Si chiude con il marchio Petri la prima parte degli articoli sui marchi giapponesi minori avviata con la trattazione dei Topcon, Kowa e Miranda.

Il termine minore ha una valenza in questo caso relativa: questi marchi svilupparono prodotti di qualità, ottennero un buon successo internazionale ma furono tuttavia espressioni minori per notorietà e volumi produttivi rispetto alle principali aziende del periodo quali Canon Nikon e Pentax.

Inoltre, occorre considerare, quale ulteriore caratteristica, quella del declino che negli anni ’70 riguardò anche molti marchi giapponesi che per caratteristiche della produzione e capacità economica nel far fronte al cambiamento introdotto dall’elettronica, decisero o furono costrette a lasciare il mercato della produzione di fotocamere.

L’occasione di scrivere a proposito di queste aziende, oggi meno conosciute mi ha fatto più volte riflettere sulla teoria accreditata che vede dalla seconda metà degli anni ’60 nel settore ottico fotografico la netta prevalenza dell’aziende nipponiche a danno dell’industria occidentale.

La storia fa capire invece come anche il Giappone negli anni ’70 subì una sorte non molto diversa dagli altri paesi ma riuscì per capacità organizzativa, qualità produttiva, mutuo sostegno tra imprese e una buona capacità innovativa a mantenere la sua posizione di principale produttore in ambito mondiale.

In questo frangente cessarono tuttavia di esistere marchi storici che, come nel caso di Petri, affondavano le loro radici nei primi anni del 900.

Una ulteriore caratteristica di queste aziende fu che i loro marchi non scomparvero definitivamente ma furono in alcuni casi sfruttati da aziende terze per brandizzare fotocamere presenti sul mercato almeno fino a tutti gli anni ’80.

In altri le aziende proseguirono l’attività indirizzandola verso differenti settori come fu per Topcon e Kowa.

Nel caso di Petri, il marchio fu acquisto da Cosina nel 1978 che realizzò una serie di apparecchi con innesto a baionetta K utilizzando versioni già in produzione. Un esempio è la manuale Petri MF 101 derivata dalla Cosina CT1-A.

La questione dell’intervento di Cosina è invero più complessa e da alcune fonti è riportata come semplice collaborazione. Sappiamo tuttavia come i modelli di governance giapponesi siano particolari e lontani da quelli occidentali tanto da creare sempre qualche difficoltà quando si debba fare riferimento, con il nostro lessico, ad operazioni tra società nipponiche.

Sul rapporto tra Petri e Cosina mi soffermo comunque in modo più approfondito nella seconda parte.

Per il momento anticipo qualche informazione su Cosina, di norma non poi così nota nel novero dei marchi giapponesi che siamo abituati a vedere tra le fotocamere dell’epoca e invece strategicamente molto importante nell’ambito della trasformazione del settore alla quale facevo cenno prima.

Cosina viene fondata a Nagano nel 1959 e sebbene abbia prodotto fotocamere e obiettivi con il proprio nome, consolidò un sistema di produzione standard a costi competitivi che le consentì di vendere ad altri produttori i propri modelli realizzando quindi forti economie di scala su fotocamere ed ottiche che venivano poi rimarchiate per la commercializzazione.

Pur con modalità differenti, Cosina ha negli anni prodotto per Canon, Nikon, Olympus, Vivitar e Yashica fornendo anche il proprio materiale alle grosse catene di vendita tedesche come Revue e Porst.

Porst Reflex CT-L basata sulla Cosina HI-Lite

Cosina fu inoltre ispiratrice, con il modello CX-2, della Lomo LC1 quando l’azienda sovietica cercò ad inizio anni ’80 l’ispirazione per una fotocamera compatta da produrre su vasta scala.

Com’è noto la Lomo LC1, uscita nel 1984, sarà la prima fotocamera distribuita anni dopo da Lomography e darà lei stessa il nome all’azienda viennese.

raffronto tra la Cosina CX-1 e la Lomo LC-A; quest’ultima fu ispirata al modello CX-2 della casa giapponese del tutto analogo al precedente con in aggiunta l’attacco per il motore di tensionamento della pellicola

Abbiamo sin qui visto la fine del marchio Petri la cui vita, per quanto caratterizzata da una produzione piuttosto articolata tra reflex, compatte e ottiche, ebbe una durata piuttosto ridotta se paragonata a quella di altre aziende giapponesi del settore.

Riprendiamone quindi le origini.

La Kuribayashi Photo Industry che dal 1962 trasforma la ragione sociale in Petri Camera, viene fondata da Yoji Kuribayashi nel 1907 nei pressi di Tokyo. Dal 1918 l’azienda avvia la produzione di fotocamere a lastre e folding per pellicola in rullo con il marchio First.

copertina del catalogo di fotocamera a marchio First

Sarà tuttavia solo alla fine degli anni ’50, più precisamente nel 1959, che l’azienda entrerà tra i produttori di fotocamere reflex 35mm con un interessante apparecchio, la Petri Penta, inaugurando così anche il nome Petri che a breve sarebbe divenuto la ragione sociale dell’azienda.

La Penta è una fotocamera ben realizzata: è priva di esposimetro, nella tradizione dell’epoca, ha le ottiche con innesto a vite 42×1 ed un design particolare che al pari di quello delle coetanee Miranda Automex è caratterizzato da fregi e forme particolari rispetto allo standard delle altre case costruttrici.

Petri Penta Automatic 2 o Petri Penta V2 del 1961, rispetto al precedente modello V del 1960 la V2 ha la limitazione dei tempi a 1/500 e non può montare l’eposimetro clip on; notare le finiture e i fregi

Una particolarità che ho scoperto cercando tra le pagine di un sito giapponese dedicato a Petri è l’origine del nome, riconducibile a San Pietro, nome che in una non meglio identificata dedizione alla figura della tradizione cristiana fu scelto, probabilmente per buon auspicio, per definire la prima reflex di Kuribayashi.

Nell’ambito delle coetanee giapponesi la Petri Penta è caratterizzata da una meccanica che si discosta dalla tradizionale impostazione Leica che si trova ad esempio sulle reflex di casa Asahi.

L’impostazione meccanica di Petri, che troviamo su tutti i successivi modelli SRL 35mm Penta e Petriflex, rivoluziona il concetto sino ad allora in uso che vedeva la trasmissione del movimento dello specchio comandato da leveraggi che agivano con moto lineare, sinistra destra o avanti e indietro, comandati dalla rotazione del sistema verticale di scatto.

Questa dinamica di funzionamento, più o meno sofisticata, si trova anche sulle reflex più moderne.

Petri invece introduce un sistema ad albero longitudinale dotato di camme di comando del meccanismo di tendine e specchio la cui rotazione in fase di scatto, comandata da una molla coassiale caricata in fase di armamento dell’otturatore, determina nella sequenza voluta il sollevamento dello specchio, l’apertura dell’otturatore e il ritorno dello specchio nella posizione inziale.

Petri FT del 1967 ancora dotata del sistema originale di comando ad albero

Questa progettazione fu per l’epoca realmente originale ed innovativa, in un panorama caratterizzato da uno standard che, come accennavo sopra, era sovente di chiara ispirazione Leitz.

Quest’ultima ebbe la prerogativa di adottare sin dalle prime battute uno schema di funzionamento piuttosto semplice ma molto efficace, affidabile e di facile manutenzione, costituito dal meccanismo dei tempi lenti posizionato nella pate inferiore della fotocamera e facilmente removibile per la manutenzione, comandato da un albero ad esso perpendicolare collegato in modo eccentrico al selettore dei tempi.

schema di funzionamento del meccanismo di comando dello specchio della Petri Penta

Con l’avvento delle prime reflex 35mm l’impostazione Leica, sviluppata con l’aggiunta del meccanismo di comando dello specchio, caratterizzò ad esempio tutta la serie di fotocamere Asahi Pentax nonché la Nikon F.

Nella produzione giapponese di inizio anni ’60 fu poi di fatto sostituita dall’arrivo degli otturatori a lamelle metalliche a scorrimento verticale di produzione Copal che troviamo ad esempio sulle prime Konica, sulle Nikkorex e sulle Nikkormat.

Il sistema adottato da Petri nel 1959 restò in uso sino ai primi anni ’70 e fu sostituito a valere dalla Petri TTL da una tradizionale impostazione di più semplice ed economica produzione.

La soluzione meccanica ad albero rotante adottata da Petri non brillò e non brilla tutt’ora per affidabilità.

Dal 1960 con l’uscita del modello Petri Penta Automatic anche denominato Petri Penta V, l’azienda giapponese sostituisce l’attacco a vite 42×1 con una baionetta proprietaria che resterà anch’essa in uso sino al modello TTL del 1974.

Con la Petri Penta Automatic del 1961 viene inoltre introdotto, con il nuovo parco ottiche con innesto a baionetta, anche il sistema automatico, da cui il nome, di chiusura del diaframma in fase di scatto.

Nell’intervallo temporale tra il 1959 ed il 1977 Petri sforma ben diciannove modelli di reflex 35 mm partendo dall’utilizzo dell’innesto a vite 42×1 e ritornando a questo con il modello TTL.

Petri FT del 1967 – con questo modello dotato di esposimetro TTL Stop Down viene introdotta l’estetica che troviamo sui modelli successivi sino alla semplificata Petri TTL del 1974

L’azienda fallisce nel 1978 ed il marchio viene acquisito da Cosina che già negli ultimissimi anni di attività di Petri aveva fornito i corpi del modello CSM per la realizzazione della Petri MF2 del 1977.

Tra i modelli di transizione tra la chiusura di Petri e l’acquisizione da parte di Cosina è a mio avviso interessante la MF1, del cui vero produttore non ho trovato traccia, modello caratterizzato da alcune soluzioni originali quali il pulsante di scatto coassiale con il selettore dei tempi e la leva di carica a scomparsa posizionata posteriormente.

La produzione di Petri, oltre che in ambito reflex 35mm, fu orientata anche verso apparecchi a telemetro ad ottica fissa, con all’attivo una quindicina di modelli, nonché verso compatte 35mm con una dozzina di modelli, tra i quali spicca la Petri Color 35 del 1968 chiaramente ispirata alla piccola di casa Rollei uscita un paio d’anni prima.

Per quanto interessante ed articolata, la produzione di compatte e telemetro rientra negli standard dell’epoca in uso anche da parte di altre aziende costruttrici giapponesi.

Resta invece originale la gamma di reflex 35mm sulla quale mi soffermerò nella seconda parte dell’articolo.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

prosegue nella seconda parte

Petri Flex 7 del 1964 chiaramente ispirata alla Contarex

Petri Flex V6 qui nella versione distribuita da Foto Quelle a marchio Revue

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