Approfitto della recente pubblicazione su SENSEI delle iniziative legate al Ferrania Film Festival che si terrà in Val Bormida dall’11 al 13 settembre prossimi per tornare sul tema delle cineprese Bolex giacché in occasione della attesa manifestazione ci sarà un laboratorio sull’utilizzo di uno di questi apparecchi svizzeri per il formato 16 mm in collaborazione con WARSHADFILM.

Sempre su SENSEI ho in passato dedicato alcuni articoli sulla produzione Bolex, tra i quali tre puntate sulla storia dell’ideatore della prima cinepresa 16 mm Bolex ovvero Jaques Bogopolsky.

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Tra i miei coetanei in molti potranno testimoniare di essere stati ripresi da bambini con una cinepresa Bolex, generalmente 8 mm, formato che ebbe dal secondo dopoguerra e fino a tutti gli anni ’60 un notevole successo permettendo anche ai meno esperti ed a costi meno impegnativi rispetto al 16 mm, di immortalare i ricordi di famiglia su pellicola cine.

Il formato 8 mm classico denominato anche Double 8 viene lanciato da Kodak nel 1932.

Benché dopo l’avvento nel 1965 del formato Kodak Super 8 il più datato 8 mm fu parzialmente messo in disparte, le vecchie cineprese a molla prodotte a Saint Croix in Svizzera rimasero a lungo in auge e sono ritornate oggi di grande attualità tra coloro che realizzano riprese analogiche.

Nonostante il formato Super 8 sia attualmente in produzione ed abbia dal punto di vista delle dimensioni del fotogramma un vantaggio rispetto all’8 mm, quest’ultimo non tramonta anche per via della maggiore semplicità di produzione essendo di fatto ricavato da un normale 16 mm a doppia perforazione sia nel senso della perforazione presente da ambo il lati sia per la sequenza più fitta dei fori.

Questo perdurare di utilizzo dell’8 mm, FOMA ad esempio produce una versione doppio 8 della Fomapan 100, trova una spiegazione anche nella maggiore longevità delle cineprese dedicate a questo formato, prevalentemente meccaniche e normalmente in grado, anche in assenza di interventi di manutenzione, di fornire ancora buoni risultati.

Le prerogative della longevità e della precisione traggono origine da un’impostazione di funzionamento piuttosto semplice e dall’assoluta mancanza di qualsivoglia alimentazione elettrica che per compatibilità delle batterie e maggiore deterioramento delle componenti fa si che oggi molti degli apparecchi 8 mm e Super 8 alimentati a corrente non siano di fatto più utilizzabili.

esemplare di Bolex D8L del 1957 con lettura esposimetrica TTL – questo modello 8 mm è dotato di tre ottiche su torretta rotante

Le cineprese a funzionamento meccanico sono di norma mosse da un sistema a molla che da un lato le affranca da fonti di alimentazione esterne ma dall’altro ne condiziona la durata di ripresa avendo la molla interna all’apparecchio una limitata autonomia nell’ordine di qualche decina di secondi.

È d’altro canto vero che le riprese in analogico sono decisamente meno lunghe di quelle in digitale soprattutto in ragione della necessità di fare una oculata gestione del film a disposizione anziché tagliare in fase di montaggio.

proporzioni dei formati 16 mm, doppio 8 e Super 8

Basti pensare che una cartuccia Super 8 ha una autonomia di poco più di tre minuti a 18 fotogrammi al secondo ed una bobina di doppio 8 mm da 15 metri dai 4 ai 5 minuti.

Questa differenza trae origine dalla maggiore dimensione del fotogramma del film Super 8 che a parità di cadenza, normalmente 18 fotogrammi al secondo, determina un consumo di film di circa il venti per cento superiore.

Può apparire strano ma il sistema di avanzamento con motore alimentato a molla non nacque per le cineprese ma trovò sviluppo sino dalle origini nella riproduzione musicale dovendo apparecchi come il grammofono garantire una velocità di rotazione costante a prescindere dalla carica della molla, pena le riproduzione distorta del suono.

Non è quindi un caso che le cineprese più affidabili furono storicamente prodotte da un’azienda svizzera che fabbricava grammofoni ed ebbero tra la fine degli anni ’20 e la fine degli anni ’50 un notevole sviluppo nei formati 8 e 16 mm.

I modelli Super 8 marchiati Bolex furono prodotti in Austria da Eumig.

Arriviamo, quindi, alla storia di come un meccanismo prodotto in un recondito centro del Giura svizzero abbia finito per catturare l’anima del Novecento.

La storia della cineprese Bolex non inizia tuttavia tra le montagne svizzere, ma a Ginevra negli anni ’20.

Jacques Bogopolsky, di origine ucraina appassionato di fotografia, progetta e realizza una macchina da presa per pellicola 35 mm leggera, affidabile e accessibile: la Cinégraphe Bol.

brochure di presentazione della Cinégraphe Bol il cui brevetto risale al 1924

Erano abbastanza frequenti a partire dal decennio precedente i tentativi di realizzare apparecchi che sfruttassero la pellicola cine 35 mm per riprese in sequenza, fotogrammi singoli e che alla bisogna potessero anche essere trasformati in ingranditori per la stampa.

Tra i limiti di queste realizzazioni vi era quello dell’autonomia di ripresa che scontava dal un lato le ridotte dimensioni di queste camere e dall’altro la necessità di disporre di una sufficiente lunghezza del film che richiedeva il formato 35 mm anche solo per un minuto di ripresa.

Leica del resto nasce, più di un decennio prima rispetto al suo lancio nel 1926, proprio nel mondo dell’ibridizzazione degli apparecchi tra cinema e fotografia.

Nel 1923 tuttavia Kodak presenta un nuovo formato di pellicola per riprese cinematografiche con larghezza di 16 mm e con esso anche nuove cineprese proiettori maggiormente compatti e trasportabili rispetto agli apparecchi 35 mm.

Ad aumentare è invece l’autonomia di ripresa.

Tra il 1928 ed il 1929 Bogopolsky realizza e produce i primi due modelli di cinepresa Bolex 16 mm rispettivamente denominati A e B.

La Bolex B del 1929 ha già le forme caratteristiche dei successivi modelli e dal 1930 la società Paillard di Sainte-Croix, rileva i brevetti di Bogopolsky riprogettando il meccanismo con carica a molla di trascinamento del film.

raro esemplare di Bolex B che ho la fortuna di possedere nella mia piccola raccolta Bolex; la cinepresa è ancora ben funzionante ed è nella ancor più rara versione con ottica Kern; la Kern di Aarau diventerà il fornitore ufficiale delle cineprese Bolex con qualche piccola parentesi per le focali variabili fornite ad esempio anche da SOM Berthiot

Nasce così nel 1935 il mito H16.

Rispetto alle prime versioni realizzate da Bogopolsky la H16 presenta le seguenti novità:

  • la torretta a tre obiettivi che diviene l’icona visiva della macchina, e permette di passare istantaneamente da un grandangolo a un teleobiettivo con una la semplice rotazione del dispositivo;
  • l’aumento della versatilità: vengono sofisticati rispetto al modello B i sistemi per la doppia esposizione attraverso un display che consente di contare i singoli fotogrammi, ed introdotto il passo uno (stop-motion), aprendo la strada all’animazione e alla sperimentazione;
  • la presenza di un sistema reflex per la messa a fuoco, non coincidente con la pozione di ripresa, per utilizzare il quale occorre ruotare la torretta in modo che l’obiettivo scelto si posizioni sul prisma reflex; prima di effettuare le riprese l’ottica va portata nella posizione originaria.

La Bolex H16 negli anni seguenti si trasforma da strumento tecnico a dichiarazione di indipendenza.

ebbi la fortuna una ventina d’anni fa di girare qualche bobina di K40 prima che Kodak chiudesse l’ultimo laboratorio di sviluppo in Europa che si trovava in Svizzera; nella foto la mia Bolex H16 RX1 con sistema per le dissolvenze incrociate Rexofader; è impressionante come sia semplice ed intuitivo utilizzare questa macchina e come i risultati siano eccellenti anche per chi non ha grande esperienza come fu nel mio caso

Prima di lei, fare cinema richiedeva staticità delle ambientazioni e una complessità di gestione che con la Bolex H16 scompaiono. Un solo operatore può caricare la pellicola e girare un film nel deserto, in cima a una montagna o nel salotto di casa mantenendo una notevole qualità del prodotto finale.

Nel dopoguerra, il formato 16 mm smette di essere considerato “amatoriale” ed esplode la cultura del documentario e del cinema d’avanguardia. La Bolex si evolve: nel 1956 viene introdotto il sistema di visione reflex la cui sigla RX caratterizza i relativi modelli.

Con questo modello Bolex colma un gap rispetto ad altri produttori come, ad esempio, la tedesca ARRI che da tempo dispongono a catalogo di apparecchi reflex.

estratto dalla brochure sulla Bolex H16 Reflex

Con la H16 RX1 viene introdotto l’otturatore ad apertura variabile che consente di realizzare le dissolvenze incrociate in modo semplice ed automatico attraverso l’accessorio Rexofader.

Se il cinema industriale di Hollywood si muove su binari pesanti, il cinema della realtà e della poesia corre a spalla con una Bolex.

Bolex H16 RX4 ultimo modello della serie RX ad avere la limitazione di utilizzo con bobine da 30 metri; dalla RX5 Bolex introdusse la possibilità di montare i magazzini per bobine da 120 metri aumentando così sensibilmente l’autonomia; RX4 ed RX5 montano un mirino reflex ben più ampio e luminoso rispetto a quello dei primi modelli

Si moltiplicano anche le applicazioni di queste cineprese in ambito scientifico e documentaristico.

Tra di esse vi è l’interessante esperienza che vede, a partire dal 1953, con le prime immersioni del batiscafo Trieste e fino alla discesa primato del 23 gennaio 1960 a quasi 11.000 metri di profondità, l’utilizzo di apparecchi Bolex H16 che fecero sempre parte della dotazione strumentale dell’osservatorio sottomarino come raccontato dallo stesso Jacques Piccard

Questa fotografia è stata ripresa con autoscatto nel corso della memorabile immersione nella fossa delle Marianne. Essa mostra Don Walsh (in primo piano) e Jacques Piccard concentrati nell’osservazione degli strumenti da cui dipende la loro vita o la loro morte

Con essa abbiamo ripreso il fondo del mare nelle più diverse condizioni. I film registrati non costituiscono la minore né la meno importante parte delle nostre osservazioni, e rappresentano l’ideale complemento delle misurazioni che via via abbiamo eseguito con fotometri, manometri, contatori Geiger, idrofoni e altri rilevatori di precisione.

Bolex H16 installata sul batiscafo Trieste – notare accanto alla cinepresa una Rectaflex

Prosegue nella seconda parte

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

le immagini del batiscafo Trieste sono tratte dall’articolo a firma di Jacques Piccard apparso sul numero 33 di Notizie ERCA del marzo 1961; ERCA fu l’importatore italiano dei prodotti Bolex Paillard

Bolex Paillard D8L con due confezioni di pellicola Ferrania negativa in bianco e nero il cui sviluppo veniva effettuato dalla sede Milanese di Via Contardo Ferrini

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1 COMMENT

  1. Come al solito ottimo articolo, concordo con quanto scrive: pur non avendo mai ripreso film in 60 anni di passione fotografica possiedo 6 cine prese Bolex ,di queste solo 1 ha il motore elettrico e di queste sei l’unica a non funzionare è proprio quest’ultima. Per me che amo la meccanica sentire il ronzio di questi motori a molla è musica….salutiTitus

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