Olympus XA, ovetto con sorpresa

Nel libro di Gigi Padovani sulla Nutella, l’autore racconta di come sia nata l’idea dell’ovetto Kinder in casa Ferrero: “Un giorno Michele Ferrero disse ai suoi collaboratori: sapete perché ai bambini piacciono tanto le uova di Pasqua? Perché hanno le sorprese dentro. Allora, sapete che cosa dobbiamo fare? Diamogli la Pasqua tutti i giorni”.

Era il 1974, anno nel quale nacquero i famosi ovetti.

L’idea sfruttava commercialmente il sentimento del gusto per la sorpresa insieme alla caratteristica della molteplice utilità, riassunta qualche anno dopo nella pubblicità nella quale il bambino dice alla mamma “vorrei una cosa nuova, un gioco e del cioccolato”.

Capirete quindi come l’appellativo di “ovetto” dato alla famosa compatta di casa Olympus presentata nel 1979, cinque anni dopo l’ovetto Kinder, bene si adatta non solo alla forma ma anche al contenuto di questa fotocamera.

 

 

La miniaturizzazione dei formati e delle fotocamere ha un origine ben più datata rispetto all’uscita dell’Olympus XA ed è innegabile che la generazione di compatte 35 mm abbia inizio nel 1966 con la presentazione della Rollei 35, raggiungendo con essa un trade off, imbattuto per almeno un decennio, tra dimensioni della fotocamera e dimensioni del formato.

Il tutto arricchito da una meccanica geniale e da un’ottica straordinaria.

 

Olympus XA – Rollei RPX 100 – Torino

 

Queste caratteristiche furono poi riprese negli anni ’70 e reinterpretate nella Minox 35, alla quale ho dedicato questo articolo, fotocamera che rappresentò la possibilità, per la casa posta nelle vicinanze di Wetzlar, di varcare la soglia del formato 35 mm dopo il successo, che si preannunciava ormai in fase calante, della generazione di “spy cameras” nata a Riga prima della seconda guerra.

Minox interpretò a suo modo la nuova compatta, aggiungendo l’esposizione automatica a priorità di diaframmi e dotando l’apparecchio di un particolare meccanismo di chiusura dell’obbiettivo che si guadagnò l’appellativo di “ponte levatoio”.

 

 

La caratteristica di compattezza di queste due fotocamere era fornita dalla possibilità di far collassare l’ottica all’interno del corpo macchina quando l’apparecchio è in posizione di riposo, caratteristica identica a quella riscontrabile sulle fotocamere “folding” che consentono di variare le dimensioni della macchina attraverso un sistema pieghevole che garantisce con un soffietto, la perfetta tenuta di luce.

Identico principio lo troviamo poi nei sistemi costituiti da tubi telescopici come ad esempio sulla Lord, fotocamera anteguerra per medio formato della Tokyo Kogaku, o sulla Astor prodotta negli anni ’50 da Ferrania, piuttosto che sugli Elmar Leitz ai quali è certamente ispirato il sistema di collassamento dell’ottica della Rollei 35.

 

 

In sintesi quindi vi è, per gli schemi ottici classici, un vincolo di distanza tra piano pellicola e piano focale dell’obiettivo che determina le dimensioni dell’apparecchio qualora non si applichino, per l’appunto, sistemi di riduzione di questa distanza quando la fotocamera non è utilizzata.

Al pari dell’ovetto Kinder arriva nel 1979 con la Olympus XA una cosa nuova.

Questa fotocamera deve la sua compattezza alla caratteristica dell’ottica, un 35 mm Zuiko 2.8, con schema retrofocus invertito, costituito da sei elementi in cinque gruppi.

 

 

Questa particolare ottica consente una sostanziale riduzione della distanza tra lente e piano pellicola così da non rendere necessario alcun meccanismo di apertura/chiusura dell’ottica.

 

 

Non solo, e chi ha provato questa fotocamera lo sa bene, questa ottica garantisce una sorprendente tenuta nel controluce, come mostra la foto che ho scattato sul Gran Sasso, piuttosto che un livello di distorsione e vignettatura estremamente contenuti come è possibile vedere nell’immagine qui sotto.

 

 

E questa, credetemi, è la vera sorpresa nell’ovetto.

La XA ha poi ulteriori prerogative, come ad esempio il telemetro che pur con una base molto ridotta, garantisce una messa a fuoco di precisione soprattutto per le brevi distanze o quando si utilizza la massima apertura del diaframma.

Del resto su questa tipologia di obiettivi, diafframmando un minimo, si ottiene una profondità di campo sufficiente per compensare gli errori della messa a fuoco a stima.

Su una compatta di questo genere il telemetro è una pura sfida, necessitando anch’esso, per consentire una efficace lettura, di spazio tra le due finestrelle, spazio che costituisce per l’appunto la distanza o base telemetrica.

Più la base è ampia, ovvero le finestrelle sono distanti l’una dall’altra, più il telemetro consente una lettura precisa.

Di contro, come dicevo sopra, un tale meccanismo ha bisogno di spazio, a discapito della compattezza dell’apparecchio.

Oltre allo spazio, ha necessità anche di un sistema costruttivo che garantisca un percorso della luce qualitativamente sufficiente a poter osservare con il giusto contrasto le due immagini sovrapposte.

Sulla XA quindi l’installazione del telemetro fu una mossa apprezzabile quanto ardita e questo sistema di regolazione del fuoco non verrà più replicato sui modelli successivi.

Per questa ragione il primo modello della serie XA di casa Olympus rappresenta a mio avviso l’apice della produzione in termini qualitativi.

Parlando della Olympus XA non si può non citare il suo progettista ovvero Yoshihisa Maitani.

 

 

Nato nel 1933, fin da ragazzo appassionato di fotografa e fotocamere, studia ingegneria meccanica ed entra in Olympus Optical Co. nel 1956 come progettista.

In questa veste diede un sostanziale contributo allo sviluppo di molte fotocamere di grande successo divenute pietre miliari nella storia dell’industria ottica e fotografica, quali la Olympus Pen del 1959, la Olympus Pen F del 1963, la Olympus OM 1 del 1973 e la Olympus XA del 1979.

 

 

Maitani muore nel 2009 all’età di 76 anni.

Ed ecco come egli stesso racconta l’idea attorno alla quale nacque la XA.

“Il concetto chiave del sistema audio Walkman di Sony era quello di ascoltare la musica all’aperto, in contrasto con la percezione della musica come qualcosa da apprezzare al chiuso. Il Walkman è apparso per la prima volta sul mercato contemporaneamente alla XA. Anche il concetto era simile. Entrambi i prodotti sono stati progettati per essere portati ovunque, uno per fornire audio, l’altro per registrare immagini. Il percorso per la realizzazione dell’apparecchio è stato molto complesso e difficile per via dei problemi sorti sia in fase di progettazione sia in fase di produzione. Uno dei problemi fu legato all’uso della plastica. C’era un in quegli anni un notevole interesse attorno all’impiego della plastica anche se un prodotto in plastica appariva poi come economico. Sono un ingegnere, ma conosco anche un po’ di design e volevo usare la plastica in un modo da sfruttare le caratteristiche del materiale senza rendere l’idea di una fotocamera economica. Quindi abbiamo usato la plastica per la realizzare la copertura scorrevole dell’ottica che doveva sostituire il classico tappo. La XA fu la prima fotocamera a vincere un Gran Premio del Good Design, riconoscimento conferito dalla Japan Industrial Design Promotion Organization”.

Vi è poi un’altra frase di Maitani che ben descrive la passione e l’ingegno tipica di chi ha saputo creare prodotti innovativi partendo da un obiettivo concreto e dalla necessità di sviluppare un prodotto di eccellenza: “Olympus ha avuto una cultura aziendale caratterizzata dalla creazione di prodotti innovativi. Tuttavia non ho ereditato il DNA di Olympus né mi è stato insegnata questa cultura. Adoro semplicemente fare fotografie e, se avessi bisogno di qualcosa per quello scopo, farei del mio meglio per crearlo.

Mi è capitato più di una volta di osservare e scrivere come la grande spinta innovativa di molti produttori di fotocamere, in occidente come in oriente, fu determinata dal voler sviluppare un prodotto innovativo nell’ottica di chi poi l’avrebbe utilizzato. Fu il Caso Di Victor Hasselblad o di Fuketa e Kamekura per la Nikon F.

Non lo fu purtroppo in molti casi per l’industria tedesca che finì per ragionare in termini autocelebrativi realizzando in alcuni casi prodotti con la logica di vendere la complessità ed il puro esercizio di progettazione meccanica che li avevano originati.

Ma torniamo al nostro “ovetto”.

Lo stile di progettazione della XA, ovvero la mancanza dell’ottica retrattile, lo troviamo replicato in alcune successive fotocamere senza mai raggiungere la qualità complessiva del prodotto di casa Olympus.

Tra queste fotocamere cito la Cosina CX-1 e la LOMO LC-A.

 

 

La LOMO chiaramente ispirata alla CX-1 ed al successivo modello CX-2 deve proprio all’imperfezione dell’ottica la sua grande fama.

Con la focale abbassata a 32 mm per agevolare la compattezza dell’apparecchio, l’ottica della compatta di Leningrado/San Pietroburgo presenta difetti evidenti come mostrato nelle due immagini qui sotto, difetti che hanno finito per determinarne, per l’appunto, il successo nell’ambito del filone della Lomografia.

 

LOMO LC-A, Ilford FP4, Stazione di San Benedetto del Tronto

 

 

LOMO LC-A, Ilford FP4, Milano Museo del 900

 

Peraltro giova ricordare che proprio per la scelta da parte dei fondatori di Lomography di questa fotocamera, i successivi cloni, realizzati in oriente dopo l’interruzione della produzione da parte di LOMO, sono stati sempre più semplificati conservando ben poco delle caratteristiche interessanti della LC-A ma di contro amplificandone i difetti, presupposto questo alla base dello stile creativo lanciato dal gruppo di ragazzi viennesi.

Infine una breve carrellata sui modelli della serie XA.

Il primo, come dicevo introdotto nel 1979, è stata il punto di riferimento della serie, è dotato di telemetro, di un sistema di esposizione a priorità di diaframmi con esposimetro al CdS alimentato da due batterie LR44 attualmente ancora disponibili, di un obiettivo Zuiko 35mm 2.8 a sei elementi e di un otturatore con velocità da 10 secondi a 1/500.

La XA2, introdotta nel 1980, è una versione semplificata della XA ed è priva del telemetro, ha la messa a fuoco a stima, un sistema di esposizione programm con tempi da 2 secondi a 1/750. Ha un obiettivo Zuiko 35mm f 3.5 a quattro elementi in quattro gruppi. Fu prodotta oltre che nella classica finitura nera, anche nei colori bianco, rosso e blu.

La XA1 presentata nel 1982, era il più economico e il più semplice modello della serie. Aveva un‘ottica 35 mm f4 a quattro elementi e un otturatore con tempi da 1/30 a 1/250 con esposizione program comandata da una cellula al selenio.

La XA3 prodotta dal 1985, è una versione aggiornata della XA2 con l’aggiunta del sistema DX per la lettura automatica della sensibilità della pellicola con l’estensione a 1600 ASA.

La XA4 uscita nel 1985, era una XA2 con un obiettivo Zuiko 28mm f 3,5 a cinque elementi con messa a fuoco minima a 0,3 m. La cinghietta speciale fornita con la fotocamera permetteva, in puro stile Minox, di misurare le distanze dal soggetto di 0,3 e 0,5 metri.

Tutti i modelli sono dotati di flash opzionale da collegare a lato della fotocamera.

Come si può vedere dalle caratteristiche sopra elencate, la serie XA andò incontro ad una progressiva semplificazione con il probabile obbiettivo di abbracciare sempre più il vasto segmento degli utilizzatori meno esperti.

Nel 1991 questa serie cede il testimone alla nuova e fortunata saga µ (Mju) che traghetterà qualche anno dopo il mondo delle compatte Olympus verso il digitale.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

Sitografia e bibliografia
https://www.nadir.it/ob-fot/OLYMPUS_XA/olympus_xa-refl.htm
https://www.olympusglobal.com/technology/museum/lecture/vol2/</
Padovani G., Mondo Nutella 50 anni di innovazione, Rizzoli
Fotografie di Max Terzi

 

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