Segue dalla prima parte
Come preannunciato nella prima parte, concentro ora l’attenzione sulla gamma di fotocamere reflex prodotte da Petri a valere dal 1959 anno di uscita del modello Penta.
La nomenclatura dei modelli SRL 35 mm seguirà sino alla più recente FT del 1967 una duplice rappresentazione, da un lato con l’utilizzo del nome Penta e dall’atro con quello del più tradizionale Flex.
Questa differenziazione avvenne in riferimento al mercato di esportazione per quanto, dalle informazioni in mio possesso, non sia ben chiaro in quale contesto le due nomenclature sia state usate.
Sembrerebbe, uso appositamente il condizionale, che il suffisso Penta sia stato adottato per il mercato interno mentre quello Flex fosse in uso per quello estero. Il che spiega la rarità delle fotocamere a marchio Penta.
Immagino, ma è una mera supposizione, che il motivo di tale differenziazione potesse risalire alla necessità di non creare confusione rispetto al marchio Pentacon originatosi nella DDR già a fine anni ’50 e sfociato nel 1964 nella creazione del VEB omonimo.
Inoltre, nel periodo di uscita della Petri Penta veniva prodotta nella DDR la Penti, una fotocamera con finiture dorate che adottava il vecchio formato Agfa Karat, prodotto dalla VEB Filmfabrik Agfa Wolfen, che darà poi origine, qualche anno dopo, al sistema Rapid lanciato dalla Agfa occidentale.

Welta Penti II – un’ulteriore caratteristica di questa piccola fotocamera è la finitura in diversi colori della fascia laterale oltre al particolare sistema di ricarica che un po’ ricorda quella della Voigtlander Vitessa
La Penti era una fotocamera 18×24 prodotta dal VEB Zeiss Ikon nell’impianto della VEB Welta Kamera Werk.
Soddisfare la curiosità delle origini del naming di Petri, in modo certo, è piuttosto complicato e tendenzialmente poco utile ai fini degli approfondimenti delle caratteristiche dei singoli modelli che troviamo declinati sia come Petri Penta sia come Petri Flex.
Un’ultima curiosità sul nome Petri è, come già facevo cenno nella prima parte, rappresentata dalla sua origine attribuibile a San Pietro, Petrus in latino, il cui genitivo è Petri ovvero di Pietro.
Non è l’unico caso nel quale una casa giapponese fa riferimento alla scelta di un nome con radice latina.
Miranda, ad esempio, viene sì coniato da Shakespeare per il personaggio femminile da La Tempesta ma ha il significato in latino di colei che deve essere ammirata.
Niente male per fotocamere che esordirono a fine anni ’50 con un design originale come quello delle Automex e Sensorex.
Ritorniamo alla Petri Penta o Petri Flex del 1959.

Petri Penta del 1959 notare il particolare posizionamento del contapose a sinistra del prisma nella cui finestrella circolare è posizionato anche l’indice promemoria della sensibilità del film utilizzato; la Penta, ha inoltre il selettore dei tempi ancora sdoppiato tra le due gamme di velocità
La prima reflex 35 mm a marchio Petri fu presentata in un anno molto speciale per l’industria fotografica giapponese con l’uscita di modelli storici del calibro di Nikon F o della Canonflex unitamente all’evoluzione delle serie comparse qualche anno prima come nel caso di Asahi Pentax e Konica.

estratta dal libretto di Istruzioni della Petri Penta – questa fotocamera è piuttosto rara e mantiene ancora oggi quotazioni di un certo rilievo
In questo articolato contesto la Petri Penta si discosta dalle sue coetanee per alcune caratteristiche, tra le quali l’innesto delle ottiche a vite 42×1, in uso solo sulle Pentax, per il sistema di comando dello scatto, del quale ho fatto rapidamente cenno nella prima parte, nonché per la limitata gamma dei tempi di scatto nel range da ½ secondo 1/500, oltre alla posa B.

Petri Penta del 1959 – notare come l’innesto a vite 42×1 fa sì che sul corpo macchina non sia presente il collare di serraggio dell’ottica come sui modelli successivi che adottano l’innesto a baionetta

estratto del libretto di istruzioni della Petri Penta con la descrizione delle ottiche contraddistinte dal nome Orikkor disponibili in una gamma piuttosto limitata; un pezzo interessante è lo standard 50mm f2 Orikkor con passo a vite 42×1 e schema ottico a sette lenti
Sulla questione dell’innesto degli obiettivi, Petri già l’anno successivo cambierà orientamento introducendo una baionetta proprietaria sullo schema già in uso sulle Praktina e sulle Canonflex con l’anello di serraggio esterno.

Petri Flex V con il nuovo sistema di innesto delle ottiche a baionetta con collare di serraggio
Questo sistema consentiva di inserire l’ottica e di serrarla al corpo macchina attraverso la rotazione del collare, non dell’intero obiettivo come, ad esempio, accade nella baionetta F e nei successivi sistemi analoghi.
Ciò era garanzia di corretto accoppiamento dei comandi del diaframma che gli innesti a baionetta garantiscono rispetto a quello a vite.
Occorre infatti osservare che il principale limite del passo a vite è rappresentato dal non avere una posizione fissa di serraggio impedendo quindi un accoppiamento preciso in senso radiale tra ottica e corpo macchina.
Nei corpi macchina con innesto 42×1 che utilizzano obiettivi con diaframma automatico si trova infatti una piastra di dimensioni piuttosto generose, posizionata nella parte inferiore del bocchettone delle ottiche, responsabile di agire in fase di scatto sul pulsante di chiusura del diaframma presente sull’obiettivo con una tolleranza piuttosto ampia rispetto alla posizione di quest’ultimo.

scatola dello specchio di una Asahi Pentax S2 – ben visibile il comando anteriore a mezzaluna per la chiusura del diaframma in fase di scatto
Nel 1959 la questione della trasmissione dei valori del diaframma al sistema TTL del corpo macchina, che in questo caso prevedeva a maggior ragione un accoppiamento preciso, era ancora lì da venire ma non avrebbe tardato a presentarsi confermando la bontà dei sistemi a baionetta rispetto a quelli a vite per l’adozione di letture a tutta apertura.
Questi limiti verranno superati per il passo 42×1 solo una decina d’anni dopo con la presentazione del sistema Pentacon Electric, che tuttavia abbandonava l’accoppiamento meccanico a favore di quello elettrico, e dei successivi per Pentax ES, Olympus FTL e per Zeiss Ikon SL706.
Il sistema di comando automatico del diaframma, ancorché su fotocamere ancora prive di esposimetro, doveva essere dunque considerato all’epoca una caratteristica imprescindibile da molti produttori giapponesi.
E la storia diede loro ragione.
Passando poi al sistema di comando dello scatto, l’ingegnosa soluzione messa in atto da Petri sulla Penta e sulle successive, sino alla FT del 1967, scontava un problema comune a molte altre fotocamere del periodo, quello dell’utilizzo di leghe metalliche di più facile lavorazione rispetto all’acciaio, leghe che tuttavia manifestavano la loro maggiore malleabilità anche attraverso una più marcata usura alla base poi di malfunzionamenti che richiedevano il ricorso a riparatori specializzati.

particolare del sistema di trasmissione del comando di scatto su una Petri Flex V del 1961; le camme di comando presenti sull’albero sono fissate con viti di tenuta e richiedono un intervento non banale in caso di ritaratura
Un analogo problema lo avevano ad esempio i modelli Bronica della serie S presentata nel 1960. La questione era anche per Bronica come per Petri accentuata da una complessità meccanica che avrebbe richiesto l’utilizzo di materiali di maggiore durezza.
Mentre per la prima la questione fu anni dopo risolta con l’uscita della S2A, Petri fu accompagnata purtroppo anche nella successiva produzione da un’alea di scarsa affidabilità che ne condizionò non poco la diffusione ad esempio nel mercato europeo.
movimento del sistema di scatto della Petri Flex V del 1961 – notare la quantità di grasso ormai secco presente, segno come questi meccanismi richiedessero una abbondante ingrassatura per garantirne il buon funzionamento
Un’ultima curiosità circa il particolare sistema di comando dello scatto ad albero longitudinale della Petri Penta riguarda il fatto che questa soluzione compare solo sulla produzione successiva al primo lotto di esemplari. Questo lotto, infatti, era caratterizzato da un leveraggio tradizionale sostituito, già a produzione avviata, con quello che caratterizzerà poi anche i successivi modelli della serie.
Dal 1960 sino al 1964 le successive versioni della Petri Penta e Petri Flex non si discostano dal design originale e dalla meccanica della prima versione. Le sole modifiche riguardano per lo più, in aggiunta al cambio di innesto delle ottiche, l’applicazione sul frontale degli attacchi per l’esposimetro clip on che rappresenta la soluzione adottata sino alla Petri Flex V6, l’unificazione della gamma dei tempi di scatto in una sola ghiera.
La prima fotocamera Petri ad adottare 1/1000 di secondo sarà la Petri Flex 7 del 1964 nella quale la gamma dei tempi lenti viene anche estesa alla velocità di un secondo.
La Petri Flex 7 pur conservando le principali proprietà meccaniche dei precedenti modelli introduce una cellula esposimetrica tonda sul frontale del prisma.

Petri Flex 7 del 1964 con la cellula sul frontale in stile Contarex
Al pari dell’esposimetro clip on della V6 anche il sistema incorporato nella Petri Flex 7 è al CdS alimentato a batteria posizionata sul frontale della fotocamera. Quella della posizione del coperchio tondo in finitura satinata del vano batteria rimarrà una delle caratteristiche di tutti i modelli successivi e verrà abbandonata solo con dalla MF-101 del 1977.
La Petri Flex 7 e le Petri 7 e 7s, questi ultimi due modelli sono a telemetro ad ottica fissa, rappresentano la produzione più iconica della casa giapponese degli anni ’60.
La reflex per il design ispirato alla Contarex, la 7 e 7s rispettivamente del 1961 e 1962 per essere state tra le prime giapponesi a telemetro ad ottica fissa ad essere salite agli onori della ribalta per maneggevolezza e qualità dei risultati, inaugurando così il filone descritto in questo articolo sulle giapponesi maggiorate.
La Petri 7s era disponibile con due distinte dotazioni ottiche rispettivamente di apertura massima 1.8 e 2.8.
L’ultima reflex 35 mm con family feeling della Petri Penta è la V6 del 1965, spogliata dei fregi originari e integrata con l’incisione sul prisma del marchio Petri.

Petri V6, marchiata Revue, con l’esposimetro clip on
Una peculiarità della Petri Flex V6 è di essere stata distribuita anche da Foto Quelle come Revue V6 a fine anni ’60 quando ormai il modello originale era a fine corsa.
Cosa piuttosto insolita per Foto Quelle, la V6 mantiene il marchio Petri sul prisma sopra a quello Revue quando di norma la casa di Norimberga tendeva a sostituire per intero con il proprio brand quello del produttore.

estratto del catalogo Foto Quelle del 1968 – pagina con le fotocamere reflex disponibili a marchio Revue tra le quali la Petri V6
La Petri V6 veniva proposta ad un prezzo di 299 marchi che al cambio di allora corrispondevano a circa 47.000 lire. Un prezzo piuttosto aggressivo se consideriamo che una Petri FT, dotata di esposimetro TTL, era esposta nel listino ufficiale dell’importatore italiano a 210.000 lire (fonte Fotografare ottobre 1968).

Fotografare, dicembre 1967 – pubblicità di CFC Milano, negozio che ha chiuso i battenti non molti anni fa; i listini ufficiali pubblicati dalle riviste in quegli anni mostravano spesso valori ben al disopra di quelli di mercato ciò in ragione delle politiche di prezzo sulle quali i commercianti avevano ampia discrezionalità sia per il fenomeno dell’importazione parallela sia per i margini sul materiale sensibilmente superiori agli attuali; in questo caso a fronte del listino ufficiale che quotava la Petri FT 210.000 lire, il negozio milanese la proponeva a 95.000 lire
La vera svolta per design e funzionalità arriva nel 1967 con il lancio della Petri FT dotata di esposimetro TTL in modalità Stop Down.
La FT mantiene le impostazioni meccaniche della precedente serie Petri Flex nonché l’innesto delle ottiche con collare di serraggio ed ha un discreto successo commerciale anche in Italia.

particolare del sistema di scatto della Petri FT del 1967
Nel numero di Fotografare dell’ottobre del 1968, la rivista ha circa un anno e mezzo di vita, la Petri FT, messa a confronto con altre cinque fotocamere dell’epoca di altre marche, ottiene giudizi largamente positivi come testimoniato in questo estratto dell’articolo dedicato.

Fotografare, ottobre 1968 – estratto dedicato alla prova comparativa di sei reflex 35 mm – la Petri FT viene elogiata per la rapidità d’suo dell’esposimetro la cui leva di attivazione è posta accanto al pulsante di scatto

Petri FT del 1967 anch’essa con il vano batteria sul frontale che in questo caso alimenta il sistema esposimetrico TTL della fotocamera

la Petri FT può montare tutte le ottiche della serie Petri Flex con innesto a baionetta; nella foto l’esemplare è corredato da un interessante 35 mm 2.8 marchiato Revue che fa parte del corredo della Revue V6
Il buon successo commerciale della Petri FT e della 7s a telemetro fece sì che nel 1974 Petri presentasse una la loro riedizione, rispettivamente nella TTL, reflex, e nella 7s II a telemetro.

estratto del libretto di istruzioni della Petri FTX analogo al modello TTL con l’indicazione dello schema di funzionamento dell’esposiemtro incorporato
Le caratteristiche delle due fotocamera sono del tutto simili ai precedenti modelli ivi compresa, per la 7s II, la vistosa cellula circolare al selenio coassiale all’ottica pur avendo le concorrenti dirette Konica Auto S, Minolta Hi-Matic 7s e Canonet QL17 GIII adottato sistemi di lettura al CdS.

Petri 7s II del 1974

Petri 7s del 1962

Petri TTL del 1974 commercializzata anche come Petri FTX
Al di la dell’opportunità di sfruttare la buona scia commerciale dei modelli anni ’60 riproponendo le loro versioni aggiornate, questa mossa di Petri denota principalmente una mancanza di innovazione che caratterizza alcune aziende giapponesi che cesseranno l’attività di produzione di fotocamere negli anni ’70.
Nel caso di Petri, la produzione seguì nella prima fase di quel decennio le evoluzioni tipiche del periodo introducendo il sistema di misurazione automatica dell’esposizione nel modello FTE del 1973 dotata di innesto delle ottiche a vite 42×1.

Petri FTX o TTL sopra a raffronto con la Petri FT sotto
Alla Petri TTL sono legati, come ho più volte scritto e raccontato, i miei primi momenti della passione per la fotografia.

la Petri TTL è dotata del nuovo sistema di scatto che perde la prerogativa dell’albero longitudinale dei precedenti modelli
Con il fallimento di Kuribayashi avvenuto nel 1978 il marchio Petri sopravvive con una nuova la ragione sociale Petri Kōgyō KK con una produzione interamente realizzata da Cosina a marchio Petri. Come osservavo nella prima parte dell’articolo è più che probabile, ma purtroppo non agevolmente verificabile, che Petri Kōgyō KK fosse interamente di proprietà della casa di Nagano solita a brandizzare i propri apparecchi per aziende terze o partecipate.
Il passaggio della produzione a Cosina determina presto anche l’adozione della baionetta K che caratterizzerà i modelli Petri dall’inizio degli anni ’80.
La nutrita serie di fotocamere SRL 35 mm a marchio Petri, realizzata in contemporanea o successivamente al fallimento dell’azienda, è riepilogata nella tabella sottostante con il relativo modello Cosina dal quale derivano le singole fotocamere.

Ricordo che ad inizio anni ’80 valutai per l’acquisto della prima reflex la Petri MF-101 che aveva un costo accessibile e richiamava il marchio al quale ero affettivamente legato per la ragioni alle quali ho fatto cenno sopra.
Alle fine, di lì a poco, ricevetti in regalo da miei una Pentax K1000 ma questa è tutta un’altra storia.
Max Terzi

Petri Flex V del 1961

Petri Flex V del 1961

estratto del libretto di istruzioni della Petri Penta V con la descrizione dell’ottica standard un 55mm f2 a sei lenti

Petri 7 del 1961 nella versione con il 45 mm 2.8 a quattro lenti e gli aggiuntivi ottici tele e grandangolare
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Complimenti Max !!!
Grazie Gianni!
Max