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Rectaflex: un mito italiano – seconda parte

Segue dalla prima parte.

La fotocamera, forse a ricordo della vicenda legata al Colonello dell’Arma prima citato, conservava la forma originale squadrata della calotta superiore disegnata originariamente per accogliere il primo tipo di prisma.

Sul design della Rectaflex, benché non esistano fonti certe, una delle tesi accreditate è che possa aver influito Giò Ponti che aveva in quel periodo frequenti contatti con Telemaco Corsi.

Sempre sul design, un altro elemento sul quale si è fantasticato, è che Topcon abbia voluto scientemente riprendere la forma della calotta del prisma delle reflex romana quando disegnò la RE Super. Se ciò fosse vero potremmo affermare che in questo caso i giapponesi della Tokyo Kogaku topparono grandemente: potendo copiare aspetti ben più interessanti e utili del progetto Rectaflex, finirono per ispirarsi alle forme lasciando, una fotocamera rivoluzionaria come la RE Super, in balia dell’innesto Exakta che era stato considerato, anche all’epoca da Corsi, impreciso e limitato come effettivamente si rivelò poi per Topcon.

Tra le altre caratteristiche innovative della Rectaflex vi era il sistema di messa a fuoco.

Bolsey quando realizzò nella seconda metà degli anni ’30 la BOL.CA., dovette abbinare al mirino reflex un secondo mirino a telemetro poiché il primo non consentiva, soprattutto in condizione di scarsa illuminazione, una agevole e corretta messa a fuoco. Questa caratteristica sarà mantenuta nelle fotocamere ALPA sino agli anni ’60 ed eliminata definitivamente con l’adozione del solo mirino Reflex con il modello 6c.

Anche Corsi si rese subito conto che il vetro smerigliato puro e semplice non era sufficiente per una messa a fuoco veramente precisa. Come sosteneva l’Avvocato, la Leica era scomoda ma anche un orbo riusciva a mettere a fuoco ciò che gli interessava, facendo coincidere le due immagini del telemetro.

Occorreva dunque integrare lo schermo smerigliato con un telemetro piuttosto che inserire un secondo mirino.

Anche in questo caso la scelta fu effettuata fuori dagli schemi rispetto al pensiero di allora e consenti di arrivare ad una innovativa e originale soluzione.

Dopo aver preso contatto in Francia con il Professor Lucien Dodin, che all’epoca deteneva il brevetto del telemetro ad immagine spezzata, Corsi tornò in Italia deluso dall’esorbitante richiesta economica che Dodin avanzava per lo sfruttamento del suo sistema.

Fu quindi cercata una diversa soluzione.

Interpellati degli ottici, fu messo a punto dal Prof Luigi Picchioni lo stigmometro. Costituito inizialmente da una lente cilindrica che doveva essere incollata sulla superficie inferiore del vetro smerigliato, fu per economicità di produzione fresato nella superficie del vetro di messa a fuoco consentendo di ottenere lo stesso risultato.

Poche settimane dopo questa scoperta, la Rectaflex S.p.A. aveva già costruito la macchina per incidere la lente semicilindrica sulla superficie del vetro smerigliato.

Con maggiore successo rispetto al prisma, l’ufficio brevetti di Roma rilasciava il brevetto 442828 presentato da Telemaco Corsi e Luigi Picchioni denominato “sistema ottico per la determinazione del punto focale”.

Unitamente ai primi successi, prese il via una lunga serie di errori ed inefficienze che solo in minima parte sono direttamente imputabili a Telemaco Corsi.

Per la grande attenzione cha aveva suscitato la nuova fotocamera, bussarono alla porta dell’Avvocato personaggi che finirono per danneggiare l’azienda.

Facevamo prima riferimento alla totale mancanza, almeno da quanto emerge dalle informazioni a disposizione, di una precisa strategia commerciale.

Quello che sorprende, guardando altre vicende dell’epoca è che per conquistare i mercati esteri più importanti, uno fra tutti quello americano, l’azienda romana non si appoggiò a consolidati importatori ma a improbabili faccendieri.

Accadde che un tale Ingegner Puccini avesse ordinato e versato un acconto per mille fotocamere a fronte di una produzione ancora molto ridotta.

Il tentativo di soddisfare questa prima e importante commessa generò un contingentamento delle forniture in Italia e all’estero a fronte di una domanda sempre più crescente.

I commercianti vedevano soddisfatte circa il venti per cento degli ordinativi e cresceva il numero di clienti che si orientavano su prodotti alternativi che stavano nel frattempo facendo la loro comparsa sul mercato.

Accadde poi che Puccini, dopo un lungo traccheggiamento, non ritirò mai le mille Rectaflex, le mille borse di cuoio, le mille cinghie, i mille obiettivi, e i mille accessori prenotati.

La Cisa Viscosa mostrava un certo nervosismo, aggravato dal fatto che nell’euforia costruttiva non si era provveduto a creare un sistema di magazzini opportunamente climatizzati per custodire mille macchine fotografiche. Le mille Rectaflex costruite per l’ingegnere Puccini erano lì, e non si sapeva dove metterle.

Un ulteriore aspetto, spiegabile forse dall’accordo commerciale, è che l’ingegner Puccini rifiutatosi di ritirare la merce, ebbe in restituzione il denaro dato come anticipo.

Quando si pensò al mercato italiano per lo smaltimento della giacenza, ci si accorse che qualcosa nel frattempo era cambiato.

La Carl Zeiss orientale aveva nel frattempo messo in produzione la Contax S, che aveva un nome di enorme prestigio e montava obiettivi marcati Carl Zeiss Jena. La Contax S era dotata di pentaprisma fisso come la Rectaflex, e di telemetro Dodin. Nel frattempo, anche l’Exakta era stata dotata di pentaprisma.

Ormai La Rectaflex non era più sola.

Si pensò quindi al mercato americano con l’obiettivo di assorbire gran parte della produzione potenziale dello stabilimento di Roma.

Fu a questo punto che si innescò una nuova serie di problematiche sul piano commerciale.

Non avendo probabilmente contatti diretti con grossi importatori del calibro, ad esempio di Willoughby, l’avvocato Corsi si rivolse ad una sua conoscenza, un finanziere che aveva una grossa rappresentanza negli Stati Uniti.

Il finanziere che si chiamava Léon Baume venne in Italia e fu accolto come il salvatore dell’azienda in pericolo.

Baume fece un sacco di promesse, e gli venne affidato l‘intero settore vendite della Rectaflex, consegnandogli di fatto le chiavi dell’azienda.

Assunse il compito di distribuire l’apparecchio negli Stati Uniti, in Europa, e nella stessa Italia ed uno dei suoi primi disastrosi atti riguardò proprio il mercato italiano per il quale egli pretese e ottenne l’eliminazione del radicato sistema dei pagamenti dilazionati da parte dei negozianti: se questi volevano le Rectaflex dovevano pagarle subito.

Fu scelto, tramite Baume, il rappresentante americano in Brockway, noto per un esposimetro a luce incidente che godeva di molta popolarità tra i cineasti e che fu prodotto anche da Sekonic con il famoso modello Studio de Luxe.

Baume aveva affidato a Brockway la distribuzione della Rectaflex negli Stati Uniti, e Brockway, in cambio, aveva affidato a Baume la distribuzione del suo esposimetro in Europa. La manovra, piuttosto astuta era ovviamente a vantaggio unicamente di Baume.

Tra i primi atti di Brockway negli Stati Uniti ci fu l’offerta di una Rectaflex ad Eisenhower. Si trattava di un apparecchio speciale, dorato, che apparteneva ad una piccola serie di una dozzina di pezzi, destinati ad essere donati a personaggi importanti.

I giornali americani riportarono la notizia con notevole rilievo, e il pubblico si interessò subito alla Rectaflex.

I fotonegozianti americani erano subissati dì richieste, ma non erano in grado di soddisfarle. L’operazione Eisenhower era stata condotta male: in quel momento in tutto il territorio degli Stati Uniti si trovavano soltanto sei Rectaflex.

Fu una mossa suicida che, per quanto simile a quella condotta da Victor Hasselblad con Willoughby, ebbe risultati devastanti.

Hasselblad infatti orientò la propaganda verso un pubblico di professionisti suscitando un notevole clamore ma fece di tutto per gestire le attese, riuscendo a distribuire, durante il primo anno, poco meno di cinquanta fotocamere a fronte dei tremila obiettivi giacenti presso i magazzini Kodak.

Vero è che Hasselblad in quegli anni non ebbe di fatto concorrenti mentre al mercato delle reflex 35 mm iniziavano ad affacciarsi numerose aziende del settore.

Per quale motivo nessuno a Roma osò rimproverare Baume non è chiaro.

I proprietari della Rectaflex S.p.A. avevano una fiducia illimitata nel finanziere, soddisfatti quando Baume, nel 1953 tornò dagli Stati Uniti e dichiarò che dal mese di aprile l’esercito americano voleva mille pezzi al mese, più i relativi accessori.

Di nuovo la Cisa Viscosa mise mano al portafogli e rapidamente lo stabilimento di Roma venne portato fino a cinquecento operai in grado di produrre mille fotocamere Rectaflex al mese.

Probabilmente fu il numero mille a portare nuovamente sfortuna giacché gli americani non mantennero gli accordi e la Cisa Viscosa decise, in un modo di certo molto affrettato e drastico, l’immediata chiusura dello stabilimento.

Invano l’avvocato Corsi fece presente che era pazzesco smantellare uno stabilimento nuovo di zecca e perfettamente funzionante.

Peraltro se l’azienda doveva essere venduta, era necessario mantenerla in vita. Nessuno avrebbe comperato uno stabilimento in via di demolizione per riprendere la produzione, mentre esistevano fondati motivi per ritenere che altri industriali potessero interessarsi alla produzione della Rectaflex.

La Cisa Viscosa fu irremovibile: la fabbrica fu chiusa e le Rectaflex già costruite furono messe in liquidazione.

Léon Baume fece sapere che poteva rendersi “dannoso” anche in questa circostanza, e gli furono date mille Rectaflex a prezzo di costo che Baume avrebbe pagato solo dopo averle vendute.

Per vendere le Rectaflex Baume chiese ed ottenne dieci milioni di lire, che gli furono prontamente versati.

E qui la questione assunse un’ultima e grottesca svolta con l’entrata in campo del principe del Liechtenstein, il quale possedeva una fabbrica, la Contina, che produceva le cineprese Carena, per conto della Gevaert.

Adolf Gasser, che all’epoca dirigeva in Contina il reparto di progettazione della calcolatrice “Curta”, un ingegnoso e piccolo calcolatore meccanico dalla famosa forma cilindrica, fu inviato a Roma in visita agli stabilimenti Rectaflex che constatò essere ormai in stato di abbandono.

Contro il parere di Gasser, nel 1956 fu costituita una società, la Rectaflex International, con sede a Vaduz, che aveva il compito di produrre un modello perfezionato di Rectaflex.

La Rectaflex International era quindi costituita da due gruppi finanziari.

Da un lato la SNIA Viscosa e la CISA Viscosa. Dall’altro lato c’era il Principe del Liechtenstein, con una quota uguale a quella degli italiani. Nel gruppo degli italiani c’era anche Léon Baume, con una quota minima, che tuttavia gli dava il diritto di partecipare alla direzione dell’impresa.

Telemaco Corsi non fu nemmeno interpellato e questo fu un nuovo e decisivo errore come la successiva storia dimostrerà.

La Rectaflex International iniziò la produzione di quattromila apparecchi del nuovo tipo. Il nuovo progettista della Rectaflex, aveva apportato alcune modifiche sostanziali all’apparecchio, e aveva ridisegnato il pentaprisma.

Quando la produzione dei quattromila prismi fu terminata, ci si accorse che erano stati progettati male, e non potevano essere installati sulle fotocamere in via di assemblaggio.

A ciò si aggiunse la confusione alimentata dalle componenti della fotocamera in arrivo da Roma che di sovente erano riferiti a vecchie versioni della macchina.

Un’ulteriore complicazione fu la differente interpretazione fornita dalle maestranze di Vaduz e da quelle di Roma sul concetto di precisione.

Si narra infatti che molte delle spiegazioni fornite dall’Italia sugli adattamenti dei pezzi in fase di assemblaggio, adattamenti necessari per ovviare alle tolleranze della fase di produzione delle componenti, non fosse comprensibile dalla precisione svizzera.

La Contina, posizionata nel cuore del distretto dell’industria orologiaia svizzera, tentò invano di affrancarsi dalle forniture italiane, affidando ad aziende locali la realizzazione di alcune parti.

La situazione tuttavia stentava a risolversi e il Principe finì per convocare il consiglio di amministrazione, protestando energicamente contro il gruppo degli italiani.

Le trattative sul futuro della Rectaflex International avvennero a Milano, e la discussione si fece in breve molto accesa.

Le trattative furono rotte e il convegno di Milano segnò definitivamente la fine della Rectaflex.

La leggenda narra che le duemilacinquecento fotocamere ancora in fase di montaggio a Vaduz siano state poi gettate nel Reno o, in modo più probabile, come sostiene Antonetto, può essere siano state rilevate da Baume per tentare di vendersele per conto suo.

Massimiliano Terzi.

Bibliografia:
Marco Antonetto, Rectaflex la reflex magica, 2001
Cesco Ciapanna, La vera storia della Rectaflex capolavoro italiano, Rivista fotografare, 1969

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