Luca Vascon e la fotocamera LIGERO69: elogio della semplicità.

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; in questo articolo parleremo di una particolarissima fotocamera che collega idealmente 2 leit motiv che hanno attraversato gli ultimi decenni della fotografia.

Il primo è quello della fotografia lo-fi, giunta arrembante a cavalcare l’onda una trentina di anni fa quando improvvisamente le toy cameras in plastica Holga o Diana F, così come apparecchi artigianali con foro stenopeico o fotocamere Polaroid, furono oggetto di un interesse trasversale che aggiunse nuovi vocaboli al linguaggio fotografico e che portò in vari casi ad esiti eccellenti dal punto di vista visivo e creativo (i nomi sono arcinoti, non serve ribadirli).

Il secondo è l’attuale disponibilità di stampanti 3D a costi abbordabili che consentono all’amatore abbastanza navigato ed intraprendente di immaginare e creare in casa tappi, raccordi ed accessori per il proprio sistema fotografico.

Unendo i 2 filoni, lo statunitense Mario Machon (pioniere del settore e noto nell’ambiente col nickname SPRKPLG) ha ipotizzato un semplicissimo “corpo macchina” che virtualmente sostituisse la classica Mamiya Press 6x9cm, adottando i suoi magazzini e i suoi obiettivi che, essendo dotati di elicoide di fuoco e otturatore centrale, sono assolutamente autosufficienti per tutte le funzioni e regolazioni necessarie.

Il risultato è il corpo LIGERO69 (ovvero leggero, in Spagnolo e Messicano, ad indicare il peso irrisorio, mentre 69 ricorda l’ampio formato utile del negativo), null’altro che un pezzo di plastica stampata, nel più puro stile lo-fi, e tuttavia in grado di produrre fotografie di eccellente qualità grazie al trapiando di elementi chiave del sistema Mamiya Press.

 

 

In questa fase dell’interessante operazione entra in campo l’italiano Luca Vascon, noto fotografo veneziano specializzato in VR, prese panoramiche e supergrandangolari nonché interessato a sua volta alla stampa 3D di accessori fotografici; Luca ha analizzato il file originale di Mario Machon, al quale va indubbiamente il merito completo dell’idea e del progetto iniziale, e ha introdotto alcune modifiche ed implementi funzionali che vedremo in seguito, creando quindi un remix, come si dice in gergo, riveduto e corretto; l’essenza del prodotto finale si può visualizzare in  questa immagine: una struttura in plastica stampata con lo stesso tiraggio del corpo Mamiya Universal e alle 2 estremità la baionetta per innestare le relative ottiche e l’attacco per i magazzini da pellicola, una configurazione che consente virtualmente di replicare la qualità d’immagine originale, ovvero eccellente, nonostante l’elemento centrale sia estremamente semplice e leggerissimo.

 

 

La macchina che la LIGERO69 va a sostituire è dunque la Mamiya 6x9cm a telemetro, qui nella versione originale del 1960 con impugnatura bianca sagomata; questa fotocamera è stata abbinata nel tempo a svariate denominazioni come Press, Super 23 o Universal, e siccome fornisce la base concettuale ed alcuni elementi del corredo cerchiamo di ricostruire brevemente la sua storia e le sue origini.

L’azienda Mamiya, quantomeno nelle fasi iniziali, presenta molte analogie con la tedesca Franke & Heidecke di Brauschweig, artefice delle celeberrime Rolleiflex; infatti quest’ultima ebbe origine quando il finanziere Paul Franke e l’ingegnere e tecnico Reinhold Heidecke unirono le relative competente creando la società, e alla stessa stregua nel 1940 il progettista Seiichi Mamiya e il banchiere ed investitore Tsunejiro Sugawara si accordarono per creare la nuova azienda con sede a Tokyo e destinata a progettare e produrre apparecchi fotografici col marchio Mamiya.

In realtà non è noto quale sia stato l’effettivo contributo di Seiichi Mamiya al progetto della telemetro 6x9cm in questione, dal momento che venne lanciata nel 1960 e Mamiya-San, classe 1899, era in pensione dal 1954 e successivamente svolgeva in azienda solo il ruolo di consulente.

 

 

L’apparecchio che per concezione ispirò la Mamiya Universal 6×9 fu sicuramente la serie Linhof per lo stesso formato, con la caratteristica impugnatura anatomica laterale e corpo a sviluppo verticale con telemetro accoppiato nella parte alta; tuttavia queste Linhof sfruttavano una struttura “flatbed“ con sportello anteriore incernierato in basso che si apriva e consentiva ad un soffietto di espandersi per la messa a fuoco, la cui relativa calibratura era gestita da un set di camme curve ricavate sau una lastra di metallo comune che assumeva una forma simile ad un’elica a 3 pale; normalmente questi apparecchi erano forniti con un set di 3 ottiche (grandagolare, normale e tele) e la piastrina con la relativa combinazione di camme dal profilo personalizzato in funzione della focale effettiva misurata su quegli specifici esemplari, la cui matricola era infatti punzonata sul metallo accanto alla camma; pertanto la messa a fuoco era garantita solamente abbinando un set di obiettivi al relativo e corrispongente elemento personalizzato, e perdere “l’elica“ cammata rendeva inutilizzabile il telemetro.

 

 

Come curiosità, Seiichi Mamiya si cimentò in un altro apparecchio simile alla Mamiya Press / Super 23 / Universal, progettato per conto dell’azienda nipponica Marshal, ovvero la Marshal Press 6×9, un apparecchio che condivide alcune caratteristiche con la Mamiya citata ma utilizza un sistema di messa a fuoco “self struts“ con soffietto radicalmente differente; i buoni rapporti fra Mamiya/Sugawara e Nippon Kogaku (vedi il prisma Porroflex Nippon Kogaku per Mamiya biottica o il corpo NIkkorex progettato e prodotto da Mamiya) furono utili anche in questo caso, dal momento che permisero di ottenere un ottimo Nikkor 105mm 1:3,5 come obiettivo in dotazione.

 

Per la sua Mamiya Press 6×9 del 1960 l’azienda scelse invece un approccio più radicale, focalizzato al massimo contenimento di ingombro e peso; vennero quin di abbandonati i sistemi di messa a fuoco con soffietto estensibile, ingombranti e pesanti, e l’apparecchio venne concepito come una sorta di Leica M per il formato 6×9, con un corpo leggero e di ridotto spessore realizzato in lega leggera e obiettivi dotati di camma di accoppiamento al telemetro (con “tastatore“ sul corpo macchina concettualmente analogo al Leica) e proprio elicoide di messa a fuoco; tali ottiche erano anche dotate di otturatore centrale Seikosha che forniva i tempi di otturazione e una sincronizzazione totale del lampo.

 

 

Le varie generazioni avvicendatesi nel tempo a brevi intervalli introdussero migliorie, ad esempio a mirino e telemetro, tuttavia dal punto di vista concettuale l’apparecchio rimase identico e fedele alla sua filosofia, garantendo un singolo standard e compatibilità per tutti gli accessori, in primis obiettivi e magazzini.

 

 

Un dettaglio importante di alcuni modelli Mamiya 6x9cm è la presenza del dorso arretrabile e basculabile, funzione che ha richiesto la creazione di un box applicabile posteriormente con vetro per la messa a fuoco diretta sul piano focale, che abbinato alla LIGERO69 in situazioni statiche permetterebbe addirittura l’impiego di obiettivi normali e di lunga focale, focalizzandoli preventivamente con cura su cavalletto grazie al vetro smerigliato e sostituendo poi tale accessorio col magazzino per lo scatto finale; naturalmente in situazioni simili è preferibile ricorrere al corpo convenzionale con telemetro accoppiato.

 

 

Questa pagina introduttiva si riferisce alle istruzioni della primissima serie, e sottolinea indubbi vantaggi del nuovo sistema, come il sistema di fuoco elicoidale cammato e la versatilità dei magazzini, disponibili in formato 6x9cm e 6x7cm e con maschere di riduzione a 6x6cm e 6×4,5cm, impiegabili avanzando manualmente e riferendosi alle numerazioni presenti sulla carta protettiva e visibili da una finestra nei dorsi; naturalmente questi 4 formati sono egualmente sfruttabili sulla LIGERO69, con ovvie accortezze per definire l’esatta inquadratura.

 

 

Questa pubblicità italiana del 1974 mostra il sistema evoluto, con vari accessori e obiettivi da 50mm a 250mm di focale; curiosamente anche allora esisteva la doppia opzione con corpo macchina dotato di basculaggio posteriore e modello semplificato che ne era privo.

 

 

Torniamo ora al suo succedaneo lo-fi, ovvero la LIGERO69; questa immagine mostra un corpo dopo la produzione con stampante 3D realizzata da Luca Vascon, col pezzo ancora da ripulire e rifinire; ovviamente questo elemento dev’essere a tenuta di luce, quindi occorre realizzarlo con materiale non trasparente.

 

 

Un altro elemento molto importante per il risultato fotografico finale è l’adeguato annerimento della parte interna, da realizzare con un primer o smalto a finitura matt, il più opaco possibile; la soluzione più efficace sarebbe ricorrere a pads di velluto fioccoso adesivo, tuttavia anche l’utilizzo della verniciatura matt è efficace e non prevede elementi che potrebbero successivamente staccarsi.

In questa immagine alcuni corpi LIGERO69 appena stampati e ripuliti sono pronti per l’annerimento interno.

 

 

Naturalmente la stampante 3D consente di scegliere il materiale del colore preferito; la mia opinione è che proprio questa natura ambivalente da apparecchio di ampio formato ma con anima lo-fi debba essere adeguatamente evidenziata, mettendo in disparte le tonalità mimetiche e promuovendo colori squillanti e vistosi come verde lime, rosso, giallo banana, arancio, etc., accenti in grado di mettere immediatamente in risalto questa curiosa struttura accoppiata ad elementi da corredo fotografico professionale.

 

 

Come anticipato, Luca Vascon ha stampato ed analizzato il modello originale e quindi messo a punto alcuni implementi, come ad esempio il fermo posteriore del magazzino con barra che scorre diagonalmente su asole e viene fermata da nottolini stampati con vite filettata in metallo, così come il corrispondente nottolino che blocca l’obiettivo in posizione dopo l’aggancio alla baionetta anteriore.

 

 

Questa istantanea sul banco da lavoro di Luca mostra i primi esemplari dal lui stampati con le relative migliorie descritte in precedenza; come si può osservare alla LIGERO69 si applicano ottiche, dorsi e mirini del sistema Mamiya Press / Universal / Super 23, e questo loro restare sospesi a un semplice distanziale di plastica rimanendo tuttavia perfettamente effienti è veramente cool.

Un’ulteriore modifica prevista Luca Vascon riguarda le impugnature anatomiche laterali, articolate in 2 versioni compatibili con i vari modelli di dorsi avvicendatisi nel tempo; queste impugnature, sempre stampate in plastica, si incastrano nei magazzini e prevedono un foro passante per il cavo di scatto flessibile collegato all’otturatore centrale dell’obiettivo; il creatore della LIGERO 69 aveva già previsto questi componenti ma Luca ne ha rivisto il profilo esterno, prevedendo una presa più efficiente.

 

 

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La relativa economicità della fattura e l’impiego di accessori vintage recuperati nel mercato dell’usato consente di creare un’apparecchio 6x9cm di alto rendimento con costi alla portata di tutti, permettendo di giocare col medio formato analogico ma, all’occorrenza e prestando le debite attenzioni, anche di produrre immagini di alto profilo e idonee a commesse professionali o ricerche personali per portfolio e concorsi.

Inoltre, per gli appassionati della stampa 3D, la disponibilità dei relativi files sulla piattaforma printables.com a questo indirizzo aggiunge la soddisfazione di realizzare con le proprie mani questo simpatico apparecchio che costituisce un imprevedibile trait d’union fra le toy cameras e i sistemi professionali, un elogio della semplicità che mette a disposizione quello che realmente serve per foto di qualità, senza inutili fronzoli aggiuntivi.

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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