziale (con mire rispettivamente parallele e perpendicolari alla semidiagonale di campo) che divergono fra loro, in modo anche marcato agli angoli estremi ed evidenziando anche una implicazione cromatica perché lo spostamento fra le coppie di curve è minimo alle frequenze più corte dello spettro (violetto) e poi aumenta progressivamente verso le frequenze lunghe con un massimo proprio nel rosso; si delinea quindi già un leit motiv per cui nella correzione complessiva del sistema sembra che si sia cercata la massima prestazione possibile nelle zone centrali e mediane, accettando residui di aberrazione ai bordi come compromesso.
Per quanto riguarda la distorsione geometrica, lo schema simile a quello del precedente 80-200mm 1:4 promuove un comportamento analogo, con la distorsione alla focale minima che esordisce a barilotto ma con un valore massimo poco superiore al 2%, quindi ancora ben tollerabile.
Passando alla focale intermedia (che comunque è già sbilanciata verso la massima), troviamo un comportamento notevolmente corretto, con tutti i piani monocromatici contenuti in uno spostamento di fuoco di circa 120 micron, valore eccezionale per una focale di quasi 150mm e considerando anche una componente violetta con lunghezza d’onda di appena 404.7nm alla soglia dell’ultravioletto, molto difficile da correggere; anche la curvatura di campo risulta molto contenuta mentre l’astigmatismo ha assunto un andamento contrario, con le coppie di curve ad orientamento di mira tangenziale (linee tratteggiate) che ora divergono dal lato opposto del piano rispetto alla focale minima e con spostamento comunque più contenuto e ora omogeneo alle varie frequenze della luce monitorate; complessivamente si tratta di un comportamento invidiabile e infatti questa risulterà essere la focale migliore.
Riguardo alla distorsione, così come visto col precedente modello anche nel new FD 80-200mm 1:4 L a focale intermedia la distorsione si è azzerata invertendo segno e passando a cuscinetto, e in questo assetto a quasi 150mm il valore massimo stenta ad arrivare al 2%, quindi risulta perfettamente accettabile; anche in questo caso avremo quindi avuto una focale con passaggio a zero e distorsione inesistente, probabilmente intorno ai 110mm.
Passando alla focale massima diviene sempre più evidente lo straordinario contributo delle lenti in fluorite e vetro UD a bassissima dispersione: infatti, nonostante una focale di circa 200mm da vero teleobiettivo, lo spostamento di fuoco fra i piani corrispondenti alle varie frequenze dello spettro dal violetto a 404,7nm al rosso a 656,3nm di lunghezza d’onda resta contenuta in circa 130 micron, un valore incredibilmente ridotto se si considera che in 200mm convenzionali anche di gran marca tale spostamento arriva e supera facilmente anche 300 micron; anche la curvatura di campo appare ben corretta mentre l’astigmatismo ai bordi aumenta leggermente e tende a replicare specularmente, con orientamento opposto rispetto al piano focale, lo stesso comportamento della focale minima, con un minore spostamento fra le curve alle frequenze più corte dello spettro che aumenta progressivamente a quelle più lunghe fino al rosso.
Complessivamente si ha l’impressione che la casa abbia voluto privilegiare la planeità di campo in lettura di mira ad orientamento sagittale, lasciando quella tangenziale a degradare un po’ ai bordi sia per astigmatismo che – come vedremo – anche per un residuo di aberrazione cromatica non completamente annullata nemmeno con le 2 lenti speciali.
Per quanto riguarda la distorsione, l’orientamento rimane a cuscinetto (caratteristica tipica degli zoom tele usati alle focali più lunghe) e il valore massimo, intorno al 2,5%, è da considerarsi ancora molto contenuto per uno zoom vintage ma è già tale da risultare visibile in immagini di architettura con elementi paralleli ripetitivi.
Confrontando ed evidenziando i valori della distorsione alle 3 focali si osserva chiaramente l’inversione di tendenza barilotto/cuscinetto e si intuisce anche il passaggio a zero intorno a 110mm di focale; questa distribuzione è dovuta anche ai limiti tecnici del diaframma non flottante ma i livelli massimi non sono mai preoccupanti.
Vediamo ora i diagrammi delle cosiddette “transverse ray aberrations”; questi schemi, come già detto, possono apparire criptici perché definiscono la differenza fra la giacitura di un raggio effettivamente trasmesso dall’obiettivo e un punto immagine ideale, prodotto da un sistema completamente privo di aberrazioni, distanza misurata ortogonalmente all’asse ottico.
Se già i diagrammi relativi al precedente Canon FD 80-200mm 1:4 si distinguevano per il loro andamento ordinato, in questa versione “L” introdotta nel 1985 gli schemi mostrano un comportamento estremamente soddisfacente, da obiettivo altamente corretto; solamente i bordi e con mira in orientamento tangenziale (molto sensibile alle frangiature di aberrazione cromatica), in alto a sinistra, evidenziano residui problemi legati all’aberrazione cromatica e mostrano nuovamente il concetto di “inversione” già visto con la deriva dei piani tangenziali nell’astigmatismo, con le varie frequenze monocromatiche della luce che a focale minima si dispongono secondo una certa sequenza che poi si inverte specularmente passando a quella massima; si tratta in ogni caso di un risultato veramente superiore alla media ed è solo per l’estrema correzione delle altre zone che risulta più evidente la modesta problematica ai bordi in lettura tangenziale legata all’aberrazione cromatica residua.
Passiamo ora alle simulazioni dei valori relativi al trasferimento di modulazione di contrasto, noti con l’abbreviazione MTF; le curve che seguono quantificano il contrasto residuo dal centro (sinistra) ai bordi (destra) per dettagli sempre più piccoli che corrispondono a frequenze spaziali di 10 cicli/mm (curve blu), 20 cicli/mm (curve verdi) e 40 cicli/mm (curve rosse); ogni frequenza spaziale è definita da una curva continua (sagittale) e una tratteggiata (tangenziale) che indicano il contrasto residuo per mire con serie di linee posizionate rispettivamente in modo parallelo o perpendicolare alla semidiagonale di campo.
Anche in questo caso, trattandosi di uno zoom, i diagrammi MTF sono stati prodotti relativamente alle focali e 81,8mm, 147,29mm e 198,03mm, offrendo quindi una vista d’insieme delle prestazioni sull’intera escursione offerta; per ciascuna focale i valori sono stati misurati ad 1:4, 1:5,6 e 1:8, senza procedere con chiusure ulteriori perché la diffrazione avrebbe fornito solo valori più modesti rispetto al picco massimo, e per ogni apertura verranno visualizzati i risultati affiancati per queste 3 focali, mostrando quindi come cambi il rendimento a parità di diaframma impostato quando si modifica il campo ripreso grazie allo zoom.
A tutta apertura 1:4 i valori MTF sono notevolmente elevati per uno zoom dei primi anni ’80 e si nota lo sforzo compiuto per mantenere una lettura in orientamento sagittale (linea continua, mire orientate perpendicolarmente alla semidiagonale di formato) la più alta ed uniforme possibile sul campo; il deterioramento della curva tratteggiata in orientamento tangenziale (con mire orientate perpendicolarmente alla semidiagonale) procedendo verso i bordi è causato sia da residuo di astigmatismo che di aberrazione cromatica, tuttavia questi valori si possono già considerare ottimi fin dalla massima apertura, specie nelle zone centrali dove avvicinano o pareggiano le prestazioni dei migliori obiettivi a focale fissa e ad identica apertura.
Chiudendo ad 1:5,6 il trasferimento di contrasto aumenta in modo marcato a tutte le focali e in tutto il campo tranne ai bordi estremi, specie in lettura tangenziale, quella più penalizzata da eventuali fringings residui per aberrazione cromatica; la focale intermedia 147mm è sicuramente quella che offre il migliore rendimento, con una planarità anastigmatica e un livello qualitativo fino al cerchio di copertura APS-C davvero impressionante, con la curva in lettura sagittale che peraltro rimane sugli stessi livelli fino agli angoli, mentre quella in orientamento tangenziale decresce per combinazione di astigmatismo e aberrazione cromatica residua; i valori alle focali media e lunga sono comunque già di livello superiore rispetto alle corrispondenti focali fisse dell’epoca, definendo una qualità d’immagine molto brillante e un contrasto netto.
Chiudendo ad 1:8 i valori migliorano ulteriormente, specie nell’orientamento sagittale, mantenendo comunque il comportamento caratteristico visto in precedenza; ritengo che nessuno zoom 80-200mm manual focus e di apertura normale prodotto nella sua epoca fosse in grado di avvicinare prestazioni di questo livello, possibili proprio grazie all’utilizzo di materiali speciali a bassissima dispersione che troviamo in quest’unico esemplare offerto da Canon; è anche curioso come la focale col rendimento inferiore, sia pure su livelli comunque eccellenti, sia quella più corta, mentre il buon senso porterebbe a ipotizzare il contrario.
Questo schema riassume i diagrammi appena visti, mostrando l’MTF alle varie focali a parità di apertura, e su questo colpo d’occhio c’è ben poco da aggiungere, nessuna sorpresa che questo schema sia stato poi anche alla base del famoso EF 70-200mm 1:4 L USM lanciato ben 14 anni dopo.
In questa illustrazione osserviamo invece la progressione di resa a parità di focale e agendo sul diaframma, e si nota come i valori migliorino in modo evidente già chiudendo un solo f/stop ad 1:5,6, poi passando ad 1:8 l’incremento è minore e risulta più evidente alla focale minima perché in realtà era qualla che proveniva da misure leggermente più scarse, mentre a focale media e massima il miglioramento è meno marcato ma solo perché si partiva già da livelli assolutamente eccellenti e prossimi ai limiti di diffrazione, mentre d’altro canto i flessi tangenziali ai bordi sono legati a residui di aberrazione cromatica e astigmatismo che evidentemente continuano a farsi sentire anche chiudendo il diaframma.
Il giudizio complessivo sarebbe molto lusinghiero anche per uno zoom attuale e, a maggior ragione, sottolinea l’eccellenza di questo modello vecchio di quarant’anni.
Vediamo ora la trasmissione luminosa di quest’obiettivo.
A tutta apertura 1:4 abbiamo un comportamento che richiama quello del precedente zoom Canon FD 80-200mm 1:4, caratterizzato da un flesso di trasmissione luminosa da 3/4 di campo fino ai bordi e un comportamento complessivo che migliora leggermente scorrendo le focali dalla minima alla massima, tuttavia in questo caso a diaframma spalancato la trasmissione residua ai bordi, considerando 100% quella disponibile in asse, varia da 45% ad oltre 50%, con una perdita di circa 1 f/stop, quindi è un risultato migliore rispetto a quello offerto dal predecessore, che ad 1:4 vignettava effettivamente un po’ troppo, mentre in questo caso anche a tutta apertura la perdita è visivamente percettibile ma non fastidiosa.
Passando ad 1:5,6 la questione vignettatura si può già considerare archiviata, visto che anche agli angoli estremi la trasmissione media alle varia focali è nell’ordine del 70%, valore che spesso ottiche a focale fissa non avvicinano nemmeno a chiusure maggiori.
Ad 1:8 l’uniformità della distribuzione luminosa sul campo si perfeziona ulteriormente e il risultato è estremamente positivo, con una perdita ai bordi praticamente irrilevante: un comportamento davvero ottimo.
Tutti questi dati definiscono il profilo di un obiettivo dalle caratteristiche eccellenti, specialmente per la sua epoca; è quindi interessante mettere a confronto alcuni parametri con quelli del precedente Canon FD 80-200mm 1:4 del 1976 provato nell’articolo Vintage Meter n° 12.
Ad esempio, affiancando i diagrammi con curvatura di campo, astigmatismo e spostamento di fuoco alle varie frequenze dello spettro, per quest’ultimo parametro la superiorità del modello “L” con lenti in fluorite e vetro ED risulta evidente perché la giacitura dei piani corrispondenti alle varie frequenze dello spettro prese in considerazione risulta molto più ravvicinata, specialmente per il violetto, ed è impressionante come nell’esemplare “L” tale spostamento non cambi ma, anzi, sembri addirittura ridursi procedendo verso le focali più lunghe
Confrontiamo ora i valori MTF dei 2 obiettivi, attribuendo alle curve per 10, 20 e 40 cicli/mm i colori giallo, granata e ciano nell’80-200mm 1:4 L e blu, verde e rosso nell’80-200mm 1:4 normale; il confronto avviene per ogni focale con le aperture 1:4, 1:5,6 e 1:8.
Alla focale minima il modello “L” prevale chiaramente, sebbene il flesso tangenziale ai bordi sia abbastanza evidente e agli angoli estremi porti il trasferimento di contrasto su livelli addirittura inferiori a quelli del modello precedente; a focale minima il vantaggio del modello “L” è soprattutto a 40 cicli/mm, definendo un superiore potere analitico dei dettagli fini.
La focale intermedia è quella di miglior rendimento complessivo per entrambe le versioni, ma nonostante l’80.200mm 1:4 convenzionale si comporti già molto bene la versione “L” esibisce un vantaggio imbarazzante e, soprattutto, in questo caso i suoi valori sono eccezionalmente elevati anche alle basse frequenze spaziali da 10 e 20 cicli/mm, quindi il gap col modello convenzionale si perfeziona a tutti i valori presi in considerazione, e in certi casi addirittura abbiamo la stessa percentuale di trasferimento di contrasto con una frequenza spaziale doppia, definendo quindi una superiorità indiscutibile.
(Ricordo nuovamente che la focale “intermedia” scelta dai progettisti è quella alla quale il gruppo compensatore di fuoco smette di arretrare e inverte la corsa, situazione che si verifica a 126mm nel modello convenzionale e a 147mm nel tipo “L”; avendo riferimenti geometrici precisi sono per queste configurazioni, la prova nel range intermedio vede giocoforza in causa 2 focali leggermente differenti).
Passando alla focale massima la situazione resta invariata: i 2 obiettivi esibiscono un comportamento simile ma i valori in campo sono nettamente a vantaggio del tipo “L” e addirittura troviamo in certe zone percentuali di contrasto superiori per quest’ultimo nonostante la curva sia riferita ad una frequenza spaziale doppia (come ad esempio in asse ad 1:4, con la curva ciano per 40 cicli/mm del tipo “L” che sovrasta quella verde per 20 cicli/mm del tipo convenzionale); se consideriamo che il Canon FD 80-200mm 1:4 primo tipo è comunque passato alla storia come zoom di elevate prestazioni e in grado di competere con le focali fisse, questi confronti rendono l’idea di cosa fosse capace la successiva versione “L”.
Il Canon FD 80-200mm 1:4 L fu quindi il primo e unico esemplare della sua specie, uno zoom 80-200mm di apertura “normale” 1:4 e tanto leggero e compatto da poterlo trasportare ovunque che offriva invece prestazioni decisamente superiori grazie alla scelta inedita di inserire nel suo schema materiali come fluorite e vetro ED che perfezionarono la correzione cromatica e crearono un curioso ibrido, con aspetto da “Cenerentola” ma resa ottica che all’epoca definiva nuovi standard.
Sebbene il suo utilizzo attuale in digitale, con messa a fuoco e diaframma manuale, risulti assurdamente macchinoso ai fotografi moderni abituati ad autofocus velocissimi e diaframmi ovviamente automatici, le sue prestazioni sono ancora di un livello commovente e periodicamente decido ancora di metterlo in macchina, sopportando le difficoltà operative, proprio per stupirmi una volta di più davanti a simili risultati, prodotti da un obiettivo del passato che non vuole saperne di diventare obsoleto.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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