L’uomo che fotografava i treni

Devo ammettere che dopo aver conosciuto la storia di Vivian Maier guardo le scatole di vecchi negativi, che mi capita ogni tanto di trovare in rete o in qualche mercatino, con tutt’altro interesse rispetto al passato.

Mi riferisco alla storia emersa complessivamente sul caso Vivian Maier e non solo a quanto strettamente legato alle fotografie e al personaggio.

Un po’ come successe con le teste di Modigliani, una delle più eclatanti notizie di falso artistico e storico sviluppatasi nell’estate del 1984 a Livorno, l’apprendere che il caso della fotografa americana fosse stato costruito ad arte, ha suscitato un notevole scalpore e conseguentemente anche visioni diametralmente opposte sulla questione.

Per quanto il caso delle teste di Modigliani avesse un’origine e una finalità ben diversa rispetto a quelle della Maier, la radice comune resta sempre quella di costruire una storia nella prospettiva che le persone vogliono farsi raccontare.

Michele Ghelarducci, Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci, decidono di scolpire una testa con i tratti tipici di Modigliani, gettandola poi nei fossi, in quel periodo dragati a spese del comune, dove la leggenda narrava che Modigliani avesse gettato quattro sculture perché da lui stesso ritenute insoddisfacenti.

I tre dichiararono poi che, a fronte dell’infruttuosa ricerca delle draghe, avevano deciso di far trovare qualcosa per soddisfare la curiosità che si era creata attorno all’iniziativa.

Riguardo al caso di Vivian Maier, non entro nel merito di quanto Joan Fontcuberta racconta né alle conclusioni che trae che trovo abbastanza scontate quanto inquietanti.

Non avevamo probabilmente bisogno del contributo dell’artista catalano per comprendere gli effetti dannosi, in alcuni casi devastanti, delle azioni manipolatorie avendo già un buon repertorio di questa casistica anche in tempi più o meno recenti.

Ciò che invece trovo interessante è l’approccio alla costruzione della storia che, lasciatemi dire, ha valore per quello che racconta, al di là del fatto che sia vera, verosimile o falsa del tutto.

In questo senso Vivian Maier è un esperimento interessante, come del resto anche gli altri realizzati da Fontcuberta, ed è a mio avviso normale che susciti in alcuni un sentimento di incredulità o rifiuto nell’apprendere che sia stata costruita a tavolino.

Un po’ come quando da bambino qualche amico ti diceva che Babbo Natale non esisteva e tu o ti arrabbiavi con i tuoi genitori, dicendo loro che ti avevano preso in giro, o facevi prevalere la fede alla razionalità e dicevi a te stesso che era impossibile non esistesse.

Ma torniamo alle scatole di negativi.

La geometria recita che da un punto passano molteplici rette cosi come, per similitudine più filosofica, per una immagine, che rappresenta pur sempre un momento puntuale nel tempo, passano molteplici storie.

Tra queste, non necessariamente quelle legate a quanto l’autore delle immagini voleva comunicare.

Vi sono dunque racconti che si possono costruire attorno ad un fil rouge che collega tra loro una o più storie che passano da quelle immagini.

Trovo questo approccio estremamente interessante soprattutto se le fotografie sono scattate al difuori da situazioni definite, ad esempio scene di vita familiare, e abbracciano per contesto e stile quello che di norma oggi identifica, ad esempio, il pur vasto mondo della street photography.

Un ulteriore aspetto che accresce l’interesse di chi osserva queste immagini è il tempo trascorso che trasforma scatti ritenuti probabilmente banali all’epoca nei quali furono effettuati, in interessanti descrizioni di ciò che non c’è più in assoluto o non è più presente nella forma o nell’espressione di allora.

Ad inizio anno sono venuto in possesso di una scatola, acquistata in Francia, contenente una cinquantina di rulli 35 mm accuratamente riposti in scatole marchiate Kodak e Agfa, avvolti su rocchetti di plastica.

I negativi sono tutti a soggetto ferroviario, scattati negli anni ’50 e ’60 in numerose località europee tra Francia, Germania, Svizzera e Portogallo.

Ciascuna scatola riporta una numerazione che va da 180 circa a 250 con alcuni numeri mancanti, segno che la raccolta era ben più ampia e che durante la suddivisione non è stato rispettato un preciso criterio.

I soggetti sono prevalentemente locomotori, vagoni, impianti ferroviari, raramente vengono riprese scene con persone presenti.

Vi è poi un buon numero di scatti nei quali viene riprodotto materiale tecnico sempre di soggetto ferroviario, ripreso con una certa perizia ed accuratezza.

La pellicola usata e sempre Kodak ed è possibile riconoscere almeno tre apparecchi utilizzati per le riprese in ragione dei difetti di spaziatura dei fotogrammi e della diversa precisione di messa a fuoco ed esposizione.

La mano è tendenzialmente una, per lo stile di ripresa che accomuna molti scatti, benché questa sia veramente solo una supposizione.

L’arco temporale delle riprese, rilevabile da alcune ambientazioni, è piuttosto ampio e supponendo esistano almeno le altre 170 scatolette di negativi con numerazione precedente, è possibile immaginare che il nostro autore – o i nostri autori – fosse un addetto ai lavori con possibilità di viaggiare o semplicemente un turista appassionato di ferrovie, benché le stagioni nelle quali si intuisce siano state effettuate le riprese sono diverse, con possibilità di spostarsi in entrambi i casi in numerose località in differenti periodi dell’anno.

Non solo soggetti ferroviari – Le Havre – cantiere navale

Ecco alcuni dei fotogrammi che ho scansionato.

Parto da una delle reti ferroviarie che più amo, la Ferrovia Retica, qui sotto la Ge 6/6 405 “Coccodrillo” con la quale tutt’ora vengono effettuati convogli storici.

Sempre della Ferrovia Retica uno scorcio della linea Coira – Davos dove sono state riprese in combinata tre vaporiere.

Siamo sempre tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta.

Immagini francesi della CFD Compagnie Des Chemins de Fer Départementaux a scartamento metrico. La stazione di Le Cheylard mostrata nelle foto è quella di partenza di una delle tratte tra le ultime ad essere dismessa nel 1968.

La rete serviva i dipartimenti dell’Ardèche e dell’Alta Loira.

Vi sono molte immagini che ritraggono l’interni di rimesse o officine ferroviarie il che fa supporre che l’autore potesse accedere ad aree normalmente non aperte al pubblico.

locandina che ho trovato in rete riferita all’interruzione della linea

Sempre in Francia, a St. Etienne, immagini della tramvia ancora in esercizio.

In rete ho trovato la foto della vettura 552 smantellata. Qui sotto si vede la vettura 551, da notare l’ingresso abbonati.

Ancora a St. Etienne una immagine del convoglio francese diesel, RGP 825 sigla XAD 2739 che veniva utilizzato anche per una delle relazioni Francia-Italia, il TEE “Mont Cenis” Lyon Perrache – Milano, tra il 1957 e il 1960.

In questo rullo le foto sono di Barcellona direi prima metà anni ‘60 – il taxi che si vede a destra nella prima foto è una SEAT 1500 modello uscito nel 1963. La seconda foto è della ferrovia a scartamento ridotto nella stazione di Abrera che è sulla linea per Montserrat.

Rullo dedicato alla tedesca Rhein Haardtbahn a Bad Dürkheim, tramvia ancora attiva.

Le immagini che seguono, fanno invece parte di un rullo spettacolare scattato a Lisbona nella seconda metà degli anni ’60 a giudicare dalle automobili.

Un fantastico esempio di affollamento dei mezzi pubblici e nella seconda foto una mitica pubblicità ILFORD che campeggia sul tram.

Su alcuni negativi ci sono immagini, poche devo dire, che ritraggono scene di vita familiare.

Anche in questo caso il livello è buono con un corretto utilizzo del flash che lascia supporre l’impiego di un corredo e di una tecnica di livello adeguato.

Un’altra buona prerogativa è che le pellicole sono molto ben conservate e, al di là di normale polvere, non hanno graffi o segni di maltrattamento tipici del materiale datato.

Su ciascuna pellicola, tutte bianco e nero, sono ancora presenti le code con applicati i cartellini di numerazione dal laboratorio che ha eseguito il trattamento, segno che questo materiale è stato sviluppato, con buona probabilità stampato e poi riposto e conservato con cura.

Anche la scelta del bianco e nero è singolare e fa propendere per un approccio tecnico documentaristico visto che, oltre alle rare foto di scene domestiche, sulle altre immagini a tema ferroviario, vi è raramente la presenza di elementi umani.

Che il nostro uomo sia passato anche da Milano?

Un aspetto interessante legato alla possibilità di visionare i negativi è la maggiore probabilità di individuare aspetti inverisimili della storia.

Qui sopra due scatti che ho realizzato a marzo 2020 durante il periodo di lockdown alla Stazione Centrale di Milano che solo visionati da un occhio esperto non possono essere riferiti all’epoca delle altre foto, per alcuni particolari di allestimento degli ambienti o dei materiali rotabili che si intravedono.

Vi è tuttavia una similitudine, in ragione ad esempio della totale assenza dell’elemento umano, che li accomuna a quelli scattati dal nostro anonimo autore.

Il negativo ci dice poi che la pellicola utilizzata è una Ferrania P30 del tipo disponibile solo da qualche anno fugando ogni dubbio sul fatto che sia riferibile all’epoca.

Questo ultimo esempio, banale, conferma che per costruire uno storia legando tra loro immagini, non basta mettere insieme semplicemente scatti che si assomigliano, come ho fatto io in questo caso, ma occorre essere attenti, scrupolosi e soprattutto padroni del filone narrativo che si vuole percorrere.

E non è questa di per sé una forma d’arte?

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

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