La Ferrania a Milano – prima parte

Nel primo articolo su Ferrania ho fatto in chiusura cenno, al progetto avviato dal Presidente Franco Marmont nel 1947 di dar vita ad una nuova realtà produttiva di apparecchi fotografici, sfruttando la sede di Milano della Cappelli che era stata incorporata nella FILM – fabbriche riunite Cappelli e Ferrania, già a metà degli anni ’30.

Sappiamo che la Cappelli già realizzava dalla seconda metà degli anni 30 delle box per pellicola 120, con fotogrammi in formato 6×9, che venivano anche marchiate Ferrania.

Sempre nella fabbrica Cappelli di Milano furono prodotte a cavallo della seconda guerra mondiale le fotocamere Ferrania con mirino galileiano ALFA, DELTA ed ETA per pellicola 120 o 127 con fotogrammi in formato 4,5×6 o 4×6 oltre alle box ZETA in diverse varianti..

Nel 1947 era inoltre stata introdotta la Falco, una folding 6×9 per pellicola 120.

 

Si apriva per Ferrania nel primi anni del dopoguerra, un mercato interessante nel quale era crescente la richiesta di apparecchi e pellicole, a fronte di una situazione europea che vedeva in forte ritardo, a causa degli eventi bellici, il più grande produttore in entrambi gli ambiti ovvero la Germania.

Quello che successe quindi a Milano dal primo gennaio del 1948 merita di essere raccontato con qualche particolare in più rispetto a quanto fatto nel mio precedente articolo.

Ciò per tre ordini di ragioni.

In prima battuta perché l’industria fotografica italiana è spesso associata a casi di grande genialità ma di scarsa fortuna commerciale, com’è l’esempio di Rectaflex, piuttosto che di grande capacità interpretativa ma di limitata diffusione, come sono i casi di Gamma, San Giorgio o Ducati.

Il secondo motivo è che in Ferrania non si fecero copie Leica, che per quanto esito di reinterpretazioni geniali e di grande qualità, poco portarono dell’originalità e dell’inventiva che il nostro paese seppe mettere in campo in quegli anni.

Da ultimo perché l’esperienza nella costruzione di apparecchi funzionò talmente bene da far sopravvivere la sede milanese, almeno per un decennio, al piatto pragmatismo americano che invase l’azienda ligure dopo l’acquisizione da parte di 3M nel 1964, nonché alla tribolata situazione del mercato di produttori europei di fotocamere che caratterizzò gli anni ’60.

Se l’azienda sopravvisse lo si deve senza dubbio al suo rifondatore che dal 1948 accettò in prima persona la non semplice sfida di impiantare nella realtà milanese la nuova produzione di fotocamere.

Alla guida delle sede di Milano, Franco Marmont volle Ludovico D’Incerti del quale ho già tracciato un brevissimo profilo.

Nato a Carpi nel 1902, laureato in Ingegneria a Torino, Ludovico D’Incerti è una figura poco conosciuta per l’esperienza in Ferrania.

Foto per cortesia di Antonello Natale

Solo sommariamente citato nelle pubblicazioni sul marchio, a lui si deve invece la nascita dei più famosi apparecchi fotografici sfornati dall’azienda negli anni ’50 e ’60 con ben ventisei brevetti depositati a suo nome.

D’Incerti fu anche un grande appassionato di fotografia ed una figura di grande spicco nel campo della numismatica.

Negli anni trascorsi a Torino dopo la laurea, egli lavorerà in Lancia e si cimenterà nella fotografia alpina con una macchina fotografica in spalla le cui dimensioni erano quelle degli apparecchi dell’epoca.

Aveva dunque fotografato, vinto premi e fatto parte della Società Fotografica Subalpina, come racconta Nunzia Manicardi nel libro su D’Incerti, scritto vent’anni fa, sul quale a breve ritornerò.

Nel periodo torinese aveva avviato presso un istituto tecnico persino una scuola serale di fotografia che poi si era sviluppata in un regolare corso, oltre ad aver pubblicato importanti studi su un sistema di cinematografia stereoscopica di sua invenzione che poi, molti anni dopo, sarebbe stato utilizzato da una azienda americana.

Ludovico D’Incerti presso la Lancia a Torino – foto per cortesia di Antonello Natale

Quello delle particolari applicazioni in cinematografia resterà uno dei suoi ambiti di interesse che sfocerà, nel periodo in Ferrania, nell’ideazione di un sistema di proiezione a 360° gradi che ho già in precedenza menzionato e sul quale ritornerò nella seconda parte dell’articolo.

Come sostiene Manicardi, con questi precedenti, con questi interessi, D’Incerti non poté rifiutare un’offerta come quella di Ferrania iniziando così l’ultimo lavoro ufficiale, quello con il quale, vent’anni dopo, chiuderà la sua carriera.

Carriera iniziata in Lancia e snodatasi poi in Magneti Marelli e nel primissimo dopoguerra presso la Motta, quella del panettone per intenderci, dove rimase per un breve periodo prima di approdare in Ferrania.

L’esperienza umana e professionale di Ludovico D’Incerti è ampiamente descritta nel libro a lui dedicato, i cui riferimenti sono nella bibliografia dell’articolo, e del quale suggerisco la lettura a coloro che vogliano approfondire aspetti che qui verranno solo brevemente accennati.

La Fabbrica Ferrania di Milano, dicevo, sorgeva come ampliamento dell’ex sede Cappelli tra via Friuli e Via Contardo Ferrini.

Visibile a destra nella foto qui sotto, il nuovo corpo dell’edificio dove prese posto, nel dopoguerra, la linea di assemblaggio delle fotocamere.

 

Della fabbrica oggi non esiste più nulla.

Per realizzare il nuovo progetto, Ferrania creò la nuova Società Anonima Apparecchi Fotografici Ferrania e vi mise alla guida per l’appunto l’Ing. D’Incerti.

Il mandato che egli ricevette non fu necessariamente quello di realizzare da subito la redditività della nuova impresa, giacché nella visione della casa madre vi era al primo posto il valore strategico che la costruzione e vendita di apparecchi avrebbe rappresentato per il marchio.

Uomo di rodata esperienza, D’Incerti non considerò mai l’eventualità che la nuova società lavorasse in perdita e si mise da subito al lavoro perché la produzione fosse economicamente sostenibile e perché i prodotti potessero da subito costituire un successo commerciale.

 

Per realizzare questo progetto egli dovette partire da zero: pensando di agevolarlo, prima del suo arrivo furono assunti un responsabile della produzione e un responsabile per la progettazione, che egli non ritenne idonei e provvedette a sostituire. Per la produzione assunse uno dei tecnici che avevano lavorato con lui in Magneti Marelli.

Per la progettazione, dovette agli stesso agire in prima persona giacché in Italia non vi era all’epoca personale disponibile con esperienza idonea e l’ipotesi di ricercare una figura all’estero era da un lato difficoltosa per via del grande trambusto che si era determinato nelle aziende fotografiche tedesche a seguito degli eventi bellici e dall’altro avrebbe snaturato quella che doveva restare un’esperienza assolutamente italiana.

Il primo progetto interamente realizzato da D’Incerti fu quello della Rondine.

Quando dico interamente intendo fino alle fotografie che apparsero sulla brochure dell’apparecchio come dimostrato da provini qui sotto.

foto per cortesia di Antonello Natale

 

Il prodotto si rivolgeva a quello che oggi verrebbe definito “mercato consumer” e che all’epoca era costituito da inesperti o utilizzatori dilettanti che si avvicinavano alla fotografia con limitate risorse economiche e avrebbero dovuto trovare negli apparecchi Ferrania strumenti semplici e capaci di rendere immagini di buona qualità al pari delle fotocamere più sofisticate.

La Rondine fu in questo senso un prodotto geniale.

E’una box ben costruita che utilizza pellicola in rullo 127 e, tralasciando le pur brevi caratteristiche tecniche, è disponibile con finitura nera o colorata consentendo così soprattutto al pubblico femminile dell’epoca di scegliere fra cinque colorazioni quella che più si addiceva al gusto.

Quello della figura femminile, non utilizzata in veste di soggetto da fotografare ma di utilizzatrice degli apparecchi, resta una interessante trovata per rivolgere i nuovi prodotti ad un pubblico diverso rispetto alla tendenza, che impegnò gli altri produttori anche gli anni a venire, di associare il fotografo ad una figura quasi esclusivamente maschile.

Questo costituisce, oltre che un indubbio espediente commerciale, anche un segno premonitore dei tempi che conferma la grande lungimiranza che l’azienda ebbe sin da subito.

La Rondine otterrà un successo immediato, complice anche l’iniziativa di D’Incerti di distribuire alcuni esemplari ad una quindicina di affermati fotografi dell’epoca con il compito di testarla e di inviare a lui i risultati.

Vengono così selezionate una sessantina di stampe che comporranno il libro “Con una piccola Rondine” che ebbe anch’esso un notevole successo.

Anche il logo e il marchio di questa fotocamera furono disegnato da D’Incerti ed il nome, ben augurale, portò la notorietà di questo apparecchio ben lontano fino al mercato americano dove ebbe buona diffusione.

Nell’immagine sotto, il bozzetto originale della scritta.

Per cortesia di Antonello Natale

Sempre legato alla Rondine vi è un aneddoto che riguarda Elio Luxardo.

Si racconta che il famoso fotografo, impegnato in un test della pellicola Ferraniacolr abbandonò per un attimo l’apparecchio che stava utilizzando per la ripresa di alcune modelle, per scattare con una Rondine che gli era stata inviata da Ferrania.

Visti i risultati egli selezionò alcuni scatti effettuati proprio con la box.

Foto per cortesia di Antonello Natale

 

Tra gli scatti con Ferraniacolr provenienti da un piccolo lotto di materiale appartenuto a Ludovico D’Incerti vi sono alcune immagini scattate su lastre 6,5×9 in formati 6×6, quindi non direttamente con una Rondine, come quella qui sopra riportata, che potrebbero essere attribuibili al famoso fotografo.

La presenza di un nutrito numero di professionisti che lavorarono con materiale Ferrania, testimoniata dalla grande quantità di materiale custodito dalla fondazione 3M, è una costante anche per la realizzazione e messa a punto delle fotocamere per le quali Ludovico D’Incerti si avvale dei giudizi e suggerimenti forniti anche da semplici fotoamatori.

Con gli utilizzatori delle nuove fotocamere egli intrattiene nutriti rapporti epistolari.

Tra questi ho estrapolato alcuni esempi che riguardano i test fatti da Giulio Galimberti, fotografo che dagli anni ’20 del ‘900 ha documentato la Milano dell’epoca.

documento per cortesia di Antonello Natale

In questo scritto del 1951 Galimberti invia alcune immagini scattate con la Ferrania Falco, come quella mostrata qui sotto.

Foto per cortesia di Antonello Natale

 

Sempre nei rapporti epistolari con Giulio Galimberti emerge un aspetto legato alla commercializzazione delle fotocamere Galileo.

In questa missiva Galimberti parla della prova della Condoretta esprimendo apprezzamento per le caratteristiche della fotocamera ed auspicando di essere coinvolto nei test della Condor II.

documenti per cortesia di Antonello Natale

 

Ciò che è facile intuire è che Ferrania non si limitò alla sola commercializzazione delle fotocamere Condor ma giocò un ruolo ben più attivo.

Nel 1950 viene presentata la Eiloflex che, se vogliamo, è la reinterpretazione milanese della famosa biottica di Braunschweig.

La Elioflex, per quanto di schema costruttivo piuttosto semplice, ha alcune prerogative che la collocano in una buona posizione nella graduatoria delle copie Rollei, se si considera anche l’interessante rapporto qualità prezzo.

Il primo modello ha tempi da 1/25 a 1/250, e monta come ottica di ripresa un Galileo Monog 85 mm 8.

 

Un esempio della collaborazione con fotoamatori è invece rappresentato da questa corrispondenza, rigorosamente su cartolina postale Ferrania.

 

Allegata alla missiva vi è questa immagine che a giudicare dal periodo dello scatto e dal formato del negativo potrebbe essere stata realizzata con uno dei primissimi esemplari di Elioflex.

foto per cortesia di Antonello Natale

 

Con il crescente successo, la pubblicità delle successive fotocamere fu affidata ad agenzie specializzate.

Qui l’immagine realizzata dall’Agenzia milanese Sigla per il lancio della fotocamera Ferrania Ibis avvenuto nel 1953.

 

Anche in questo caso la macchina fotografica è utilizzata da una figura femminile.

 

Sempre nel 1953 viene presentato un modello di fascia economica, la Tanit, che utilizza pellicole 127 nel formato 3×4. Nello stesso anno esce anche la Astor che analogamente alla Ibis ha l’ottica montata su un tubo telescopico retrattile. L’obiettivo è un Galileo Terog 75 mm 4.5.

 

Tra i modelli presentati nel 1953 alla XXXI Fiera di Milano, Ibis, Tanit e Astor, la prima ebbe notevole fortuna e fu poi prodotta in numerose varianti.

A proposito invece della Astor qui trovate un video dove Ryuichi parla di questa interessante modello.

Nel 1958 viene presentata una nuova fotocamera con il corpo in bachelite che utilizza pellicola 120: la Eura.

Qui le immagini della linea di produzione della Eura nello stabilimento Ferrania di Milano.

 

Tra i molteplici brevetti ottenuti da Ludovico D’Incerti, sotto è mostrato quello, depositato negli Stati Uniti nel 1961, per il modello Eura dotato di flash: la Euralux.

 

Siamo così giunti agli inizi degli anni ’60.

Massimiliano Terzi

Segue nella seconda parte.

Bibliografia e sitografia:
Manicardi, N., Vico D’Incerti – un secolo d’amore, di politica, di industria, Il Fiorino, 2014
Bezzola, G., Dalla Ferrania alla 3M, 3M Italia, 1994
Malavolti M., Le Ferrania, Associazione Castello Immagini, 1995
Fotografie e scritti provenienti dalla documentazione personale di Ludovico D’Incerti, per gentile concessione di Antonello Natale

 

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