L’origine del nome Sonnar

Mi è recentemente capitato di recuperare, con l’idea di utilizzarle, un paio di fotocamere folding 9×12 la cui età ha appena raggiunto, o raggiungerà a breve, il secolo di vita.

Si tratta di apparecchi interessanti di produzione tedesca la cui ottima fattura ha fatto si che siano giunti sino a me ancora in condizioni operative discrete nonostante l’età.

Le marche di queste due anziane camere sono ben note.

In un caso, quello di Voigtländer, per il marchio arrivato sino ai nostri giorni e nell’altro caso, quello di Contessa Nettel, per il valore storico della produzione dell’azienda di Stoccarda che confluirà, nella seconda metà degli anni ’20, nella neo nata Zeiss Ikon.

Voigtländer Avus 9×12, si tratta del segmento intermedio nella produzione di folding della casa di Braunschweig posto tra le più economiche Vag e le più interessanti, ricercate e costose Bergheil

Le modalità costruttive di entrambe sono abbastanza comuni per l’epoca così come fu vasta la produzione di modelli e varianti che si distinguevano, oltre che per il formato di pellicola utilizzato, anche per il tipo di finiture più o meno pregiate, il tipo di otturatore, ed il tipo di ottica.

Contessa Nettel Sonnar 9×12

Ancora oggi queste caratteristiche, che in alcuni casi determinano la maggiore o minore rarità dei modelli, sono una discriminante per il prezzo che può in alcuni casi raggiungere valori di un certo rilievo.

In relazione al numero prodotto, ci sono invece versioni che pur conservando interessanti prerogative sono oggi disponibili a costi abbordabili con l’unica attenzione, dal parte del potenziale acquirente, di verificare in via preventiva le condizioni di alcune parti soprattutto se con queste fotocamere si vuole tentare un approccio di utilizzo pratico.

Voigtländer Vag 6×9 – i modelli di questo formato consentono di utilizzare, in luogo della pellicola piana, le normali pellicole a rullo 120 facendo ad esempio ricorso ai dorsi Rada prodotti all’epoca dalla Plaubel; un accorgimento che è sempre utile adottare è l’utilizzo in fase di ripresa di un filtro di contrasto, in questo caso un filtro in gelatina giallo scuso montato su un portafiltri coevo prodotto da Agfa che si adatta a differentim diametri delle ottiche

Una di queste verifiche deve sicuramente essere rivolta alle condizioni del soffietto la cui integrità eviterà di dover ricorrere poi all’applicazione di toppe per parare le possibili infiltrazioni di luce.

slide tratta dal materiale del recente incontro da NOC sulla fotografia con fotocamere d’epoca; dove vengono sommariamente descritte le modalità di controllo delle possibili infiltrazioni di luce

Nei casi più disperati poi, a fronte di una conservazione non corretta o peggio della forzata chiusura della macchina con i decentramenti della piastra porta ottica nella posizione sbagliata, il soffietto si danneggia in modo irreparabile.

Un ulteriore controllo, direi più classico, deve essere effettuato con riguardo alle condizioni dell’ottica che deve essere priva di graffi.

vista frontale della piastra porta otturatore e ottica della Contessa Nettel Sonnar – notare in alto a sinistra il controllo del decentramento verticale che deve essere sempre riportato a zero prima della chiusura della fotocamera

La presenza di condensa o muffe è invece purtroppo una caratteristica comune dell’età delle lenti che tuttavia, essendo prive di trattamento antiriflesso, posso essere di norma smontate e pulite anche in maniera più energica senza procurare alcun danno alle superfici.

Questo approccio, più disinibito, non deve essere mai adottato su lenti con trattamento antiriflesso qualsiasi sia l’epoca di produzione pena la determinazione di danni irreparabili che nei casi più gravi possono compromettere la piena utilizzabilità dell’obiettivo.

Le ottiche più diffuse sono di norma schemi Tessar a quattro lenti con il doppietto posteriore incollato e quello anteriore scomponibile in modo da poter pulire le singole lenti.

Proprio in relazione all’ottica di uno di questi due apparecchi, la Contessa Nettel, mi ha colpito il nome che si trova inciso anche sulla fotocamera.

Macchina e ottica sono infatti marchiate Sonnar denominazione che ricorda lo schema ottico progettato per Carl Zeiss da Ludwig Bertele nel 1929.

La macchina, tuttavia, ha un’epoca di produzione nell’intervallo 1919 – 1926.

marchiatura Sonnar sulla maniglia in cuoio della fotocamera

Nell’immaginario degli appassionati il nome Zeiss riveste da sempre un ruolo cardine per i progressi messi a punto nella seconda metà dell’Ottocento che contribuirono, ad esempio, a rendere possibile in campo microbiologico la scoperta di particolari patogeni o in campo fotografico, con la realizzazione del primo obiettivo anastigmatico o dei successivi schemi ottici come Tessar o Planar, a creare un nuovo punti di riferimento.

Tra le caratteristiche della Carl Zeiss di fine diciannovesimo secolo, che dopo la morte del fondatore avvenuta nel 1888 si costituirà come fondazione, vi fu certamente quella di elaborare i nuovi obiettivi in una logica di industrializzazione del processo produttivo.

Si stava creando quindi una dimensione industriale per favorire la quale era fondamentale che la progettazione degli schemi ottici tenesse conto della complessità della lavorazione delle lenti e del loro assemblaggio nella montatura dell’ottica.

Se pensiamo quindi al successo di obiettivi come il Tessar, al di là delle indiscusse qualità, questo aveva il vantaggio di rendere più economica ed efficiente la sua realizzazione su vasta scala che contribuì di certo a favorirne la sua diffusione e, non da ultimo, l’imitazione.

Qualche settimana fa ho pubblicato un articolo comparativo delle due ottiche classiche per Rollei 35, il Tessar 40 mm 3,5 ed il Sonnar 40 mm 2.8 che siamo di norma abituati a veder comparire sui i modelli della compatta che fu prodotta a Braunschweig o a Singapore.

Le due lenti hanno tuttavia un’origine storica ben diversa e se è certa l’origine del Tessar tra le prime creazioni a grande diffusione di un’ottica Zeiss, così come è nota la radice dell’etimo che ne descrive lo schema a quattro lenti, il Sonnar non solo è decisamente più giovane ma ha un nome che, come visto sopra, fu mutuato da una precedente produzione esterna all’azienda ottica tedesca.

Come scrivevo poc’anzi, lo schema Sonnar fu progettato da Ludwig Bertele nel 1929, ed ha un nome che la Fondazione Zeiss acquisì da una delle aziende, la Contessa Nettel, entrate a far parte nel 1926 della Zeiss Ikon.

Esso deriva, con buona probabilità, dalla parola tedesca sonne, che significa sole, parola utilizzata anche in Italia nel secondo dopoguerra per la realizzazione di copie Leica prodotte a Pordenone dal 1949 presso le Officine Antonio Gatto. L’adozione di un termine in lingua tedesca era in questo caso indicatore di apparecchi chiaramente ispirati alle fotocamere prodotte a Wetzlar approfittando anche di un periodo nel quale, per la sorte delle Germania alla fine del secondo conflitto, i brevetti tedeschi decaddero.

Nell’ottica progettata da Bertele, il significato dell’utilizzo del logo Sonnar era indicatore di una serie di ottiche più luminose e leggere che passeranno anch’esse alla storia come uno degli intramontabili schemi Zeiss.

Sonnar era fu quindi in origine la denominazione commerciale di una fotocamera folding prodotta dalla Contessa Nettel di Stoccarda e del suo omonimo obiettivo 135 mm 4,5, che per curiosità ha uno schema Tessar a quattro lenti.

particolare dell’ottica marchiata Contessa Nettel Sonnar Anastigmat 135 mm 4,5

In questo caso l’accezione del nome Sonnar non è del tutto definibile giacché la macchina non ha particolari caratteristiche o un’ottica particolarmente luminosa.

Il modello rappresenta uno delle molteplici declinazioni del concetto di folding con otturatore centrale che si trovano nella produzione della casa di Stoccarda, scaturita dalla fusione nei 1919 della Contessa Camerawerke Drexler & Nagel, di proprietà di August Nagel, e della Nettel Camerawerke.

Di Nagel ho già scritto nell’ambito degli articoli pubblicati sulle Kodak made in Germany e sulle Retina.

Personaggio centrale nell’ambito dei produttori tedeschi della prima metà del Novecento a lui si devono numerose realizzazioni tra le quali nell’ambito degli anni ’30 le folding 35 mm che daranno poi origine alla fortunata serie Retina a marchio Kodak.

Dopo la fusione, la Contessa Nettel annoverava un catalogo che nei successivi sette anni di vita arrivò a contare oltre cinquanta modelli tra fotocamere folding ad otturatore centrale, fotocamere stereo e apparecchi con otturatore a tendina denominati Deckrullo e più strettamente derivanti dalla precedente produzione Nettel.

Le Deckrullo, come mi è già capitato di scrivere, sono fotocamere molto affascinanti soprattutto nelle versioni a finitura tropicalizzata. Se si pensa però al possibile impiego pratico ci si scontra in questo caso quasi sempre con il deterioramento del tessuto gommato delle tendine che ne rende impossibile l’uso per il serie pericolo di infiltrazioni di luce.

Contessa Nettel Deckrullo 9×12 nella versione tropicalizzata

Mi rendo conto che può sembrare un paradosso parlare di utilizzo nel caso di macchine molto datate ed in alcuni casi anche molto rare e costose; tuttavia, il gusto di realizzare uno scatto con apparecchi di questo tipo non ha eguali dal mio punto di vista.

Ecco, quindi, che ricorrere a fotocamere come la Contessa Nettel Sonnar o come la Voigtländer Avus, della quale parlavo in apertura, può rendere meno complicata e meno dispendiosa l’esperienza di utilizzo.

particolare dello Skopar Anastigmat montato sulla Voigtländer Avus; l’otturatore Ibsor di questa macchina, realizzato dalla Alfred Gauthier di Calmabach, è meno evoluto del Compur, prodotto dalla Friedrich Deckel di Monaco, presente sulla Contessa Nettel Sonnar

Nell’approccio pratico, uno dei primi limiti che si incontra è certamente quello legato al formato della pellicola ancora espresso in centimetri e differente per dimensioni al più vicino formato in pollici al quale siamo più abituati.

Per la maggiore diffusione che ebbe negli Stati Uniti la pellicola piana, per convenzione internazionale si finì per mutuare le misure in pollici in luogo di quelle in centimetri creando così il nuovo standard delle dimensioni 4×5, 5×7 e 8×10.

Le fotocamere più datate hanno tuttavia ancora formati in centimetri che richiedono pellicole di misura diversa da quelle normalmente disponibili.

In questo viene in aiuto, ad esempio, il produttore Foma che ha ancora in catalogo la produzione di pellicole piane 9×12 ad un costo abbordabile.

 Si tratta poi di verificare che gli chassis porta pellicola, che è sempre consigliabile procurarsi con la fotocamera, siano in buone condizioni di conservazione ed abbiano il riduttore per poter utilizzare la pellicola piana in luogo delle lastre in vetro per i quali furono progettati.

da sinistra: chassis per lastre, adattatore per pellicole piane 9×12 e un esempio di lastra in vetro

Un’altra interessante differenza sta infatti nel tipo di materiale sensibile utilizzato all’epoca di diffusione di questi apparecchi che era pel lo più costituito da lastre oggi non più reperibili.

Messi a punto gli aspetti sopra descritti saremo pronti per fare qualche scatto con la raccomandazione finale di usare un treppiede per la necessità di focheggiare ed inquadrare sul dorso a vetro smerigliato del quale è di norma dotata la fotocamera.

dorso con vetro smerigliato smontato dalla macchina: occorre ricordare che il lato con la smerigliatura deve essere sempre rivolto verso l’ottica, pena la determinazione imprecisa della focheggiatura

L’utilizzo a mano libero è sconsigliato in ragione dei tempi di otturazione che arrivano in alcuni casi solo a 1/100 di secondo con possibilità di micromosso più che probabile anche in relazioni alla difficile impugnabilità di questi apparecchi.

particolare del binario di scorrimento della piastra porta ottica – queste fotocamere sono di norma dotate di una scala metrica per la regolazione a stima della messa a fuoco che può essere utilizzata in combinata con quella del mirino sportivo; nonostante questa possibilità più dinamica è sempre meglio posizionare la macchina su un cavalletto come visto sopra

Mentre sto scrivendo questo articolo sono in attesa dell’arrivo delle pellicole Foma 9×12 che ho ordinato.

Aggiornerò quindi la pagina non appena sarò in possesso dei risultati della prova sul campo di questa fotocamera e della sua particolare ottica.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

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