Scrivere delle fotocamere Zenit può rivelarsi una scelta non del tutto felice.

Vi è il rischio di scontentare gli appassionati del marchio con un racconto stereotipato, credetemi ce ne sono più di quanti se ne possano immaginare, da sempre abituati a subire il pubblico ludibrio per l’alea di scarsa qualità dei materiali ed inaffidabilità meccanica che segue questa nutrita famiglia di apparecchi.

Non è poi banale recuperare informazioni più approfondite, soprattutto sulle dinamiche produttive e su alcune caratteristiche di queste fotocamere e ottiche, caratteristiche che si colgono a volte solo smontando qualche esemplare.

Io questo l’ho fatto.

D’altro canto, proprio per il taglio popolare di questi modelli, da sempre proposti a prezzi di gran lunga inferiori rispetto ai più economici apparecchi reflex 35 mm, vi è un novero di detrattori a prescindere che giudicano l’intera produzione composta da poco più che fermacarte.

Di questo novero ne facevo, e per certi versi ancora ne faccio parte, anche io.

Ciò che invece per certi versi unisce, almeno marginalmente, i due mondi sopra citati è stata, soprattutto dall’avvento del digitale, la riscoperta qualità delle ottiche con passo a vite 42×1, in particolare la focale standard Helios 58 mm f2 presente in differenti versioni sin dai primi esemplari degli anni ’50 all’epoca dotati di innesto a vite 39×1.

Versioni dell’Helios 44 – 2 58 mm f 2 per passo a vite 42×1 e 39×1 – il passo a vite 39×1 non è compatibile con i corpi Leica a telemetro e similari

Leggendo qualche tempo fa del particolare effetto sfuocato dell’Helios, si trovano spesso riferimenti al swirly bokeh o al soviet bokeh di questa ottica, la questione mi ha incuriosito anche per una convinzione che ho da sempre nel ritenere il bokeh uno degli aspetti più soggettivi nella valutazione della qualità di un’ottica.

Questa mia convinzione trova conferma nella molteplicità di giudizi, spesso contraddittori, che si trovano in rete.

A questo punto, messi al bando i preconcetti, ho deciso di riarmare durante le vacanze una Zenit EM in finitura nera che tenevo da anni nella casa al mare in una vetrinetta insieme ad altri pezzi da usarsi in caso di emergenza.

Senza rompere il vetro.

Zenit EM prodotta tra il 1972 ed il 1984 ed importata nel nostro paese, da inizio anni ’80, da Cosina Italia, particolarità sulla quale ritorno più avanti

Per inquadrare questo modello occorre dare uno sguardo alla nutrita produzione degli apparecchi reflex 35 mm prodotti dal 1952 – 1953, a seconda delle fonti, nella fabbrica di Krasnogorsk della KMZ situata a sud di Mosca.

KMZ, acronimo di Красногорский механический завод o Krasnogorski Mekhanicheskii Zavod, è nota per la produzione delle fotocamere a telemetro FED e Zorki nate tra le due guerre come copia della Leica II. La questione, invero ben più articolata, è meglio descritta nell’articolo dedicato alla Zorki 4K, fotocamera che da sempre divide il mondo degli entusiasti e dei detrattori delle copie Leica.

All’inizio degli anni ’50, in un periodo che precede il vero sviluppo degli apparecchi 35 mm che si verificherà dalla seconda metà di quel decennio principalmente ad opera delle aziende giapponesi, la produzione era caratterizzata in larga parte dalle Exakta dalle Contax S e dalle Praktiflex, modelli le cui linee produttive in Germania Est erano cadute nel secondo dopoguerra sotto l’influenza sovietica.

Se la linea produttiva delle Contax a telemetro fu trasferita da Dresda a Kiev, nessuna delle reflex seguì un destino analogo. Questo potrebbe essere stato il motivo per il quale in KMZ decisero di modificare un modello Zorki a telemetro con passo a vite 39×1 introducendo una cassetta reflex dalle dimensioni piuttosto contenute rispetto agli standard dei primi modelli tedeschi dell’est sopra citati.

parti di un esemplare di Zenit C che ho recuperato tempo fa purtroppo incompleto e non riparabile – notare il posizionamento della cassetta reflex sul corpo di una fotocamera a telemetro

Le motivazioni di questa scelta appaiono plausibili nel voler mantenere una proporzione nelle dimensioni della nuova fotocamera che nasceva pur sempre da un corpo compatto quale era quello dele copia Leica prebelliche.

Una curiosità è costituita dal fatto che il nuovo apparecchio, pur mantenendo il passo a vite 39×1, variava il tiraggio, per via dell’introduzione della scatola dello specchio, rendendo quindi non compatibili e non adattabili gli obiettivi a vite dedicati alle FED e alle Zorki.

Nasce così una nuova generazione di focali dedicate ai corpi reflex Zenit, focali a loro volta non compatibili, se non tramite l’utilizzo di un apposito anello distanziatore, con i classici corpi con passo 39×1 sui quali tuttavia queste lenti, pur adattate, perdono la trasmissione dei valori di messa a fuoco tra obiettivo e telemetro.

Con una dimensione della scatola dello specchio più limitata rispetto ad un normale apparecchi reflex 35 mm, il mirino della prima generazione di Zenit arriva a coprire poco più del 60% dell’area effettivamente ripresa.

La nuova fotocamera, marchiata Zenit, dà il via ad una serie di modelli che culminano con la 3M del 1962 che resterà in produzione sino al 1970. La 3M perde definitivamente le forme dei precedenti ibridi Zorki/reflex acquisendo un design dalle linee più proporzionate che ne fanno ancora oggi una fotocamera tra le più usabili di questa serie.

esemplare di Zenit 3M marchiato Revueflex – queste fotocamere furono distribuite anche sotto marchi diversi da quello originale Zenit

Già all’inizio degli anni ’60 il crescente interesse attorno agli apparecchi reflex 35 mm, in Unione Sovietica furono più attenti a queste dinamiche internazionali di quanto si possa pensare, determinò la creazione di una linea produttiva di corpi in pressofusione destinata ad un nuovo apparecchio reflex 35 mm con passo a vite 42×1 destinato ad incrementare, soprattutto all’estero, la notorietà del marchio Zenit.

Analoga sorte, nella destinazione all’esportazione, avrebbe seguito anche il marchio Zorki per le fotocamere a telemetro con passo a vite Leica 39×1.

comparazione dei due modelli la cui produzione fu gestita da KMZ in contemporanea sino al 1970 quando uscirono definitivamente di scena le fotocamere reflex con passo a vite 39×1

Dalla fine degli anni ’50 inizia lo sviluppo dell’esportazione di un gran numero di modelli di fotocamere ottiche, cineprese, strumenti ottici sovietici tramite accordi commerciali che prevedevano scambi con paesi internazionali con il sistema merci contro merci gestito dalla Mashpriborintorg.

La Mashpriborintorg è tuttora una società di import export russa, ex sovietica, che si occupa di attrezzature e macchinari ad alta tecnologia. Nel periodo tra la fine degli anni ’50, e per tutti gli anni ’60 e ’70, ha esportato milioni di unità tra apparecchiature ottiche, fotografiche e cinematografiche in oltre settanta paesi.

In molti di questi presero piede importatori specializzati nella distribuzione di materiale sovietico del quale garantivano non solo la distribuzione ma anche il servizio di assistenza.

pubblicità degli anni ’60 dell’importatore italiano Antares/Foto Ottica Sovietica

In Italia, mi è già capitato di citare più volte questa società, operava quale importatore una azienda brianzola produttrice di macchine da scrivere, la Antares, che con il marchio Foto Ottica Sovietica aveva a catalogo una nutrita serie di articoli provenienti da KMZ, da LOMO e da altre aziende oltre cortina.

esemplare di Zenit E recante il bollino della FOS o Foto Ottica Sovietica

La Antares con sede a Milano in via Serbelloni 14 e stabilimento a Calò di Besana in Brianza fu negli anni ’50 e ’60 una agguerrita concorrente della Olivetti nella la produzione di macchine da scrivere portatili.

pubblicità di fine anni ’60 della Foto Ottica Sovietica – a marchio Zenit vennero realizzati anche modelli con otturatore centrale che meriterebbero un approfondimento a parte

Negli anni ’60, probabilmente nella ricerca di un nuovo business che diversificasse l’attività aziendale, fu avviata la distribuzione in Italia di materiale ottico e fotografico sovietico.

ho recuperato in rete questa immagine che ritrae le maestranze della Antares di Calò in un periodo non precisato – notare che il marchio dell’azienda che si vede ritratto nell’aiuola è una stella identica a quella che troviamo nel marchio FOS

Uno degli aspetti che ha contraddistinto FOS è stato quello della comunicazione pubblicitaria che appariva all’epoca sulle principali riviste del settore. Il che mette in evidenza il dinamismo e l’inventiva di Antares che per anni fu in competizione, nella produzione classica di macchina da scrivere, con un colosso come Olivetti che finirà poi per acquisirla nella seconda metà degli anni ’70.

pubblicità di fine anni ’60 della Foto Ottica Sovietica – la linea di comunicazione pubblicitaria FOS evidenzia il buon dinamismo della Antares

Alla fine degli anni ’70 il marchio di macchine da scrivere Antares fu trasformato in Atemsa con buona probabilità in occasione dell’acquisizione dell’azienda da parte di Olivetti.

Per un breve periodo il marchio Atemsa sostituì anche la dicitura Foto Ottica Sovietica quale importatore del materiale.

Non sono purtroppo riuscito a trovare notizie più dettagliate su Atemsa se non che l’azienda risulta per l’appunto a fine anni ’70 di proprietà Olivetti che ad inizio anni ’80 effettua alcuni licenziamenti nel comparto relativo all’importazione di materiale sovietico che aveva, sede all’epoca, a Milano in Viale Certosa come citato in un articolo apparso sul quotidiano La Stampa del 4 gennaio 1981.

Poco doveva interessare alla casa di Ivrea mantenere l’importazione di prodotti ottico e fotografici dall’Unione Sovietica nonostante i volumi del business fossero ancora interessanti.

Solo due anni prima infatti, il 27 aprile 1979, appariva, sempre sul quotidiano torinese, un articolo che citava l’accordo siglato alla Fiera Campionaria di Milano tra la Mashpriborintorg e le società Elettromlport, Atemsa e Relme per la fornitura nel corso dell’anno di cinescopi, apparecchi fotografici, binocoli e apparecchi di radio misurazioni per un importo complessivo di un miliardo di lire corrispondenti a circa 3,5 milioni di euro attuali.

Nella prima metà degli anni ’80 alcuni modelli di produzione sovietica importati nel nostro paese, tra i quali il mio esemplare di Zenit EM, riportano il marchio Cosina Italia.

ben visibile sulla destra il bollino di Cosina Italia che all’epoca importava in Italia prodotti fotografici prevenient dall’Unione Sovietica

Il ruolo di Cosina come importatore di prodotti sovietici non ha contorni del tutto chiari benché appaia abbastanza evidente che la LOMO LC-A del 1984 nata come copia della Cosina CX-2 del 1981 non possa che derivare da un accordo commerciale, più o meno noto, tra i due produttori.

In generale i modelli di fotocamere e ottiche sovietiche importate da FOS/Antares da Atemsa e da Cosina Italia costituiscono ancora oggi una buona scelta di acquisto per via della maggior cura con la quale furono controllati in fase di importazione.

Con l’apertura del mercato dell’est a seguito della caduta dell’Unione Sovietica, anche in Italia vi fu grande disponibilità di materiale ottico e fotografico spesso venduto da venditori ambulanti provenienti dall’est Europa che stazionavano con le loro bancarelle traboccanti di materiale nei posti più disparati.

Questo materiale è in genere quello qualitativamente meno affidabile per via di un pregresso e lungo stazionamento prima in patria nei depositi, dove di norma veniva accumulata la produzione, e poi esposto agli agenti atmosferici nelle varie fasi di passaggio, prima di giungere al compratore finale.

Questa enorme massa di materiale sovietico malandato ha contribuito, e non poco, ad accrescere la nomea di inaffidabilità di molti modelli, tra i quali di certo ritroviamo tutte le Zenit.

Non vi sono dati certi rispetto alla produzione complessiva di apparecchi reflex 35 mm della serie Zenit anche per via della scarsità di informazioni relative al mondo industriale sovietico dell’epoca. Mettendo a fattor comune varie fonti nelle quali viene effettuata una stima complessiva della produzione se ne ricava un totale superiore ai dieci milioni di esemplari.

La cifra ricomprende i primi modelli di inizio anni ’50 con passo a vite 39×1, i successivi con passo a vite 42×1 della serie E,i i più recenti della serie 122 con esposimetro a LED e quelli della serie 122K con innesto a baionetta Pentax K.

Curioso osservare come la più recente Zenit 122, prodotta a valere dal 1990, un volta tolto il guscio in plastica, nasconda uno chassis in lega pressofusa del tutto identico a quello della Zenit E e TTL degli anni ’60.

tolto il guscio di plastica della Zenit 122 sotto si trova ne più ne meno una Zenit TTL

le differenze tra la Zenit 122 e la TTL si trovano principalmente nel sistema esposimetrico che nella 122 è a LED il cui circuito è ben visibile nella foto; il circuito è posizionato in modo posticcio, senza alcuna affrancatura al corpo macchina, tra il prisma e il selettore delle sensibilità coassiale al manettino di riavvolgimento

Questa similitudine tra modelli di differenti generazioni si trova anche anche nelle panoramiche Horizont e Horizon 202 che adottano, con gusci diversi, lo stesso chassis in lega pressofusa e la stessa meccanica.

Se non vi interessa disporre di un esposimetro TTL, devo dire abbastanza inutile su questa tipologia di apparecchi, anche per il sistema di misurazione stop down applicato ad un mirino già di per sé buio a tutta apertura, una scelta interessante può essere quella di procurassi una Zenit EM uscita 1978 che monta già la versione dell’Helios 44-M con diaframma automatico.

per quanto piuttosto spigolosa e pesante, la Zenit EM ha un sufficiente grado di utilizzabilità

La resa dell’ottica standard, l’unica che ho avuto occasione di testare, è eccellente sia in termini di microcontesto sia in termini di assenza di distorsione. Occorre considerare che buona parte del know how della Carl Zeiss orientale finì nel secondo dopoguerra a Krasnogorsk e che l’Helios 44 è di fatto ispirato al Biotar con schema ottico a sei lenti realizzato a Jena (un particolare ringraziamento a Giacomo Marcucci che mi ha aiutato a correggere un grossolano errore nella citazione da me fatta in prima battuta del Pancolar come ispiratore dell’Helios 44).

La fotocamera mantiene di norma una buona precisione anche in ragione del limitato numero di tempi a disposizioni che copre l’intervallo da 1/25 a 1/500 di secondo oltre la posa B.

vista superiore con la ghiera di regolazione dell’espoimetro la cui cellula al selenio è posizionata sulla parte frontale del prisma, la slitta porta accessori priva di contatto caldo, il selettore dei tempi che deve essere sollevato per poter impostare le diverse velocità e il contapose ad azzeramento manuale

Sul mio esemplare la misurazione effettiva delle velocità è vicinissima ai valori nominali anche nel caso del tempo più rapido di 1/500, caratteristica che fa invidia a molte altre mie fotocamere dai marchi ben più blasonati.

Ancora funzionante anche l’espoimetro che tuttavia è veramente di difficile utilizzo per via della scarsa visibilità della lancetta e dell’indice di riscontro più in evidenza sul precedente modello E.

Per il resto è una Zenit.

Il mirino ha una copertura limitata rispetto al formato ed è probabile incappare in prismi con segni di ossidazione soprattutto in corrispondenza della linea mediana.

L’operazione di bobinamento del film è estremamente difficoltosa per via delle ridotte dimensioni della manopolina di riavvolgimento che costringe, almeno nel mio caso, ad effettuare l’operazione in camera oscura, al buio completo, aprendo il dorso e riavvolgendo direttamente dal rullino.

particolare del bottone di riavvolgimento incassato nella ghiera di regolazione dell’espoimetro

Occorre infine prestare bene attenzione alle possibili infiltrazioni di luce dal dorso che per prudenza sarebbe sempre meglio sigillare con del nastro isolante nero se non siete in grado di sostituire le vecchie guarnizioni.

In generale se disponete della borsa pronto della fotocamera è sempre meglio utilizzarla come protezione ulteriore.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

Di seguito qualche scatto di prova effettuato in Abruzzo lo scorso agosto utilizzando la nuova Kentmere Pan 200.

Santa Eufemia alla Maiella (PE) – Zenit EM, Helios 44-M 58 mm 2 -Kentmere Pan 200 sviluppata con Kodak D76

Caramanico Terme (PE) – Zenit EM, Helios 44-M 58 mm 2 -Kentmere Pan 200 sviluppata con Kodak D76

Santa Eufemia alla Maiella (PE) – Zenit EM, Helios 44-M 58 mm 2 -Kentmere Pan 200 sviluppata con Kodak D76

pubblicità anni ’60 della Foto Ottica Sovietica

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2 COMMENTS

  1. Piacevole articolo su un mondo che ben conosco ma, che è sempre utile ricordare.Trovo sempre interessante inserire il contesto socio economico del periodo di produzione dei vari prodotti .
    Occorre ricordare che per molti,io sono di Roma, le fotocamere ”russe” ,vendute a Porta Portese’hanno rappresentato l’unico modo di entrare nel mondo della fotografia .
    Vista la poca disponibilità di denaro che con molti miei coetanei condividevo ,poter disporre di un corpo macchina con 50mm f2 a 30.000 lire oppure un 50macro f 2,8 a25.000 lire ed altro ancora ti faceva immaginare di poter diventare un Bresson ,un Fontana o un Gardin.
    Come ha ,giustamente scritto, relegare l’intera produzione sovietica a fondo di bottiglia è sbagliato ,
    c’è stata una produzione di massa ,nel piano quinquennale 1965/70,che ha dequalificato moltissimi articoli .
    C’è però anche una produzione più qualificata ed originale antecedente quel periodo con apparecchi ed ottiche di buon livello che andrebbero maggiormente ricordate. Un saluto

  2. Grazie Tito, apprezzo molto i contributi dei lettori in particolare quando derivano dalla loro esperienza diretta.
    Grazie anche per il materiale FOS che mi ha fornito che pubblicherò certamente in uno dei prossimi articoli sul tema.
    Max

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