una Rondine (Ferrania) fa primavera

Approfittando dell’arrivo della primavera ritorno su uno dei modelli più interessanti della produzione Ferrania della fine degli anni ’40 che ha, rispetto a questa stagione, un nome evocativo.

La Ferrania Rondine ha inoltre, dal mio punto di vista, un notevole significato nell’ambito dell’industria fotografica italiana del secondo dopoguerra.

Quella che agli occhi di un appassionato o di un collezionista risulta un simpatico e colorato box per pellicola 127 è anche il simbolo dell’ingegnerizzazione di un intero processo che partì dal progetto sviluppato con il principio “massima semplicità massima precisione”.

Questa fotocamera nacque in un periodo nel quale erano ancora forti le restrizioni dovute all’imminente fine del secondo conflitto mondiale ed a maggior ragione lo studio tecnico di soluzioni per minimizzare i costi di produzione, e l’elaborazione di una interessante campagna di comunicazione si rivelarono le chiavi di successo aprendo una prospettiva nuova alla produzione degli apparecchi a marchio Ferrania.

Nella seconda metà degli anni ’40 ci fu in Italia un notevole fiorire di iniziative imprenditoriali nel campo della costruzione di apparecchi fotografici, iniziative che purtroppo difficilmente varcarono la seconda metà degli anni ’50. Tra questi si trovano fotocamere nate da idee originali ed innovative, spesso in contesti artigianali che non riuscirono a superare il confronto con il mercato sia in termini di continuità di produzione sia in termini di capacità di strutturare la distribuzione del prodotto a condizioni economicamente sostenibili.

Non fu mai o quasi mai, una questione di mezzi finanziari quanto di organizzazione dell’attività produttive e distributive a determinare il tramonto di idee uniche per l’epoca.

Negli articoli sulla storia della Rectaflex ho ripercorso le ragioni che portarono alla chiusura degli impianti produttivi romani nonostante questa fotocamera fosse all’epoca della presentazione, avvenuta nel 1947, molto avanti rispetto al resto degli apparecchi 35 mm.

Del resto, è ben vero che la Rectaflex ma anche la San Giorgio Janua o la Ducati Sogno giusto per citarne alcune, appartenevano ad una complessità costruttiva del tutto diversa rispetto alle fotocamere prodotte da Ferrania.

Resta il fatto che semplice o complesso che fosse l’apparecchio, il percorso per realizzarlo e venderlo richiedeva il compimento delle medesime operazioni, il cui fallimento o la cui mancanza si rivelarono in molti casi deleterie.

L’approccio, che troviamo in Ferrania anche per i modelli successivi alla Rondine, non fu quindi seguito, almeno in questi termini, dall’industria fotografica italiana di quegli anni. Prova ne è che Ferrania rimase sul mercato con i propri apparecchi sino alla metà degli anni ’70 quando ormai la tempesta perfetta si era scatenata nell’intero settore con la progressiva affermazione dell’industria giapponese.

Si può quindi ben affermare che la Rondine fu dal punto di vista di prodotto, il più giapponese dei modelli italiani di quegli anni e cercherò ora di spiegare il perché di questa mia affermazione.

Come ho già avuto modo di osservare, la prerogativa dell’industria giapponese in generale e di quella fotografica in particolare, fu quella di comprendere con largo anticipo che il vantaggio competitivo non stava solo nel produrre beni di qualità ma di farlo nell’ottica del consumatore finale, in un mercato, come quello del dopoguerra, in pieno sviluppo.

Molto spesso invece i progetti imprenditoriali di quegli anni nacquero con la prerogativa di celebrare la buona idea che li aveva animati nella speranza che proprio perché buona, i potenziali acquirenti vi avrebbero aderito acquistando gli apparecchi.

Ma è ben noto come questo principio possa resistere solo in una condizione di scarsa concorrenza e di piena soddisfazione degli acquirenti, condizioni queste che sono di norma minate dall’ingresso di nuove imprese che offrono prodotti simili e da un inefficiente servizio post-vendita.

L’industria nipponica, che di scarsità di risorse ne sapeva qualcosa, non ci mise pochi anni per affermarsi: almeno per quella fotografica ci volle almeno un decennio perché si intravedessero i primi segnali distintivi, identificabili con l’uscita nel 1959 della Nikon F, ed altri vent’anni buoni perché si giungesse alla piena affermazione.

Sappiamo poi che i Giapponesi non arrivarono a realizzare prodotti originali in un solo passaggio, ma iniziarono per lo più copiando le industrie occidentali cercando di migliorare il prodotto e realizzando un modello industriale sempre più attento ai temi di efficienza di costo e di miglioramento della qualità.

Eccoci quindi a Milano ad inizio del 1948 quando a dirigere lo stabilimento Ferrania di Via Contardo Ferrini fu chiamato un personaggio a noi ormai ben noto: l’Ing. Ludovico D’Incerti.

D’Incerti, ne ho già fatto cenno, era un Ingegnere industriale che aveva maturato una venticinquennale esperienza prima in Lancia e poi in Magneti Marelli, dopo essere approdato nel 1947 alla Motta di Milano dove apportò notevoli miglioramenti ai processi dell’organizzazione produttiva di quella che di lì a poco diventerà un delle più importanti aziende dolciarie italiane.

Ecco come Ludovico D’Incerti commenta nella sua autobiografia l’arrivo alla Motta: “Ebbi subito modo di convincermi, contro i miei precedenti dubbi, che un’industria alimentare non era poi nel suo complesso molto diversa da quelle destinate a produrre, per esempio, apparecchiature meccaniche. Anche se le materie prime erano zucchero, farina o cacao invece che lamiere o trafilati metallici, i problemi del rifornimento, della programmazione, della lavorazione, della vendita erano sostanzialmente i medesimi; identico rimaneva il compito fondamentale: quello di trasformare materie prime in prodotti finiti, per realizzare un profitto.”

L’Ing. D’Incerti inizia il lavoro alla Società Anonima Apparecchi Ferrania ai primi di gennaio del 1948. Lo stabilimento, sappiamo, era sorto accanto a quello dove un tempo aveva avuto sede la fabbrica di lastre Cappelli, assorbita poi dalla Ferrania e si mette subito al lavoro alla progettazione del primo apparecchio fotografico ideandolo e disegnandolo di persona affidando poi all’ufficio tecnico lo sviluppo dei singoli particolari.

Usando le parole di D’Incerti contenute nella sua biografia, egli descriveva la Rondine come portatrice di un’autentica rivoluzione.

Era di linea completamente nuova, col corpo d’alluminio lavorato secondo i criteri della meccanica di precisione; aveva un obiettivo di struttura semplice, ma calcolato con rigore e munito del dispositivo di messa a fuoco; l’otturatore permetteva anche la fotografia a luce lampo, che in quel tempo era stata resa possibile dalle speciali lampadine. Nuova era anche la veste esteriore, prevista, in luogo del solito nero, in quattro diversi piacevoli colori, che davano modo specialmente alle signore di scegliere l’apparecchio secondo il gusto personale.

Dalla sintesi del racconto di Ludovico D’Incerti sulla Rondine si ha modo di comprendere le principali fasi del progetto che riepilogo di seguito.

Identificazione del target di potenziali acquirenti, differenziazione dell’offerta

Secondo gli accordi intercorsi con la direzione commerciale della Ferrania, commenta D’Incerti, alla quale era riservata la vendita, si trattò di un modello destinato ai dilettanti di non grandi esigenze, presso i quali in particolar modo si voleva diffondere la fotografia. Per questa categoria sino a quel momento erano state previste unicamente le cosiddette «cassette» a fuoco fisso, con le quali tutt’al più si potevano ottenere immagini appena accettabili.

La Rondine si rivolgeva quindi ad un pubblico di fotografi alle prime armi con limitate capacità economiche ed era disponibile in cinque colorazioni ed in tre versioni susseguitesi a breve tempo l’una dall’altra.

Il modello A senza ghiera di messa a fuoco, il modello B con ghiera di messa a fuoco che andava da 2,2 metri ad infinito ed il modello BF identico al modello B con l’aggiunta della sincronizzazione flash.

È curioso osservare come all’inizio del 1949 fu annunciato sulla rivista Ferrania l’arrivo di un modello semplificato della Rondine, denominato Colibrì, in sostanza identico alla versione B ma senza il mirino sportivo.

Questo modello che doveva appartenere ad una fascia di prezzo ancor più economica rispetto alla Rondine non vide però mai la luce. Intervenne nel frattempo il buon successo commerciale della fotocamera che suggerì probabilmente di non commercializzarne una versione più economica la cui differenza rispetto al modello base, ovvero la mancanza del mirino sportivo, era risibile.

Campagna di comunicazione

La campagna, della quale D’Incerti volle riservarsi le direttive, fu attentamente studiata.

Seguendo uno stile già in uso al quale fece ricorso anche Leitz già negli anni ’30, fu stabilito di dare una pratica dimostrazione delle effettive possibilità del nuovo apparecchio chiamando a collaborare a questa idea quattordici dei migliori fotografi italiani di quel tempo, professionisti o vincitori di concorsi internazionali.

Fu affidata loro una Rondine di serie con preghiera di ricavare con essa delle fotografie, senza porsi alcuna limitazione.

Non poco incuriositi, accolsero tutti cortesemente l’invito, e giunsero così decine e decine di immagini tecnicamente ottime e anche di notevole valore artistico. Vi erano persino fotografie a colori, che ancora costituivano una novità ed erano ritenute impossibili senza un obiettivo di grande apertura per via della limitata sensibilità delle pellicole.

Furono selezionate sessanta di queste immagini da riprodurre in un elegante volumetto intitolato “Con una piccola Rondine”, che fu largamente diffuso, e che fu poi ristampato in successive edizioni.

Anche la scatola dell’apparecchio, per la quale fu lo stesso D’Incerti a disegnare la rondine in volo, fu oggetto di molte cure.

Il risultato fu superiore alle più ottimistiche previsioni.

La piccola Rondine, nata dal concetto “massima semplicità, massima precisione” prima ricordato, prese davvero il volo e giunse gradita anche oltre oceano.

Negli Stati Uniti fu scelta in esclusiva dai grandi magazzini Macy’s e la sua pubblicità apparve a piena pagina persino sul New York Times.

Razionalizzazione della produzione

Usando sempre le parole dell’Ing. D’Incerti, sappiamo che sulla scia del fortunato inizio, la produzione proseguì sempre più sicura, mentre l’organizzazione in fabbrica andava completandosi e perfezionandosi.

Ai modelli semplici seguirono apparecchi più complessi, sino a giungere a quelli di elevata classe.

Oltre al criterio della precisione, vi era un solo modo per reggere il confronto con la concorrenza germanica, forte di una lunga tradizione, che stava rapidamente riprendendosi, e con quella americana e giapponese sostenute da colossali industrie: studiare soluzioni ottiche e meccaniche nuove, per le quali il nostro spirito inventivo era particolarmente indicato. Ne derivarono parecchi importanti brevetti.

Anche nei più sofisticati modelli progettati a Milano in quegli anni vi è sempre la radice comune di produrre su vasta scala apparecchi di qualità ottimizzando le componenti produttive.

La scelta di realizzare i corpi in lega pressofusa, prodotti dalla SIMI di Milano, e di standardizzare le componenti base, un esempio sono i corpi dei modelli Ibis ed Astor, consentì di metter a segno rilevanti economie di scala e di semplificare il processo produttivo.

In questa prospettiva, l’impianto di Milano si attrezzò anche per fabbricare tutti i pezzi metallici necessari per la Ferrania, quali i rullini e i caricatori per pellicole e per film cinematografici, le bobine, le scatolette di ogni tipo. Questo lavoro più semplice, ma rilevante come quantità, dava modo di ridurre la percentuale delle spese generali, favorendo in tal modo la vendita degli apparecchi.

Sempre nella sede milanese prese il posto qualche anno dopo il laboratorio di sviluppo delle pellicole a colori Ferrania che avevano il trattamento compreso nel prezzo di vendita, come testimoniato da questa immagine proveniente dal Ferrania Film Museum grazie ad Alessandro Bechis.

Per la rondine furono predisposti anche accessori quali le lenti per riprese a distanza ravvicinata, i filtri oltre al flash e alla borsa pronto. Fu anche predisposta una elegante confezione in cartone che ospitava la fotocamera il flash, la borsa e le istruzioni.

Tra gli accessori mai commercializzati vi è questo dispositivo per la verifica e la taratura della messa a fuoco che proviene dal materiale appartenuto a Ludovico D’incerti.

La Rondine è una fotocamera utilizzabile ancora oggi con eccellenti risultati.

Nel presupposto di poter ottenere rulli 127 da pellicola 120, come ho mostrato in questo articolo, è preferibile usare, per scatti in piena luce, una pellicola a bassa sensibilità come la Rollei RPX25.

In alternativa e con le stesse condizioni di ripresa, è possibile usare una pellicola 100 ASA in abbinamento, ad esempio, ad un filtro arancione o ad un filtro ND -2.

Per regolare la corretta esposizione in diverse condizioni di luce occorre considerare che la Rondine ha un’ottica con diaframma fisso di 8,8 ed un tempo di scatto fisso di 1/75 di secondo.

A dispetto delle piccole dimensioni e del formato compatto questa fotocamera restituisce 8 fotogrammi 6×4 che consentono buoni ingrandimenti in relazione anche alla semplicità dell’ottica costituita da una sola lente.

Sulla base della mia esperienza posso ben affermare che la Rondine è tra le migliori fotocamere box che abbia provato in termini di resa e precisione.

E come sempre… buon divertimento a tutti!

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

Bibliografia:
D’Incerti L., Carriera e fortuna, Mario Bazzi Milano, 1974

Le immagini della fotocamera e dell’accessorio per la taratura della messa a fuoco sono per gentile concessione di Antonello Natale.
L’immagine della fabbrica di Milano di Via Contardo Ferrini è per gentile concessione di Arrigo Ubertone.
Le immagini ottenute con la Rondine sono dell’autore.

 

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