Le giapponesi maggiorate

Proseguendo nel filone degli apparecchi ispirati ai modelli di Wetzlar, avviato con l’articolo sull’Agfa Ambi Silette, vediamo ora il nutrito gruppo di fotocamere che da inizio anni ’50 sviluppa un concept nuovo abbinando corpo rigido, telemetro, ottica luminosa non intercambiabile ed in alcuni casi, che costituiranno poi la norma, anche l’esposimetro.

Si tratta per lo più di apparecchi di dimensioni generose, nati con l’idea di fornire maggiore versatilità di ripresa attraverso obiettivi più luminosi rispetto allo standard adottato all’epoca che di norma aveva aperture massime che non varcavano la soglia di 3.5.

L’accuratezza della messa fuoco diviene in queste fotocamere fondamentale, ragione per la quale esse vengono dotate di telemetro di buon contrasto e luminosità, quasi sempre integrato nel mirino.

Nella vasta produzione degli apparecchi a telemetro 35mm, non parlerò quindi dell’altrettanto vasto mondo delle folding 35mm.

Il sottoinsieme delle fotocamere che ora vedremo in dettaglio ha radici italiane e uno sviluppo orientale che arriverà fino agli anni ’70.

Per quanto sia complesso risalire alla capostipite di questa tipologia di modelli occorre considerare, ameno dal punto di vista cronologico, la produzione dal 1952 della Condor II delle Officine Galileo di Firenze tra i primi esempi, seguiti negli anni ’50 da una produzione sviluppata prevalentemente da aziende giapponesi.

Condor II prodotta dalle Officine Galileo di Firenze e distribuita da Ferrania

È poi interessante notare come la produzione giapponese già dagli anni ’50 introduca modelli dalle generose dimensioni, caratteristiche che troviamo nella vasta serie di queste “leicone” ad ottica fissa e luminosa fino alla prima metà degli anni ’70 quando, in molti casi, la stessa serie di apparecchi seguirà la spinta alla diminuzione delle dimensioni sollecitata dall’uscita delle compatte inaugurata nella seconda metà degli anni ’60 dall’uscita della Rollei 35 e dei successivi modelli Minox ed Olympus..

Le dimensioni più contenute di apparecchi come le Minolta Hi-Matic o le Yashica degli anni ’70 riporteranno, con una differente tempistica, basi telemetriche e luminosità delle ottiche ad uno standard decisamente inferiore rispetto ai precedenti modelli “maggiorati”.

Ecco dunque, in una breve panoramica, gli esempi che ispirarono le giapponesi maggiorate e quelli che le seguirono.

Partiamo, come accennavo in apertura dalle Officine Galileo.

La Condor II deriva dal precedente modello Condor I prodotto dal 1948 a Firenze nel quadro della riconversione delle attività belliche che per volere degli alleati costrinsero Galileo, e come abbiamo visto anche Salmoiraghi, a indirizzare la produzione in settori ritenuti non strategici.

Condor I

Tuttavia rispetto alla prima serie Condor, la II ha maggiori peso e dimensioni, una maggiore base telemetrica, adotta tra le prime il manettino ripiegabile per il riavvolgimento della pellicola, e soprattutto monta un Esaog 50mm 2 di straordinaria qualità.

La nomenclatura delle ottiche prodotte da Galileo anche per gli apparecchi Ferrania, riporta di norma nel prefisso l’indicazione dello schema ottico e nel suffisso la sigla OG acronimo di Officine Galileo.

Esaog indica quindi un’ottica a sei lenti, Terog, che troviamo sulle Ferrania Falco o sulla Condor I, uno schema ottico a tre lenti e Monog, montato sulla Ferrania Elioflex I, a una sola lente.

L’accordo commerciale con Ferrania, la cui proprietà gravitava all’epoca nella galassia della famiglia Agnelli, occupa il periodo dal 1949 alla prima metà degli anni ’50 e prevede oltre alla fornitura di lenti per alcuni modelli prodotti a Milano anche la commercializzazione delle fotocamere Condor che vengono marchiate Ferrania sulla calotta o sul dorso.

L’accordo commerciale si interrompe per motivazioni non chiare: di fatto la fine degli anni ’50 è caratterizzata da una crescente confusione nella politica distributiva della stessa rete di Ferrania per gli apparecchi fotografici a proprio marchio, aspetto questo descritto anche da Ludovico D’Incerti nell’autobiografia Carriera e Fortuna.

Basti pensare che alcuni modelli, in particolare Ibis, furono prodotti su licenza dalla tedesca Kuelbi e Niggeloh con le fotocamere marchiate Bilora Bella e poi importati e venduti in Italia dalla ditta Dell’Acqua di Genova, come testimoniato dal listino del 1960 mostrato sotto.

estratto del catalogo del 1960 della ditta Dell’Acqua di Genova

Un ulteriore punto di attenzione è che le Bilora Bella erano all’epoca dotate di ottiche Rodenstock mentre le Ferrania avevano marchio omonimo o marchio Steinheil.

A parte la parentesi descritta nell’articolo sulle Agfa Silette, rappresentata dalla Super Silette con attica Color Solinar 50mm 2, dobbiamo varcare i confini europei per trovare modelli ispirati alla Condor 2 quali ad esempio la Konica III del 1956 anch’essa derivante da una lunga ed articolata serie di modelli nata nel 1947 e prodotta dalla Konishiroku di Tokyo che adotterà poi come marchio il nome Konica che deriva dall’unione di Koni da Konishiroku e ca da camera.

La Konica III ha la prerogativa di adottare un sistema di ricarica simile a quello della Tenax di Zeiss Ikon con una leva coassiale al bocchettone delle ottiche.

Konica III, visibile nell’immagine sotto la leva a “due colpi” di ricarica dell’otturatore e avanzamento della pellicola

Parallelamente si sviluppa, sempre in Giappone, una serie di fotocamere meno note che vede la luce tra il 1959 ed il 1963 e che riporta alcune caratteristiche che troveremo poi nei modelli degli anni ’60.

Si tratta della serie Lightomatic prodotta dalla Beauty Camera KK azienda nata nel 1957 dalla riorganizzazione a seguito di fallimento della Taiyōdō.

Quest’ultima è nota per la produzione di numerosi ed interessanti modelli che descrivono il vasto e complesso microcosmo delle aziende giapponesi degli anni ’30 e ’40.

La Lightomatic è una serie anticipatoria di molte soluzioni che si trovano poi su fotocamere più recenti della stessa categoria.

Mi soffermo sul modello Lightomatic II che qui vedete dopo un restauro con sostituzione delle pelli rovinate dall’umidità. Chiaramente questa fotocamera non è mai stata prodotta in finitura azzurra.

Beauty Lightomatic II

Una caratteristica interessante è la presenza di uno dei primi esposimetri accoppiati ai valori di tempo e diaframma con l’indicazione ad ago visibile sia sulla calotta sia nel mirino nel quale troviamo il telemetro integrato e la cornice luminosa con correzione automatica del parallasse.

La Lightomatic II monta un luminoso Biokor – S 45mm 1,9 con schema ottico di sei elementi in quattro gruppi, che ha la messa a fuoco minima ad 80 cm. L’otturatore è un Copal SV con una gamma di tempi da 1 secondo a 1/500 oltre alla posa B.

Le più note e longeve esponenti della categorie di fotocamere maggiorate sono sicuramente le Minolta Hi Matic dal modello 7s al modello 11 e le Yashica Electro 35.

Minolta Hi Matic 11 e Yashica Electro 35 GT

Si tratta di due tipologie di apparecchi che, per quanto accomunati da caratteristiche quali corpo rigido, generose dimensioni, telemetro e ottica luminosa, hanno una diversa filosofia costruttiva.

Le Minolta mantengono un otturatore meccanico e, a seconda dei differenti modelli, la possibilità di impostare in modo automatico o manuale il diaframma.

Nelle Yashica della serie Electro 35 l’otturatore, correntemente con il nome, è regolato elettricamente, non ha selettore dei tempi e prevede l’esposizione a priorità di diaframma.

Entrambe le serie montano un luminoso 45mm 1.7 con schema ottico a sei lenti.

Partiamo da Minolta.

Il primo modello della fortunata serie Hi-Matic viene presentato 1962, è dotato di ottica Rokkor 45mm 2.8 ed ha velocità dell’otturatore e diaframmi automatici regalati da una cellula al selenio.

Proprio per la caratteristica di estrema semplicità d’uso, una Hi-Matic, in particolare la versione importata dalla Ansco negli Stati Uniti con il nome Autoset, fu portata dall’astronauta John Glenn nel 1962 in una delle missioni in orbita, modificata in modo che potesse essere comandata con i guanti della tuta spaziale.

Ansco Autoset utilizzata nella missione spaziale nel 1962

Di questa fotocamera ho fatto cenno nell’articolo su Victor Hasselblad e la NASA.

Le Hi Matic adottano le forme degli ultimi modelli di una altrettanto articolata saga di fotocamere 35mm a telemetro Minolta, la serie A che ad inizio anni ’60 vede l’uscita degli ultimi modelli A5 ed AL entrambi corredati, la A5 solo su alcune versioni, da un otturatore centrale Citizen che arriva a 1/1000 di secondo.

copertina del libretto di istruzioni della Minolta A5

Nel 1963 esce la Hi-Matic 7 che monta un più luminoso 45mm Rokkor con apertura a 1.8 oltre all’adozione per la lettura esposimetrica di una cellula al CdS al posto di quella al Selenio. Introducendo nel contempo la possibilità di impostare manualmente l’esposizione.

Nel 1966 escono sia il modello Hi-Matic 7S sia il modello Hi-Matic 9 nei quali viene introdotto il nuovo sistema di lettura esposimetrica a due cellule denominato CLC o Contrast Light Compensator.

particolare del libretto di istruzioni della Minolta Hi Matic 7s con l’immagine del mirino nel quale viene introdotta l’indicazione dai valori EV

In entrambi i modelli viene aggiunto il contatto caldo nella slitta porta accessori e la Hi Matic 9 monta il Rokkor 45 mm 1.7, una gamma più ampia di velocità dell’otturatore con l’aggiunta dei tempi 1/2 e 1 secondo, nonché il sistema “Easy-Flash” che ricorda il sistema “Blitz” adottato sulle fotocamere Zeiss Ikon Contaflex e su alcune ottiche del sistema Contarex.

L’Hi-Matic 11 viene presentata nel 1969 ed è una versione semplificata ed integrata della 9.

Minolta Hi Matic 11

Perde la possibilità di impostazione manuale dell’esposizione, ha una scala dei tempi ridotta che va da 1/500 a 1/8 di secondo e introduce nel mirino l’indicazione del valore del diaframmi impostato al poto della scala EV nonché la visualizzazione del tempo/modalità di impostati.

estratto del manuale di istruzioni della Minolta Hi Matic 11 con la rappresentazione del mirino e delle indicazioni dell’esposizione

La Hi Matic 11 riporta sulla parte frontale della calotta la sigla “super 3 circuit” che sintetizza le tre modalità di esposizione della fotocamera: completo automatismo, priorità di tempi e regolazione automatica flash.

particolare della scritta “super 3 circuit” riportata sulla calotta

Questi ultimi modelli funzionano con una batteria da 1,35 V rimpiazzabile da una LR43 da 1,4 V con adattatore.

Sulla base della mia esperienza, l’alloggiamento della batteria non consente l’utilizzo di una LR44 con MR-9 per via dell’eccessivo spessore di adattatore e batteria.

Se cercate una fotocamera a telemetro, versatile e di qualità ottica notevole, le Hi Matic 7s, 9 e 11 sono di certo ottime soluzioni benché le dimensioni siano tali da essere assimilabili, per ingombro, ad una reflex 35mm.

dimensioni a confronto: Minolta Hi Matic 11 e Minolta SRT 101
ottiche a confronto: il 45mm 1.7 della Minolta Hi Matic 11 e il 55mm 1.7 della Minolta SRT 101

Il secondo capitolo di maggiorate è rappresentato dalla serie Electro 35 di Yashica.

copertina della brochure della Yashica Electro 35 GS e GT

La bellezza o la bruttezza sono di norma percezioni soggettive.

Devo dire che personalmente trovo da sempre queste fotocamere estremamente sgraziate al pari delle biottiche prodotte da Yashica, fatta eccezione per la 44 LM.

Estetica a parte, le Yashica Electro 35 godono ancora oggi di fama e popolarità ben più elevata, almeno per quanto percepisco io, rispetto alle Minolta Hi Matic.

Yashica Electro 35 GT

Il primo modello di Electro 35 è stato introdotto nel 1966 e adotta un otturatore controllato elettronicamente ed sistema di esposizione automatico a priorità di diaframma. La macchina è alimentata da una batteria al mercurio PX 32 da 5,6 V non più in commercio, sistema di alimentazione che troviamo anche sui successivi modelli.

Per poter utilizzare la Electro 35 è possibile adattare con spessore e nastro adesivo una batteria 4LR44 o munirsi di un adattatore, facilmente reperibile in rete, e di quattro batterie LR44.

Si trovano comunque, sempre in rete, molti suggerimenti sulle modalità di alimentazione di queste fotocamere con le conseguenti scuole di pensiero sulla tensione, tipologia di batterie e quant’altro.

adattatore per utilizzare quattro batterie LR44

La cellula del sistema dell’esposimetro è posizionata accanto alla finestra del mirino e del telemetro ed è schermata da due lamelle che variano la loro apertura prendendo il comando direttamente dal selettore della sensibilità della pellicola.

Il sistema è simile a quello che, ad esempio, troviamo sulle Hi Matic descritte prima: benché visibile solo smontando il frontale dell’ottica, anche in questo caso la cellula dell’esposimetro delle Minolta è coperta da un disco con fori di diverso diametro che viene comandato dal selettore della sensibilità.

apertura variabile del sistema di schermatura della cellula dell’esposimetro a seconda della sensibilità della pellicola impostata

Ciò che invece contraddistingue la Electro è il fatto di non disporre di un vero e proprio temporizzatore, come si trova negli otturatori elettrici classici, ma di un sistema molto più semplice che riceve dall’esposimetro un impulso di durata variabile a seconda della quantità di luce registrata.

otturatore di una Yashica Electro 35 GT

In altri termini, premuto il pulsante di scatto, il sistema è tarato su un unico valore soglia, alimentato dalla tensione che proviene dall’esposimetro, prima di raggiungere il quale continua ad inviare l’impulso elettrico che comanda l’apertura delle lamelle determinando il tempo di esposizione.

Minore è l’intensità luminosa determinata dalla lettura della cellula, corretta dal meccanismo meccanico di schermatura sulla base alla sensibilità della pellicola e dall’informazione elettrica del valore del diaframma impostato, maggiore sarà il tempo per il raggiungimento del valore soglia e quindi maggiore sarà il tempo di esposizione.

La gamma di esposizione va da 30 secondi ad 1/500 di secondo con una variazione continua.

Nel 1968 viene presentato il modello G che riporta valori di sensibilità della pellicola estesi sino a 500 ASA e dell’ottica che assume la denominazione di “Color Yashinon” e nel 1969 il modello GT che adotta per la prima volta la finitura nera.

L’anno successivi, siamo al 1970, esce il modello GS in finitura cromata ed il modello GT viene aggiornato adottando anch’esso la gamma di sensibilità estesa a 1000 ASA e la placcatura in oro di tutti i contatti interni di comando ed in particolare di quelli del diaframma e della modalità di esposizione che può essere a priorità di diaframmi, flash e posa B.

esempio dei contatti dorati

Questa caratteristica contribuirà a consolidare la leggenda di queste fotocamere.

Nel 1973 escono i modelli GSN e GTN sempre in finitura rispettivamente cromata e nera sul quali viene introdotto il contatto caldo nella slitta porta accessori.

Un’altra caratteristica peculiare di queste macchine è la possibilità di utilizzare due aggiuntivi ottici che portano la focale rispettivamente a 58,4mm per quello tele e a 37,7mm per quello grandangolare. È anche disponibile un mirino addizionale, da montare nella slitta porta accessori sopra la calotta, con le cornici luminose per entrambe le focali.

alcuni degli accessori della Yashica Electro tra i quali sono visibili gli aggiuntivi ottici

Da ultimo, la Yashica Electro 35 annovera tra gli accessori anche una interessante impugnatura/treppiedi da tavolo la cui sigla è SR-7.

Sulla Yashica Electro 35, per tutte le versioni, si trovano in rete molti contributi in relazione alla sistemazione “fai da te” di possibili malfunzionamenti.

Tra questi cito la problematica più insidiosa, spesso scambiata per un problema di guasto dell’elettronica, che si manifesta attraverso un malfunzionamento dei tempi lenti con l’otturatore che si blocca in posizione aperta sino al rilascio del pulsante di scatto.

Altri sintomi possono essere l’attivazione del pulsante di scatto solo a fine corsa e l’assenza di un “click” a fine corsa della leva di ricarica.

Il problema è banale ma abbastanza complesso da risolvere richiedendo quasi sempre la necessità di un completo smontaggio della macchina.

Tra il leveraggio di scatto principale ed il suo rimando è posizionato un gommino che con il tempo si deteriora e genera i malfunzionamenti sopra descritti.

tolta la calotta, operazione abbastanza semplice, il gommino incriminato e posizionato sotto la piccola piastra indicata in foto e per poter essere sostituito è quasi sempre necessario smontare la piastra frontale dell’ottica, operazione non banale in quanto con questa operazione occorre disaccoppiare il comando del telemetro dell’esposimetro e dello scatto che poi non è proprio semplice rimettere in posizione

L’operazione di sostituzione di questa parte è quindi a rischio ed andrebbe affidata a personale esperto, con un costo che tuttavia può superare il valore della fotocamera.

Ma torniamo alle “leicone”

Come dicevo in apertura, queste fotocamere dalle dimensioni abbondanti e dotate di ottiche luminose, furono poi gradualmente soppiantate negli anni ’70 da modelli più compatti rappresentati nella serie Hi Matic di Minolta dai modelli C ed F o dai modelli MC ed ME per Yashica.

proporzioni tra una Olympus XA presentata nel 1974 e una Yashica Electro 35 GT. del 1970; nonostante l’invasione di compatte degli anni ’70 le “leicone” resistettero ancora per qualche anno e capitolarono spesso sostituite dai modelli provenienti dalle loro stesse serie

Nel 1977 venivano tuttavia ancora commercializzate la Hi Matic 7s e la Electro 35 GTN entrambe al prezzo di 170.000 lire.

Per intenderci nello stesso anno una Rollei 35 veniva venduta a 120.000 lire e una Ricoh 500G a 95.000 lire.

Questa longevità e la considerazione della quale godono tutt’ora queste fotocamere è ben giustificata dalla qualità de risultati, derivanti in special modo dalle ottiche montate, e dalla loro semplicità d’uso.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

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