Una misteriosa Rolleiflex americana

Tempo fa mi sono imbattuto in una Rolleiflex 2.8E piuttosto malconcia chi mi ha colpito subito.

In primo luogo per essere passata tra le mani di un improvvido riparatore che nel maldestro tentativo di smontare il gruppo ottico posteriore, immagino per pulirlo, aveva fatto un bel “sette” su una delle lenti.

A questo punto, chi tra gli affezionati lettori di SENSEI non si sarebbe preso cura di una creatura, già di una certa età, che aveva subito uno così crudele maltrattamento?

Una seconda caratteristica che mi aveva incuriosito era la targhetta incollata sul dorso della fotocamera recante la scritta “Willoughby Photography”.

Scala di messa a fuoco in piedi, targhetta che ricordava il nome di un famoso importatore d’oltre oceano, insomma una Rolleiflex americana.

E allora, riavvolgiamo come sempre il nastro della storia.

Tra i mercati di sbocco delle biottiche di Braunschweig vi fu da subito quello americano, ciò grazie alle conoscenze e all’esperienza  da Paul Franke. Sappiamo infatti che Franke oltre ad aver lavorato in Voigtlander dove incontrerà per la prima volta Heideke, diventerà nel 1912 direttore commerciale di Spezialfabrik für Zielfernrohre Géhard produttore di cannocchiali e ottiche di mira che aveva negli Stati Uniti il suo più importante mercato di esportazione.

La grande diffusione di questa fotocamera portò dunque nel primo decennio di produzione al raggiungimento della ragguardevole cifra di quattrocentomila pezzi prodotti tra Rolleiflex e Rolleicord.

Alla fine della seconda guerra mondiale Braunschweig si trovò nella zona sotto il controllo inglese e i limitati danni alle linee produttive consentirono un rapido riavvio delle attività cosicché, già dal 1947, venne ripreso il lancio di nuovi modelli con la Rolleicord II dello stesso anno, con la Automat X e la 2.8A del 1949.

La 2.8A inaugurava la serie di biottiche con obiettivo più luminoso introducendo, dapprima con il modello A, il Tessar 2.8, con il successivo e raro modello B del 1952 il Biometar 2.8,  poi dallo stesso anno con il modello C il Planar e lo Xenotar, quest’ultimo prodotto da Schneider.

Nel 1955 uscì il modello D sempre con il corredo di ottiche.ottiche del precedente modello C.

L’anno successivo, siamo nel 1956, verranno presentati due modelli che segnano un nuovo salto qualitativo nella produzione Rolleiflex, grazie all’introduzione di alcune varianti che caratterizzeranno poi anche le versioni successive.

Questi due modelli sono la Rolleiflex 3.5E e la 2.8E, entrambe dotate di predisposizione per l’esposimetro incorporato ma non accoppiato come invece avverrà sul successivo modello F.

Prodotta dall’ottobre del 1956 al settembre del 1959, la 2.8E, codice interno di produzione K.7 E, montava anch’essa come obiettivo di ripresa l’80 mm Planar o Xenotar entrambi con schema ottico a cinque lenti.

Una terza peculiarità è rappresentata dall’ottica marchiata Carl Zeiss Planar a testimonianza del fatto che la Carl Zeiss occidentale aveva all’epoca già ottenuto per il mercato statunitense la possibilità di utilizzare il marchio.

Sulle fotocamere di quegli anni, è possibile trovare ottiche marchiate Opton, logo utilizzato dalla Zeiss di Oberkocken nei mercati dove non era possibile utilizzare il marchio Carl Zeiss per la diatriba giudiziaria in corso con la Zeiss orientale, vicenda che si risolverà definitivamente solo all’inizio degli anni ’70.

Da allora la Zeiss occidentale poté utilizzare il marchio Carl Zeiss in esclusiva costringendo quindi i cugini filosovietici a marchiare le ottiche con la scritta Aus Jena come capita di vedere ad esempio sui più recenti Biometar per Pentacon Six.

L’aspetto che comunque mi ha più incuriosito è che questo esemplare di Rolleiflex 2.8E, verosimilmente prodotto nel 1957, riporta la scritta Willoughby che ricorda la ragione sociale del commerciante statunitense che dal 1948 fu l’importatore Hasselblad per gli USA.

Le pubblicità apparse sulle riviste americane nella prima metà degli anni ’50 vedono però Burleigh Brooks come importatore Rolleiflex, come testimoniato da questa pubblicità tratta da un numero di Popular Photography del 1954 comunque antecedente all’anno di produzione dell’esemplare in discussione.

Questo fatto non costituisce di per sé una particolare notizia, giacché non sono sufficientemente note le politiche di esportazione della Franke e Heidecke in quegli anni. Non è raro infatti trovare le biottiche di  Braunschweig con incisioni di differenti importatori, piuttosto che di singoli rivenditori, anche nell’ambito della stessa nazione.

Tornando alla nostra 2.8E a stelle e strisce, non deve quindi poi tanto meravigliare che l’importatore Hasselblad negli USA abbia potuto trattare, occasionalmente o meno, anche Rollei.

Per le Rolleiflex sono stati scritti fiumi di inchiostro sui modelli e sulle varianti e purtroppo pochissimo è stato scritto sulla storia industriale e commerciale del marchio.

Ma a questo punto si infittisce il mistero.

Di norma l’importatore Willoughby che disponeva di uno dei più grandi negozi di fotografia a New York, non marchiava le Hasselblad con il proprio logo, logo che oltretutto nella ragione sociale veniva riportato con una “s” finale.

A questo punto perché dovrebbe aver marchiato una Rolleiflex, peraltro con un inusuale nome come  “Willoughby Photography”?

Questo marchio è stato invece utilizzato da Robert Hanley in arte Bob Willoughby, 30 giugno 1927 – 18 dicembre 2009, fotografo americano.

Una seconda ipotesi dunque è che questa fotocamera derivi da uno dei corredi di questo fotografo.

Bob Willoughby è considerato un pioniere della fotografia di scena. Fu infatti il primo fotografo ad essere assunto dagli studi cinematografici di Hollywood per catturare sul set i momenti della produzione dei film.

La sua carriera ebbe inizio quando nel 1954 la Warner Bros. gli chiese di fotografare Judy Garland sul set del film “è nata una stella” diretto da George Cukor.

Sono famosi gli scatti dedicati a Frank Sinatra, Marilyn Monroe , Elvis Presley o Audrey Hepburn, giusto per citare qualche esempio, che introdussero una nuova formula con la quale le star del cinema sarebbero state da allora ritratte.

Le immagini scattate da Willouhby sono raccolte sul sito dedicato al fotografo americano e gestito dal figlio Christopher con il quale sono in contatto per appurare se questa fotocamera fosse effettivamente tra quelle utilizzate dal padre.

Al di là di quanto emergerà da questo approfondimento, resta il fascino del mistero che ammanta questo esemplare e i contributi dei lettori di SENSEI che avessero qualche elemento utile a definire la storia di questa fotocamera saranno come sempre bene accetti.

Massimiliano Terzi

 

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