Le reflex di Wiesbaden – seconda parte

prosegue dalla prima parte

Dopo la panoramica sulla storia di Wirgin e dei modelli Edixa Reflex, entro nel merito delle scelte progettuali fatte per questa serie di fotocamere che, come accennavo nella prima parte, furono dichiaratamente ispirate ai modelli reflex 35 mm prodotti nella DDR.

 

 

Inizio con il dire che gli esemplari di Edixa Reflex arrivati sino ai nostri giorni sono sempre piuttosto malconci.

Questo fatto non è strettamente dipendente dalle condizioni di conservazione ed è principalmente imputabile alla scarsa qualità dei materiali e alla fattura non sempre all’altezza di questo progetto che fu per l’epoca di notevole portata sia in termini di diffusione sia di innovazione.

Questi aspetti danno una dimensione più realistica alla troppo rinomata precisione teutonica e consentono di inquadrare sotto una diversa luce la parte di produzione tedesca nell’ambito dell’industria fotografica e ottica che non si ispirò, per necessità o per incapacità, ai criteri di eccellenza che di norma riconosciamo ad aziende come Leitz, Zeiss Ikon, Voigtlander o Franke e Heidecke in quegli anni.

Nella costruzione di un apparecchio fotografico a maggior ragione per uno meccanico, così come in quella di un obiettivo pesano tre fattori: il progetto, i materiali e la tecnica di costruzione.

Della aziende sopra citate possiamo criticare la modernità delle scelte effettuate nel ventennio successivo al dopoguerra, piuttosto che la scarsa innovazione ma in nessun caso possono mai essere messe in discussione le caratteristiche dei prodotti, in generale sotto il profilo della qualità complessiva ed in particolare sotto quello della qualità costruttiva.

Questo è vero fino alla prima metà degli anni ’60 poiché nel periodo successivo le strade di queste aziende, come quelle di altre realtà minori operanti nel settore ottico fotografico, si divideranno e non tutte riusciranno a varcare la soglia degli anni ’70.

Coloro che vi riuscirono non sempre lo fecero mantenendo lo stesso standard qualitativo.

Basti pensare alla produzione Rollei dalla SL66 in poi per comprendere come la ricerca di nuove marginalità, a discapito ad esempio della qualità dei materiali, abbia poi influito sulla qualità complessiva dei prodotti, come ho ad esempio cercato di dimostrare nell’articolo sulla comparazione delle diverse versioni della Rollei 35.

Non basta poi solo il progetto di un buon apparecchio fotografico e nemmeno per certi versi l’utilizzo di materiali di buona qualità se tutto ciò non viene accompagnato da una adeguata tecnica di produzione.

Quest’ultima, che appartiene al know how di qualsiasi azienda industriale, è l’aspetto meno tangibile e per certi versi meno negoziabile ma è tuttavia il fattore più limitante nell’ottenimento di un prodotto di qualità.

Nel libro di Marco Antonetto sulla Rectaflex vi è un passaggio che ben descrive questo aspetto.

Per la realizzazione della Rectaflex non furono fatti grandi economie, basti pensare al ritardatore i cui perni erano montati su rubini piuttosto che al vetrino nel quale veniva fresata, con un sistema ideato e brevettato dall’azienda, la lente per il sistema di messa a fuoco ad immagine spezzata.

Eppure quando l’epilogo delle vicende italiane portò il trasferimento della produzione a Vaduz l’approccio che da quelle parti non dava spazio a possibili aggiustamenti dei pezzi in fase di montaggio si scontrò con quello romano che di norma in fase di assemblaggio aggiustava le tolleranze affinché l’esemplare potesse funzionare.

Sempre sulle tolleranze cito testualmente un passaggio tratto dal libro su Victor Hasselblad “Vi sono ancora alcuni dei collaboratori della Hasselblad che ricordano con orgoglio quelle frenetiche giornate (si riferisce al periodo immediatamente seguente la fine della seconda guerra), senza poi contare le notti insonni. Le trasmissioni per la SAAB, gli orologi e gli altri articoli, che Victor ci aveva dato da produrre, rappresentavano per noi il pane e il companatico, ricorda uno dei suoi più vecchi collaboratori. Egli ci aveva definito le sue truppe d’élite. Il nostro obiettivo: realizzare la fotocamera “civile”. E allora questo era del resto il suo nome e il suo marchio. In testa seguitavano a ronzarci le misure definitive comunicateci da C.E. Johansson: quelle dello chassis, con tolleranza di 0,0001 mm e pensare che la tolleranza dei calibri era di 0,01 mm. Una volta, durante lo straordinario, un collaboratore s’addormentò; quando lo si svegliò, questi, ancora nel dormiveglia, chiese che ore fossero. Le due e mezzo, gli fu risposto, al che scosse la testa borbottando: ”… che strana misura!”.

Esperienza, attrezzature adeguate e una spasmodica ricerca della qualità furono alla base di progetti come quello della Hasselblad 1600F che diversamente non sarebbero riusciti a sopravvivere.

 

Hasselblad 1600F

 

Del resto ciò che caratterizzò l’industria fotografica d’oltre cortina, rispetto all’enorme patrimonio di idee e uomini che aveva ereditato, fu proprio l’abbandono della tecnica, l’impoverimento dei materiali e la conseguente necessità di addivenire alla massima semplificazione dei progetti:.

L’obiettivo del resto non era mantenere o accrescere la posizione delle aziende in una realtà di mercato ma produrre senza la preoccupazione di dover poi affrontare un contesto competitivo.

Fu quindi normale basare il collocamento di una parte della produzione all’estero, che almeno per quella derivante dai territori dell’ex Unione Sovietica fu inizialmente basata sullo scambio di merce contro merce, su politiche incentrate, quasi per intero, sul prezzo conveniente.

 

pubblicità degli anni ’60 detta ditta ANTARES di Calò (MB) che produceva macchine da scrivere e importava materiale fotografico sovietico con la formula dello scambio merce contro merce

 

Un approccio simile sebbene solo nella premessa, fu seguito anche in Wirgin.

Nella testimonianza che ho citato nella prima parte dell’articolo, l’autore descrive la propria esperienza a Wiesbaden comparandola con quella fatta anni prima in Zeiss Ikon.

Anche qui troviamo considerazioni sulle tolleranze gestite in modo approssimativo in fase di assemblaggio, piuttosto che il blocco di alcune viti di serraggio dei meccanismi effettuato tramite un colpo di bulino, rendendo quindi arduo qualsiasi intervento successivo di manutenzione.

 

Esempio di viti fissate con bulinatura

 

Questi aspetti mi hanno incuriosito fino a farmi acquistare per pochi euro un paio di esemplari non funzionanti sui quali ho potuto effettuare il solito intervento di anatomia patologica dei cui risultati vi metto ora a parte.

Riprendo quanto dicevo in apertura, circa lo stato nel quale si trovano oggi gli esemplari di reflex Edixa, per osservare in prima battuta la scarsa qualità della verniciatura delle parti nere del corpo macchina e la pessima qualità dei rivestimenti in finta pelle che nella stragrande maggioranza dei casi si presentano scollati o addirittura mancanti.

Può succedere che alcuni materiali invecchino male a prescindere dalla loro economicità o meno, basti pensare alla frequente ossidazione dei prismi delle Leicaflex, fotocamere sulle quali Leitz non fece certo economie.

Nel caso delle reflex Edixa, se osservate le numerose immagini presenti in rete o nei siti di aste, quello delle finiture rovinate è divenuto di fatto un marchio di fabbrica che difficilmente si trova in modo così diffuso su esemplari coetanei di fotocamere di altre marche.

Approfondendo poi la parte meccanica e traendo sempre spunto da alcune interessanti osservazioni contenute nella testimonianza che prima citavo, ci troviamo di fronte a scelte progettuali non sempre razionali, basti solo pensare al sistema di selezione dei tempi lenti.

Nelle Edixa Reflex troviamo sulla ghiera dei tempi i valori da 1/30 a 1/1000 oltre la posa B.

 

selettore dei tempi nella Edixa Reflex

 

Coassiale a questa ghiera, per i modelli che ne sono provvisti, è posizionato il selettore dei tempi lenti, collegato ad una camma posta sotto la calotta che, attraverso un complicato e tortuoso meccanismo, raggiunge il ritardatore posto nel fondello della fotocamera.

 

camma di comando dei tempi lenti estratta dalla sede

camma di comando dei tempi lenti in sede

foro di uscita della camma dei tempi lenti nel fondello della fotocamera

sistema di trasmissione dei tempi lenti al ritardatore (vista a fondello aperto)

 

Per quest’ultima immagine:

  • freccia gialla – vite di fissaggio della camma dei tempi lenti
  • freccia verde – comando di sollevamento dello specchio
  • freccia azzurra – bilanciere di trasmissione dei tempi lenti
  • freccia rossa – ritardatore

Questo complicato approccio dipende dall’aggiunta in un secondo momento dei tempi lenti rispetto al progetto originale che ne era privo, così come appare una aggiunta il secondo ritardatore posizionato nel modello D sotto la manopola di riavvolgimento che serve per comandare i tempi da 2 a 9 secondi e a far funzionare l’autoscatto.

 

ritardatore per autoscatto e temi da 2 a 9 secondi nel modello D

 

Un altro tema di natura progettuale è il diametro dei perni di avvolgimento delle tendine dell’otturatore.

Minore è il diametro, più la tendina dovrà effettuare un maggior numero di giri per poter essere riavvolta completamente, creando di fatto un funzionamento non regolare in ragione della variazione di spessore che si determina.

 

esempio di una tendina della Reflex Edixa

 

L’effetto è mostrato nel disegno sottostante dove si nota lo spostamento del centro del perno di rotazione con conseguente incostanza nella velocità di scorrimento della tendina.

 

 

Questo aspetto diviene rilevante alle velocità di otturazione superiori a 1/125 di secondo poiché può determinare una esposizione irregolare del fotogramma per via del distanziamento non costante tra la prima e la seconda tendina durante lo scatto.

Per meglio comprendere questo aspetto, nel disegno sotto è schematizzato il principio funzionamento di un otturatore a tendina a diversi tempi di scatto.

 

In un otturatore centrale tutti i tempi vengono effettuati aprendo completamente e poi chiudendo il meccanismo ad iride, il che spiega perché in questi otturatori non viene mai superato, salvo in rari casi, il tempo massimo di 1/500 di secondo.

In quello a tendina possiamo in generale dire che il funzionamento segue due principi:

  • per i tempi più lenti, di norma fino a quello di sincronizzazione del flash elettronico, la prima tendina apre completamente e la seconda chiude con un ritardo proporzionato al tempo di scatto; il sistema di taratura di questi tempi è il ritardatore, ovvero il meccanismo ad orologeria che ritarda la chiusura della seconda tendina;
  • per i tempi veloci, le due tendine scorrono una dietro l’altra lasciando tra loro uno spazio che diminuisce in ragione dell’aumentare della velocità dei tempi; in questo caso il sistema di taratura è nel corretto tensionamento delle molle interne ai rulli o tamburo di avvolgimento delle tendine.

A titolo d’esempio, sulle Edixa Reflex il tempo di 1/1000 di secondo comporta una distanza di scorrimento tra le tendine di poco più di un millimetro mente la sincronizzazione del flash avviene a 1/30 di secondo.

 

schema dei rulli nell’otturatore Edixa Reflex

 

In apparecchi progettati con grande attenzione alla qualità dell’otturatore, cito ad esempio la Nikon F, il tamburo di avvolgimento della seconda tendina è di dimensioni tali da evitare sovrapposizioni quando questa è arrotolata.

Occorre poi dire che sulla F le tendine in titanio sono di spessore notevolmente inferiore a quelle in tela gommata delle Edixa Reflex, fattore questo che già di per sé riduce l’effetto negativo sopra descritto.

 

Nikon F – esempio delle maggiori dimensioni del rullo della tendina

schema dei rulli nell’otturatore della Nikon F

 

Occorre osservare che sulle reflex Edixa il posizionamento dei comandi di sincronizzazione del flash non avrebbe consentito l’adozione di una soluzione di questo del tipo descritto per la Nikon F.

 

comandi del sincro flash attivati dalle due camme presenti su uno dei rulli di avvolgimento della tendina

 

Un ultima considerazione va effettuata sulla qualità dei materiali utilizzati per la produzione dei meccanismi di queste fotocamere.

Il ricorso a leghe metalliche di più facile lavorazione, comporta di norma l’utilizzo di macchinari meno complessi e di sovente meno precisi in ragione della maggiore duttilità dei metalli usati.

Tolleranze minori e minore resistenza sono nel tempo alla base di malfunzionamenti che possono essere in molti casi risolti solo con la sostituzione delle componenti.

 

 

Vi sono esempli illustri nei primi modelli di Zenza Bronica, S ed S2, nei quali il ricorso a leghe di minore qualità e di più agevole lavorabilità, determina maggiori problematiche di funzionamento rispetto al più recente modello S2A nel quale fu rivista la qualità dei materiali usati.

 

Zenza Bronica S – vista del selettore dei tempi

 

Una valutazione complessiva dunque sulle Reflex Edixa le colloca tra le fotocamere modulari con caratteristiche di versatilità e completezza di livello decisamente superiore alle altre fotocamere dell’epoca con alcuni punti di attenzione soprattutto rispetto alla possibilità di utilizzare oggi un esemplare.

Questi riguardano principalmente la verifica delle corrette condizioni di funzionamento dell’otturatore ivi compreso lo stato delle tendine che come su altri modelli coetanei hanno la tendenza a seccarsi e a bucarsi.

Su queste fotocamere la sostituzione delle tendine è un’operazione che per quanto più agevole rispetto ad altri modelli ha un costo non proporzionato al valore commerciale della macchina.

La cosmetica della macchina ha inoltre una certa importanza e per quanto in generale non sia quasi mai di buon livello, come osservavo prima, è comunque sintomo, se assolutamente pessima, di una cattiva conservazione.

Sotto il profilo dell’uso, di certo una Edixa Reflex è complessivamente più utilizzabile di una Praktina con la quale condivide alcune caratteristiche di base.

 

comparazione dei due vetrini di mesa a fuoco e dei due prismi, da sinistra rispettivamente Edixa Reflex e Praktina

 

Tra le prerogative legate alla completezza e alla versatilità è necessario citare il vasto parco ottiche con passo 42×1 che numerosi produttori tedeschi realizzarono esplicitamente per Wirgin.

Le ottiche dedicate recano tutte la scritta “Edixa reflex” che rappresenta di per sé un fatto singolare se si pensa che non tutti i produttori di ottiche dell’epoca furono disponibili a marchiare i loro obiettivi con il modello della fotocamera alla quale erano dedicati.

Nel caso degli obiettivi per Edixa subentrò probabilmente una sorta di volontà di dedicare quel tipo di innesto, adottato nel dopoguerra dalla Carl Zeiss orientale e da KW, all’unica fotocamera occidentale che all’epoca l’aveva adottato.

Potrebbe inoltre essere subentrata la necessità di identificare le ottiche per Edixa per la tipologia di trasmissione dell’automatismo del diaframma tra corpo macchina e obiettivo che sappiamo non aver avuto mai uno standard dichiarato.

Tuttavia il sistema adottato per le reflex di Wiesbaden è del tutto analogo a quello delle ottiche per Contax S o per Praktika con le quali Edixa mantiene piena compatibilità di funzionamento.

Ma queste sono solo supposizioni e il vero motivo per il quale Wirgin riuscì ad imporre a tutti i produttori di ottiche l’inserimento del logo Edixa reflex non è a me noto e rappresenta, come dicevo sopra, un evento singolare per la sua sistematicità.

La serie di obiettivi è veramente nutritissima, basti pensare che già nel catalogo della prima reflex Edixa erano disponibili ben otto obiettivi standard di focale 50 mm.

Tra le ottiche interessanti cito il Makro Kilar 40mm 3,5 prodotto da Kilfitt, qui visibile su una Edixa Reflex prima serie con l’incisione del nome della fotocamera sul barilotto.

 

 

Tra le ottiche che preferisco cito invece gli Schneider con uno spettacolare Xenon 50mm 1,9 e gli Schacht soprattutto per il Travegon 35 mm 3.5.

Sulle ottiche Schacht segnalo questo interessante articolo di Marco Cavina.

 

sistema di indicazione della profondità di campo presente sulle ottiche Schneider

 

Visto il passo universale è possibile montare una vasta gamma di ottiche compresi i Carl Zeiss Jena per Contax Reflex come mostrato in foto.

 

 

In generale suggerisco di orientare la scelta sul modello Mat D o D-L che sono dal mio punto di vista i più completi, ancorché privi esposimetro, corredati magari dalle ottiche automatiche in finitura “zebra” che citavo sopra.

Concludo con un passaggio della testimonianza che trovate nella sitografia: “di Henry Wirgin, il proprietario dell’azienda, alcuni suoi dipendenti mi hanno raccontato della sua avarizia e hanno imitato le sue reazioni quando gli venivano sottoposte richieste di migliorare la qualità degli strumenti o delle procedure. Agitava le braccia e pronunciava con la sua voce energica e piuttosto nasale “Kein Geld, zu teuer, kein Geld!” “Niente soldi, troppo costoso, niente soldi!”.

Henry Wirgin esce di scena nel 1968 e l’azienda cambia ragione sociale da Kamerawerk Gebr. Wirgin a Edixa GmbH con Otto Helfricht che diviene direttore dell’impianto produttivo di Wiesbaden.

Nel 1972 l’azienda chiude i battenti seguendo così la stessa sorte delle altre realtà produttive ai cui modelli reflex si era ispirata.

 

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

 

Schacht Travenar 135 mm 3.5 – Edixa Reflex CL – Rollei Retro 400S

Carl Zeiss Jena Biotar 58mm 2 – Edixa Reflex CL – Rollei Retro 400S

 

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