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Victor Hasselblad, elogio dell’uomo

Il doganiere dell’aeroporto Kennedy, a New York, stava controllando il passaporto del distinto signore che era appena giunto dalla Svezia. “Ah!” esclamò il doganiere “ha un cognome ben noto, Lei si chiama come la famosa fotocamera”. Quel signore accennò un sorriso e rispose “io sono la fotocamera”

Creatività e razionalità non vanno quasi mai a braccetto, anzi, vi sono fiumi di letteratura sulle diverse attitudini che gli individui sviluppano a seconda che abbiano l’una o l’altra di queste caratteristiche.

Negli anni ’80 due ricercatrici dell’università di Torino osservarono alcune dinamiche imprenditoriali nel settore dell’elettronica sino a scrivere un interessante libro intitolato “la sindrome di Archimede”.

Nella prefazione esse sostengono come l’ingresso del lavoro tecnico-scientifico nei laboratori di ricerca e negli uffici di progettazione delle grandi aziende, ovvero l’interesse che in quegli anni dimostrano molte organizzazioni verso lo sviluppo dei cosiddetti knowledge workers o lavoratori della conoscenza, generi, di sovente, l’entrata in contraddizione degli obiettivi professionali dei tecnici con gli obiettivi economici del management.

I modelli organizzativi prevalenti nelle grandi aziende si mostrano infatti poco adeguati all’esercizio di attività innovative e ciò è tanto più amplificato quanto più è strutturata l’organizzazione aziendale e l’attività produttiva.

Questa tensione ha generato, negli anni ’70 ed ’80 in presenza di un forte sviluppo del mercato dell’automazione in Italia, una mobilità di tecnici usciti dalle grandi aziende elettroniche per mettersi in proprio, per dar vita cioè ad attività produttive in cui la ricerca abbia un posto centrale.

Se tornassimo solo qualche decennio indietro, rispetto ad allora, e ci trasferissimo a Braunschweig, non faremmo grande fatica a trovare una forte similitudine con il caso di Franke e Heidecke con l’avvio della loro iniziativa imprenditoriale che darà poi vita alla produzione della Rolleiflex.

La sindrome di Archimede ha tuttavia risvolti non sempre positivi poiché determina, in alcuni casi, una tale concentrazione delle energie nella ricerca di nuove soluzioni e nuovi prodotti da far perdere di vista la sostenibilità economica delle imprese pur costruite sulla base di brillantissime idee.

Quando negli anni ’50, a seguito della prematura scomparsa di Paul Franke, l’azienda si trovò interamente nelle mani di Heidecke, prevalse la sindrome di Archimede, sino all’epilogo descritto negli articoli sulla storia di Rollei.

Gli anni ’50 furono peraltro anni di grande fermento nel settore della produzione di fotocamere: nel medio formato, accanto a modelli consolidati come appunto le biottiche, si andava sviluppando una nuova serie di fotocamere tra le quali, in anticipo sui tempi della concorrenza, quelle progettate e realizzate in Svezia da Victor Hasselblad.

Hasselblad è, a mio avviso, uno dei pochi casi, nell’ambito della storia dell’industria fotografica del ‘900, che è possibile citare come esempio di creatività e razionalità concentrate in un unico individuo. Per questa ragione attorno a questa figura si è sviluppato, soprattutto dopo la sua scomparsa, un grande interesse, anche in ragione della grande eredità che egli ha lasciato nella fondazione Erna e Victor Hasselblad finanziata dalla vendita dell’azienda, realizzata pochi anni prima di morire. Azienda tutt’ora attiva nella produzione di fotocamere.

Fu infatti un grande anche nel modo con cui uscì di scena.

Victor Hasselblad, nasce in Svezia a Göteborg l’8 marzo del 1906, da una famiglia che ha radici consolidate nell’importazione e commercio di materiale fotografico ed in particolare, già dal 1890, dei prodotti dall’americana Eastman. Nel 1908 viene fondata dal nonno di Victor Hasselblad, Arvid Viktor, egli stesso fotoamatore, la Hasselblad Fotografiska AB, dedicata all’importazione e commercializzazione di prodotti legati alla fotografia.
Victor prenderà dal nonno la stessa passione che coltiverà con grande interesse per tutta la vita unitamente a quella per le scienze naturali e per l’ornitologia.

Alla morte dell nonno succede alla guida delle aziende di famiglia il figlio Karl Erik, padre di Victor, che tuttavia ha altri interessi e non valuterà mai positivamente le attitudini di Victor, sino ad allontanarlo gradualmente dalla gestione delle imprese di proprietà degli Hasselblad, preferendo il figlio più giovane avuto in seconde nozze.

Le aziende di famiglia, in particolare la Hasselblad Fotografiska AB, consentono comunque a Victor di disporre di una grande quantità e varietà di materiale fotografico utile per e la sua grande passione per l’ornitologia che da subito gli aveva fornito l’occasione per avvicinarsi al mondo della fotografia.

Il progetto quindi di una fotocamera che consentisse l’uso di pellicole di formato adeguato, di ottiche di lunga focale, di tempi veloci e di messa a fuoco rapida e precisa era probabilmente nei pensieri di Victor Hasselblad ben prima della guerra quando, ad esempio, negli anni ‘30, pubblica un libro interamente dedicato a foto di uccelli ripresi, come lo stesso autore dichiara, con una fotocamera Leica. Nella presentazione del libro, che costituisce oggi una assoluta rarità nell’ambito del collezionismo Hasselblad, l’autore non risparmia qualche considerazione critica ai limiti del formato utilizzato e alla qualità delle immagini ottenute.

Messo sempre più ai margini nell’azienda di famiglia a vantaggio del fratellastro, decide di aprire nel 1937, con l’aiuto della moglie, una negozio di articoli fotografici dove espone e vende anche le sue foto. La presenza al suo fianco della moglie Erna sarà una costante per tutta la vita di Hasselblad.

Victor coltiva anche la passione per la meccanica fine e la situazione bellica ormai imminente gli offre l’opportunità di metter alla prova il proprio talento. L’aviazione Svedese ha in quel periodo necessità di dotare i caccia SAAB B-17 di una fotocamera per i rilevamenti durante le missioni.

L’isolamento della Svezia determina la necessità di cercare una soluzione all’interno dei confini nazionali e il nome Hasselblad, già noto, farà si che l’aviazione si rivolga a lui per commissionare la nuova fotocamera. Hasselblad si metterà al lavoro con passione, aprendo una piccola officina a reclutando le maestranze. Nascono nei primi anni ’40 macchine per fotografia aerea che conterranno le soluzioni poi adottate nel dopoguerra con la presentazione della 1600F.

l’isolamento causa anche una forte crisi delle aziende della famiglia Hasselblad che avevano nell’importazione e distribuzione di prodotti provenienti dall’estero la principale fonte di reddito. Il destino vuole che alla fine della guerra il fratellastro di Victor, rimasto al timone delle imprese, convinca gli altri fratelli a vendere in buon ordine le proprietà.

Victor non condivide la decisione dei fratelli e, sempre con l’aiuto di Erna, rileva la già citata società Hasselblad Fotografiska AB che costituirà il nuovo punto di partenza dell’attività, attraverso anche il rinnovo dell’accordo con la Eastman per la distribuzione dei prodotti Kodak in Svezia e con la società Willoughby grosso distributore negli USA di prodotti fotografici.

Inizia anche a pensare seriamente alla realizzazione di un nuovo progetto. Non è semplice comprendere da cosa Hasselblad trasse ispirazione. Molteplici sono gli spunti. Dalle fotocamere per riprese aeree sviluppate nel corso della guerra, dalle quali deriva la caratteristica dei dorsi, degli obiettivi intercambiabili e della compattezza. Da alcune fotocamere prebelliche, quali ad esempio le Exakta 6×6 o le Primar Reflex per il formato e la visione reflex con l’inquadratura dall’alto.

La necessità, che per la sua passione per l’ornitologia l’otturatore avesse tempi rapidi, lo spinse a sviluppare un dispositivo con una tendina in acciaio che arrivava sino ad 1/1600 di secondo, un valore record per l’epoca.

Siamo nel 1947 e a Göteborg si lavora alacremente al nuovo prototipo. Le buone relazioni con Kodak fanno si che la produzione delle ottiche venga affidata alla casa statunitense mentre il resto della fotocamera e degli accessori sono prodotti in Svezia. La Sandvik fornisce per le tendine una lamina d’acciaio di solo 0,016 mm, più sottile dello spessore di un capello che è di 0,07 mm.

Nel libro su Victor Hasselblad, pubblicato dopo la sua scomparsa avvenuta il 5 agosto del 1978, viene riportato un passaggio che qui cito testualmente e che descrive il giorno della presentazione a New York nel 1948 della 1600F che all’epoca era poco più che un prototipo: “Fu più la curiosità che l’aspettativa di qualcosa di nuovo a far confluire il 6 ottobre del 1948 una ventina dei più quotati fotogiornalisti del mondo all’Athletic Club di New York. Uno sconosciuto svedese, con non meglio definiti rapporti con le società Willoughby e Kodak li aveva invitati ad una conferenza stampa nella quale avrebbe presentato loro una nuova fotocamera. Ebbene quello che si offriva ai loro occhi era veramente qualcosa di nuovo”.

I motivi del successo che ne seguì dipendono da vari fattori rispetto ai quali Victor Hasselblad è stato assolutamente protagonista.

In primo luogo dalla passione per la fotografia e per la ricerca di un prodotto d’eccellenza.

In seconda battuta da una esperienza commerciale e tecnica che consentirà ad Hasselblad di superare le fasi più critiche.

Da ultimo la scelta del mercato di lancio del suo prodotto. Al grande eco del marchio Hasselblad contribuì certo la scelta iniziale di presentare e commercializzare i prodotti oltre oceano. A partire dal nome delle fotocamere che fu deciso negli Stati Uniti.

Il resto è storia.

Massimiliano Terzi.

Bibliografia e sitografia: Hasselblad, libro dedicato a Victor Hasselblad, Evald Karlsten; Rivista Hasselblad, brochure e documentazione tecnica Hasselblad.; M.L. Bianco, A. Luciano, La sindrome di Archimede, Il Mulino 1982.

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