“Sai che cosa diceva quel tale? “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il rinascimento. In svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù!”

Approfondendo questo tema in occasione della preparazione della serata da NOC sulle fotocamere svizzere, ne era emerso un quadro più articolato di quanti immaginassi e soprattutto una forte correlazione, sviluppatasi nel secondo dopoguerra, tra l’industria orologiaia e quella della produzione di fotocamere.

Per arrivare a questa correlazione e al successivo sviluppo della Bolex Paillard e delle ottiche Kern, riavvolgo come di consueto il nostro della storia.

L’orologeria svizzera deve le proprie origini a due fattori legati all’avvento del calvinismo che da un lato determinò la condanna del lusso e tutti i suoi simboli, spingendo già nel XVI secolo numerosi orafi, in particolare quelli presenti a Ginevra a convertire la propria competenza artigianale verso il mestiere dell’orologiaio.

La crescita del numero di attività orologiaie presenti nella citta svizzera determina nel XVIII secolo il trasferimento di molti artigiani verso il massiccio del Giura, nell’area nota come la vallata degli orologi che comprende diversi centri di produzione, fra cui la Chaux de Fonds, la Vallée des Joux, Neuchâtel, Le Locle e Schaffhausen.

Già nel secolo successivo l’industria orologiaia aveva superato quella inglese e contava tra i più importanti produttori al mondo.

I primi veri concorrenti degli svizzeri fecero la loro comparsa nella seconda metà del ‘ottocento con la produzione di massa dell’industria americana che nel giro di un decennio fece crollare di tre quarti l’esportazione degli orologi oltre oceano.

Da quel momento i prodotti che usciranno dalla fabbrica di Sainte Croix si impongono sul mercato, distinguendosi per l’assoluta precisione dei meccanismi e per le innovazioni via via introdotte.

Al personaggio di Bogopolsky, al quale si deve anche il progetto della BOL.CA. fotocamera poi realizzate da Pignon con il marchio ALPA, ho dedicato i primi tre articoli che pubblicai su SENSEI.

Con l’avvio della produzione delle cineprese Bolex, Kern stabilisce con Paillard una lunga collaborazione per la produzione di obiettivi cinematografici che nel secondo dopoguerra, a seguito dei miglioramenti dell’ingegneria ottica introdotti dalle esigenze belliche, porterà alla creazione della linea di obiettivi Switar e Yvar.

Ne uscì così la nuova serie marchiata RX con le più belle e luminose ottiche, a mio giudizio, mai create per riprese 16mm.

Negli ultimi anni si è risvegliato un certo interesse attorno a questi obiettivi, soprattutto nelle versioni a focale fissa, interesse giustificato in minima parte dalla ripresa nell’utilizzo delle riprese nel formato 16mm.

Ha preso invece piede l’utilizzo di alcune di queste ottiche su corpi digitali mirrorless che consento, attraverso appositi e semplici anelli adattatori di arrivare al tiraggio corretto mantenendo quindi la messa a fuoco all’infinito.

L’eccellente precisione e qualità ottiche di questi obiettivi, la resa cromatica esaltata dagli attuali sensori e un generoso cerchio di copertura, consentono di ottenere risultati interessanti che giustificano in buona parte la richiesta e la conseguente lievitazione dei prezzi alla quale stiamo assistendo.

Prima di entrare nel merito della prova, apro una parentesi affettiva sulla mia Bolex.

Una quindicina di anni fa, affascinato da queste straordinarie macchine, misi insieme un piccolo corredo che ho tutt’ora e con il quale ebbi occasione di girare qualche bobina da 30 metri delle ultime Kodachrome 40 ancora sviluppate dal laboratorio svizzero di Kodak che di lì a poco chiuse i battenti.

Per quanto non abbia mai avuto grande passione per le riprese cine e, in generale anche oggi, per quelle video, devo dire che utilizzare la H16 è un’esperienza straordinaria per la semplicità e la precisione di questo strumento, per l’ingegnosità di alcune soluzioni, prima fra tutte quella relativa al dispositivo per le dissolvenze incrociate.

Ancora più incredibile è la resa su pellicola delle ottiche, esaltata dalla bellezza dei colori della K40.

Gli obiettivi della mia H16 sono i tre classici Kern Switar.

Per ciascuna delle ottiche ho indicato il relativo cerchio di copertura, concetto sul quale ritorno a breve.

Il cerchio di copertura è l’area, circolare per l’appunto, che l’ottica definisce sul piano di ripresa.

Di norma siamo abituati a parlare di questa caratteristica quando facciamo riferimento a obiettivi per fotocamere a corpi mobili siano essere bachi ottici o folding camera.

Nel contesto di utilizzo di queste fotocamere il cerchio di copertura ha un importanza fondamentale poiché consente ad esempio di effettuare i movimenti di decentramento restando nell’ambito del campo inquadrato dall’obiettivo.

Del cerchio di copertura ho parlato in modo più dettagliato in questi due articoli sui banchi ottici e sulle folding camera.

Non sentirete invece citare questa caratteristica tra quelle solitamente elencate per le ottiche 35mm.

Questo nonostante vi sia un principio generale che di norma attribuisce alla parte centrale della copertura di un obiettivo quella di migliore qualità, tanto che nei test sulle ottiche si misura la perdita di qualità ai bordi come indicatore di scarsa qualità, qualora il fenomeno sia presente in modo rilevabile.

A parità di focale e di formato coperto, otterremo dunque potenzialmente ed in linea generale risultati migliori da obiettivi con un maggior cerchio di copertura.

Per le ottiche Kern, nate per il formato 16mm, che utilizziamo in questa prova sul più ampio formato APS-C, maggiore sarà il loro cerchio di copertura meno dovremo croppare il fotogramma, sfruttando così al meglio l’area del sensore e quindi la risoluzione in termini di pixel dell’immagine che otterremo.

Di contro sfruttando per intero il cerchio di copertura patiremo nell’utilizzo la perdita di qualità ai bordi.

Su questi aspetti questi tre obiettivi rivelano comunque aspetti molto interessanti.

Come è possibile vedere dalle immagini che descrivono il cerchio di copertura delle tre lenti, il 75mm presenta il miglior risultato mantenendo una accettabile perdita di qualità ai bordi.

 

 

Nel formato APS-C, questa focale ha una vignettatura, accentuata dalla chiusura del diaframma che in questo caso è a f16.

Il crop per arrivare ad una immagine pulita è comunque contenuto e consente di ottenere un formato finale molto simile, in termini di dimensione, a quello APS-C dal quale siamo partiti.

Come punto di riferimento ho indicato con il tratteggio in giallo il formato 16mm per il quale questa ottica è nata.

Qui sotto un esempio di crop per eliminare la vignettatura con evidenza anche un particolare ingrandito.

 

 

Il 25mm ha invece una copertura molto più ridotta come è possibile verificare nell’immagine sotto riportata.

 

 

Questa focale ha inoltre una forte distorsione se utilizzata per riprese di soggetti ravvicinati, avendo una messa a fuoco minima di 50 cm. Il 75mm ha invece una mesa a fuoco minima di 1,5 metri.

 

 

Com’è possibile vedere la distorsione è assente nell’area coperta dal formato 16mm per il quale quest’ottica è nata.

Il terzo obiettivo, il grandangolare 10mm, ha un cerchio di copertura inferiore con una messa a fuoco minima che scende a 20 cm e una profondità di campo molto ampia che costituisce una buona prerogativa nell’utilizzo con una cinepresa 16mm.

 

 

La perdita di qualità ai brodi è abbastanza evidente così come la distorsione che tuttavia non viene accentuata nelle riprese ravvicinate.

In questo caso l’effetto, senza crop dell’immagine, si concretizza in questa sorta di occhio magico.

Qui sotto la tabella della profondità di campo.

 

 

Un’ultima considerazione sugli schemi ottici, soprattutto delle due lenti più interessanti da questo punto di vista che sono a mio giudizio il 10mm e il 25mm.

 

 

Ci troviamo di fronte ad una complessa progettazione che doveva conciliare luminosità, come caratteristica necessaria alle riprese, compensazione della caduta di luce, determinata dal prisma semiriflettente presente nella cinepresa, e non da ultimo una resa eccellente sul formato 16mm.

Di queste focali esistono anche le versioni per 8mm qui mostrate nella versione non RX.

 

 

In questo caso il tiraggio ancor più limitato ed il cerchio di copertura ancora più piccolo, non consentono un utilizzo in abbinamento a fotocamere digitali.

 

Con questa Bolex D8L che monta le ottiche 8mm sopra mostrate si chiude questa breve rassegna nell’affascinante mondo Bolex.

 

 

 

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

 

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4 COMMENTS

  1. Complimenti Max !!! Gran bell’articolo… Uno dei più esaustivi ed interessanti sulle ottiche Kern per il 16mm….
    Gianni

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