Rectaflex: un mito italiano – prima parte

Trovo sia giusto, dopo aver parlato di Victor Hasselblad e di Zenzaburo Yoshino, dedicare uno spazio apposito a Telemaco Corsi, Avvocato romano ideatore della Rectaflex, rivoluzionaria reflex italiana apparsa alla fine degli anni ’40.

Il personaggio di Corsi e la storia della Rectaflex, hanno numerosi aspetti in comune con quella di Hasselblad e Yoshino e delle loro fotocamere.

Purtroppo l’epilogo fu profondamente, e a mio avviso ingiustamente, diverso.

Nella storia di questa bella e innovativa fotocamera è racchiuso il paradigma della sindrome di Archimede del quale ho parlato nel primo articolo su Victor Hasselblad.

Inventiva, coraggio imprenditoriale, impegno, spesso non bastano per coronare il sogno di dar corpo alle proprie idee ricavandone un profitto. Nel caso della Rectaflex non bastò neanche disporre di un investitore che garantì alla neonata azienda la liquidità necessaria per produrre da zero la fotocamera.

Anzi, fu probabilmente il fatto di avere un investitore assolutamente distaccato e miope che decretò la fine di uno dei progetti che avrebbe potuto portare la nostra nazione a battere sul tempo tedeschi e giapponesi nel settore della produzione di fotocamere reflex 35 mm.

Se vi sembra esagerata questa mia affermazione, ed un po’ in realtà lo è, armatevi di pazienza e dedicate cinque minuti a leggere il resto di questo articolo.

Chi conosce la storia della Rectaflex avrà letto e riletto di Telemaco Corsi.

La storia di Corsi e della sua reflex hanno caratteristiche molto simili a quella di Preston Tucker, coraggioso imprenditore americano di automobili sulla cui vita, nel 1988, Francis Ford Coppola realizzò il film “Tucker, un uomo e il suo sogno”.

I due sono coetanei e presentarono la loro idea nel 1947, Corsi in Italia, Tucker negli Stati Uniti, lo stesso anno nel quale, sempre negli Stati Uniti, Victor Hasselblad presenta la 1600F.

Chi mi conosce sa quanto abbia in considerazione la figura di Victor Hasselblad, personaggio che reputo tra i più geniali, intraprendenti e capaci industriali nel settore della progettazione e produzione di fotocamere del secondo dopoguerra.

Eppure, per quanto il suo primo progetto di reflex monobiettivo 6×6 fosse rivoluzionario, non è paragonabile al contenuto innovativo della Rectaflex. Forse troppo innovativo e, almeno per il progetto Rectaflex, certamente senza una chiara idea di cosa volesse dire affrontare un mercato complesso ed in piena espansione.

Per quest’ultimo aspetto, Preston Tucker e Telemaco Corsi sono a mio giudizio legati da una radice comune.

Tucker progetta e realizza, sebbene in pochi esemplari, un’automobile che contiene soluzioni che verranno poi riprese e sviluppate anche decenni dopo nell’ambito della sicurezza automobilistica, oltre a progettare un sistema di trasmissione idraulico assolutamente all’avanguardia per l’epoca.

Nella breve storia della Tucker l’elemento decisivo, che pose fine al sogno del suo ideatore, fu la forte opposizione delle grandi case di Detroit che in modo più o meno palese fecero in modo che l’iniziativa imprenditoriale dell’Ingegnere americano fallisse.

Il caso della Rectaflex è analogo nei contenuti: se vi capita di maneggiare oggi una di queste fotocamere vi accorgerete subito quanto fosse avanti per l’epoca e quanto stimolò la concorrenza nell’adozione di soluzioni che troveremo poi su macchine fotografiche prodotte negli anni successivi sia in Germania sia in Giappone.

Per Corsi fu più la lentezza nell’agire e l’inesperienza sul piano commerciale, piuttosto che una azione di repressione da parte della concorrenza a determinare il triste epilogo che conosciamo.

Sul piano commerciale Rectaflex non ebbe mai una precisa strategia e finì per cadere nelle mani di soggetti gretti, presuntuosi ed incapaci che crearono danni insanabili alla sopravvivenza dell’azienda.

Sul piano dei contenuti innovativi fu al pari giocata male la strategia, soprattutto fu giocato male il vantaggio competitivo che la fotocamera aveva nei confronti della concorrenza che finì, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, per adottare gran parte delle soluzioni realmente nuove contenute nella fotocamera di Corsi.

Per meglio spiegare questo concetto faccio nuovamente riferimento all’industria automobilistica. Siamo all’inizio degli anni ’70 e i produttori di auto giapponesi sono alla ricerca, con largo anticipo sui tempi rispetto al resto del mondo, di soluzioni per ridurre i consumi e di conseguenza le emissioni inquinanti. Honda mette a punto un motore che presenterà con la sigla CVCC acronimo di Compound Vortex Controlled Combustion.

Il nome non ha alcun significato ed ha il preciso scopo di confondere. Questa strategia consentirà ad Honda di mantenere il vantaggio competitivo anche rispetto alla concorrenza nipponica. Toyota infatti solo dopo la metà degli anni ’70 inizierà a lavorare su questa tecnologia ma nel frattempo Honda sarà riuscita a trasformare i primi motori, non certo privi di difetti, in una fortunata serie ricordata ancora oggi per il grande contenuto innovativo.

Ma torniamo a Roma.

Nei primi anni del dopoguerra a Roma esisteva una società, la ditta S.A.R.A. acronimo di Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche, con sede sociale in via delle Muratte, l’amministrazione in via Condotti e lo stabilimento in via Monte delle Capre.

L’azienda faceva parte delle proprietà di un grosso gruppo specializzato nella produzione di fibre tessili artificiali, attività che aveva garantito all’azienda di espandersi economicamente tra le due guerre e di differenziare le attività in altri settori.

La S.A.R.A. durante la seconda guerra si era specializzata nell’assemblaggio di mezzi bellici e si ritrovò, nell’immediato dopo guerra e gestire la riconversione dei mezzi, in particolare camion, autoblindo e motociclette, per conto della Pubblica Sicurezza. Dallo stabilimento della S.A.R.A. uscirono verniciati del famoso rosso-polizia i mezzi che costituirono il primissimo parco macchine della Pubblica Sicurezza.

Dirigente della S.A.R.A. era un appassionato di meccanica di precisione e di fotografia, l’avvocato Telemaco Corsi, obbligato dal padre, anch’esso Avvocato, a seguirne le orme ed in seguito introdotto in una delle aziende del Gruppo CISA Viscosa per il quale il genitore appunto già lavorava.

Sappiamo che Telemaco Corsi, che per la sua passione era circondato da personaggi al pari competenti e appassionati, parlò della sua macchina fotografica ai proprietari della S.A.R.A. Questi dopo una breve indagine di mercato e senza eccessive lungaggini, decisero di dare il via all’esperimento.

Pressoché tutte le iniziative riferite allo sviluppo di nuove fotocamere, nascono alla fine degli anni ’40 dalla necessità di disporre di nuovi prodotti più aderenti e versatili rispetto alle necessità di utilizzo.

Sarà così per Hasselblad che progetterà la 1600F attorno alla sua passione per l’ornitologia.

Sarà così per Carl Hans Koch, nipote di Carl August uno dei primi grandi artisti svizzeri di fotografia alpina, che nel 1948 fonda la compagnia Study, Industry, Nature, Architecture and Reproduction più nota con l’acronimo di SINAR, insoddisfatto delle prestazioni delle fotocamere di grande formato allora presenti sul mercato.

Sarà così anche per la Rectaflex e Corsi lo spiegherà bene in un articolo apparso sulla rivista “Fotografare” nel 1969 nel quale sostiene come all’epoca, siamo nei primi anni del dopoguerra, esistessero solo due macchine fotografiche di valore per pellicola 35 mm: Leica ed Exakta.

Entrambi gli apparecchi, sostiene sempre Corsi, non erano affatto comodi nell’uso, ed era chiaramente sentita l’esigenza di una macchina fotografica veloce e moderna. Nella Leica esistevano due mirini: uno per inquadrare e l’altro per mettere a fuoco. L’Exakta invece era un apparecchio reflex monobiettivo, il solo esistente per il formato 35 mm, ma non consentiva la visione all’altezza dell’occhio.

L’Exakta era dotata di mirino a pozzetto, e l’immagine si osservava nello schermo smerigliato, sulla parte superiore dell’apparecchio. Per inquadrare soggetti orizzontali l’Exakta andava bene, ma era inservibile quando si doveva inquadrare un soggetto verticale, infatti occorreva girarsi a 90° e l’immagine appariva capovolta.

Presentata alla Fiera Campionaria di Milano nel 1947 con il famoso prototipo in legno, sarà in quell’occasione che si svilupperà l’aneddoto che vede protagonista il Colonnello dai Carabinieri Armando Pelamatti. In visita alla fiera, Pelamatti si era fermato davanti allo stand Rectaflex, aveva preso in mano la fotocamera, l’aveva portata all’occhio, aveva inquadrato un soggetto verticale, e poi si era rivolto seccamente all’Avvocato Corsi e gli aveva detto che una macchina fotografica così, che mostrava le immagini capovolte, non serviva a nulla. Corsi sulle prime non capì, prese ormai per l’ennesima volta in mano il modello di Rectaflex, Io portò all’occhio nella solita posizione, e tutto appariva normale, seppure con i Iati invertiti. Poi girò lentamente l’apparecchio, mettendolo in posizione verticale…e l’immagine si capovolse.

Nessuno fino a quel momento aveva pensato a tutti gli effetti del sistema di visione adottato ed ora tutti credevano di capire perché un apparecchio così razionale non era stato realizzato da altri. “Se fosse stato così semplice, disse un collaboratore di Corsi, l’Exakta avrebbe già la visione all’altezza dell’occhio”.

Furono giorni impegnativi ed intensi che segneranno uno dei passi fondamentali nella storia di Rectaflex. Alla fine, fu compreso che per raddrizzare l’immagine era necessario creare un prisma con il tetto a 90°, reinventando così quel prisma che Goulier aveva da tempo già costruito e sperimentato.

Questo prisma raddrizzava l’immagine che lo specchio formava sul vetro smerigliato, e i lati non erano invertiti. Mettendo la macchina fotografica in posizione verticale i piedi e le teste restavano al posto loro.

Questo fatto mette a mio giudizio Rectaflex nella posizione di primato rispetto alla concorrenza giacché la dibattuta adozione del pentaprisma da parte della Carl Zeiss di Jena e della svizzera ALPA avviene anche se di poco, successivamente e per altre vie, rispetto alla “reflex magica”.

A Corsi non riuscì di depositare il brevetto per il prisma: l’Ufficio Brevetti di Roma rigettò infatti la richiesta probabilmente perché, come scrive Marco Antonetto nel suo libro, concessioni riguardanti apparecchi che utilizzavano il principio del prisma di Goulier, perfezionato da Corsi, erano stati precedentemente ottenuti all’estero, anche senza mai essere stati poi effettivamente sfruttati su apparecchi in produzione.

Due anni dopo, siamo nel 1949, alla stessa manifestazione, lo stand della Rectaflex è affollato di fotografi dilettanti e di fotonegozianti. Tutti vogliono vedere, toccare, sapere. Tutti guardano l’apparecchio immerso in un vaso per pesci rossi, la famosa fotocamera.

Ogni tanto gli addetti allo stand mettono una mano nell’acqua, tirano fuori l’apparecchio, lo asciugano, e lasciano che passi di mano in mano. Costruito interamente in acciaio inossidabile, ottone e bronzo, dice l’avvocato Corsi, non c’è pericolo che arrugginisca.

Il pubblico è entusiasta e domanda ripetutamente se sia vero che la Rectaflex si fabbrichi a Roma, oppure se il meccanismo ritardatore dei tempi lunghi sia montato su rubini, piuttosto se si inquadri e si metta a fuoco esattamente ciò che si fotografa, potendo montare qualsiasi obiettivo senza problemi.

L’avvocato Corsi è soddisfatto: gli ordini dei negozianti vanno oltre le previsioni, e superano la possibilità di produzione dello stabilimento di Roma. Dall’America si attende un’ordinazione cospicua.

Sulla Rectaflex è concentrata l’attenzione del mondo della fotografia.

Viene creata la società per azioni Rectaflex, e Telemaco Corsi viene nominato Amministratore Unico assumendo direttamente la responsabilità della parte costruttiva e di quella commerciale.

Per gli obiettivi Corsi fa una scelta per filosofia simile a quella che Hasselblad farà adottando lenti di altri produttori, in prima battuta di Kodak, per il suo primo modello.

Parte così per Parigi e prende contatto con Pierre Angenieux che realizzerà tra le più belle e oggi molto ricercate ottiche per Rectaflex. Si dice che l’idea di sviluppare lo schema retrofocus nacque per Angenieux proprio progettando il primo obiettivo grandangolare per la reflex romana.

Tra le caratteristiche della nuova fotocamera vi è infatti quella di avere una distanza tra piano focale e pellicola ridotta, potendo così montare tramite anelli adattatori, almeno sulla carta, gli obiettivi prodotti per altre macchine.

Questa caratteristica la troviamo anche sulla BOL.CA. e sulla successiva ALPA reflex come descritto nell’articolo su Jaques Bolsey su SENSEI.

Nel frattempo, l’industria nazionale italiana, in forte ripresa, era in grado di fornire tutto il resto del materiale occorrente per produrre l’apparecchio, compreso l’acciaio inossidabile, che veniva da Milano e la tela gommata per le tendine dell’otturatore, che era prodotta, sempre a Milano, da Pirelli.

Massimiliano Terzi.

Segue nella seconda parte

Bibliografia e sitografia:
www.cameramuseum.ch
Marco Antonetto, Rectaflex la reflex magica, 2001
Cesco Ciapanna, La vera storia della Rectaflex capolavoro italiano, Rivista fotografare, 1969

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