La storia delle biottiche Mamiya si inquadra nel più ampio contesto delle copie Rolleiflex e Rolleicord che ebbero grande sviluppo in Giappone nel secondo dopoguerra per opera di numerose aziende nipponiche che ripresero o avviarono in quel periodo la loro attività nel settore ottico fotografico.

L’elevato numero di biottiche prodotte sino a tutti gli anni ’50 fu in un certo qual modo indotto dalle politiche di importazione negli Stati Uniti il cui vasto mercato aveva necessità di nuovi prodotti a prezzi vantaggiosi.

La richiesta di copie delle famose TRL di Braunschweig da parte del mercato americano fu quindi uno, se non il principale, propulsore dello sviluppo di nuovi modelli ispirati originariamente in toto alle sorellastre tedesche e poi distintisi per la necessità di far fronte alle azioni legali promosse dalla Franke e Heidecke a difesa dei numerosi brevetti che coprivano i loro prodotti.

L’approccio disinibito, almeno sino a metà anni ’50, dei produttori giapponesi che attinsero senza grandi remore ai prodotti tedeschi copiandoli, in alcuni casi, in modo pressoché totale, fu con buona probabilità motivato dal fatto che originariamente il grande successo delle copie Rollei non era previsto nelle dimensioni palesatesi poi almeno sino ad inizio del decennio successivo.

Le prime avvisaglie di questo fenomeno finirono addirittura per compiacere i due soci tedeschi: un aneddoto narra che Paul Franke ricevette già nel 1946 alcune copie Rolleiflex da parte di un ufficiale dell’esercito inglese sotto il cui controllo ricadeva il territorio di Braunschweig. In quel frangente Franke giudicò interessanti questi prodotti che erano la riprova di quanto la fama delle loro biottiche fosse ben radicata anche nei più remoti mercati.

Nel giro di qualche anno tuttavia l’azienda prese coscienza della reale minaccia che si stava palesando ed alimentò il sistema di miglioramento continuo della loro produzione facendo così degli anni ’50 il periodo più amato per i collezionisti e gli appassionati Rolleiflex.

Parallelamente promosse, laddove possibile, cause contro la violazione dei propri brevetti.

Come fu per le Rolleiflex e le Rolleicord, il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 segnò una netta flessione nelle vendite di biottiche, fatto questo che portò molti produttori orientali ad interrompere la commercializzazione delle loro TLR.

Mamiya da questo punto di vista fu un’eccezione.

La produzione delle biottiche Mamiya parte a fine anni ’40 dalla Mamiyaflex Automat A, modello con il quale la casa giapponese propone una fotocamera che, pur ispirandosi nelle forme alle note TLR tedesche, aveva soluzioni nella meccanica e nel funzionamento del tutto originali.

estratto dal brochure Mamiya di inizio anni ’50 in lingua giapponese

Il primo modello Mamiyaflex ha inoltre la particolarità, come del resto accade per la Mamiya SIX, di adottare ottiche Zuiko prodotte da Olympus.

Alla Mamiya SIX e alla storia del marchio ho dedicato questo articolo.

Dalla Automat A prende il via una fortunata saga di apparecchi, culminata nella serie di modelli C330 Professional, che arriverà sino agli anni ’90.

estratto dal libretto di istruzioni della Mamiyaflex Automatic

Ben oltre quindi il definito abbandono del mercato delle biottiche da parte degli altri produttori giapponesi, Yashica esclusa.

Il percorso che va dalla Mamiyaflex Automat A alla Mamiya C330s racconta quindi l’evoluzione massima del concetto di reflex biottica.

Nei primi anni ’50 Mamiya produce i primi modelli di biottica che per quanto innovativi seguivano il solco della tradizione inaugurata a Braunschweig alla fine degli anni ‘20: ottica fissa, trasporto automatico del film, otturatore centrale, blocco contro le doppie esposizioni. Con la serie C, Mamiya porta la biottica in un territorio quasi unico: quello della macchina medio formato a sistema, con ottiche intercambiabili e messa a fuoco ravvicinata.

Le biottiche Mamiya sono dunque storicamente importanti perché rappresentano il tentativo più riuscito di superare i limiti strutturali della TLR senza abbandonarne i vantaggi fondamentali quali la silenziosità, il formato quadrato su pellicola in rullo 120, la visione continua sul vetro smerigliato e la qualità del negativo medio formato.

Mamiyaflex Automat, a sinistra, a confronto con la Mamiyaflex C2, a destra, dotata di prisma a specchi Porroflex prodotto da Nippon Kogaku

Dopo la Mamiyaflex Automat A, la linea evolve con la Mamiyaflex B, uscita nel 1956. Questo modello usa pellicola 120, formato 6×6, obiettivi fissi Sekor 75 mm f/3,5 e otturatore centrale Seikosha con tempi da 1 s a 1/500 s più B.

Da questo modello quindi la produzione di obiettivi viene curata direttamente da Mamiya.

Le Mamiyaflex Automat restano però macchine a ottica fissa. La focale normale di 75 mm, è molto versatile nel formato quadrato, ma non permette realmente, nonostante la possibilità di croppare le immagini senza una significativa perdita di qualità, di passare da inquadrature grandangolari a tele.

La soluzione Mamiya è dunque radicale: rendere intercambiabile l’intero gruppo di doppie lenti.

La Mamiyaflex C nasce a metà degli anni Cinquanta e viene proposta inizialmente con ottiche da 80, 105 e 135 mm.

A differenza di quasi tutte le TLR, nella Mamiya C il gruppo frontale comprende due obiettivi solidali ed identici: quello superiore per la visione e quello inferiore per la ripresa. Il gruppo viene montato e smontato come unità unica.

Questo a differenza della maggior parte delle biottiche ad ottica fissa nelle quali l’ottica di mira ha uno schema ottico semplificato rispetto a quella di ripresa.

Tecnicamente è una soluzione complessa ma interessante: l’obiettivo superiore mantiene la corrispondenza di focale per il mirino; l’obiettivo inferiore contiene diaframma e otturatore centrale; ogni gruppo ottico intercambiabile ha il proprio otturatore; una paratia interna al corpo macchina consente il cambio ottica senza far prendere luce alla pellicola.

estratto dalla brochure della Mamiya C330 con ritratto il gesto di sostituzione dell’ottica; la clip cromata di trattenuta della piastra con i due obiettivi caratterizza tutta la serie C, dal primo modello del 1956 sino alla C330 uscita di produzione nel 1994

Questo trasforma la biottica da sistema chiuso, ancorché versatile, a sistema medio formato.

La serie Mamiya C viene ricordata per tre elementi tecnici principali: ottiche e mirini intercambiabili, messa a fuoco a soffietto e percorso pellicola rettilineo e resta in produzione dal 1956 circa fino al 1994, un periodo lunghissimo per una TLR.

La Mamiyaflex C2 viene introdotta nel 1958 e aggiunge una seconda manopola di messa a fuoco sul lato sinistro. Contestualmente la gamma ottica si espande con focali come 65 e 180 mm.

Con la Mamiya C3, introdotta nel 1962, il nome “Mamiyaflex” viene abbandonato a favore del marchio Mamiya. Il corpo viene aggiornato nello stile e nelle funzioni, e la serie assume un’identità più chiaramente professionale.

La Mamiya C33, prodotta dal 1965, perfeziona il concetto della C3. È parte della linea professionale, più completa e più rapida nell’uso rispetto alle versioni semplificate. Il nuovo modello guadagna rispetto ai precedenti il caricamento dell’otturatore sincronizzato all’avanzamento della pellicola e l’indicazione della variazione della parallasse selezionabile in base all’ottica utilizzata.

senza nulla togliere ai modelli più evoluti della serie C330, trovo da sempre la C33 la miglior soluzione con un buon rapporto qualità prezzo

La C33 perde la compatibilità con le vecchie ottiche su otturatore Seikosha S dei Modelli C e C2.

estratto dalla brochure del 1965 della Mamiya C33

Con la Mamiya C22 nasce la variante più semplice e leggera, derivata concettualmente dalla C2, pensata come opzione meno costosa ma ancora compatibile con il sistema ottico.

La Mamiya C22 evolve nel 1968 nel modello C220 che diventa uno delle versioni più apprezzate perché unisce compatibilità, robustezza e peso più contenuto. È più semplice della C330, ma proprio per questo spesso preferita da chi vuole una TLR meno complessa.

La serie C330, introdotta nel 1969, rappresenta il vertice pratico della serie. È pensata per uso professionale, con migliore ergonomia, trasporto più rapido e si sviluppa nei modelli C330, C330f e C330s.

estratto dalla brochure della Mamiya C330 del 1969

Con la serie C330 viene migliorata la meccanica che nei modelli precedenti vede ancora un largo uso delle leghe di ottone, materiale di maggiore duttilità e lavorabilità ma più soggetto ad usura nel tempo fattore questo spesso causa di malfunzionamenti.

sistema di ricarica della Mamiya C33 con numerose componenti in lega di ottone

Nella genealogia Mamiya C si distinguono dunque due famiglie: la serie “3”, più professionale e ricca di funzioni, e la serie “2”, più semplice o economica. La differenza riguarda soprattutto dotazioni e automatismi, non necessariamente la qualità costruttiva.

In pratica:

•             C3, C33, C330: più complete, più adatte al lavoro professionale e all’uso intensivo;

•             C2, C22, C220: più semplici, spesso più leggere, meno automatizzate.

Molti fotografi ancora oggi preferiscono la Mamiya C220 per la sua essenzialità, mentre la Mamiya C330 è cercata da chi vuole la versione più evoluta e comoda.

In chiusura un breve accenno al problema principale di ogni TLR ovvero l’errore di parallasse.

Il fotografo guarda attraverso l’obiettivo superiore, ma la fotografia viene presa da quello inferiore. A distanze medio-lunghe la differenza è trascurabile; a distanze brevi diventa rilevante. La differenza è inoltre accentuata nelle ottiche grandangolari.

Nelle Mamiya C il problema è complicato dalla messa a fuoco a soffietto, che consente riprese molto ravvicinate che oltre a determinare l’errore di parallasse creano anche una caduta della luce che raggiunge la pellicola per via dell’aumento della distanza tra questa e l’obiettivo.

Il problema è comune qualora si utilizzino con le altre fotocamere soffietti macro.

Per questo la serie C ha a disposizione indicatori, scale e accessori per correggere l’errore di parallasse e per calcolare la compensazione dell’esposizione.

estratto dalla brochure della Mamiya C2 del 1958 con l’illustrazione degli accessori: da notare in terza posizione dall’alto il Paramender, supporto da montare fra il treppiede e la fotocamera per correggere l’errore di parallasse; nonostante dalla C33 in poi la correzione di questo errore sarà presente nel mirino, questo accessorio resterà a catalogo sino all’ultima produzione degli anni ’90

Nel video al termine dell’articolo trovate descritti in modo più articolato alcuni degli aspetti visti sopra.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

una curiosità sulla Mamiyaflex C mostrata nel video

Ho recentemente recuperato un corredo Mamiyaflex C2 acquistato nel 1959 da un parente di un mio caro amico al quale fotocamera ed obiettivi arrivarono in eredità ad inizio anni ’80. Qualche anno dopo utilizzammo questa attrezzatura per alcuni scatti dopo averla fatta per intero revisionare a Massimo Benatti storico riparatore di Milano.

ricevuta della riparazione effettuata da Benatti per un costo complessivo di ben 380.000 lire equivalenti a circa 500 euro odierni

Di seguito alcuni scatti che realizzai a gennaio 1987.

Milano gennaio 1987, gru ponte dell’ex deposito Molini Certosa lungo il Naviglio Pavese all’altezza di Piazza Carrara. La gru è stata poi accidentalmente abbattuta anni fa da un camion che vi transitava sotto con un carico ingombrante.
Mamiyaflex C2, Ilford FP4

Milano gennaio 1987, alzaia Naviglio Grande, Mamiyaflex C2, Ilford FP4

Milano, gennaio 1987, Darsena, Mamiyaflex C2, Ilford FP4

copertina del manuale di istruzioni della Mamiyaflex C2

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