Nikon interrompe lo sviluppo di nuovi modelli reflex ?!?

Tra le frasi attribuite ad Henry Ford ne ricordo una in particolare riferita al tema dell’innovazione che recita grossomodo così: se avessi ascoltato i miei clienti non avrei costruito automobili ma allevato cavalli in grado di galoppare a velocità sempre maggiore.

Da questo ne traggo che in momenti di forte discontinuità, le aziende devono avere il coraggio di cambiare strategia anche a fronte di clienti o potenziali clienti che chiedono un approccio più conservativo e che spesso poi, i prodotti più tradizionali, non li acquistano nemmeno.

Il 13 luglio scorso nelle pagine della edizione on line del più grande quotidiano finanziario del mondo, con una tiratura giornaliera superiore a tre milioni di copie, è apparso un articolo sui rumors che vedrebbero Nikon in procinto di abbandonare lo sviluppo di nuovi modelli reflex.

Nikon closes book on six decades of SLR camera history – Nikon F and digital successors found fans from pros to families.

Il Nikkei, formalmente The Nihon Keizai Shimbun, è la pubblicazione di punta di Nikkei, Inc. che dal 1950 pubblica, attraverso le pagine del proprio quotidiano, l’indice della borsa di Tokyo che prende per l’appunto il suo nome.

L’autorevolezza della fonte e il contenuto dell’articolo, che potete leggere qui, hanno scatenato, com’era immaginabile, una nutrita serie di reazioni e commenti tra sostenitori e detrattori del mondo digitale reflex.

Sino a qui nulla di nuovo: è abbastanza chiaro quanto il mercato si sia negli ultimi anni orientato verso i modelli mirrorless e quanto questo processo, ormai da tempo, non abbia scomposto più di tanto gli appassionati, quando alcuni marchi quali ad esempio Panasonic, Olympus o Sony, giusto per citarne alcuni, hanno orientato la loro produzione esclusivamente su questi.

Peraltro una analoga e recente dichiarazione di Canon, non aveva generato tanto scalpore quanto quella fatta ora da Nikon.

Quest’ultima, attraverso i canali ufficiali, rassicura che continuerà l’assistenza dei modelli commercializzati ed il supporto agli utenti, non confermando quindi, né smentendo, le voci di un abbandono nello sviluppo di nuovi modelli, rendendo così ancor più verosimile quanto dichiarato dal quotidiano giapponese.

Dopo aver letto quanto scritto in questi ultimi dieci giorni, tra riprese della notizia da parte della stampa e commenti sui social, mi sono detto che parlando e scrivendo spesso di eventi passati e dovendo spesso interpretare i momenti di mercato e delle aziende che lo animarono basandomi solo sulla, a volte poca, documentazione a disposizione, la questione dell’abbandono di Nikon nello sviluppo di fotocamere reflex meritava un piccolo approfondimento.

Questo anche in ragione del fatto che, se le voci troveranno conferma nel comportamento futuro dell’azienda, questa scelta passerà alla storia.

Una storia che vede tutti noi oggi testimoni diretti.

L’articolo apparso su Nikkei pubblica in apertura l’immagine di una Nikon F, enfatizzando il motto con il quale nel 1959, Nikon definì la fotocamera alla sua presentazione: the ultimate single lens reflex camera, able to meet all photography needs in a single device.

L’articolo prosegue affermando che sebbene la Nikon F non fosse il primo apparecchio di produzione giapponese nel suo genere, Asahi Optical uscì con il primo modello SLR 35 mm nel 1952, le caratteristiche d’avanguardia, quelle costruttive e la robustezza hanno reso il marchio sinonimo di qualità per i fotografi professionisti e hanno fatto sì che il concept di reflex 35mm divenisse privilegiato e sviluppato per molti anni dai produttori.

Del resto non è un mistero che gli anni ’60 furono caratterizzati da un progressivo abbandono della produzione di apparecchi a telemetro ad ottiche intercambiabili e Canon stessa, che non aveva creduto più di tanto al successo dei modelli reflex, fu costretta a cambiare politica accumulando un ritardo nello sviluppo dei prodotti rispetto alla principale concorrente Nippon Kogaku che si colmerà solo negli anni ’70.

l’affascinante Canonflex R2000 del 1960 prodotta in poco meno di novemila esemplari

Ora, comprendo l’orgoglio nipponico, così come apprezzo la Nikon F alla quale ho dedicato articoli e un incontro in occasione dell’anniversario dei sessantanni dalla presentazione del modello.

Trovo tuttavia altrettanto necessario considerare che il concetto di reflex nasce in Europa in tempi ben più remoti, viene sviluppato su apparecchi che utilizzavano pellicola 35 mm a metà degli anni ’30 in Germania dalla JHAGEE di Dresda, si arricchisce nei primi anni del dopoguerra di caratteristiche quali ad esempio il pentaprisma, le ottiche con schema retrofocus sviluppate sempre nel vecchio continente ma, e questo occorre ribadirlo in modo chiaro, il concetto di reflex 35 mm ha nella Nikon F il vero punto di svolta nella concezione di un apparecchio nato attorno ad un nuovo, rivoluzionario ed eccellente sistema di visione, ad una meccanica semplice, precisa e robusta, ispirata nella sua impostazione, a quella Leica.

Che il limite della visione reflex fosse nelle ridotte dimensioni dello schermo di messa a fuoco rispetto al campo inquadrato o alla scarsissima luminosità dei mirini, fu un fatto già rilevato nel 1947 da Telemaco Corsi e fu il limite sul quali egli lavorò nella progettazione della Rectaflex.

Che voi guardiate nel mirrino di una Exakta Varex, di una Praktina o di una Asahiflex di inizio anni ‘50, pur nate qualche anno dopo la Rectaflex, troverete mirini bui, con un campo inquadrato sensibilmente più piccolo del fotogramma effettivo, dotati di schermi di messa a fuoco con smerigliature di bassa qualità e mirini resi ancor più bui dall’utilizzo di ottiche poco luminose e spesso dotate di diaframma manuale.

il raffronto tra gli schermi di messa a fuoco intercambiabili e la dimensione dei prismi di una Praktina e di una Nikon F evidenzia le differenze tra i sistemi d visione delle due fotocamere 35 mm modulari

Del resto non sempre la presenza delle sole caratteristiche intrinseche, siano pur esse innovative, porta al successo di uno o dell’atro modello.

Più frequentemente è la qualità percepita dagli utilizzatori, unita alla capacità dell’azienda di comunicare al mercato la propria filosofia di prodotto a fare la differenza nel successo commerciale.

Quando Apple presentò il primi modelli di iPhone, alcune delle caratteristiche di base del telefono erano già state sviluppate dalla Palm nei personal digital assistant o PDA, nati per rendere portatili e maggiormente fruibili alcune applicazioni, e sui quali l’azienda aveva sviluppato nel tempo la tecnologia touch screen e applicato la connettività, dati, fonia e Bluetooth.

Molti ricorderanno che i primi navigatori portatili con cartografia Tom Tom furono proprio i Palm, che io ricordi quelli della serie Tungsten, commercializzati in Italia ad inizio anni 2000.

esempio di modelli Palm Tungsten

Palm arrivò anche a sviluppare alcuni modelli di smartphone.

Eppure nell’immaginario collettivo questa azienda è completamente scomparsa benché, con buona probabilità, oggi non esisterebbero i moderni smartphone se non fossero stati inventati prima i personal digital assistant dell’azienda californiana che dal 2010 è stata acquisita da HP con la conseguente dismissione del marchio Palm.

Analoga sorte toccò di fatto al mondo delle reflex nate prima della Nikon F, benché con un minimo di orgoglio europeista si cerchi di difendere il valore che ebbero gli apparecchi prodotti in occidente, meritevoli, quanto meno, dell’aver ispirato i progettisti della Nippon Kogaku.

La questione riguarda anche i primi modelli reflex di Canon presentati dal 1959 e caduti nell’oblio pur avendo anch’essi caratteristiche assolutamente interessanti ed ai quali ho recentemente dedicato questo articolo.

scena tratta dal film Il sorpasso del 1962 diretto da Dino Risi nella quale vediamo Vittorio Gassman impugnare una Canonflex R accanto ad una giovane Catherine Spaak, attrice recentemente scomparsa

La portata innovativa della Nikon F non fu del resto compresa subito dal mercato dei produttori, tanto che ci vollero oltre dieci anni perché i principali concorrenti di Nikon, presentassero modelli reflex che in qualche modo potessero competere, soprattutto tra i professionisti.

Questo per certi versi spiega la stabilità nella produzione della Nippon Kogaku negli anni ’60, stabilità favorita dalla seconda grande prerogativa della Nikon F: l’evoluzione del sistema di lettura esposimetrica dato dalle diverse versioni dei mirini Photomic.

particolare del primo modello di Photomic con la cellula dell’esposimetro esterna, scelta che ad esempio condizionerà anche Leica nel primo modello Leicaflex

Siamo quindi stati abituati a concepire il marchio Nikon come maggiormente rispettoso della propria tradizione e dei propri clienti, facendo spesso scelte conservative anche a discapito di una maggiore dinamicità, intesa come capacità di portare soluzioni in discontinuità rispetto al passato.

Neppure l’avvento del digitale modificò la tradizione dell’innesto delle ottiche F, il mantenimento del motore per la messa a fuoco nel corpo macchina e la trasmissione dei valori del diaframma del sistema AI.

Vi è tuttavia da dire che in generale l’avvento del digitale, che possiamo grossomodo posizionare tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, non variò di molto, almeno in via immediata, la tradizione costruttiva di molti marchi.

Basti pensare ad alcuni modelli reflex digitali, semplici adeguamenti di precedenti modelli analogici: ricordo ad esempio il caso di Canon con la EOS 300 divenuta 300D.

Nelle fotocamere reflex digitali, le opportunità legate alla presenza di un sensore in luogo della pellicola, sono state gestite, in termini innovativi, con estrema parsimonia dalle case costruttrici che solo nel tempo hanno introdotto ad esempio le funzioni live view o quelle video, hanno eliminato il prisma tradizionale a vantaggio di un sistema di specchi, ed hanno aperto la strada al successivo passo ovvero l’abbandono delle specchio e del mirino ottico.

Le fotocamere mirrorless, introdotte nel 2008 con la presentazione del primo modello da parte di Panasonic, sono state portatrici di indubbi vantaggi, in primo luogo per i costruttori, quali maggiore semplicità dovuta alla ormai pressoché totale assenza di meccanica, nuovi margini nella progettazione delle ottiche visto il minor tiraggio dei copri macchina, nuovi accessori per adattare gli obiettivi delle fotocamere reflex generando così una piena retrocompatibilità delle ottiche.

È tuttavia solo nel 2013 che si assiste alla vera svolta con la presentazione del primo modello mirrorless full frame da parte di Sony divenuta leader, in questo segmento con la serie Alpha 7.

Compatta, dotata a partire dalla versione Mark II di uno stabilizzatore sul sensore, in grado di montare qualsiasi tipo di ottica, consentendo per quelle dedicate al formato 35 mm il mantenimento della focale, declinata in tre differenti versioni delle quali una con caratteristiche maggiormente dedicate alle riprese video, in grado di accettare molti degli accessori delle telecamere professionali, la mirrorless Sony, come fu per la Nikon F, procede indisturbata per anni, prima che i principali marchi realizzino le opportunità legate a questa tipologia di apparecchi.

Non da ultimo le Sony Alpha 7, pur brutte e sgraziate, possono montare la serie dedicata di ottiche Zeiss nonché quelle prodotte direttamente da Sony sempre con attacco E, inoltre, tramite l’adattatore LE-EA4, tutte le ottiche con attacco A, ivi comprese quelle della serie AF di Minolta.

immagine tratta dal sito Sony dell’adattatore LE-EA4

L’adattatore LE-EA4 ha un specchio semiriflettente, sullo stile della Canon Pellix, benché non consenta alcuna visione reflex di tipo ottico, ha incorporato il motore AF e consente una sensibile accelerazione della velocità di messa a fuoco anche degli obiettivi Minolta più datati.

Ma torniamo alle notizie uscite in questi giorni sugli organi di formazione in relazione allo storico abbandono.

Sempre il 13 luglio su Repubblica è apparso un interessante articolo che ha ripreso la notizia pubblicata da Nikkei.

Nel 2020, successivamente quindi all’uscita dei modelli mirrorless di Canon e Nikon, si è registrato il sorpasso delle fotocamere mirrorless sui modelli reflex e il dato, tratto dall’articolo di Repubblica, è ancor più emblematico se si considera che negli ultimi cinque anni il numero delle fotocamere digitali vendute, reflex e mirrorless, ha presentato un costante decremento passando da un volume di 11,68 milioni di pezzi nel 2017 ai 5,3 milioni del 2021.

Nel settore delle mirrorless, Sony mantiene ancora il primato con una quota del 32%, Canon il 28,2%, dato significativo se si considera la relativa giovane età del sistema, mentre Nikon è quarta dopo Olympus, con una quota di circa l’8%.

È quindi comprensibile come le mirrorless, con una quota del 60% in costante espansione, rispetto al mercato che presenta volumi annui in costante decrescita, siano oggi viste con estremo interesse a maggior ragione da aziende che hanno quote da riconquistare.

Che poi una digitale reflex copra in maniera eccellente, rispetto al resto degli apparecchi, esigenze specifiche, credo sia un dato di fatto che tuttavia non trova riscontro o non trova più un riscontro pieno, nelle vendite.

Potrei ad esempio raccontarvi quanto una reflex digitale full frame di Nikon rappresenti, dal mio punto di vista, una soluzione unica per poter scattare con il Medical Nikkor 200 mm 5.6 e quanto invece una mirrorless sia con questa ottica inutilizzabile per via dell’impossibilità di focheggiare a tutta apertura.

Ma capite bene che stiamo parlando del nulla.

Medical Nikkor 200 mm 5.6 – Nikon D700- mi sorprende che produttori del calibro di Novoflex non abbiano pensato di dotare i propri anelli adattatori di un comando di apertura del diaframma per favorire la messa a fuoco

I numeri che ho mostrato sopra condizionano di certo la produzione su scala industriale delle fotocamere reflex.

Per le aziende vi sono infatti meccanismi di costo che variano in ragione della dimensione dell’impianto produttivo ed in ragione dei volumi che l’impianto realizza.

Impianti industriali dimensionati per livelli di produzione che il mercato non è più in grado di assorbire sono generatori di costi che rendono non più conveniente produrre anche se potenzialmente il volume di pezzi che il mercato è ancora in grado di assorbire è elevato.

In Economia Industriale si usa ad esempio l’indicatore della dimensione ottima minima degli impianti per definire il livello produttivo sotto il quale la produzione non è più in grado di generare utile (in realtà il concetto è bel più articolato ma ai fini della comprensione del problema, mi fermo a questa descrizione sintetica).

Queste dinamiche, che ho descritto a più riprese ad esempio negli articoli sulla produzione Rollei a Singapore, portarono all’inizio degli anni ’80 al fallimento dell’azienda di Braunschweig proprio per la mancanza di una visione chiara sui propri margini industriali da un lato e per gli investimenti fatti ad inizio anni ’70 su dimensioni produttive mai realizzate dall’altro.

A questo punto appare abbastanza chiaro che le evoluzioni di prodotto di questo ultimo decennio ed il drastico calo nel volume delle vendite, avrebbero prima o poi convolto tutti i produttori nella dismissione degli apparecchi con minori volumi di fatturato.

Lascio quindi a questa immagine, nella quale è raffigurata la bandierina rossa che sul primo modello di Photomic segnala l’attivazione dell’esposimetro, sancire il segnale di stop al quale probabilmente a breve assisteremo nella produzione di reflex da parte di Nikon.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

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