Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; sebbene gli zoom fotografici fossero sul mercato già da una decina di anni, il Nikon Zoom-Nikkor Auto 80-200mm 1:4,5 del 1969 costituì una vera svolta nel settore perché non soltanto copriva le focali tele di più frequente utilizzo (l’accesso alle focali grandangolari presupponeva tecnologie non ancora mature) ma offriva anche una montatura compatta, leggera e facilmente brandeggiabile, in contrasto con i mastodontici e pesanti modelli visti fino ad allora; questo 80-200mm “da campo” svolse quindi un ruolo da trendsetter e indirizzò su tale strada anche i principali competitori.

Nel frattempo, 1971, il brand Canon era entrato di diritto nell’olimpo delle grandi marche, presentando il moderno ed articolato corredo FD che si arricchì subito anche di focali variabili molto interessanti, come l’FD 35-70mm f/2,8-3,5 S.S.C. del 1973 con posizione macro, elevata apertura e ottime prestazioni; nel settore dei tele il sistema FD poteva contare sul notevole 85-300mm 1:4,5 di eredità FL, che se non arrivava all’escursione dello Zoom-Nikkor 50-300mm 1:4,5 garantiva comunque tutte le focali tele utilizzate nella maggioranza delle situazioni, tuttavia al prezzo di peso e ingombri tali da rendere quasi impraticabile l’utilizzo a mano libera; venne quindi deciso di seguire l’esempio Nippon Kogaku e realizzare uno zoom limitato all’escursione 80-200mm ma decisamente più maneggevole, supplendo all’inevitabile ritardo con un’apertura massima leggermente superiore, ovvero 1:4.

 

 

Questo zoom venne calcolato nel 1975 e fu presentato nell’Ottobre 1976 come Canon Zoom FD 80-200mm 1:4 S.S.C.; tale modello era destinato a diventare un classico del sistema e una delle ottiche più famose e apprezzate dai clienti, dando contestualmente i natali ad una saga di obiettivi con tali caratteristiche che continueranno a condividerne quasi integralmente lo schema ottico, definendo quindi una vera e propria genealogia di zoom tele compatti che, partendo dall’originale FD 80-200mm 1:4 S.S.C. con attacco “breech-lock” dell’Ottobre 1976, passerà poi alla versione con meccanica aggiornata new FD 80-200mm 1:4 del Giugno 1979 e quindi si evolverà nel segno delle prestazioni con l’utilizzo di fluorite e vetri UD a bassissima dispersione, dando vita al new FD 80-200mm 1:4 L del Novembre 1985; questo schema ottico, specialmente l’ultima versione con materiali speciali a bassissima dispersione, si rivelerà così efficiente che in questo ideale albero genealogico possiamo a buon diritto inserire persino il successivo Canon EF 70-200mm 1:4 L USM del Settembre 1999 per corpi EOS autofocus, che nonostante il leggero incremento dell’escursione utile si basava ancora chiaramente sul gruppo ottico del precedente FD 80-200mm 1:4 L.

Il brand Canon riuscì quindi non soltanto ad offrire un’alternativa all’offerta del rivale Nippon Kogaku ma creò anche la nuova nicchia degli zoom tele compatti “1:4” di caratura professionale e dalle prestazioni superiori, poi molto apprezzata, e soprattutto fu in grado di mantenere una marcata affinità nel gruppo ottico nonostante questi ripetuti trasformismi; questa linea di zoom è quindi molto interessante dal punto di vista tecnico/commerciale e merita una descrizione particolareggiata.

Anticipo anche che, avendo finalmente recuperato i brevetti con i dati originali di progetto (depositati solo in lingua Giapponese ed effettivamente ostici da reperire), a questa trattazione faranno seguito 2 articoli della serie “Vintage Meter” nei quali, con la consueta collaborazione dell’amico ed esperto progettista ottico Mark Jeffs, verranno analizzate le caratteristiche di comportamento e i valori MTF di questo zoom sia in versione normale che in versione “L” con fluorite e vetro ED.

 

 

La prima versione dell’Ottobre 1976 che diede avvio a tale serie era quindi l’FD 80-200mm 1:4 S.S.C. (quest’ultima sigla identifica il trattamento antiriflesso multistrato Super Spectra Coating introdotto nella gamma dal Marzo 1973); l’obiettivo risulta decisamente più compatto e leggero rispetto al fratellone FD 85-300mm 1:4,5 S.S.C., misurando 161mm di lunghezza per 750g di peso e accettando comuni filtri da 55×0,75mm (mentre l’85-300mm misura quasi 25cm per circa 1,7kg di peso e usa filtri da 82mm).

Com’era consuetudine per i suoi zoom di prima generazione, Canon non seguì il modello degli zoom-Nikkor con sistema push-pull a ghiera singola di tipo “one touch” che aveva invece trovato proseliti in modelli Minolta, Carl Zeiss per Contax/Yashica o Asahi Pentax, preferendo una regolazione con 2 ghiere girevoli distinte che differenziavano nettamente il modello dal rivale per eccellenza Zoom-Nikkor, e questa soluzione con 2 ghiere di modesta ampiezza e accostate fra loro permetteva anche l’adozione di un comodo ed ampio paraluce telescopico incorporato, sicuramente un vantaggio rispetto ai rivali con paraluce separato da trasportare in borsa e montare ogni volta; inoltre questo zoom FD garantiva una messa a fuoco minima di 1m su tutte le focali, un valore favorevole che consentiva ritratti a pieno viso anche alle focali più corte e adatte a tale utilizzo.

 

 

Arrivando nel 1976 l’obiettivo rientrava naturalmente nella style policy introdotta a Marzo 1973 con la serie S.S.C., pertanto prevedeva l’attacco di servizio anteriore rifinito in nero ma conservava la baionetta originale con collare di serraggio, il pulsante di sblocco della posizione A sulla ghiera del diaframma posizionato sul corpo, smalto bianco e arancio per le misure in metri e piedi e l’indicazione della lunghezza focale in smalto verde sulla ghiera delle aperture.

La messa a fuoco fino ad 1m avviene in modo continuo, senza passare a posizioni macro da sbloccare specificamente, mentre l’accesso fin dai primi esemplari al rivestimento multicoating S.S.C., indicato dalla corrispondente sigla sul frontale, era sicuramente un notevole aiuto in un sistema con ben 15 lenti in 11 gruppi e 22 passaggi aria-vetro; il buon contrasto era anche supportato da mascherine interne che fungevano da blocco per le luci parassite e sulle quali in Canon venne eseguito uno studio approfondito e specificamente finalizzato all’utilizzo sugli zoom.

 

 

Questo ritaglio da una brochure Canon del 1976 costituisce un antequem, dal momento che è il documento più datato nel quale compaia l’obiettivo; quell’anno fu determinante perché oltre all’FD 80-200mm 1:4 S.S.C. venne lanciato anche il modello 28-50mm 1:3,5 S.S.C., primo zoom veramente grandangolare della casa e pronta risposta allo Zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 introdotto l’anno prima.

 

 

Questa brochure del 1978 prevede ancora le ottiche FD con barilotto affine alla stessa style policy del Marzo 1973, tuttavia la presenza dello zoom 85-300mm 1:4,5 S.S.C. consente di apprezzare quanto il nuovo modello 80-200mm 1:4 sia più compatto e trasportabile rispetto al corpulento predecessore.

 

 

Questa copertina di una brochure 1976 dedicata agli zoom FD mostra nuovamente a confronto i modelli 80-200mm 1:4 e 85-300mm 1:4,5, quest’ultimo chiaramente progettato senza attenzione alla compattezza e all’impiego a mano libera, come confermato dalla presenza di un collare di fissaggio al treppiedi invece assente sull’80-200mm.

 

 

Questa spettacolare illustrazione da tale documento mostra gli schemi ottici degli stessi modelli e descrive le virtù del modello 80-200mm, lodando la sua compattezza, l’apertura massima, la distanza di messa a fuoco minima e le prestazioni; va notato che l’illustrazione relativa alla sua sezione presenta un vistoso errore, dal momento che la parte sinistra con la vista esterna mostra come l’obiettivo sia impostato alla focale minima di 80mm mentre lo schema ottico visibile nella parte destra è invece settato per la focale massima da 200mm, con i gruppi transfocatore e compensatore accostati fra loro e configurati appunto per questa focale.

 

 

Per quanto riguarda lo schema ottico, quest’ultimo utilizza la configurazione a 4 gruppi che si era già affermata fin dalle origini su obiettivi zoom “tele-tele” di questo tipo e che era stata confermata anche nel citato Zoom-Nikkor 80-200mm 1:4,5; la struttura viene in sostanza suddivisa in 4 moduli: il primo, frontale (colore verde), è detto gruppo focalizzatore perché resta inerte durante la variazione di focale ma si nuove invece cambiando la distanza di messa a fuoco, avanzando a coniugate ravvicinate e arretrando a infinito; il secondo gruppo (colore rosa) è detto transfocatore perché durante il passaggio dalla focale minima a quella massima arretra progressivamente secondo una corsa prestabilita. Il terzo gruppo (colore giallo) è detto invece compensatore, perché il movimento di quello precedente durante la variazione di focale comporterebbe anche uno spostamento del piano di fuoco, con la necessità quindi di regolare nuovamente la distanza ad ogni variazione, e pertanto questo terzo gruppo compie un movimento complesso sincronizzato con quello del secondo gruppo, prima arretrando nella stessa direzione e poi invertendo la rotta e andandogli incontro fino quasi al contatto, compensando in tal modo lo spostamento di fuoco e mantenendo (almeno teoricamente) costante la distanza impostata a tutte le focali; infine, il quarto gruppo (colore rosso) è detto relay lens e completa il sistema proiettando l’immagine sul piano focale; in questo tipo di schema il relay lens posteriore rimane sempre fisso, sia focheggiando che cambiando la lunghezza focale.

Mentre i primi 3 moduli sono strutturalmente simili a quelli presenti in molti zoom di analoga focale prodotti da altri fabbricanti, il relay lens posteriore costituito da ben 7 lenti risulta invece più complesso della norma e costituisce un po’ la caratteristica peculiare di questo schema e di quelli che deriveranno dal medesimo.

 

 

Lo schema ottico del Canon FD 80-200mm 1:4 S.S.C. venne finalizzato durante il 1975 e questo è un riassunto dal suo brevetto prioritario giapponese, depositato il 5 Novembre 1975; il progetto fu firmato da un team di 3 tecnici: Yasuhisa Satou, Sadahiko Tsuji e Katsumi Tanaka, e comprendeva 2 “embodiments” alternativi, il secondo dei quali venne scelto per la serie mentre il primo si differenzia per la struttura del relay lens (gruppi 4 e 5 nello schema del brevetto), caratterizzata da 6 lenti in luogo di 7 e con l’elemento singolo centrale di grande spessore.

I diagrammi aberrazionali allegati al brevetto lasciano intendere qualche problema residuo sul campo dell’aberrazione cromatica e un progressivo incremento di astigmatismo passando alle focali lunghe, tuttavia questo tipo di dati verrà poi discusso meglio nei pezzi “Vintage Meter”, mentre sul piano dei vetri ottici non abbiamo alcun materiale a bassa o bassissima dispersione (il vetro con minore dispersione è un Borosilicate Crown BK7), e in una profusione di Dense Flint e Dense Crown troviamo tuttavia 3 lenti in vetro agli ossidi delle Terre Rare: 2 in Lanthanum Crown e una in Lanthanum Dense Flint.

 

 

Il progetto originale precede un’escursione di focali effettiva 81,01 – 194,46mm e per la sua confezione i tecnici hanno sfruttato ben 8 categorie differenti di vetro ottico su 15 lenti complessive; i vetri erano forniti dall’azienda Ohara e in questa illustrazione ho inserito sia la sigla standard Schott per ogni vetro (salvo eccezioni, quando non presente nella sua produzione, utilizzando invece quella Ohara più datata) sia la corrispondente denominazione Ohara del materiale effettivamente utilizzato.

Partendo dall’elemento frontale troviamo quindi un Dense Flint SF6 tipo Ohara PBH6 in L1 ed L6, un Dense Crown SK5 tipo Ohara BAL35 in L2, L3 ed L8, un Lanthanum Crown LAK8 tipo Ohara LAL8 in L4 ed L5, un Dense Flint SF2 tipo Ohara PBM22 in L7 ed L10, un Borosilicate Crown BK7 tipo Ohara BSL7 in L9, un Barium Light Flint BALF5 tipo Ohara BAL5 in L11 ed L15, un Lanthanum Dense Flint LASF03 (vecchia sigla Ohara, non esiste la versione Schott) tipo Ohara LAH53 in L12, un Barium Flint BAF5 tipo Ohara BAM5 in L13 e un Dense Crown SK10 tipo Ohara BSM10 in L14.

Complessivamente si tratta di una struttura piuttosto sofisticata per l’epoca, tuttavia la scelta di non introdurre lenti in fluorite già usate in altre ottiche tele Canon (i vetri UD Extra-Low Dispersion, alternativi e più economici, nel 1975 non erano ancora forniti da Ohara) per non incrementare ulteriormente un prezzo, già elevato a causa della complessità meccanica, ha impedito una correzione cromatica ottimale.

 

 

L’obiettivo forniva comunque prestazioni complessivamente molto buone, addirittura pari ai modelli fissi alle focali medie e lunghe, quindi ottenne un buon successo di vendita fra i clienti in grado di affrontare il necessario salasso per l’acquisto; questo zoom mantenne la configurazione originale fino al 1979, quando l’intera gamma adottò la style policy “new FD”, abbandonando il classico collare di serraggio e introducendo altre piccole modifiche per rendere l’estetica più moderna.

 

 

La nuova versione arrivò nel Maggio 1979 e le pur minime differenze estetiche sono comunque sufficienti a definire un aspetto più moderno ed aggressivo; notate come in entrambi i modelli sia consentita una regolazione di fuoco oltre il settaggio teorico di infinito, solitamente utilizzata in obiettivi con lenti in fluorite o a bassissima dispersione che prevedono un’elevata dilatazione termica e in caso di temperature particolari o esposizione diretta al Sole potrebbero impedire il corretto settaggio di infinito; in questo caso tali vetri sono completamente assenti e immagino che questa opzione sia stata aggiunta perché, nella pratica, è difficile garantire una perfetta parafocalità su tutta l’escursione, cioè il mantenimento di uno specifico settaggio di fuoco passando attraverso le focali disponibili, anche in presenza del gruppo compensatore (le calibrazioni necessarie sono davvero micrometriche e basta una minima usura delle camme o gioco meccanico per inficiare il sistema), quindi un’escursione abbondante della ghiera consentiva di recuperare piccole ed eventuali differenze in tal senso.

 

 

Le caratteristiche meccaniche e funzionali del new FD 80-200mm 1:4 ricalcano le specifiche precedenti, con l’ovvia esclusione della nuova baionetta e di piccoli dettagli secondari che vedremo; le dimensioni restano immutate, così come il peso (incrementato di appena 15g), e anche la posizione delle 2 ghiere principali rimane la stessa, garantendo quindi dimensioni invariate all’utile paraluce telescopico; la messa a fuoco minima resta ad 1m mentre il passo filtri passa a 58×0,75mm, misura comunque abbastanza comune nel corredo Canon.

Ovviamente l’obiettivo si interfaccia perfettamente con i più moderni corpi Canon dell’epoca consentendone il completo sfruttamento delle funzioni esposimetriche, mentre l’estetica a doppia ghiera, in un momento storico in cui la maggioranza dei concorrenti si orientava sul push-pull a comando singolo, costituiva un elemento di distinzione che rendeva questo zoom immediatamente riconoscibile.

 

 

Peraltro non soltanto la base meccanica ma anche il gruppo ottico rimaneva invariato, visto il gradimento della clientela e la progettazione dello schema che comunque risaliva a meno di 4 anni prima, quindi si trattava di un disegno moderno anche nel momento di transizione a new FD.

 

 

Scendendo in dettaglio, il passaggio al modello new FD comportò l’eliminazione del collare di serraggio in metallo a vista, una ridefinizione della ghiera per le aperture ora più arretrata, con godronature meno ravvicinate e pulsante di sblocco della posizione “A” incorporato, il passaggio a smalti bianco e verde fluo per le scale di metri e piedi e l’aggiunta dei riferimenti per la correzione di fuoco con film infrared, smaltati in rosso e previsti per le focali 80mm, 100mm, 135mm e 200mm; per fare posto a questi indici la sezione della ghiera per le focali è stata leggermente ridotta, distanziandola quindi maggiormente da quella per la messa a fuoco e imponendo una linea di fede più lunga.

 

 

Complessivamente l’estetica new FD era azzeccata e ha saputo resistere al tempo, al punto che l’obiettivo appare piacevole e non datato ancora oggi, ad oltre 45 anni dall’introduzione di questa livrea; purtroppo il passaggio a new FD significò anche l’introduzione di varianti tese a contenere i costi, utilizzando materiali di qualità interiore in parti interne rispetto allo standard degli FD originali.

 

 

Questa brochure venne divulgata proprio nel 1979 e sancisce proprio il passaggio alla serie new FD, con la relativa gamma di zoom riproposti con la nuovissima livrea.

Il Canon new FD 80-200mm f/4 continuò a registrare un apprezzabile gradimento presso il pubblico, con vendite soddisfacenti, tuttavia in azienda si guardava già al dopo, e in particolare si sottolineava il paradosso di come Canon fosse leader nella produzione di teleobiettivi con elevata correzione cromatica e riduzione dello spettro secondario, grazie all’uso pionieristico delle lenti in fluorite e anche all’aggiunta dei vetri Extra-Low Dispersion tipo UD, affiancati nella seconda metà degli anni ’70, mentre tali zoom di lunga focale non beneficiavano assolutamente di questo atout tecnologico dell’azienda e presentavano quindi una correzione dell’aberrazione cromatica al livello della concorrenza; nacque quindi l’idea di sostituire il glorioso new FD 80-200mm 1:4 con una versione “on steroids” che mantenesse le stesse caratteristiche di targa ma sfruttasse i citati materiali a bassissima dispersione per un boost di prestazioni, occhieggiando ad una correzione apocromatica.

Servì un po’ a metabolizzare l’idea e a concretizzarla nella pratica, tuttavia nel Novembre 1985 quest’ipotesi senza precedenti divenne realtà.

 

 

Il nuovo modello destinato a sostituire il precedente era il Canon new FD 80-200mm 1:4 L e, con un coup de théatre di notevole effetto scenico, questo diffuso e apprezzato zoom venne nobilitato al rango della serie “L”, ovvero la gamma di obiettivi Canon professionali con prestazioni superiori alla media e accesso alle tecnologie più avanzate; questo modello per molti versi definiva un taglio netto col predecessore, a partire dalla nuova struttura push-pull a comando singolo con indici iperbolici della profondità di campo di ispirazione Nikon che ne stravolgeva l’estetica per passare allo schema ottico che, seppure molto simile, implementava l’armamento introducendo una lente il fluorite (fluoruro di calcio) e una in vetro UD a bassissima dispersione, col chiaro intento di ridurre al minimo le aberrazioni cromatiche del sistema.

Grazie alla nuova struttura il Canon new FD 80-200mm 1:4 L risultava anche più compatto (153mm di lunghezza) e leggero (675g), tuttavia la perdita ponderale è onestamente dovuta anche all’utilizzo di alcuni elementi in plastica come il settore cilindrico sul quale sono riportate le focali e gli indici della profondità di campo, adottati nonostante il rango da obiettivo “L” al top di gamma perché l’intenzione del management era quella di offrire prestazioni nettamente implementate minimizzando al contempo il sovrapprezzo rispetto al precedente 80-200mm 1:4 convenzionale (e infatti il prezzo di listino era simile).

 

 

Il nuovo obiettivo si presentava quindi con questa rinnovata livrea la cui parola d’ordine, a mio avviso, era “understatement”: infatti questo modello appare più simile ad uno zoom universale Sigma dell’epoca senza troppe pretese che all’unico zoom 80-200mm con apertura 1:4 e messa a fuoco manuale prodotto nella storia con fluorite e vetro UD nel suo gruppo ottico, e se non fosse per il filetto perimetrale rosso e la famosa lettera “L” nello stesso colore passerebbe sicuramente inosservato.

L’obiettivo condivide col precedente new FD il passo filtri da 58×0,75mm ma l’ampiezza quasi esagerata della ghiera principale (una scelta probabilmente voluta per nascondere i meccanismi delle camme per lo zoom) ha obbligato ad abbandonare il comodo paraluce telescopico incorporato, sostituito dal modello separato BT-58; notate come sia ancora presente la curva per la correzione di fuoco ad infrarosso (in colore rosso a destra della linea di fede bianca), tuttavia già a 135mm essa scompare perché la correzione in tal senso offerta dai materiali speciali del gruppo ottico la rendono superflua.

Anche nel nuovo zoom la posizione di infinito offre una tolleranza di regolazione oltre l’indice (in questo caso effettivamente necessaria per le caratteristiche di dilatazione termica che caratterizzano le lenti in fluorite e vetro UD) mentre la posizione macro merita un cenno a parte: il fabbricante pubblicizzava ufficialmente l’obiettivo come zoom macro, tuttavia non è presente alcun comando ausiliario per introdurre una configurazione ottica specifica: l’azienda si è limitata a ridurre di 5cm la messa a fuoco minima del predecessore, passando a 0,95m, e ad indicare il settore sulla ghiera delle distanze compresi fra 1,2m e 0,95m con una linea gialla e la scritta macro, anche se l’intera escursione viene compiuta semplicemente ruotando la ghiera senza soluzione di continuità.

Si tratta quindi di uno stratagemma di marketing per poter definire “macro” il nuovo zoom serie “L” e massimizzarne ulteriormente la vendibilità.

Occorre premettere che questo nuovo zoom di alte prestazioni arrivò al crepuscolo del sistema FD, venendo introdotto nel Novembre 1985 quando già a Marzo del 1987, dopo appena 16 mesi, faceva la sua comparsa il sistema EOS assieme ai nuovi obiettivi autofocus Canon EF con attacco completamente incompatibile, quindi non soltanto ebbe poco tempo per affermarsi sul mercato prima di questa autentica rivoluzione ma anche la documentazione ufficiale che lo riguarda è oggettivamente scarsa.

 

Continua lunedì prossimo con la seconda parte.

 


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