Mamiya M645 1000s

Quando mi capita di maneggiare una fotocamera Mamiya penso sempre a quanto sia stata originale la produzione di questa azienda giapponese che vide la luce nel 1940 ad opera del suo fondatore Seiichi Mamiya nato nel 1899.

Quando si parla della produzione Mamiya riferita ai primi anni dalla fondazione non si può infatti non citare il fondatore che, al pari di altri grandi imprenditori giapponesi dell’epoca, muoveva i primi passi nel mondo della produzione di apparecchi fotografici, provenendo da un retroterra familiare imprenditoriale, spinto dalla passione per la fotografia e motivato dalla volontà di proporre prodotti innovativi rispetto agli standard di mercato di allora.

Seiichi Mamiya lascia l’azienda nel 1955 dopo aver lavorato al progetto di una TLR ad ottiche intercambiabili.

Maggiori dettagli sulla storia e sui primi modelli prodotti sono contenuti nell’articolo sulla Mamiya Six.

L’originalità della produzione di questa casa non viene dispersa dopo l’uscita del suo fondatore e a tal proposito ne sono indicatori la fortunata e longeva serie di biottiche, uniche con la caratteristica degli obiettivi intercambiabili, piuttosto che i modelli Press che stabiliscono uno nuovo standard di fotocamere multi formato a telemetro con la caratteristica della modularità.

copertina della brochure del 1979 della Mamiya Press Universal, modello prodotto tra il 1969 ed il 1991 dal quale derivano le Polaroid 600 e 600SE; il primo modello Press fu lanciato nel 1960

Capita tuttavia che sul finire degli anni ’60 il mercato delle SRL medio formato, prevalentemente rappresentato da Hasselblad e da Bronica, inizi a destare interesse da parte di altri produttori che sulla base di differenti concept presentano tra il 1969 ed il 1970 due nuovi apparecchi, anch’essi destinati a fare storia.

Parliamo della Pentax 6×7 e della Mamiya RB67.

estratto dalla brochure della Pentax 6×7 del 1981

I modelli ai quali si ispirano queste due fotocamere sono differenti.

Pentax alla serie Praktisix/Pentacon Six prodotta in Germania Est ovvero alle forme di una reflex 35 mm applicate ad un formato di pellicola di maggiori dimensioni.

Mamiya, nel solco del già collaudato filone sopra ricordato che dal 1966 era stato arricchito dalla nuova SRL medio formato di casa Rollei, la SL66, presenta una massiccia reflex ad obiettivi intercambiabili dotati di otturatore centrale e di dorso rotante per poter gestire il cambio di inquadratura da orizzontale a verticale senza cambiare posizione alla fotocamera.

estratto dalla brochure della Mamiya RB67 proS uscita nel 1974, quattro anni dopo il lancio del primo modello

Sulla nuova SRL Mamiya, al pari dei precedenti modelli Press e delle biottiche della serie C, trova posto un soffietto per la messa a fuoco al posto del più tradizionale elicoidale.

L’adozione da parte di entrambe le nuove fotocamere, Pentax e Mamiya, di un formato 6×7 introduce una complessità rispetto al classico formato quadrato 6×6 ovvero quella di poter effettuare inquadrature verticali con sistemi di visione, sino ad allora adottati, che prevedevano per lo più il ricorso a mirini a pozzetto.

La questione fu risolta già in fase progettuale, da Pentax con l’adozione di un pentaprisma e da Mamiya con il dorso rotante.

Il 6×7 era all’epoca già in uso su alcuni modelli Linhof ed era reclamizzato dalla casa di Monaco come il formato ideale.

La Mamiya RB 67, per quanto versatile, era ingombrante e pesante.

A differenza del coetaneo modello Pentax non era facilmente impugnabile né era dotata di accessori che ne favorissero la gestione a mano libera come era, per il modello della casa della Spotmatic, l’elegante impugnatura in legno.

Che fosse voluto o meno da Mamiya, la RB67 fu sin da subito relegata al ruolo di macchina da studio e chi a mai provato ad usare questo apparecchio in esterni non può che condividere questo approccio.

Si fece quindi strada nei primi anni ’70 l’idea di lavorare ad un modello ibrido che cogliesse le opportunità offerte dalla pellicola 120 in termini di maggiore formato del fotogramma abbinato a dimensioni più contenute dell’apparecchio ed ad una maneggevolezza che ne permettesse un uso più dinamico rispetto ai tradizionali modelli SRL che utilizzavano pellicola in rullo..

Una curiosità a proposito della scelta del formato è che Mamiya non svilupperà mai una SRL medio formato 6×6 lasciando questa prerogativa alle biottiche ed alle successive fotocamere a corpo rigido con telemetro ed ottiche intercambiabili.

Per quanto con un ridotto scarto temporale rispetto a Bronica, la presentazione della prima SRL di dimensioni compatte con fotogramma 6×4,5 è un primato che spetta a Mamiya con il lancio nel 1975 della 645.

L’anno dopo Bronica uscirà con la ETR che, in controtendenza con la filosofia da sempre sostenuta dalla casa fondata da Zenzaburo Yoshino, doterà il nuovo apparecchio di otturatore centrale anziché a tendina sul piano focale.

Di contro Mamiya, la cui produzione aveva fatto uso esclusivamente di otturatori centrali, usci con una fotocamera con otturatore a tendina.

In entrambi i casi viene riscoperto un formato già in uso negli anni ’20 derivante dalla divisione in due del fotogramma 6×9 su pellicola 120.

È curioso osservare come il 6×4,5 si diffonde di fatto ben prima del 6×6 che, per quanto previsto da Kodak già ad inizio ‘900 nei rulli 117, si affermerà grazie alla biottica di Braunschweig presentata dalla Franke e Heidecke nel 1929, e solo a metà anni ’30 comparirà con una numerazione dedicata sui rulli di formato 120.

Tra i modelli che adottarono il formato 6×4,5 vi è sicuramente da ricordare la produzione Erneman con la Ermanox a corpo rigido del 1924, dotata dello straordinario e luminoso Ernostar, e la successiva folding Zeiss Ikon Super Ikonta 531/16 nelle versioni pre e post-belliche.

In tutti i casi si tratta di una scelta di formato del fotogramma volta a contenere le dimensioni della fotocamera pur mantenendo una qualità dell’immagine che si rivela nel tempo, come è ben immaginabile, superiore a quella del nascente 24×36 su pellicola cine 35 mm.

Non trascurabile inoltre l’aumento del numero di scatti possibili su rullo 120 che passa dai dodici del formato 6×6 ai 16 del formato 6×4,5.

Per terminare il parallelismo con la produzione Pentax, occorre invece attendere fino al 1984 per assistere all’uscita del modello SRL dedicato al formato 6×4,5 che anche in questo caso non ha magazzini intercambiabili.

La Mamiya 645 è quindi una SLR ad ottiche intercambiabili con otturatore a tendina a scorrimento verticale controllato elettronicamente con tempi da 8 secondi a 1/500, doppio pulsante di scatto, sistema per doppie esposizioni, necessario anche per testare il funzionamento della macchina senza pellicola, comando per il sollevamento dello specchio.

copertina della brochure del 1975 della Mamiya 645; notare che nel primo modello prisma e pozzetto sono marchiati solo Mamiya

Con il modello vengono presentate ben otto ottiche, lo standard 80 mm 2.8 con schema a sei lenti in cinque gruppi, due grandangolari da 45 e 55 mm, e cinque tele da 110 a 300 mm.

Viene inoltre preannunciato un obiettivo da 70mm con apertura 2.8 dotato di otturatore contrale che consente la sincronizzazione del flash anche su tempi veloci.

estratto dalla brochure del 1975 della Mamiya 645 con la descrizione della gamma degli accessori e delle ottiche

La fotocamera è inoltre dotata di cinque vetrini di messa a fuoco intercambiabili, tre tipi di mirino, a pozzetto, a prisma e a prisma con sistema di lettura esposimetrica TTL.

La 645, come ho fatto cenno sopra, non prevede l’intercambiabilità del dorso.

Questa via, pur in presenza di apparecchi modulari, era già stata percorsa per i modelli della serie C di Bronica, assolutamente identici a quelli della serie S se non per il dorso fisso dotato di un porta pellicola del tutto analogo a quello ospitato nei magazzini intercambiabili.

estratto dal manuale di istruzioni della Mamiya 645 1000s nel quale è illustrato il funzionamento dell’inserto porta pellicola

Lo stesso schema degli inserti porta pellicola visti per Bronica C viene utilizzato per la Mamiya 645 e la scelta, interpretabile nell’ottica della maggiore compattezza e semplificazione della fotocamera, non ne compromise il successo.

I porta pellicola sono disponibili per film 120 e 220 con autonomia rispettivamente di quindici e trenta scatti.

I film Insert 220 sono utilizzabili anche con pellicola 120 con l’accortezza di non scattare oltre il fotogramma 15 o in alternativa possono essere modificati per funzionare alla stessa stregua dei 120.

Complessivamente le caratteristiche della Mamiya 645 si avvicinano per compattezza, versatilità e luminosità del parco ottico, dotazione di accessori a quelle degli apparecchi per pellicola 35 mm di punta consentendo un formato di negativo di circa tre volte superiore.

L’anno successivo alla presentazione della 645, esce il modello 1000s nel quale fanno la comparsa la velocità massima di scatto elevata ad 1/1000 di secondo, la leva per la verifica della profondità di campo e l’autoscatto.

copertina della brochure della Mamiya 645 1000s del 1976

Con la 1000s viene inoltre ampliata la gamma delle ottiche intercambiabili nella quale fa la comparsa un 80 mm con apertura massima a 1,9 con schema a sette lenti in sei gruppi destinato ad occupare il posto di ottica più luminosa prodotta per apparecchi medio formato.

a regime il parco ottiche si stabilizza su un numero di focali molto ampio e versatile

La fotocamera resta in produzione sino al 1990 con una gamma di ottiche ed accessori va via sempre più completa e viene affiancata dal 1979 al 1982 dal modello J, semplificato in alcune caratteristiche, e dalla nuova 645 Super apparsa nel 1995, completamente ridisegnata rispetto al precedente modello del quale condivide comunque l’innesto degli obiettivi.

estratto dalla brochure della Mamiya 645 1000s; nella pagina vengono illustrati il sistema di mirini intercambiabili che comprende quello esposimetrico TTL accoppiato al corpo macchina sia per i tempi sia per i diaframmi; a sinistra sono illustrati i cinque vetrini di messa a fuoco; il mirino della 645 ha una copertura del 94% del campo inquadrato in linea con i valori delle SRL 35 mm ma inferiore a quello della RB67 che è pari al 97%; a destra vi è inoltre il nuovo prisma TTL AE che consente la gestione automatica dell’esposizione a priorità di diaframmi

Milano 2024, Duomo – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 80 mm 1,9 con filtro arancione – Kentmere 100 sviluppata con Rollei Supergrain – l’ottica standard luminosa della 645 mantiene un contrasto ed un’incisione degni di nota

La longevità di ben quindici anni, con caratteristiche pressoché immutate, costituisce un altro primato della 1000s nell’ambito degli apparecchi di questa categoria se escludiamo la serie 500 di Hasselblad che ha comunque subito, nella sua lunga carriera, numerosi aggiornamenti.

La Mamiya 645 1000s fu la prima fotocamera medio formato che riuscii a possedere ed utilizzare grossomodo a metà anni ’90.

Decisi di acquistare questo modello, all’epoca già disponibile solo sul mercato dell’usato, non per una precisa scelta quanto perché cercavo da tempo di passare al medio formato e le finanze non mi permettevano l’acquisto di una Hasselblad che restava comunque il mio punto di arrivo.

Durante la pausa pranzo pascolavo, come capitava a molti appassionati, di fronte alla vetrina dell’usato di Artioli in piazza XXV Aprile a Milano sempre aggiornata con i nuovi arrivi.

La realtà di Artioli dell’epoca, che frequentavo assiduamente per la vicinanza alla sede della Società per la quale lavoravo, era del tutto analoga a quella di altri negozi di Milano che negli anni di grande sviluppo nelle vendite di materiale fotografico si erano specializzati anche nel ritiro e vendita del materiale usato, dato in permuta per l’acquisto di altro usato o di nuovo.

Fino alla scomparsa di Ermes Artioli, avvenuta a fine anni ’90 questo negozio è stato il mio punto di riferimento nell’avvio del percorso di collezionista/utilizzatore di fotocamere.

Si erano poi sviluppate in città, da metà anni ’80, attività commerciali che trattavano esclusivamente materiale usato e da collezione che, con il senno di poi, sono quelle che hanno meno sofferto dello scombussolamento del mercato portato dall’avvento dei corredi digitali.

Margini sulle vendite del nuovo in costante riduzione, necessità di fare magazzino per alimentare l’offerta a fronte di materiale che invecchiava in vetrina nel giro di poche settimane per l’uscita di nuovi modelli o varianti, hanno l’uno dopo l’altro fatto capitolare realtà con competenze di assoluto rilievo.

In una delle tante giornate di contemplazione del grande assortimento che compariva nella vetrina di Piazza XXV Aprile, mi capitò di scorgere, ad un prezzo ragionevole, un kit 645 1000s che acquistai al volo.

Milano 1997, subito dopo l’acquisto della 645 – Mamiya M645 1000s con 80 mm 2.8 – Kodak Porta 160VC – flash Multiblitz Report

La macchina, se ben conservata, mantiene caratteristiche di affidabilità e precisione di funzionamento che giustificano la tenuta nel tempo delle quotazioni dell’usato.

Attualmente il prezzo di una 645 1000s ha infatti eguagliato, ed in alcune configurazioni superato, quello dei modelli successivi Super e Pro.

Leggera e maneggevole, per la sua categoria, soprattutto se corredata del mirino a pozzetto e dell’ottica standard 80 mm 2.8, soffre oggi dell’unico il limite di non avere magazzini intercambiabili ma, di contro, sfrutta il vantaggio di una minore complessità meccanica che si traduce nel famoso detto che quello che non c’è non si rompe.

Mamiya 645 1000s con Mamiya C 80 mm 1,9 e mirino a pozzetto – la fotocamera in questa configurazione pesa 1,6 kg dai poco più di quattrocento grammi è costituito dal peso dell’ottica

Un aspetto da controllare accuratamente in fase di acquisto è lo stato delle guarnizioni dell’anta di chiusura del dorso che è dotata di un buon numero di strisce di materiale che ne garantiscono la tenuta alla luce.

Milano 1997 – darsena con la tradizionale fiera di Sinigaglia del sabato – Mamiya M645 1000s con 80 mm 2.8 – Kodak Porta 160VC

Nel dubbio è sempre meglio rivolgersi ad un riparatore per la sostituzione completa dei feltrini che in questo caso, vista la numerosità, non è una operazione del tutto economica.

fotocamera con il dorso incernierato smontato per la sostituzione di una delle guarnizioni; benché non astrattamente necessario alla sostituzione di questa guarnizione sul corpo macchina, lo smontaggio delle cerniere consente di verificare che siano perfettamente dritte e consentano una chiusura corretta. Per smontare la cerniera presente sul corpo macchina è necessario togliere il coperchio del fondello potendo così verificare anche lo stato dell’interno dell’apparecchio, spesso indicatore del suo vissuto

Un’ulteriore considerazione sulla buona versatilità dei due mirini esposimetrici che come facevo cenno prima sono accoppiati al corpo macchina per i tempi posizionando il selettore presente sulla ghiera nella posizione con il pallino rosso che passa il comando delle velocità di scatto al selettore presente sul prisma.

vista della Mamiya 645 1000s dal lato del selettore dei tempi dotato di un blocco di sicurezza che evita di spostare accidentalmente la ghiera mentre si maneggia la fotocamera; per cambiare la velocità di scatto è quindi necessario premere il pulsante centrale e ruotare la ghiera operazione che è possibile effettuare con un po’ di pratica usando la sola mano sinistra

Per i diaframmi la trasmissione del valore avviene attraverso una forcella tipo Nikon posizionata sull’anello dei valori di apertura, forcella che ingaggia il cursore presente nel mirino proprio sopra l’anello dei diaframmi. Come nei Photomic.

Questa modalità viene adottata da Mamiya in prossimità dell’abbandono da parte di Nikon del sistema a forcella delle vecchie ottiche F con il lancio dei nuovi obiettivi Ai.

La lettura avviene a tutta apertura anche nel caso del grandangolo decentrabile 50 mm 4 che ha un doppio anello di selezione del diaframma. occorre poi ricordare di posizionare la ghiera principale al valore di lavoro prima di effettuare lo scatto. Perché sia possibile vedere la corrispondenza esatta dei valori tra i due anelli è necessario che il decentramento sia a zero il che richiede, in fase di ripresa, per prima cosa il calcolo dell’esposizione e poi l’eventuale spostamento dell’asse.

descrizione dei principali comandi del Mamiya C 50mm 4 shift che trovo un’ottica piuttosto ingegnosa non solo per il doppio anello del diaframma ma anche per il sistema dei valori colorati dell’indice che cambiano a seconda della rotazione dell’ottica e quindi dell’asse di decentramento

Il corrispettivo colore deve essere riportata sul regolo e rappresenta il limite oltre il quale l’ottica esce dal cerchio di copertura; come si nota nelle prime due foto a sinistra, il massimo decentramento si ottiene sull’asse verticale ed è rappresentato dall’indice rosso, il che è spiegabile dal formato rettangolare del fotogramma

Non tutte le ottiche sono di facile reperibilità in particolare il 70 mm ad otturatore centrale che completa, al pari di altri sistemi medio formato, le potenzialità di ripresa soprattutto con il flash.

Senza voler ampliare di molto il corredo, trovo che la configurazione ideale e più comoda da maneggiare, sia quella con la fotocamera dotata del mirino a pozzetto e l’ottica standard 80 mm 2.8.

Il pozzetto, con la lente di ingrandimento in posizione operativa, garantisce una buona schermatura alla luce esterna anche in pieno sole e consente di mantenere una brillantezza del mirino sufficiente anche con ottiche di minore luminosità come i grandangolari.

E come sempre, buon divertimento a coloro che già utilizzano o hanno in programma di utilizzare questa interessante fotocamera.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

Milano 1997, ponte di San Cristoforo sul Naviglio Grande – due centauri con moto da cross si apprestano ad impegnare la rampa di discesa del ponte – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 80 mm 2.8, Kodak porta 160

Milano 2024, piazza Duomo – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 80 mm 1,9 con filtro arancione – Kentmere 100 sviluppata con Rollei Supergrain

Milano 1997, Casa Occupata Gorizia – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 80 mm 2.8, Kodak porta 160

Milano 2024, Naviglio Grande – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 50 mm 4 Shift – Kentmere 100 sviluppata con Bellini Hydrofen

Milano 2024, Duomo – Mamiya 645 1000s, Mamiya C 80 mm 1,9con filtro arancione – Kentmere 100 sviluppata con Rollei Supergrain

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