Bridge cameras a visione reflex

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il mercato con i relativi indirizzi non è qualcosa di schematico e prevedibile ma, proprio come un organismo vivente, muta e si evolve sotto la spinta di vari fattori, pertanto le tipologie di prodotti tendono ad introdurre varianti tecniche e di design per assecondare questo percorso ineluttabile; nel pezzo odierno voglio focalizzare l’attenzione su una nuova nicchia di mercato che si affacciò nella seconda metà degli anni ’80, quella delle bridge cameras: apparecchi all-in-one equipaggiati con uno zoom universale non intercambiabile, lampeggiatore e tutti gli automatismi con funzionalità semplificate che caratterizzano le fotocamere compatte di larga diffusione, aggiungendo però il plus del mirino reflex, con relativo specchio, vetro di messa a fuoco e componenti ottiche del mirino, un’aggiunta che consentiva di inquadrare e mettere a fuoco con grande precisione in situazioni critiche come nelle riprese ravvicinate o sfruttando focali lunghe.

Queste fotocamere vissero un’effimera ma intensa fiammata, e la loro denominazione bridge cameras si riferisce proprio al ponte che idealmente tracciano fra gli apparecchi reflex convenzionali e le compatte semplificate; vediamo ora le caratteristiche di alcuni dei modelli più famosi e diffusi con l’aggiunta di un interessante prototipo Kodak dello stesso periodo.

 

 

La prima azienda a concettualizzare questo nuovo tipo di apparecchi e a industrializzare il progetto fino alla vendita di massa fu la Kyocera Corporation di Kyoto, che intorno al 1986 mise a punto le caratteristiche basilari e il design di quella che sarebbe poi divenuta celebre come Yashica Samurai; come si può osservare, in questo caso pur mantenendo le identità tecniche basilari dell’apparecchio reflex il suo classico design esterno venne completamente destrutturato, dando vita ad una nuova concezione a sviluppo verticale che strizzava l’occhio ai camcorders compatti di analoga fattura, introducendo concetti di ergonomia completamente nuovi e solo vagamente anticipati da coeve fotocamere come la Canon T90 o le primissime EOS; ho raccolto e ordinato cronologicamente i brevetti Kyocera relativi a questo progetto e ora analizzeremo gli elementi salienti.

 

 

Il primo brevetto venne depositato in Giappone il 30 Settembre 1986, 61° anno dell’era Showa, e il principale artefice di questo complesso progetto globale e rivoluzionario fu Masao Tsujimura, tuttavia è chiaro che la sinergia di tanti sistemi integrati (zoom, autofocus, esposizione automatica TTL, avanzamento motorizzato, flash automatico, sincronizzazione delle funzioni, integrazione ergonomica nel design, etc.) chiama in causa molte competenze differenziate, e infatti il progetto Samurai fu un lavoro di team condiviso fra numerosi artefici.

 

 

Questo schema del brevetto originale giapponese evidenzia la struttura rivoluzionaria a sviluppo verticale che condiziona anche il percorso del film e mostra come i vari sottosistemi e componenti siano stati posizionati in modo ingegnoso per combinare funzionalità e massima compattezza; notate come il modulo AF riceva la proiezione da uno specchio secondario posizionato dietro quello principale, mentre l’esposimetro TTL si trova in alto e prende luce da una porzione semi-argentata del secondo specchio, la cui funzione è ricevere l’immagine dal vetro di messa a fuoco attraverso il relay lens n° 19 e inviarla al mirino telescopico; lo spazio fra gli elementi ottici dell’obiettivo zoom e il modulo del flash era invece occupato da motori che garantivano la messa a fuoco automatica e anche la variazione di focale, quest’ultima in effetti gestita da 2 pulsanti sull’esterno dello scafo, come nelle telecamere compatte.

La scelta di posizionare verticalmente il percorso del film, ovviamente anch’esso a trascinamento motorizzato, impose di collocare il lato lungo del fotogramma sulla larghezza della pellicola 35mm, pertanto la Samurai era a tutti gli effetti una fotocamera mezzo formato, con superficie utile di 17x24mm2, tuttavia questo non venne considerato un limite perché il classico utilizzatore di fotocamere compatte che eventualmente si accostasse a questa nuova proposta solitamente si accontentava di stampine ricordo di piccole dimensioni, e il formato ridotto permise invece di creare uno zoom più compatto che riduceva le dimensioni complessive del prodotto, consentiva di utilizzare focali più corte (come negli attuali sensori APS-C) con maggiore profondità di campo e meno rischi di foto sbagliate per messa a fuoco imprecisa e, soprattutto, garantiva al classico caricatore 135 l’autonomia di ben 72 fotogrammi, sicuramente molto apprezzata da chi avrebbe tenuto la Samurai appesa al collo durante viaggi e vacanze esotiche con soggetti stimolati dietro ogni angolo.

 

 

La struttura snella e a sviluppo verticale prevista dal progetto prendeva effettivamente spunto da piccole telecamere di analoga fattura che iniziavano a diffondersi sul mercato, creando un prodotto completamente nuovo.

 

 

Il travaso concettuale appare ancora più evidente nell’illustrazione che mostra il relativo brandeggio, con i pulsanti funzionali che cadono naturalmente sotto le dita, in posizione ergonomica.

 

 

Di questo secondo brevetto presento la versione statunitense, più comprensibile, che fa riferimento ad applicazioni prioritarie nipponiche risalenti a Febbraio e Luglio 1987; la pagina introduttiva conferma il grande lavoro di team che fu necessario per sviluppare elementi in ambiti differenti che chiamavano in causa competenze specifiche: infatti i progettisti sono addirittura 8; naturalmente il committente è sempre Kyocera Corporation.

 

 

Questo documento si focalizza soprattutto sull’ergonomia della Samurai, mostrando come inquadrando in orizzontale (quindi con apparecchio in posizione normale) l’indice della mano destra azionasse il pulsante di scatto (4), mentre la mano sinistra appoggiata allo scafo stabilizzava il sistema, le dita indice e medio scavalcavano la parte superiore ed azionavano i due pulsanti “wide” e “tele” dello zoom motorizzato (3° – 3b); scattando una foto verticale il brevetto suggerisce invece di impugnare l’apparecchio ruotato di 90° con la mano sinistra, azionando il pulsante di scatto con l’indice di tale mano; naturalmente l’intero design tende a privilegiare la convenzionale ripresa con fotogramma orizzontale, sempre considerando le classiche fotografie eseguite dall’utilizzatore medio di apparecchi semplificati e molto automatizzati.

 

 

Il brevetto naturalmente include anche uno schema tecnico del nuovo apparecchio che mostra per la prima volta anche il posizionamento dei motori che gestiscono autofocus e variazione di focale (13 e 14), mentre la grafica con l’aspetto esterno risulta già molto simile al modello di produzione, del resto già pronto alla vendita ai tempi delle applicazioni prioritarie del 1987; questa fotocamera innovativa si avvale anche della nuova generazione di batterie al litio compatte ad alta capacità, prevedendo infatti un elemento da 6v tipo 2CR5.

 

 

Il terzo e ultimo brevetto, più tecnico, si riferisce a numerose applicazioni prioritarie nipponiche depositate fra Agosto e Novembre 1987; anche in questo caso il documento è firmato dal team di 8 tecnici visto in precedenza.

 

 

In questo schema del brevetto ho evidenziato gli elementi ottici della Yashica Samurai e i relativi accessori funzionali; l’obiettivo zoom (azzurro) proietta l’immagine verso un complesso sistema di visione reflex (magenta) con specchio reflex primario mobile, vetro di messa a fuoco con lente condensatrice, specchio secondario, relay lens intermedio ed oculare del mirino di struttura complessa per garantire la correzione diottrica dei difetti visivi; la parte centrale dello specchio primario prevede un settore semi-argentato che fa passare luce su uno specchio secondario posteriore con relativa lente condensatrice e sensore del sistema autofocus (verde), mentre il secondo specchio fisso nella parte superiore prevede a sua volta un settore semi-trasparente dietro al quale si trova un piccolissimo prisma e la fotocellula dell’esposimetro (arancio).

Come potete osservare, il posizionamento della bobina ricevente con relativo motore sopra lo specchio reflex primario ha alienato lo spazio solitamente occupato dal vetro di messa a fuoco, pertanto quest’ultimo si trova in posizione più avanzata e risulta ruotato in avanti, una scelta obbligata ed insolita.

Come annotazione storica, i primi prototipi postbellici di Contax reflex creati nella Germania Orientale utilizzavano un otturatore verticale a saracinesca derivato dal modello originale a telemetro che comportava gli stessi problemi di ingombro, pertanto anche il loro vetro di messa a fuoco era inclinato in avanti, condizionando di conseguenza l’orientamento di tutti gli elementi del mirino; l’otturatore venne poi modificato con tendine a scorrimento orizzontale, tuttavia quella inclinazione caratteristica rimase e questa cifra stilistica percolò nel DNA Zeiss Ikon, al punto che anche le reflex Contarex della Zeiss Ikon Stuttgart, sebbene prodotte anni dopo e nella DFR, prevedono questa curiosa prerogativa.

Una caratteristica delle nuova bridge camera, nata per mettere una reflex in mano all’utente che fino ad allora aveva sfruttato una compatta di utilizzo semplicissimo, consisteva nell’elevato livello d’automazione di funzioni e procedure, una caratteristica che dietro le quinte comportava invece la complessa sincronizzazione di moltissime funzioni; pertanto questo brevetto definitivo dedica ampio spazio proprio alla logica di funzionamento, introducendo sequenze e relativi tempi.

 

 

Questi schemi mostrano alcuni dettagli di queste logiche di funzionamento da pianificare accuratamente in sede di progetto.

 

 

Il quadro completo (in realtà distribuito a pezzi in varie facciate del brevetto, con relativo assemblaggio manuale in un singolo file) fa comprendere quanto siano complesse ed interconnesse le funzioni che gestiscono un apparecchio del genere ma che, all’atto pratico, permettono un funzionamento molto semplice e privo di pensieri da parte dell’utente.

Da questo progetto innovativo derivò una serie di apparecchi Yashica Samurai che possiamo così elencare:

  • Samurai X3.0 (1987) con zoom 25-75mm 1:3,5-4,3
  • Samurai X4.0 (1988) con zoom 25-100mm 1:3,8-4,8
  • Samurai Z + Samurai ZL (1989) con zoom 25-75mm 1:4-5,6
  • Samurai 4000 ix (1998) con zoom 30-120mm – per caricatori APS

 

 

Osservando un cutaway del modello originale X3.0 si prova spontanea ammirazione per l’ingegnerizzazione del progetto e l’intelligente posizionamento di tutti gli elementi sfruttando ogni spazio interno disponibile; il prodotto finale era una fotocamera molto compatta dall’impugnatura ergonomica che includeva tutto il necessario per un utilizzatore non specializzato; addirittura la sagoma della batteria 2CR5 arrotondata su un lato è stata sfruttata accoppiandola alla struttura cilindrica dello zoom.

Una caratteristica particolare della Yashica Samurai è l’eliminazione del classico otturatore a tendina (probabilmente per ragioni di spazio), sostituito da un otturatore centrale posizionato nell’obiettivo accanto al diaframma; questa scelta limita il massimo tempo di posa disponibile ad 1/500” ma, d’altro canto, consente di utilizzare il lampeggiatore incorporato su tutta la gamma di valori disponibili, agevolando il fill-flash nelle situazioni di controluce in esterni.

 

 

In quello scorcio degli anni ’80 la Yashica Samurai era in effetti qualcosa di realmente innovativo e fuori dagli schemi: un apparecchio con l’aspetto di una piccola telecamera, la semplicità di una compatta e la funzionalità di una reflex; in aggiunta, il cliente poteva persino scegliere il colore di alcuni dettagli.

 

 

L’illustrazione mostra come i controlli esterni fossero ridotti all’osso, com’è logico per un apparecchio destinato a clienti poco esperti che vogliono fotografare senza tanti pensieri e problemi, e sono sostanzialmente ridotti all’interruttore generale, il pulsante di scatto, i comandi del power zoom e un display posteriore con alcuni comandi per impostazioni preliminari una tantum (modalità di scatto, di avanzamento film, settaggio dorso data).

 

 

Le specifiche del prodotto consentono di apprezzare le molte funzioni disponibili in un apparecchio dall’interfaccia così semplice, alcune delle quali ritagliate su misura sulle esigenze del target previsto; abbiamo quindi un fotogramma 17x24mm che consente un’ampia autonomia; caricamento facilitato; visione reflex con correzione diottrica impostabile; avanzamento motorizzato con scatto singolo e continuo fino a 2 fotogrammi al secondo e riavvolgimento automatico a fine film; acquisizione automatica della sensibilità film con codice DX (però solo sui valori interi); zoom motorizzato da leggero grandangolo a tele da ritratti; autofocus singolo con memorizzazione della distanza acquisita (premendo a metà il pulsante di scatto) o continuo; esposizione automatica programmata con cellula al silicio, blocco di memoria AE (sempre premendo a metà il pulsante di scatto) e funzionamento intelligente che passa automaticamente da media integrata al centro a spot, compensa autonomamente le situazioni di controluce ed attiva il flash quando necessario, anche in piena luce; dorso data incorporato con impressione sul fotogramma: tutto questo in un apparecchio all-in-one da circa 600 grammi batteria compresa!

Il fatto che, nonostante le interessanti caratteristiche tecniche, l’apparecchio fosse destinato a soggetti non molto esperti è sottolineato non soltanto dall’esposizione automatica programmata come unica opzione (senza quindi alcun controllo diretto sul tempo di posa o il diaframma impostato) ma anche dalle scarne informazioni nel mirino, limitate ad un indicatore di messa a fuoco raggiunta e un altro led luminoso per segnalare l’attivazione automatica del flash e la relativa ricarica: null’altro, nemmeno un warning per i tempi di posa troppo lenti.

La Yashica Samurai fu ampiamente pubblicizzata e in quello scorcio di decade ottenne un buon successo commerciale, interessando eventualmente anche altri fabbricanti che, vedendo la nuova nicchia di mercato gentilmente creata da Kyocera, non rimasero con le mani in mano; il principale contendente ad affacciarsi sul mercato per rispondere alla Samurai fu la Olympus Corporation con la sua linea di bridge cameras IS, particolarmente interessante soprattutto per quanto riguarda i modelli di punta.

La serie di bridge cameras Olympus fu commercializzata fra il 1990 e il 2000 e la sequenza di modelli si può riassumere in quanto segue:

  • IS-1000 (1990)
  • IS-2000 (1991)
  • IS-3000 (1992)
  • IS-100 (1994)
  • IS-100s (1996)
  • IS-200 (1997)
  • IS-300 (1999)
  • IS-21 (2000)

Le versioni IS-1000, IS-2000 e IS-3000 incarnano le caratteristiche tecniche più sofisticate di questo lotto e le bridge cameras di Olympus si differenziano nettamente dalle Yashica Samurai di Kyocera non soltanto perché prevedevano funzioni ed interfacce decisamente più complesse e destinate a fotografi più competenti, rivolgendosi quindi più ad utenti reflex esperti che a vacanzieri con la compattona tuttofare, ma anche perché, mentre Kyocera aveva completamente stravolto il design originale, Olympus aveva mantenuto la struttura delle reflex con motore incorporato e impugnatura anatomica avvolgente che si stavano affermando a quel tempo, semplicemente integrando uno zoom ad alte prestazioni in posizione fissa nella parte anteriore e una coppia di piccoli lampeggiatori a scomparsa nel pentaprisma, rendendo quindi l’apparecchio efficiente nella maggioranza delle situazioni fotografiche senza l’aggiunta di ulteriori accessori ma senza tuttavia accettare troppi compromessi sulla raffinatezza delle funzioni e il relativo controllo, senza contare il fondamentale distinguo del pieno formato 24x36mm regolarmente mantenuto, il tutto in una confezione tutto sommato familiare e ben accetta da chi era avvezzo all’uso quotidiano delle reflex classiche; vediamo quindi l’aspetto di questi modelli top di gamma.

 

 

La Olympus IS-1000 del 1990 è una reflex con impugnatura integrata che ricorda le primissime digitali e si caratterizza per la presenza di uno zoom non intercambiabile Zuiko 35-135mm 1:4,5-5,6 (con presenza di vetro ED a bassissima dispersione ed escursione focale a funzionamento motorizzato) e di una coppia di lampeggiatori estraibili nella parte superiore; rispetto alla Yashica Samurai la complessione più professionale appare evidente e il formato intero 24x36mm ha chiaramente imposto un’apertura massima più modesta per non compromettere la compattezza (ricordiamo che lo zoom 25-75mm per mezzo-formato della Samurai era 1:3,5-4,3), richiedendo eventualmente anche una tecnologia più avanzata per gestire l’autofocus ad 1:5,6 (parliamo del 1990).

 

 

La Olympus IS-2000 dell’anno seguente ricalca a grandi linee le caratteristiche della IS-1000, introducendo tuttavia una messa a fuoco molto ravvicinata per lo zoom 35-135mm che la rendeva ancora più versatile.

 

 

Infine, la IS-3000 del 1992 appare più ingombrante ma questo è dovuto alla presenza del nuovo zoom 35-180mm 1:4,5-5,6 ad alta risoluzione, sempre con lenti ED ed escursione focale incrementata nel campo tele; questa fotocamera non presentava i vantaggi di compattezza e le soluzioni originali di design della Yashica Samurai ma costituiva una all-in-one con prestazioni simili a quelle di una reflex di rango coeva e grazie alle caratteristiche dello zoom e alla presenza dei flash era in grado di affrontare tutte le situazioni fotografiche generiche anche in mano ad un professionista; non a caso il carissimo  e compianto amico Fabrizio Grelli, celebre commerciante di attrezzature fotografiche da collezione, utilizzava regolarmente questo apparecchio nella routine quotidiana.

Come abbiamo visto, la produzione giapponese nella nicchia delle bridge cameras si è differenziata fra modelli esteticamente e funzionalmente simili alle reflex tradizionali e modelli con design completamente stravolto, mantenendo tuttavia e in entrambi i casi le caratteristiche tecniche/funzionali del sistema reflex ortodosso, con specchio reflex, vetro di messa a fuoco, rinvio al mirino e relative lenti finali; tuttavia, proprio quando la prima Yashica Samurai X3.0 era pronta ad arrivare sui banchi di vendita, alla Eastman Kodak di Rochester stavano progettando un apparecchio informato delle medesime finalità, cioè fornire un modello reflex con zoom incorporato estremamente compatto e dal design totalmente dissimile dal consueto, tuttavia in questo caso i progettisti decisero di estremizzare il tutto e stravolgere anche il funzionamento basilare del sistema reflex; vediamo come.

 

 

Il 9 Ottobre 1987 venne depositato un brevetto statunitense per conto di Eastman Kodak; i firmatari del progetto erano Ellis Betensky, Jakob Moskovich e Melvyn Kreitzer: i primi 2 erano progettisti ottici free-lance che all’epoca calcolarono vari obiettivi e sistemi ottici per aziende come Ponder&Best (Vivitar) o per Enti Governativi ad uso militare, mentre Melvyn Kreitzer era specializzato in meccanica; come vedremo, le soluzioni ipotizzate per garantire la massima compattezza pur in presenza di uno zoom universale di ampia escursione hanno imposto di stravolgere la classica configurazione degli apparecchi reflex, con specchio dietro il gruppo ottico dell’obiettivo.

 

 

Infatti questo prototipo Kodak sfrutta tecnologie normalmente in uso negli zoom di cineprese con mirino a visione reflex e lo specchio non intercetta l’immagine dietro l’ultima lente dell’obiettivo, come di consueto, bensì all’interno del suo percorso ottico, lasciandosene una parte alle spalle, una soluzione che impone di prevedere un secondo specchio e un complesso mirino che riproduca di fatto la parte ottica “mancante”, rimasta dietro lo specchio, per garantire una visione corrispondente all’immagine poi proiettata sul materiale sensibile; vediamo in dettaglio la soluzione proposta in questo brevetto.

 

 

Questa illustrazione mostra lo spaccato dell’apparecchio con zoom sulla focale grandangolare, col sistema ottico dell’obiettivo in azzurro ed elementi destinati al mirino in magenta; come potete osservare, dopo la sesta lente dell’obiettivo il primo specchio a 45° intercetta l’immagine aerea e la proietta in basso, passando attraverso 2 lenti e raggiungendo un secondo specchio a 45° che la restituisce ad un complesso gruppo ottico secondario a 8 lenti in 6 gruppi che funge da mirino ma replica anche otticamente gli elementi dello zoom da ripresa che si trovano dietro il primo specchio (non pedissequamente ma in modo omologo ai fini dell’immagine finale).

Nello schema si nota il motore (50) che aziona un asse filettato (48) ingaggiato in una piccola piattaforma (42, 52) sulla quale sono montate le lenti destinate alla variazione di focale (da L4 ad L9); la rotazione dell’asse filettato fa avanzare la piattaforma e finalizza la variazione di focale, trascinando contestualmente anche il primo specchio a 45°, solidale, mentre nel frattempo anche la struttura che sostiene lo specchio secondario verrà spostata in avanti.

 

 

Passando alla focale tele (ovviamente sono possibili tutti gli infiniti steps intermedi), la rotazione dell’asse (48) su impulso del motore (50) ha trascinato in avanti la piattaforma che sostiene le lenti dello zoom da L4 ad L9, finalizzando la variazione di focale; nel frattempo, per omologare la visione nel mirino reflex alla nuova inquadratura più ristretta, anche la struttura (40) che regge lo specchio secondario (98) è stata trascinata in avanti dall’azione del motore (con rinvii non visibili nello schema), portando con sè la prima lente del mirino (126) ad essa solidale, e per finalizzare la corretta visione reflex con la nuova focale impostata anche il successivo doppietto di lenti (102) avanza a sua volta, perché il suo telaio (130) scorre sulla guida (132) grazie all’azione delle bielle (138, 134, 54) che sono spinte verso l’esterno dal pivot (60) presente all’estremità della struttura (40) che regge lo specchio secondario; naturalmente a focali intermedie il posizionamento del doppietto sarà più arretrato verso il mirino, finalizzando la corretta visione.

Dopo avere selezionato la focale desiderata con dispositivo power zoom, inquadrato e messo a fuoco di precisione col mirino reflex rimane ancora un problema: lo specchio primario in mezzo al gruppo ottico dello zoom, ostacolo che tuttavia viene facilmente rimosso prima dello scatto grazie alla rotazione dell’elemento (90), la cui asola (88) è ingaggiata in un pivot (86) solidale ad una guida scorrevole sulla quale è montato lo specchio ; la rotazione trascina la guida e sposta lo specchio, ripristinando il corretto percorso ottico verso il film.

 

 

Queste soluzioni complesse e originali hanno permesso di ipotizzare un apparecchio reflex con zoom wide-tele motorizzato di dimensioni estremamente compatte (infatti l’ultima lente è quasi sul piano focale) e di forma assolutamente estranea ai consueti stereotipi della categoria; purtroppo questo progetto non approdò alla produzione di serie, forse perché lo specchio appena a lato del gruppo ottico e il mirino che tramite lo specchio secondario proiettava luce nella stessa zona avrebbero eventualmente creato problemi di riflessi e luci parassite, tuttavia il progetto rimane molto interessante perché finalizzava la massima miniaturizzazione possibile in un apparecchio all-in-one, con zoom universale e visione reflex.

Le bridge camera “tutto compreso” con mirino reflex vissero quindi un’effimera stagione fra fine anni ’80 e fine anni ’90, in seguito poi incalzate e di fatto sostituite da compatte digitali con zoom e mirino a display che nella pratica replicava le funzioni reflex, tuttavia hanno rappresentato una intelligente e frizzante digressione dagli schemi consueti e questi modelli, per una certa categoria di utenti, incarnavano quasi alla perfezione le relative esigenze fotografiche; ora sono naturalmente modelli obsoleti e poco conosciuti, tuttavia è bene non dimenticarli per questo loro contributo alla continua evoluzione degli apparecchi fotografici.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

 

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