Dell’esperienza industriale di Rollei in oriente, risalente all’inizio anni ’70, ho già scritto e parlato in più occasioni.

Il mondo occidentale, non solo nell’abito ottico e fotografico, aveva con scetticismo osservato la graduale crescita dell’importazioni dal Giappone già dagli anni ’50 con una sostanziale differenza tra mercato americano ed europeo, differenza dovuta al ruolo che soprattutto negli Stati Uniti giocarono grandi aziende come ad esempio Honeywell e Bell e Howell che videro nella distribuzione di corpi e ottiche di produzione orientale l’opportunità di integrare la loro offerta con prodotti che registravano una crescente domanda.

Negli Stati Uniti questa politica commerciale rispetto alle aziende giapponesi consentì inoltre di trarre vantaggio, almeno inizialmente, dalla distribuzione di prodotti orientali.

Vi è tuttavia da osservare che il settore ottico fotografico americano gravitava prevalentemente su Kodak ed era orientato prevalentemente al mercato di massa attraverso la vendita di pellicole ed apparecchi fotografici economici.

Kodak giocò inoltre un ruolo determinate a partire dagli anni ’60 nell’affossamento dell’industria fotografica europea.

Nel vecchio continente, storicamente vocato alla produzione di questo materiale, la facevano ancora da padroni i produttori tedeschi che mantenevano, anche nel mercato USA, una cospicua fetta delle loro esportazioni.

L’industria ottica fotografica tedesca era caratterizzata da un’ampia gamma di produzioni che andavano da apparecchi semplici ed economici, di maggiore diffusione, a modelli sofisticati e costosi che sono poi quelli dei quali tutti noi abbiamo più memoria attraverso i marchi Leica, Rolleiflex Zeiss Ikon e Voigtlander.

Il reale cambiamento che portò alla progressiva affermazione dell’industria fotografica giapponese sui mercati internazionali, fu dunque determinato da un attore che con il Giappone poco aveva a che vedere ma che mise a segno la commercializzazione di prodotti di successo che finirono per indebolire nei mercati occidentali le produzioni di fascia più economica che avevano registrato un discreto successo durante il periodo posta bellico che seguì il secondo conflitto e che in molti casi sostenevano economicamente con i loro ricavi i modelli di maggior prestigio.

La produzione di fotocamere di fascia economica contava complessivamente su maggiori volumi, maggiori margini, minori costi di assistenza e di materie prime.

Nel 1963 con il lancio del sistema Instamatic e nel 1965 con quello della cassetta cine Super 8, Kodak realizzò volumi di vendite di pellicole e apparecchi tale da portare nel giro di qualche anno fuori mercato gli apparecchi di fascia più economica, lasciando margini solo nel segmento delle reflex 35 mm che avevano, già nella prima metà degli anni ’60, nelle aziende giapponesi i principali interpreti delle novità che avrebbero poi invaso i mercati di lì a poco.

Kodak Instamatic ’50, fu la mia prima macchina fotografica che i miei mi regalarono in seconda elementare permutandola con una Voigtlander Vito B, giusto ad esempio dello spirito dell’epoca – foto scattata con una Topcon R su Kentmere 400 sviluppata con Bellini Hydrofen

Nell’ambito delle riprese cine amatoriali il fenomeno fu ancora più dirompente: non solo il formato Super 8 era molto più semplice da usare rispetto all’8mm ma consentiva di sviluppare sugli apparecchi di ripresa nuove funzionalità ed automatismi utilizzabili in modo semplice ed immediato anche dagli utenti meno esperti.

Accadde così che già nella seconda metà degli anni ’60 alcune aziende europee quali ad esempio Agfa che si era appena fusa con la Belga Gevaert, facessero realizzare le loro cineprese Super 8 da Minolta avviando un modello collaborativo che avrebbe poi avuto, con diverse modalità, imitatori anche da parte di altre aziende del settore.

pubblicità di inizio anni ’70 delle pellicola Agfa Gevaert

I casi più noti di inizio anni ’70 furono l’accordo tra Leitz e Minolta, la delocalizzazione a Singapore della produzione Rollei e la collaborazione tra Carl Zeiss e Yashica.

Tre casi diversi tra loro rispetto ai quali si hanno notizie non sempre complete e affidabili anche in ragione del valore strategico che ebbero per il mercato questi accordi, valore che spingeva le aziende coinvolte a non divulgare particolari che potessero nuocere alle rispettive posizioni di mercato.

A questo si aggiunge una certa ritrosia del mondo industriale nipponico a rivelare schemi societari e partecipazioni anche in ragione del particolare modello di governance in atto in Giappone.

Fa eccezione l’iniziativa imprenditoriale di Rollei a Singapore sia per il fatto di non vedere coinvolto un partner orientale sia per la tendenza che ebbe l’azienda tedesca in quel periodo di anticipare al mercato strategie che avrebbero forse richiesto una maggiore cautela comunicativa.

Fotografare, maggio 1973, immagine che ritrae una delle linee di assemblaggio di Singapore; nel rapporto sull’addestramento delle maestranze singaporiane, i tecnici inviati da casa madre osservano la minor disciplina e la minor tendenza alla concentrazione durante il lavoro rispetto a quanto accadeva in Germania; è curioso osservare come già dagli anni ’60 a Brauschweig fossero impiegate maestranze prevalentemente femminili di origine jugoslava

Peraltro, la strategia industriale in oriente di Rollei finì poi per non trovare margini di sostenibilità economica portando l’azienda al fallimento già ad inizio anni ‘80.

Vi è tuttavia da osservare che il progetto di Rollei Singapore fu veramente un enorme sforzo, oltre che economico, anche sotto il profilo della grande macchina organizzativa che fu impiantata per realizzare cinque siti produttivi, selezionare ed addestrare oltre quattromila dipendenti garantendo nel contempo l’approvvigionamento delle materie prime, dei semilavorati ed organizzando la distribuzione della produzione attraverso la rete di importatori Rollei che aveva raggiunto una dimensione mondiale.

Il tutto completato in poco meno di tre anni.

Fotografare, maggio 1973, con la didascalia “tecnici giapponesi in visita ai nuovi stabilimenti Rollei; la sola cosa che non possono copiare sono i bassi livelli salariali”; in quegli anni l’industria occidentale si fece abbagliare dal minor costo del lavoro in oriente che si rivelo poi non essere il fattore determinante per la permanenza delle linee produttive in quei contesti

È quindi comprensibile, per certi versi, la volontà autocelebrativa che l’azienda introdusse tra la fine del 1972 e il 1973 organizzando eventi a Singapore nei quali vennero invitati da tutto il mondo importatori e stampa specializzata.

Degli eventi che si svolsero nella primavera del 1973 ho già scritto nell’ambito dell’articolo sul viaggio a Singapore dell’importatore italiano ERCA.

Nel bollettino aziendale di ERCA che usci a seguito del viaggio in oriente venivano citati gli articoli apparsi sulla stampa italiana i cui inviati avevano partecipato a Singapore, direttamente o indirettamente, a buona parte degli incontri organizzati dall’azienda tedesca.

estratto dal Notiziario ERCA del 1973 con la rassegna stampa pubblicata a seguito del viaggio a Singapore del marzo 1973 (immagine per cortesia di Andrea De Donno)

Spulciando tra il mio materiale di archivio o recuperandoli da venditori di riviste e libri usati, sono riuscito a disporre degli originali delle riviste del settore citate da ERCA potendo così leggere nel dettaglio i commenti dei giornalisti che all’epoca raccontarono la loro esperienza a Singapore.

Da questa lettura ne ho tratto un quadro sorprendentemente eterogeneo che nell’insieme dipinge il repertorio di opinioni che si formò attorno all’esperienza orientale di Rollei.

Ho quindi preferito dividere l’articolo in due parti per consentire una più puntuale narrazione critica di ogni singolo contributo. Il quadro che ne risulta costituisce a mio avviso un tassello importante nella storia di Rollei che confido possano apprezzare gli appassionati che come me hanno sempre seguito e seguono questo marchio.

I periodici che all’epoca pubblicarono le notizie sull’evento di Singapore sono quattro: Fotografare, Il Diaframma – fotografia italiana, Foto Pratica, e Nuova Fotografia.

Ho notato l’assenza di una testata di Editrice Progresso, Tutti Fotografi o Progresso Fotografico, e la cosa non mi ha stupito. Salvo non mi sia perso qualcosa, prego se qualcuno dei lettori ne ha traccia di segnalarmelo, il taglio trionfalistico di molti pezzi che commenterò di seguito non era nello stile della casa editrice milanese.

Inoltre, è difficile non immaginare, nell’ingaggio della stampa italiana verso Singapore, una sapiente regia di ERCA che secondo le notizie dell’epoca e nonostante la fase calante della produzione tedesca, metteva a segno in Italia volumi di vendite ancora di un certo rilievo soprattutto per i prodotti della casa di Braunschweig.

Fotografare, maggio 1973, l’immagine ritrae i vertici di ERCA, a destra il titolare dell’azienda Carlo Henkel

Visto il contesto e la carenza di informazioni certe, trovo sia inutile fare ulteriori congetture sulle motivazioni dell’esclusione di testate così rilevante come quelle edite da Progresso.

Veniamo dunque a quelle che invece parteciparono alla conferenza stampa di Singapore e che pubblicarono poi nei numeri di maggio 1973 gli articoli.

Anche questa coincidenza temporale è piuttosto interessante a conferma di una regia comunicativa che non aveva lasciato nulla al caso.

Leggere vecchie riviste di fotografia è per me come entrare nella capsula del tempo. Vi invito quindi a farlo con me in quello che troverete nelle prossime righe.

Non ho elementi oggettivi per definire il lettore tipo delle riviste di settore di inizio anni ’70 e nemmeno io, che in quegli anni impegnavo il percorso delle scuole elementari, posso certo riportare la mia esperienza diretta.

Viene quindi in aiuto un accenno al contesto dell’epoca.

Ci troviamo in anni piuttosto impegnativi sotto il profilo economico con la crisi petrolifera alle porte con buona parte della stampa specializzata dell’epoca concentrata sulle novità del mercato che aveva appena visto in Germania la chiusura delle attività di Zeiss Ikon e Voigtländer, due storici marchi che avevano anche in Italia un buon numero di appassionati.

Era in pieno sviluppo il fenomeno di massificazione della fotografia amatoriale indotto soprattutto dalle novità Kodak viste sopra, era diffuso nei fotoamatori più evoluti lo sviluppo e la stampa in proprio del bianco e nero, tecnica questa che era approdata anche nel mondo delle scuole medie e superiori.

Vi era un brulicare di attività commerciali legate al mondo della commercializzazione di materiale nuovo e usato che potevano contare su adeguati margini di guadagno e su una proposta di modelli in continua evoluzione soprattutto grazie all’apporto dei produttori giapponesi.

In questo contesto in fermento è facile immaginare il fertile terreno che trovarono anche le riviste del settore.

Parto dunque da Fotografare per una questione affettiva.

Acquistai il primo della rivista nel gennaio del 1981, arrivata al quattordicesimo anno di pubblicazione.

Non ricordo perché scelsi Fotografare che ho acquistato e letto fino alla fine degli anni ’90.

Di certo questa rivista apriva, per un ragazzino poco più che sedicenne come me, un mondo di informazioni che aveva una certa freschezza comunicativa dando spazio, accanto a contenuti più tecnici, a pezzi che stimolavano il gioco e la sperimentazione, valori che sono per me ancora alla base della mia passione per la fotografia.

Lo stile comunicativo era sempre un po’ sopra le righe, almeno per come io lo percepivo a quei tempi.

L’immagine della rivista era molto caratterizzata dalla figura del suo editore.

Cesco Ciapanna, marchigiano di origine, classe 1935 è stato un giornalista ed editore poliedrico.

Già firma di molti articoli su Progresso Fotografico, fondò nel 1967 la rivista Fotografare e l’anno successivo Foto Pratica della quale scriverò in seguito.

Sotto il marchio della Casa Editrice Effe pubblicò inoltre un nutrito repertorio di libri di tecnica, tra i quali i manuali dedicati ai principali marchi di fotocamere dell’epoca, manuali in alcuni casi aggiornati poi nel tempo con le evoluzioni di prodotto presentate.

Cesco Ciapanna è mancato nel 2014.

Nel numero di maggio del 1973 la rivista romana pubblica ben tre articoli, il primo dedicato ad Henrich Peesel, all’epoca direttore Generale dell’azienda tedesca, il secondo sulla Voigtlander VSL1 nota dalla Zeiss Ikon SL 706 ed il terzo sul prototipo della nuova e rivoluzionaria Rolleiflex SLX66, SRL medio formato che vedrà la luce quasi tre anni dopo con la sigla SLX, prodotta solo in Germania.

Fotografare, maggio 1973, la VSL1 fu prodotta con due tipologie di innesto delle ottiche: a baionetta QBM già in uso sulla serie Rolleiflex SL35 e a vite 42×1 mantenendo il sistema di lettura esposimetrica a tutta apertura

A differenza delle altre testate che pubblicarono articoli sull’evento di Singapore, Fotografare celebrò le mosse di Rollei in oriente elogiando a più riprese il colpo messo a segno nella riduzione dei costi della manodopera.

Ecco i primi paragrafi dell’articolo dedicato all’impresa di Henrich Peesel.

Pochi anni fa sembrava che la Rollei stesse per chiudere bottega. Tutta la produzione della prestigiosa ditta era basata sulla reflex a due obiettivi e su un proiettore bi-formato, ed entrambi questi prodotti aveva-no perso il loro tradizionale mercato sotto la spinta dei giapponesi. Nessun apparecchio tedesco è stato copiato e ricalcato dai giapponesi più della Rollei, e questa ossessione imitativa aveva portato i giapponesi stessi a farsi una feroce concorrenza tra loro, con il risultato che una reflex biottica giapponese costava circa un terzo rispetto alla Rolleiflex.

In Italia questo dramma della ditta di Braunschweig non era evidente, perché il rappresentante italiano ha un’ottima organizzazione distributiva, e perché i rappresentanti delle concorrenti giapponesi erano piuttosto malmessi. La Yashica ad esempio era rappresentata da Dell’Acqua di Genova, la cui principale preoccupazione era di ritirarsi dal commercio.

prosegue nella seconda parte

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

Fotografare marzo 1973, articolo La Rollei sono io su Henrich Peesel e sull’impresa orientale della casa di Brauschweig

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