Apparecchi interessanti per il formato 110

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; l’azienda Eastman Kodak ha proposto nel tempo vari standard di formato per il film con la finalità di semplificare le operazioni di caricamento e scaricamento e di renderle a prova di errore, finalizzando così il duplice obiettivo di vendere un maggior quantitativo di caricatori, dei quali era produttore leader mondiale, e anche di piazzare un consistente numero di fotocamere destinate a tali standard e da lei stessa realizzate; oggi voglio descrivere alcuni interessanti articoli destinati al piccolo formato in standard 110.

 

 

Il caricatore per pellicola formato 110, introdotto da Kodak nel 1972, se vogliamo è tecnicamente strutturato come il “cartridge” tipo 126 (dal quale effettivamente deriva), con analogo guscio in plastica e stesso caricamento/funzionamento semplificato, tuttavia il 110 è molto più miniaturizzato ed impiega film 16mm, impressionando fotogrammi rettangolari da 13x17mm con superficie pari a circa 1/4 di quella offerta dal comune 24×36; la compatibilità con le linee di trattamento Kodachrome per il 16mm cinematografico rese disponibili tale pregiata invertibile anche in questo formato popolare e senza pretese.

Il 110 se vogliamo getta tuttora un ponte verso il futuro, dal momento che l’attuale sensore in formato 4/3 replica di fatto le stesse dimensioni del suo fotogramma, con la convinzione – ora come allora – che il piccolo frame risulti sufficiente ad ottenere una buona qualità nell’uso generale.

Naturalmente questo formato venne creato per dare vita a fotocamere che da un lato fossero eccezionalmente compatte, in pratica limitate ad un piccolo lingotto tascabile, e dall’altro anche caratterizzate da un funzionamento estremamente semplice e privo di regolazioni, adatto ad un uso point and shot in mano a clienti poco addentro alla disciplina; il piccolo caricatore ha tuttavia solleticato la fantasia di alcuni fabbricanti che hanno invece accettato la sfida di realizzare apparecchi sicuramente miniaturizzati ma anche tecnicamente sofisticati e raffinati; vediamo alcuni esempi.

 

 

Il primo modello preso in considerazione, introdotto da Franke & Heidecke nel 1974, è la Rollei A110, poi seguita nel 1976 dall’analoga E110; la Rollei A110 prevede un corpo largamente realizzato in metallo e trasferisce nella sua minuscola struttura prelibati dettagli dal mirino di sorelle maggiori, includendo anche una scala con simboli per le distanze collegata ad un cursore sotto l’obiettivo che consente la regolazione manuale della messa a fuoco; il corpo prevede una parte estraibile che in posizione operativa scopre il mirino e l’ottica, un pregiato Tessar 23mm 1:2,8 calcolato da Carl Zeiss che costituisce una dotazione davvero raffinata per la tipologia di apparecchio, le cui dimensioni consentono di tenerla letteralmente nel taschino.

 

 

Asahi Pentax invece si dissociò dal classico schema da fotocamera compatta con mirino galileiano e nel 1978 presentò la Pentax Auto 110 (poi evoluta a inizio anni ’80 nella Auto 110 Super), predisponendo per il caricatore 110 addirittura una minuscola reflex ad obiettivi intercambiabili; per replicare la tipica semplicità delle fotocamere di tale formato l’esposizione era programmata, pertanto l’utente non poteva inserire manualmente tempi di posa o aperture del diaframma, tuttavia la messa a fuoco avveniva manualmente sul vetro smerigliato e grazie ad uno specchio a 45° come nelle reflex convenzionali.

 

 

La Pentax Auto 110 è unica anche perché fu il solo apparecchio 110 ad offrire non soltanto la visione reflex ma anche un vero e proprio sistema che includeva paraluce, filtri, un motore di avanzamento, un flash programmato e una serie di obiettivi con innesto a baionetta; dopo alcuni anni la gamma di ottiche arrivò a ben 6 esemplari, che comprendevano un 18mm 1:2,8 e un 18mm 1:6,3 pancake a fuoco fisso (corrispondenti a un 35mm nel 24×36), un 24mm 1:2,8 (equivalente a un normale da 50mm), un 50mm 1:2,8 (corrispondente a un medio-tele da 100mm), un 70mm 1:2,8 (pari ad un tele da 140mm) e addirittura uno zoom 20-40mm 1:2,8 (analogo ad un 40-80mm nel 24×36); terze parti proposero addirittura un moltiplicatore di focale dedicato!

Le dimensioni ridotte, l’aspetto gradevole, la fattura di qualità e il nome famoso garantirono alla Pentax Auto 110 un certo successo sul mercato, e l’apparecchio venne offerto anche in kit completo di fotocamera, motore, flash, obiettivi da 18mm, 24mm e 50mm, serie di filtri, 3 paraluce, cinghia e borse, il tutto contenuto in una piccola valigetta metallica (esisteva anche una versione più economica, fornita in scatola di cartone, che non prevedeva filtri e paraluce); questi kit furono un espediente astuto per vendere in blocco l’intero sistema e oggi non è difficile trovarne serie complete e apparentemente intonse.

Una chicca sconosciuta relativa al sistema Pentax Auto 110: nel film “Aliens” (Aliens scontro finale sui nostri schermi), diretto da James Cameron e realizzato nel 1986, c’è una scena nella quale i marines spaziali stanno scendendo con una navetta sul pianeta infestato da bestie aliene e una delle microcamere applicate agli elmetti dei militari non rimanda l’immagine alla sala controllo, problema risolto dal soldato sbattendo l’elmetto stesso contro lo scafo della navicella; l’obiettivo della piccolissima telecamera in questione, inquadrato per pochi istanti, è proprio il 50mm 1:2,8 Pentax 110 preso a prestito da tale sistema ed evidentemente scelto proprio per le sue minuscole dimensioni che potevano ben simulare una piccola e avveniristica microcamera.

Nel settore degli apparecchi 110 di alta gamma con visione reflex anche il brand Minolta disse la sua, lanciando nel 1976 la 110 Zoom SLR, un modello che rinunciava invece all’ottica intercambiabile ma offriva gustose caratteristiche di contorno

 

 

La Minolta 110 Zoom SLR è un gioiellino dalla struttura bassa e compatta che utilizzava a sua volta caricatori di pellicola tipo 110, e nonostante si trattasse di “cartridge” a caricamento semplificato destinati ad utenti inesperti e a modelli basilari, Minolta volle invece costruirci attorno un apparecchio estremamente raffinato e con funzionalità avanzate, a partire dalla visione reflex; il risultato finale è un prodotto visivamente appagante che trasmette subito l’impressione di una realizzazione hi-tech.

Vediamo quali erano le sue caratteristiche salienti.

 

 

Questo piccolo apparecchio 110 garantiva la visione reflex con specchio a ritorno istantaneo e messa a fuoco con diaframma a tutta apertura su un vetro smerigliato con spot di microprismi; l’esposizione è automatica a priorità di diaframmi, starabile manualmente nell’intervallo +/- 2 f/stop, con elemento fotosensibile al solfuro di cadmio (CdS), aperture selezionabili da 1:4,5 a 1:16 ed è gestita da un otturatore a controllo elettronico sul piano focale con tendine metalliche che offre tempi di posa da 10” interi a 1/1.000” + B e sincronizzazione X per il flash ad 1/150” con relativa slitta a contatto caldo sul top; l’obiettivo è uno zoom Rokkor 25-50mm 1:4,5 che corrisponde ad un 50-100mm sul 24×36 e prevede una posizione macro sulla ghiera di controllo delle focali che permette di scendere fino a circa 28cm dal soggetto; elementi ulteriori sono l’attacco filtri a 40,5mm e quello standard da 1/4” per il treppiedi, l’inserimento automatico della sensibilità grazie alle caratteristiche del caricatore 110 e la leva di carica rapida accostata al corpo, il tutto in 13,5cm di larghezza per 430g di peso.

Le caratteristiche tecniche e funzionali della Minolta 110 Zoom SLR eccedono quindi largamente lo standard corrente delle fotocamere destinate al caricatore 110 e mettono in mano al fotografo raffinato uno strumento in grado di affrontare qualsiasi situazione e di trovare tranquillamente posto nella tasca del giaccone.

La originale e peculiare configurazione di questa piccola reflex risulta accattivante e funzionale ad un tempo e rappresenta una vera singolarità nel settore 110.

Naturalmente questi modelli, con la loro raffinatezza, qualità costruttiva e funzionalità avanzate, costituiscono un’eccezione nella serie tradizionale di apparecchi per cartridge 110, tipicamente sagomati come un mattoncino e con regolazioni molto basilari, tuttavia anche in questo ambito esistono modelli che meritano attenzione per le loro caratteristiche tecniche, uno dei quali venne prodotto proprio da Kodak, la madre dello standard 110.

 

 

La Kodak Ektramax f/1,9 Pocket Camera a prima vista sembra analoga a molti modelli anonimi della categoria, tuttavia la presentazione tardiva (1978, 6 anni dopo l’introduzione del caricatore 110) ha consentito ad Eastman Kodak di applicare nuove tecnologie all’ottica da ripresa, mettendo a disposizione un 25mm con apertura 1:1,9, realmente eccezionale per la categoria, che autorizzava riprese a luce ambiente mai realizzate prima con apparecchi simili.

 

 

In realtà la Kodak Ektramax f/1,9 prevedeva altre piccole sofisticazioni, come la messa a fuoco regolabile con doppia scala in metri e piedi abbastanza dettagliata (elemento necessario, considerando la ridotta profondità di campo alla massima apertura), flash elettronico incorporato, tempi di posa da 1/30” a 1/350” e una serie di indicazioni nel mirino piuttosto complete che definivano la distanza di fuoco a zone e la gestione dell’esposizione in luce continua e flash, tuttavia il pezzo forte del modello era indubbiamente il luminosissimo obiettivo 25mm 1:1,9 che non soltanto utilizzava 4 lenti ma sfruttava addirittura una superficie asferica per correggere meglio le aberrazioni, una raffinatezza inaudita in una Pocket 110 da circa 90 Dollari.

 

 

In realtà la Eastman Kodak (che, lo ricordo, a quel tempo era una struttura colossale che depositava ben oltre 1.000 brevetti all’anno) aveva eseguito studi approfonditi su vari polimeri plastici e sulle relative tecniche di stampaggio, pertanto fu in grado di realizzare gli elementi dell’obiettivo utilizzando una resina termoplastica che da un lato azzerava i relativi costi e dall’altro consentiva di introdurre la sofisticazione della superficie asferica semplicemente predisponendo in relativo profilo parabolico nello stampo dell’elemento.

Lo schema si articola quindi su un classico tripletto con una quarta lente posteriore, aggiunta in funzione di concentratore per aumentare l’apertura massima, e proprio quest’ultimo elemento incorpora il profilo asferico sulla propria superficie frontale; il risultato è un obiettivo facile ed economico da produrre ma, al contempo, molto luminoso e ragionevolmente corretto.

 

 

Questo brevetto depositato il 18 Ottobre 1974 da Paul Lewis Ruben per Eastman Kodak descrive appunto un semplice obiettivo fotografico di elevata luminosità nel quale, per contenere i costi di produzione, le prime 2 lenti sono realizzate proprio in plastica, un sistema che consentiva di stamparle prevedendo addirittura una doppia superficie asferica per ogni elemento (notate le parti evidenziate in grafica con la scritta Asphere relativa ai raggi anteriore e posteriore di quelle lenti); i valori rifrattivi e dispersivi N e V del materiale impiegato, anch’essi evidenziati, mostrano invece una relazione fra indice di rifrazione e dispersione cromatica che non si riscontra nei vetri ottici, palesando il ricordo a resine plastiche.

Questa tecnica anticipa di decenni la prassi attualmente adottata, estremizzandola, nelle ottiche per smartphone (che solitamente sono costituite da elementi in resina con profili asferici molto accentuati) e l’obiettivo 1:1,9 della Ektramax si può considerare una pietra miliare nello sviluppo del settore, per quanto sconosciuta.

La praticità di questi caricatori “inserisci e scatta” era indubbia e la buona qualità delle emulsioni disponibili all’epoca promettevano risultati soddisfacenti anche con formati di negativo ridotti come il 110, al punto che persino Leitz Wetzlar si lasciò sedurre dall’idea e predispose il progetto per una Leica 110, di impiego semplificato e con aspetto classico da “pocket” ma equipaggiata di ottica Summicron 1:2 (!), che tuttavia non entrò mai in produzione di serie, forse soccombendo alle resistenze del management timoroso di svilire l’allure del marchio; nel frattempo l’azienda aveva sviluppato con Agfa uno specifico proiettore per diapositive di formato 110, mettendo anche a punto lo standard per un caricatore circolare da 90 telaietti con dimensioni compatte, e sebbene la Leica 110 non fosse andata in porto, l’azienda presentò comunque tale proiettore alla Photokina 1974, mettendolo poi in commercio.

 

 

Il proiettore venne denominato Leitz Pradovit Color 110 e pur condividendo stilemi estetici comuni ad altri proiettori Leitz per 35mm si distingueva per le dimensioni compatte, l’aspetto gradevole e caratteristiche particolari come l’obiettivo decentrato sul lato destro e il caricatore circolare messo in posizione orizzontale e nascosto all’interno del corpo; le diapositive venivano poi estratte lateralmente per posizionarle nella camera di proiezione.

 

 

Sul frontale del proiettore campeggia la relativa denominazione e fa bella mostra di se anche il leggendario red dot col marchio Leitz; proiettore ed obiettivo erano prodotti in Germania, ancora estranei alle complesse delocalizzazioni che caratterizzarono altri articoli Leitz.

 

 

La vista dall’alto evidenzia il design pulito e funzionale, col caricatore circolare disposto orizzontalmente e protetto da un coperchio in plastica trasparente ribaltabile, mentre a destra si osservano le feritoie per l’aria del raffreddamento lampada; considerando che si proiettavano diapositive da 13x17mm, il relativo quadro previsto non era molto ampio e per questo Pradovit Color 110 fu ritenuta sufficiente una lampada da appena 100w, anche per non concentrare un calore eccessivo sul piccolo fotogramma.

Notate, sul magazzino, la scritta COMPACT MAGAZIN SYSTEM AGFA-LEITZ, a ribadire la progettazione congiunta del proiettore; è interessante annotare come Leitz abbia sempre cercato cooperazione nel settore dei proiettori moderni per diapositive, prima finalizzando questo accordo con Agfa, poi replicando con Kindermann (ricordiamo i caricatori in standard LKM, Leitz-KIndermann, del 1982) e troncando quest’ultimo legame quando nel 1990 acquisì gli stabilimenti Zett-Projektorenwerke di Brauschweig, prima in mano Zeiss Ikon fin dal 1969.

 

 

Naturalmente anche l’obiettivo del Pradovit Color 110 doveva essere all’altezza del blasone, considerando anche la criticità del forte ingrandimento richiesto (un quadro da 1 metro di lato corrispondeva ad un fattore che col 24x36mm avrebbe portato ad un’immagine proiettata da 2,1 metri), e i tecnici non si fecero pregare predisponendo un pregiato Colorplan con focale 50mm (corrispondente a circa 100mm nel 24×36) e apertura 1:2,8, un’ottica made in Germany con costruzione metallica ed elevate prerogative ottiche.

 

 

La struttura metallica del barilotto e la precisione della filettatura di raccordo riflettono le stringenti tolleranze richieste quando si chiama in causa un formato così piccolo e la conseguente necessità di un forte ingrandimento.

Il formato 110 visse dunque un’intensa fiammata che portò le aziende a presentare strumenti di elevata qualità e molto sofisticati che sicuramente eccedevano le specifiche ipotizzate quando lo standard venne introdotto, e oggi costituiscono l’opportunità per una piccola ma interessante collezione trasversale; i modelli di grande blasone e per certi versi oggetto di vistoso “overengineering” che abbiamo appena trattato acquistano tuttavia maggiore senso se consideriamo da quali lombi discenda anche il modesto caricatore plastico tipo 110.

 

 

 

Infatti lo sviluppo di questi sistemi di caricamento “drop in” facilitato a caricatore per conto di Eastman Kodak va attribuito addirittura ad Hubert Nerwin; Herr Nerwin è un’autentica leggenda nel settore, perché negli anni ’30, nella Germania del Dritten Reich, fu responsabile per la progettazione della seconda generazione di fotocamere Contax, dirigendo il relativo dipartimento alla Zeiss Ikon Dresden, e quindi nel Dopoguerra, dopo alcuni anni spesi in patria per rimettere in produzione la Zeiss Ikon Stuttgart, nel 1948 volò negli States come elemento tardivo della famosa Operation Paperclip, e fu assegnato prima alla Graflex, presso la quale progettò la celebre Combat Graflex 5,5x7cm su pellicola 70mm (1953), e quindi alla Eastman Kodak, dove disegnò fra le altre cose semplici apparecchi fotografici e, appunto, caricatori per pellicola come quello oggetto dell’odierna discussione.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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