Le fotocamere Robot – seconda parte

Prosegue dalla prima parte.

Gli anni successivi al lancio della Robot I furono di grande successo per la casa di Düsseldorf e la fotocamera ottenne un ampio consenso da parte del pubblico grazie alla sua capacità di offrire qualcosa di diverso e alternativo rispetto alle altre 35 mm allora sul mercato.

Nel 1938 l’introduzione dello scatto elettromagnetico ampliò notevolmente la possibilità di uso della macchina consacrandola definitivamente noi settori della scienza e della tecnologia.

Con questo interessante e, per l’epoca, inusuale accessorio per una fotocamera 35 mm, la Robot poteva essere azionata da una posizione diversa da quella dove era stata posta per l’inquadratura, fino a poter essere lasciata sola a scattare con il meccanismo temporizzatore.

Furono anche anni nei quali sulla Robot I l’azienda introdusse una serie di miglioramenti che consentono di classificare questo modello in ben sei versioni.

In questo incedere di continui sviluppi sul modello base, nasce nel 1939 la Robot II, quasi completamente ridisegnata rispetto alla fotocamera precedente.

A dirigere la progettazione della nuova versione troviamo sempre Heinz Kilfitt che tuttavia lascia l’azienda poco dopo.

Non sono chiare le motivazioni per le quali Kilfitt compì questo passo. Ciò che è ufficialmente noto è che Kilfitt imputò questa sua scelta al fatto che l’impresa, molto proiettata a guidare il successo commerciale che stava registrando, non era in grado di offrire spazio sufficiente alle idee del geniale progettista.

Contemporaneamente alle dimissioni di Kilfitt, la Otto Berning & Co. cambiò la ragione sociale in Robot Berning & Co. realizzando così anche la piena autonomia giuridica rispetto alla società di Berning padre.

La principale caratteristica della Robot II era una nuova forma più arrotondata e maneggevole che vedeva il mirino, il contapose e il pulsante di scatto, racchiusi da una calotta cromata che conferiva alla fotocamera un aspetto per allora moderno ed in linea con gli apparecchi concorrenti.

Le basi del concetto tecnico non differivano da quelle del modello precedente, fu tuttavia riprogettato l’otturatore rotante e ne furono ampliate le dimensioni dell’apertura in modo da poter utilizzare i nuovi obiettivi. Questo significò dover rinunciare al filtro giallo-verde integrato.

Il dispositivo a molla, potenziato, era ora in grado di garantire cinquanta scatti con una sola carica che corrispondevano alla capacità di un rullino 35 mm da 36 pose nel formato standard 24×36.

Per migliorare la versatilità e la semplicità d’uso della fotocamera fu interamente rivisto il sistema di cassette porta pellicola, consentendo l’utilizzo dei normali caricatori 35 mm all’epoca già in commercio. Questo permetteva di non dover più dipendere dalla disponibilità del film venduto al metro o dai caricatori speciali Robot più difficilmente reperibili in commercio.

Fu inoltre introdotta la sincronizzazione allo speciale flash dedicato che consentiva di fare scatti a ripetizione, rafforzando quindi le possibilità di utilizzo della fotocamera in ambito scientifico.

Il flash Robot poteva funzionare in abbinamento al dispositivo di scatto elettromagnetico o essere in alternativa collegato alla presa di sincronizzazione sull’apparecchio.

Furono inoltre presentati due obiettivi Zeiss: il Biotar 4 cm 2 e il Sonnar 7,5 cm 4.

Il primo era un obiettivo standard luminoso che integrava i due Tessar 3.5 e 2.8 già in commercio, mentre il secondo arricchiva la gamma dei teleobiettivi, affiancando il Tele Xenar 5,5 cm che da lì a poco Schneider sostituirà con Tele-Xenar 7,5 cm 3.8.

Con la Robot II era ora disponibile una gamma di accessori che trasformavano la fotocamera in un sistema completo rendendola così interessante non solo nell’ambito della fotografia dilettantistica ma anche sempre più per applicazioni speciali, grazie anche alla possibilità che l’apparecchio aveva di scattare in sequenza, in totale autonomia, fino a cinquanta fotogrammi.

Questo la rese ad esempio imbattibile per la registrazione fotografica di strumenti di misurazione, per i time-lapse, o nella fotografia sportiva e aerea.

Del resto, la Robot altro non era che una cinepresa 35 mm più lenta, estremamente più compatta e maneggevole, in grado di fornire fotogrammi di dimensione maggiore rispetto al classico 18×24.

Gli imminenti eventi bellici fecero sì che la Robot si rivelasse un apparecchio di grande interesse per le forze armate tedesche, in particolare per la Luftwaffe, quando fu installata su migliaia di bombardieri.

Tutto ciò portò alla produzione di una versione speciale della Robot II.

Attorno all’adozione sistematica da parte della Luftwaffe di questa fotocamera vi è una teoria che ho avuto difficoltà ad approfondire con precisione forse anche per la scarsa conoscenza ed interesse che nutro per la storia militare.

Ma veniamo al dunque.

Durante una delle primissime fasi della Seconda guerra mondiale si susseguirono da parte delle forze tedesche una serie di imboscate a danno della Royal Navy. Una di queste portò, il 25 settembre 1939, al danneggiamento dell’incrociatore da battaglia inglese HMS Hood ad opera dei bombardieri degli stormi KG 26 e KG 30.

La notizia arrivò in Germania con estrema enfasi e soprattutto con una visione distorta del risultato che vedeva i tedeschi dare per annientato l’incrociatore inglese.

La Hood, di contro, pur colpita da una bomba da 250 kg lanciata da un bombardiere Junkers 88, riuscì a fare ritorno a Scapa Flow nella giornata del 27 settembre.

A seguito di questo episodio fu Göring stesso ad ordinare che fossero fornite prove fotografiche di colpi o affondamenti prima che questi fossero dichiarati tali e di conseguenza venissero celebrati con gli onori del caso.

Fu così che la Luftwaffe iniziò a mostrare interesse per una fotocamera che consentisse di dar la prova del risultato delle operazioni compiute.

Mentre i tedeschi cercavano un modello adatto, si imbatterono ben presto nella fotocamera di Berning e nel novembre del 1939, ne ordinarono trentacinque esemplari per testarli sui propri aerei: non molto tempo dopo, ne ordinarono ulteriori duemilaseicento.

Per questo grande lotto fu fornito un modello noto, tra i collezionisti, come Robot LW.

Le sue caratteristiche specifiche includevano un doppio meccanismo a molla per effettuare 48 foto in successione, la finitura nera per tutte le parti che erano normalmente cromate e una manopola di carica del dispositivo a molla di dimensioni maggiorate.

L’obiettivo più comune utilizzato era un Tele-Xenar, anch’esso in finitura nera, con messa a fuoco e apertura regolabili o fissi.

Accanto a questo modello installato sugli aeroplani, l’aeronautica tedesca, e altre unità dell’esercito, utilizzarono numerose versioni che differivano dal modello base ad esempio per l’assenza del mirino, per la mancanza di sincronizzazione flash, per il tempo preimpostato a 1/500 sec., o per la presenza dello Zeiss Sonnar 7,5 cm 4 al posto del Tele Xenar.

Tutti gli obiettivi e i corpi macchina forniti all’aeronautica tedesca avevano la dicitura Luftwaffe Eigentum incisa sul retro e i numeri di matricola preceduti dalla lettera F.

Due fattori contribuirono in particolare al successo della Robot nel settore militare:

– l’avanzamento automatico del film e la possibilità di scatto in remoto che consentivano di installare la fotocamera anche in una posizione non accessibile al pilota durante il volo;

– l’elevato grado di affidabilità unito alla capacità di resistere sia a basse temperature sia alle vibrazioni.

Questi vantaggi attirarono anche l’attenzione degli Alleati.

Esistono infatti prove che Stati Uniti e Inghilterra utilizzarono le Robot per scopi militari acquistando le fotocamere in Portogallo, che fu neutrale durante la guerra, e che Berning riusciva a rifornire di un gran numero di pezzi in virtù del principio che “pecunia non olet”.

Nel 1943, con l’aumento del numero di incursioni aeree nella Germania occidentale, fu deciso di spostare l’intera fabbrica a GroBschonau in Sassonia, dove il personale trasferito da Dusseldorf garantì la continuità della produzione fino alla fine del conflitto.

Complessivamente la società di Berning fornì alle forze armate durante il periodo bellico circa ventimila fotocamere.

Poco dopo la fine della guerra, migliaia di obiettivi e quasi tremila fotocamere furono caricate su un convoglio ferroviario con l’intenzione di riavviare la produzione nella fabbrica di Düsseldorf che aveva subito solo lievi danni. Nessuno dei ventotto vagoni raggiunse mai la destinazione né furono mai ritrovati.

Questo rese praticamente impossibile l’immediata ripresa della produzione a Düsseldorf.

Durante il difficile periodo post-bellico, vennero reperiti solo nel 1946, con l’aiuto delle forze occupanti inglesi, i materiali necessari per la prima serie di prova. Circa sei mesi dopo, Iniziò la produzione che alla fine del 1948 aveva raggiunto le 850 unità al mese.

Il tipo di fotocamera prodotta era la Robot II del tutto identica al modello prebellico.

Fino al 1949 quasi tutte le macchine fotografiche prodotte a Düsseldorf furono esportate in ottemperanza alle condizioni di riparazione ai danni di guerra stabilite dalle forze alleate.

L’unico modo per procurarsi una Robot in Germania era produrre una richiesta ufficiale che provasse l’urgenza di poter disporre della fotocamera.

Nonostante ciò, per poter poi disporre effettivamente di una Robot era necessario avere fortuna e pazienza per una attesa che poteva arrivare anche ad alcuni mesi. La domanda nazionale era così elevata che le persone erano pronte a pagare fino a dodicimila marchi per una macchina.

All’inizio del 1950 l’azienda di Berning era di nuovo economicamente autonoma ed in grado di avviare la progettazione di nuovi modelli.

Alla Photokina nel 1951 fu dunque presentata la Robot IIa che dal 1954 continuò ad essere fornita come modello economico con il nome di Robot Junior.

Appena un anno dopo l’introduzione della Robot IIa, venne presentato il primo modello della serie Robot Star, La Star I, in assoluto la più sviluppata, nata sulla base del modello Robot II.

L’apice di questa serie è nei modelli Star 25 e Star 50, entrambi ancora con attacco delle ottiche a vite, basati sulla Star II introdotta nel 1958. Quest’ultima fotocamera era quasi identica a la Star I ma aveva un moderno corpo pressofuso e un mirino migliorato.

Il culmine invece di tutte le serie prodotte negli anni ’50 è rappresentato dalla presentazione Robot Royal.

Questo modello completamente ridisegnato occupò finalmente un posto accanto ai nomi importanti nel settore delle macchine fotografiche 35 mm dell’epoca come Leica e Contax sia in termini di produzione di alta qualità sia di grande versatilità d’uso.

La comprovata tecnologia Robot con il meccanismo a molla ed il formato di esposizione quadrata fu nella Royal affiancata da due nuove importanti caratteristiche: un telemetro integrato e accoppiato con l’elicoidale di messa a fuoco dell’obiettivo ed uno scatto automatico continuo per scattare fino a sei foto al secondo.

Quest’ultima integrazione fu resa possibile con l’aiuto di un nuovo dispositivo di avvolgimento della pellicola, che permetteva comunque di scattare ancora foto singole come con qualsiasi altra normale fotocamera.
Riferendosi alla fotografia di sequenze rapide di immagini con la Robot Royal, Berning lanciò il termine KINOGRAFIEREN che evidenzia la combinazione di film e foto vissuta con riprese continue.

Il piano per progettare la Royal risale al 1948 e nel 1950 veniva avviato lo sviluppo del nuovo modello che, tolte alcune interruzioni, ha impiegato complessivamente cinque anni per vedere la luce con un impiego di manodopera e di elevati costi.

La nuova funzione di avanzamento continuo del film rese necessario ridisegnare la fotocamera per includere un motore a molla più forte e un pignone dentato su entrambe le estremità del perno di traino della pellicola con un conseguente aumento delle dimensioni e del peso dell’apparecchio.

Le modifiche richiesero inoltre l’adozione di una chiave per la carica della molla che venne posizionata sul fondello della fotocamera e sostituì così la manopola posta sulla calotta.

Quando la Royal fu introdotta alla fine del 1953, erano disponibili quattro obiettivi prodotti da Schneider:

XENAGON 3,5 30 mm
XENAR 2.8 38mm
XENON 1.9 40mm
TELE XENAR 3.8 75mm

Queste ottiche così come tutti i futuri obiettivi Robot, erano dotati di un innovativo innesto a baionetta in modo da poter essere cambiati molto più rapidamente, rispetto al montaggio a vite della serie Robot II Star.

Tutti gli obiettivi erano dotati di sistema di collegamento al telemetro tramite una camma di controllo, pur mantenendo il sistema di valutazione della profondità di campo con i punti colorati come descritto nella prima parte dell’articolo.

Cosa avesse spinto Berning verso questo rinnovamento, in un momento in cui i modelli Robot erano ancora così popolari e l’economia tedesca stava appena iniziando a riprendersi, è facilmente immaginabile se si pensa alla grande “vision” che caratterizzò sempre l’operato dell’imprenditore.

Egli infatti, pur in un momento di risultati commerciali e solidità finanziaria, tenne in debito conto che le prospettive di sviluppo economico futuro dell’azienda non potevano basarsi sulla Robot II, troppo limitata per soddisfare le nuove esigenze del mercato amatoriale che da lì a qualche tempo si sarebbero manifestate.

Nello stesso tempo egli voleva rinnovare le basi per una più solida presenza nel campo della fotografia specialistica.

Fu così che il concetto della nuova fotocamera implicò la progettazione di un corpo base adattabile alle diverse applicazioni.

Furono quindi progettate tra diverse soluzioni: il modello Robot Royal come descritto sopra, una seconda versione semplificata, progettata come alternativa economica senza ad esempio il telemetro e il modello Recorder, fotocamera senza mirino, dedicata a scopi tecnici o scientifici.

Della Robot Royal classica ne vennero prodotte due versioni: la Royal 24 che manteneva il formato standard Robot 24×24 e la Royal 36, lanciata nel 1955, che consentiva di ottenere fotogrammi 24×34 equipaggiata con un obiettivo Zeiss Sonnar 50 mm 2 o con lo Schneider Xenar 45 mm 2.8.

Quest’ultima fotocamera è, a mio avviso, la più bella e affascinante tra le fotocamere prodotte da Robot.

Verso la metà del 1950, mentre i modelli di Robot Star e Royal erano ancora all’apice della loro popolarità, iniziarono a manifestarsi radicali cambiamenti nel mercato tedesco di produttori di fotocamere ed anche in questo caso Berning si rese conto che la sua azienda doveva adattarsi alle condizioni future.

Hans Heinrich Berning, prese a questo punto una decisione che probabilmente assicurò la sopravvivenza dell’impresa: il definitivo abbandono del mercato amatoriale a favore della specializzazione nella produzione di fotocamere per impieghi tecnico-scientifici.

Questo ambito divenne il principale sbocco della produzione e delle politiche commerciali della casa di Düsseldorf.

Se Berning non avesse impresso questa repentina sterzata alla politica commerciale dell’azienda, questa sarebbe stata in breve tempo spazzata via dall’avvento dei prodotti giapponesi che invasero il mercato della fotografia amatoriale a valere dagli anni ’60.

Non fu difficile per Robot, viste le contenute dimensioni dell’azienda, realizzare questa flessibilità verso un campo dove aveva già acquisito una preziosa esperienza e nel quale non vi era praticamente alcuna concorrenza da parte delle altre aziende de settore.

Fu così che nel 1957 Berning riorganizzò la società rendendo tecnicamente possibile l’espansione della produzione della sua gamma di prodotti per la fotografia tecnico scientifica.

Parimenti modificò il nome dell’azienda in Robot Foto GmbH & Co.

Nello stesso periodo Berning avviò le trattative con due grandi società tedesche di vendita per corrispondenza: Neckermann e Quelle con lo scopo di smaltire le scorte di fotocamere tradizionali che ancora erano giacenti nei magazzini o per le quali vi erano ancora componenti per la produzione.

L’affare andò in porto attraverso la stipula con Quelle di un contratto di cessione di un elevato numero di esemplari di Robot Royal con ottica Zeiss.

La notizia che una fotocamera di fascia alta prodotta in Germania potesse essere commercializzata da un’azienda che trattava prevalentemente la vendita di prodotti economici, per giunta anche per corrispondenza, causò un discreto sconcerto nel settore fotografico tedesco di allora.

Zeiss, in particolare, reagì in modo scomposto e nonostante l’ancor valido contratto di fornitura con Robot, distrusse tutti gli obiettivi già pronti per la consegna e quelli ancora in fase di assemblaggio.

Il caso si chiuse in tribunale con la condanna di Zeiss al risarcimento di 35.000 marchi all’azienda di Berning.

Di contro, la grande vendita di fotocamere Robot Royal attraverso i punti vendita Quelle non raggiunse le aspettative e fu interrotta dopo pochi mesi dall’inizio della commercializzazione.

Poiché i negozi specializzati mostravano ancora interesse per questa fotocamera, le scorte residue della Royal rimasero disponibili per la vendita fino al 1969.

A differenza dei modelli Royal, l’ultra-tradizionale Robot Star non fu vittima del grande programma di ristrutturazione e fu commercializzata anche successivamente, visti anche i minori costi di produzione che caratterizzavano l’apparecchio.

La politica commerciale dell’azienda si concentrò però sulla Robot Recorder.

Per quest’ultima fotocamera, che aveva lo stesso innesto delle ottiche a baionetta della Royal, furono prodotti obiettivi senza il riferimento per l’accoppiamento al telemetro.

Occorre dunque fare attenzione se si possiede una Royal: qualora si vogliano acquistare delle ottiche, occorre accertarsi che esse abbiano sul retro anche la tacca di riferimento per il telemetro.

Con la Recorder fu ad esempio sviluppato il TRAFFIPAX un sistema accoppiato ad un radar automatico che consentiva la registrazione della velocità di passaggio dei veicoli. In pratica l’antesignano dei più moderni sistemi Autovelox.

Banche e istituzioni finanziarie dotarono le loro sale di sistemi di sorveglianza ambito questo che rappresenterà poi il core business dell’azienda negli anni a venire.

Berning rimase in carica solo per alcuni anni dopo la riorganizzazione della sua azienda. Nel 1964. vendette l’attività all’industriale francese Pierre Couffin e si ritirò nella sua tenuta di campagna nella Germania meridionale per perseguire il sogno d’infanzia di allevare cavalli.

Massimiliano Terzi

Bibliografia e sitografia:
H. Grahner, Robot geschichte und technik, Grapho Verlag, 1990
http://www.robot-camera.de/

 

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