Curiosità assortite dell’universo fotografico (#12)

Continua dalla parte 11

 

 

Peraltro Adams produsse immagini a scopo promozionale anche direttamente per l’azienda, e queste fotografie a colori su invertibile Kodak Ektachrome sfruttate per una brochure sulle ottiche del sistema costituiscono sicuramente una singolarità nella carriera dell’uomo che divenne il simbolo dell’immagine fine-art bianconero!

Questo secondo documento scopre anche gli altarini nella pubblicità prodotta dal distributore Wiloughbys, dal momento che la vista d’insieme autunnale con l’Half Dome e gli alberi in livrea autunnale che si riflettono nell’acqua presente a colori nella brochure Hasselblad è la stessa inserita in tale pubblicità, e convertita in bianconero probabilmente per riecheggiare meglio i famosi talenti del fotografo nel monocromatico.

Come già descritto in altri articoli, la primissima dotazione di obiettivi per l’esordio di Hasselblad nel settore delle fotocamere era fornita dalla Eastman Kodak, e la presenza di immagini relative a 4 differenti modelli (grandangolare Wide-Field Ektar 55mm 1:6,3, normale Ektak 80mm 1:2,8, corto tele Ektar 135mm 1:3,5 e tele Ektar 254mm 1:5,6) lascia intendere che questo corredo già completo fosse effettivamente disponibile.

 

 

In realtà, come sottolinea anche questa scheda creata da Modern Photography nel 1954, gli unici 2 obiettivi effettivamente arrivati sui banchi di vendita furono gli Ektar 80mm 1:2,8 e 135mm 1:3,5, mentre il grandangolare Wide-Field Ektar da 55mm 1:6,3 (peraltro utilizzabile solo a specchio sollevato e con un mirino esterno mai presentato) e il tele 254mm 1:5,6 esistono solo in veste di prototipi; Hasselblad esercitò costante pressione sulla Carl Zeiss Oberkochen affinchè fornisse quanto prima ottiche sostitutive alle costose Kodak, e infatti già allora il corredo di ottiche era misto, con l’80mm e il 135mm Kodak Ektar affiancati dal grandangolare Carl Zeiss Distagon 60mm 1:5,6, dal luminoso tele Carl Zeiss Sonnar 250mm 1:4, mentre a partire dal 1954 arrivò anche la famosa Hasselblad SWA (poi SWC) con lo straordinario Carl Zeiss Biogon 38mm 1:4,5 da 90°.

Il corredo Kodak Ektar visse quindi soltanto da fine anni ’40 a inizio anni ’50, quando Zeiss progressivamente prese in carico la fornitura, limitando peraltro la disponibilità effettiva solamente agli Ektar da 80mm e 135mm.

Quando l’Hasselblad Supreme Wide Angle (SWA) venne lanciata, nel 1954, col suo otturatore centrale incorporato nell’obiettivo costituiva un unicum nel sistema (la Hasselblad prevedeva il proprio otturatore a tendina sul piano focale), tuttavia contemporaneamente erano già stati realizzati prototipi di corpo reflex con obiettivi dotati di otturatore proprio, e dal 1957 la nuova Hasselblad 500C inaugurò la linea di ottiche Carl Zeiss tipo C con otturatore Deckel al loro interno; i test di tali obiettivi sono molto rari ma sempre la rivista Modern Photography ne mise alla prova una serie a metà anni ’60, sebbene limitandosi ad un giudizio sintetico ad ogni apertura.

 

 

Le ottiche prese in considerazione dalla testata statunitense furono il grandangolare Distagon 50mm 1:4, il normale Planar 80mm 1:2,8, lo speciale S-Planar 120mm 1:5,6 per riprese ravvicinate di recente introduzione, il corto tele Sonnar 150mm 1:4, il tele Sonnar 250mm 1:5,6 e il lungo Tele-Tessar 500mm 1:8; questa serie di obiettivi Carl Zeiss si comportò in modo impeccabile (solo il 50mm grandangolare, basato su uno schema retrofocus ancora poco evoluto, non risultò nitidissimo ai bordi, mentre il 500mm Tele-Tessar funzionò bene ma non a livelli di eccellenza, vista anche l’assenza di vetri speciali a bassissima dispersione), e sicuramente quel corredo all’epoca garantiva prestazioni estremamente soddisfacenti al professionista che potesse permettersi la “regina” di Goteborg.

 

 

Un’altra curiosità vintage, risalente al 1964, riguarda una linea di lampeggiatori elettronici avanzati prodotti dalla tedesca Loewe Opta e commercializzati negli States dalla newyorkese Kling Photo Corporation; questa serie, denominata Heliotrons/CC con i modelli Supra e Special, erano per così dire “customizzati” appositamente per le esigenze di tale mercato; infatti era stato rilevato che all’epoca i laboratori di trattamento, in fase di stampa dei negativi Kodacolor, impostavano una filtratura per la carta colore dando per scontato che le immagini realizzate col flash fossero state ottenute con classiche lampade a combustione che avevano una temperatura colore di emissione leggermente differente rispetto ai moderni lampeggiatori elettronici, pertanto le relative copie soffrivano per una caratteristica e sgradevole dominante fredda.

I flash Heliotrons/CC inviati negli states erano quindi equipaggiati con un filtro caldo tipo 85 che scaldava l’emissione luminosa, compensando tale dominante e garantendo stampe a colori più neutre; quando invece tali lampeggiatori venivano utilizzati con film Kodachrome per diapositive era possibile escludere il filtro per una emissione convenzionale; l’azienda aveva dunque individuato questa falla nel servizio di fotofinish reagendo prontamente con un prodotto modificato ad hoc che potesse far presa sulla clientela yankee.

Restando sempre in ambito pubblicitario, è ovvio che i relativi claims sono privi di contraddittorio e in quel magico ambito il creativo può sbizzarrirsi ad affermare ciò che vuole, tuttavia in certi casi questa autoreferenzialità prende la mano e porta ad eccedere.

 

 

Che dire infatti di questa réclame d’epoca per la pellicola bianconero Ilford HP3? Il prodotto era oggettivamente eccellente e famoso e magari non risultava necessario sovraccaricare l’inserzione, attribuendo al film ogni lode immaginabile… Affermazioni così reboanti risultano poco credibili e strappano addirittura un sorrisetto!

 

 

Le stesse considerazioni possono valere per questo annuncio del 1966 dedicato alla fotocamera Kodak Instamatic 804, un apparecchio per caricatori 126 dedicato ad utenti poco esperti; in questo caso le reboanti affermazioni descrivono l’apparecchio addirittura come un computer compatto analogico elettro-meccanico… In tempi in cui il termine computer evocava ancora misteriose ed avanzatissime tecnologie sicuramente è un claim ad effetto però stiamo pur sempre parlando di un semplice apparecchio per cartridge 126 il cui unico merito è di avere un otturatore programmato che abbina ai valori luce misurati corrispondenti coppie tempo/diaframma predefinite in fabbrica, nulla di così fantascientifico.

Questo non toglie che per un prodotto la relativa immagine sul mercato sia tutto, e spesso una buona o cattiva nomea influenza le vendite più di qualsiasi considerazione razionale; lo sapevano bene i produttori nipponici a inizio anni ’50, quando si prodigarono in un lodevole sforzo per elevare lo standard qualitativo generale dei loro articoli ma si scontravano contro il pregiudizio e la diffusa diceria che made in Japan stesse ad indicare paccottiglia di basso livello.

 

 

Questa sconfortante constatazione portò la Japan Camera Industry Association di Tokyo, sotto l’egida del Ministero Giapponese per il Commercio Estero e l’Industria, a creare in seno alla propria struttura il Japan Camera Ispection Institute, meglio noto come JCII, che si presentò come ente indipendente che testava e certificava gli articoli fotografici nipponici dopo la produzione, garantendone un elevato standard qualitativo e comprovandolo con un bollino, il celeberrimo PASSED, che negli anni ’50 era graficamente più elaborato e in seguito fu convertito alla ben nota ellisse dorata con tale scritta cubitale al centro.

Queste inserzioni risalenti al 1955 e 1957 vennero pubblicate strategicamente negli States e servivano proprio a sensibilizzare i potenziali clienti su questa nuova realtà, rassicurandoli circa i diffusi timori sulla qualità dei prodotti del Sol Levante.

Tornando a prodotti insoliti e curiosi commercializzati da aziende fotografiche, un accessorio veramente curioso venne proposto da Kalart al tempo in cui gli apparecchi biottica erano in gran voga.

 

 

L’oggetto in questione è un telemetro esterno che si poteva applicare alla base del corpo TLR, sul frontale, e si accoppiava meccanicamente alla piastra anteriore con i 2 obiettivi, il cui moto avanti e indietro durante la messa a fuoco agiva sui relativi elementi ottici del telemetro; la curiosità di questo modello Kalart consiste nel funzionamento per così dire invertito, cioè a proiezione: infatti lo strumento era equipaggiato con una lampadina e relativa batteria che proiettava due cerchi luminosi dalle finestre anteriori che venivano proiettati sul soggetto: regolando la messa a fuoco i 2 cerchi si allontanavano e si avvicinavano, e quando si sovrapponevano sul soggetto diventando un singolo elemento circolare indistinto la messa a fuoco era stata finalizzata.

Si trattava di un’idea ingegnosa che consentiva di mettere a fuoco facilmente al buio o in luce attenuata, tuttavia in condizioni normali la sua utilità era discutibile perché la forte luce diurna rendeva difficile distinguere i cerchi proiettati e inoltre il sistema funzionava se il soggetto presentava una superficie sufficientemente ampia e regolare per visualizzarli; in ogni caso si tratta di un’idea interessante, anche se la compatibilità garantita con molti modelli TLR, eventualmente con focali differenti (80mm o 75mm), mi sembra un po’ ottimistica.

 

 

Un’altra curiosità legata al mondo delle biottica 6x6cm è questa proposta Kowa anni ’60; infatti il suo modello Kalloflex Automat stravolgeva la consueta e consolidata distribuzione dei comandi, per cui sia il pomello di messa a fuoco che la leva di carica/avanzamento si trovavano sul fianco destro in posizione coassiale; questo agevolava sicuramente il fotografo quando avesse necessità di eseguire vari scatti in rapida successione correggendo anche il fuoco, dal momento che la rotazione del relativo pomello e l’avanzamento/riarmo erano gestiti sempre dalla mano destra, così la sinistra poteva reggere l’apparecchio e il suo dito indice scattare senza interruzione.

Anche questa è un’idea interessante, semmai risulta opinabile la frequenza con la quale il tipico utente TLR si trovasse nella necessità di eseguire raffiche di scatti, e anche l’immagine d’esempio con lo sciatore è una ripresa che tipicamente si realizza con un tele da 6° – 8°, mentre il 75mm della Kalloflex Automat è un leggero grandangolare da oltre 50° sicuramente inadatto alla foto sportiva…

Spostiamoci ora in Germania per un paio di curiosità legate alle ottiche Kilfitt; l’inegnere Heinz Kilfitt è noto soprattutto per aver progettato la piccola fotocamera 24x24mm Robot con avanzamento motorizzato a molla, tuttavia in seguito creò a Monaco di Baviera una propria azienda che produceva obiettivi foto e cine, specializzandosi soprattutto in lunghe focali.

 

 

La prima curiosità è il Kilfitt Multi-Kilar, qui presentato in un annuncio pubblicitario del 1965; all’epoca cominciavano a comparire i primi moltiplicatori di focale, aggiuntivi in grado di raddoppiare o triplicare la focale dell’obiettivo al quale erano abbinati e che riscossero subito un certo successo perché erano molto compatti e con poca spesa mettevano a disposizione una lunga focale dal costo ben superiore; la contropartita a quei tempi era una qualità d’immagine solamente di compromesso.

Kilfitt invece per la sua gamma di teleobiettivi Kilar da 90mm a 600mm, di alta qualità e costosi, concepì uno strumento molto più ingombrante, costoso e sofisticato rispetto ai moltiplicatori che tutti conosciamo, disegnando un complesso schema flottante con ben 8 lenti applicato ad una montatura estremamene ingombrante, dotata di attacchi multipli per il treppiedi (praticamente obbligatorio) e di una manovella di sapore cinematografico che con precisione movimentava i cannotti del barilotto e il gruppo ottico per offrire una configurazione d’ingrandimento variabile.

In sostanza, il Multi-Kilar consentiva di incrementare la focale dell’obiettivo originale su 5 steps differenti: 2x, 2,5x, 3x, 3,5x, 4x, comportandosi in pratica come una sorta di zoom; pertanto, applicandolo ad esempio al Kilar 150mm, il fotografo aveva a disposizione anche le focali da 300mm, 375mm, 450mm, 525mm e 600mm, semplicemente ruotando la manovella e settando l’accessorio sulle posizioni d’utilizzo predefinite.

Sul piano operativo teorico il vantaggio risulta evidente, e il fabbricante si affrettava ad aggiungere che il complesso gruppo ottico non pregiudicava le prestazioni (elemento sicuramente da verificare), tuttavia l’accessorio è sicuramente molto ingombrante ed esclude qualsiasi possibilità di utilizzo a mano libera, anche in abbinamento con le focali più corte come il Kilar 90mm.

 

 

La Kilfitt si era anche specializzata in speciali barilotti con elicoidi di messa a fuoco multipli a grande estensione, che consentivano di estendere il campo di messa a fuoco alle distanze brevi, tuttavia per questo Pan-Tele-Kilar 300mm 1:4 sfruttò un altro principio tecnico: in pratica il suo barilotto consentiva di avanzare la parte anteriore solidale all’intero gruppo ottico in modo indipendente dal sistema di messa a fuoco principale; questo avanzamento supplementare in singolo step corrispondeva all’intera corsa della cremagliera rapida di messa a fuoco.

Questa coincidenza consentiva di mettere a fuoco sfruttando la cremagliera e con il gruppo ottico arretrato da infinito a 3 metri, poi rimettendo la cremagliera stessa su infinito e avanzando il gruppo ottico di una quota uguale e contraria l’obiettivo si trovava nuovamente a 3 metri ma con la corsa della cremagliera nuovamente disponibile, sfruttando la quale si poteva passare quindi da 3 metri fino a circa 1,65 metri, distanza molto ridotta per la focale che consentiva riprese quasi macro.

L’obiettivo era molto ingombrante e pesante ma metteva a fuoco rapidamente grazie al pomello con pignone e cremagliera, l’apertura massima 1:4 era molto elevata per l’epoca e il sistema consentiva una copertura fino al medio formato 6x6cm; a garanzia della qualità ottica l’azienda forniva un’immagine test realizzata con quello specifico esemplare che comprovava la corrispondenza agli standard previsti e la possibilità di focheggiare fino a 1,65m non aveva uguali nel settore, tuttavia tutto questo si pagava, e un prezzo di quasi 430 Dollari negli anni ’60 costituiva un discreto gruzzolo.

Ancora una volta le variegate sfaccettature di questo mondo meraviglioso ci hanno rivelato dettagli interessanti ed insoliti, parte di una sequela che probabilmente non ha fine.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

 

 

 

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it
All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it

©2024 NOC Sensei – New Old Camera Srl

 

 

 

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *