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La Ferrania a Milano – terza parte

Con la terza parte della storia di Ferrania a Milano si chiude, almeno per il momento, la serie di scritti sull’azienda ligure, serie che ha ripercorso, in prima battuta, la storia del marchio dalle origini, per passare poi alle vicende della fabbrica Milanese di apparecchi fotografici, sino ad arrivare alla narrazione dell’esperienza della giornata che ho trascorso al Ferrania Film Museum di Cairo Montenotte.

Qualora ai lettori di SENSEI fosse sfuggito, l’approfondimento della storia di Ferrania è stata dal mio punto di vista estremamente interessante, così come molto interessante è stato l’approfondire la storia di Ferrania a Milano sulla quale devo dire esiste poca letteratura.

Nell’immagine in apertura è mostrato il palazzo, sito a Milano in Corso Matteotti al civico 12, che successivamente all’acquisizione dell’azienda da parte del gruppo Agnelli, avvenuta a metà degli anni ‘30, fu commissionato all’Architetto Giò Ponti.

In questo edificio fu collocata la sede societaria e li vi rimase, sino al trasferimento a Segrate a seguito della acquisizione da parte di 3M avvenuta nel 1964.

Questo dà l’idea dello sviluppo che Ferrania raggiunse in poco più di dieci anni dall’arrivo del Visconte Franco Marmont du Haut Champ avvenuto nel 1925, che ricordiamo avrebbe dovuto liquidare la Fabbrica Italiana Lamine Milano impegnata da qualche anno nella bizzarra idea, per l’epoca, di produrre pellicole cinematografiche.

La visione imprenditoriale di Marmont e il periodo particolarmente favorevole per lo sviluppo delle emulsioni che si manifesterà, soprattutto in ambito cinematografico negli anni successivi, si rivelò un mix vincente.

Sulla figura di Franco Marmont, al di là della lunga presenza in Ferrania, non vi è molta letteratura.

Dagli annuari dell’ex Banca Commerciale Italiana si rileva che Marmont fu anche amministratore delegato della Compagnia Fiduciaria Nazionale negli anni ’30.

In quegli anni sappiamo che Ferrania, di proprietà del Credito Italiano, finirà nella galassia dell’IRI che fu costituito nel 1933 sotto la presidenza di Alberto Beneduce e nel quale confluirono anche le altre due banche di interesse nazionale, tra queste la Banca Commerciale Italiana.

Tra le altre testimonianze invece della presenza a Milano vi è Casa Marmont in Via Gustavo Modena, progettata anch’essa da Giò Ponti.

Sempre progettata da Giò Ponti è Villa Marmont a Cervignano d’Adda in provincia di Lodi.

La costruzione, censita nel repertorio dei Beni Culturali della Regione Lombardia, viene così descritta nella scheda dell’immobile: il 10 maggio 1940, Franco Marmot, abitante in Milano in via Gustavo Modena, presenta il progetto di costruzione per una casa colonica con parte padronale da erigersi sul terreno proprio nella zona detta “Cantarana”.

Sempre dalla stessa scheda si apprende che, durante la guerra, il Visconte Marmot invita i più importanti artisti contemporanei a sostare nella sua residenza, tra questi De Chirico, Marini, Sassu, Carrà, De Pisis, Campigli, Veronesi, Balla e Boccioni.

Sarà poi proprio Luigi Veronesi a realizzare per Ferrania i progetti grafici che caratterizzeranno per anni l’immagine dell’azienda.

Alcuni di questi artisti realizzarono gli affreschi ospitati nelle nicchie progettate fin dall’origine da Ponti, affreschi che intorno agli anni ’70, verranno rimossi per salvarli dal degrado.

Nello stesso paese vi è la scuola elementare dedicata al Visconte Marmont.

Questi, dicevamo in apertura, lasciò la presidenza di Ferrania nel 1961 e morì nel il 24 marzo del 1965.

La pagina apparsa sul numero della rivista Ferrania nel giugno di quell’anno mi permette di citare un altro dei grandi personaggi: il direttore della rivista Guido Bezzola.

Ecco la trascrizione dell’articolo di Bezzola che ben ritrae la figura di Marmont e la sua attività in Ferrania.

Il 24 marzo scorso si è spento a Milano il dr. Franco Marmont du Hautchamp fino al 1961 presidente della Ferrania SpA.

Da parecchi anni ormai soffriva per una male che lo teneva fisicamente lontano dal posto di lavoro: per questo molti, nella Ferrania e fuori lo conoscevano poco o ne avevano soltanto sentito parlare. È giusto invece ricordare qui che senza Franco Marmont la Ferrania non ci sarebbe stata o avrebbe preso tutt’altro sviluppo: a lui infatti si dovette la lungimirante decisione di salvare il complesso Ferrania fin dal 1926. A lui si dovette l‘opera di allargamento e di completamento dei cicli produttivi della nuova azienda, ultima venuta in un gruppo di grandi e anziane Società mondiali.

Franco Marmont possedeva in modo eccezionale qualità del coordinatore e guidatore di uomini: sempre sereno ed equilibrato. mai indulgendo alla tentazione del particolare ozioso, guidò per anni, anni difficilissimi, la sua azienda, badando che volta a volta gli aspetti tecnici commerciali o finanziari non prevalessero a scapito gli uni degli altri e mirando invece ad un armonico sviluppo di tutti i settori della società. Dotato di una straordinaria capacità di sintesi, vedeva ed anticipava i problemi. ne additava le possibili soluzioni, contava sui suoi collaboratori che lo amavano senza temerlo, sicuri di trovare nel presidente una persona sempre pronta ad ascoltarli, a riceverli, ad incoraggiarli. Sapeva far sentire a tutti la sua superiorità ma indirettamente, senza un tocco sforzato né una parola di più: giudicava severamente la mania delle forme esteriori del potere e sapeva coniugare l’assiduità severissima sul lavoro con la passione per l’arte e gli artisti, che amò e protesse con largo, disinteressato mecenatismo.

Non si porta una società come la Ferrania al livello in cui egli la lasciò, senza essere bene al di sopra della media comune e insieme senza un silenzioso ma profondo logorio fisico, come purtroppo avvenne. Due volte fui chiamato a collaborare con lui, che due volte volle dimostrarmi la sua fiducia: prima nel lontanissimo ottobre 1946, a guerra finita da poco, proprio per dar vita a questa rivista, insieme al povero Alfredo Ornano ed a Luigi Veronesi. Più tardi, nel 1952, quando ebbi anche incalchi aziendali, che da allora non ho più lasciato. Per questo voglio ricordarlo qui con riverenza ed affetto filiali e insieme voglio ricordare a tutti i lettori di Ferrania che se nel gennaio 1947 poté uscire il primo numero, ciò fu proprio per volere di Franco Marmont, che seguì, amò e appoggiò la pubblicazione anche attraverso periodi non sempre e non del tutto facili, nell’Italia della fine del 1946. Fondare Ferrania era insieme un atto di coraggio e di fede nel futuro, segno di una mente aperta, generosa e più alta del consueto. Mi pare giusto rammentarlo ancora, in un mondo che purtroppo è tanto facile a dimenticare coloro che lo hanno arricchito con la loro presenza.

Guido Bezzola, nato a Milano nel 1919, fu uno dei più profondi studiosi di letteratura dell’Ottocento, in particolare di Porta, Manzoni, Tommaseo e Foscolo. Laureatosi in Lettere nel 1942 e in Filosofia nel 1945, era esperto di neorealismo e nutriva una grande passione per Luchino Visconti e Anna Magnani.

Anche per un insensibile e scarso conoscitore del cinema italiano come me, gli articoli di Bezzola sulla rivista Ferrania, ne posseggo ormai molte annate, sono una continua scoperta.

Libero docente nel 1963, dal 1970 divenne professore di Letteratura italiana nella facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Statale di Milano.

Di Guido Bezzola ho trovato, tramite la segnalazione di una lettrice di SENSEI la copia della lettera, l’originale è custodito alla Triennale a Milano, indirizzata da questi ad Achille e Piergiacomo Castiglioni che a lungo collaborarono con Ferrania e che ho già citato nella seconda parte della storia di Ferrania a Milano.

La lettera, scritta su carta intestata Ferrania, riporta la data del 31 dicembre del 1958 e così recita:

Architetti bravi e noti, assai pregio i vostri voti ma, pria che sia troppo vecchio, pregherei per l’apparecchio (a suo tempo promessomi).
Firmato, il vostro Guido

Gli Architetti Castiglioni collaborarono a lungo per la fabbrica Milanese di Ferrania disegnando oggetti di grande successo come il proiettore Rocket, realizzando anche bozzetti di avveniristiche fotocamere il cui stile e le cui forme troveremo anni dopo in apparecchi prodotti in Giappone.

Uno di questi progetti è quello denominato “macchina fotografica per ragazzi” alla quale è ispirata la strip che ho
citato sempre nella seconda parte dell’articolo su Ferrania a Milano.

Son passati cento mesi e un modello quasi uguale stan vendendo i giapponesi proprio in barba allo stivale”.

La strip apparve in un articolo di Achille Castiglioni apparso su un numero di Abitare del 1992 e la storia di questo modello mai prodotto è ricordata anche nella biografia di Ludovico D’Incerti “Carriera e Fortuna”.

Mi sono quindi rivolto a Milano alla Fondazione Castiglioni che ringrazio per la tesmpestività della risposta.

Grazie al materiale che mi ha inviato la Fondazione, possiamo sapere qualcosa di più su questo apparecchio che era stato concepito per raggiungere il pubblico di giovani fotografi con un prodotto di fascia economica dal design originale e dalle buone prestazioni.

Ecco come Achille e Pier Giacomo Castiglioni descrivono il loro progetto.

II problema era progettare un apparecchio destinato a quel particolare pubblico di dilettanti che per la prima volta si avvicina alla fotografia. Un pubblico essenzialmente composto di ragazzi; di qui la necessità di una macchina fotografica a bassissimo costo, meccanicamente elementare e di uso assai semplice. La produzione attuale per questo tipo di apparecchi è orientata a mettere sul mercato oggetti formalmente il più possibile simili alle macchine di maggior pregio e raffinatezza tecnologica e quindi di maggior costo. Lusingando le aspirazioni al prestigio fittizio derivante dal possesso di un apparecchio «di lusso», tali modelli economici ed elementari, realizzati in plastica stampata a finta-pelle, vengono «decorati» con finiture di finto metallo (sempre plastica), con zigrinature, indici e segni grafici del tutto inutili e perfino con placche simulanti esposimetri a cellula inesistenti.

Un esempio tipico di aberrazione del design e di figurazione scorretta e incongruente.

La proposta che qui si presenta e il progetto di una macchina fotografica economica. meccanicamente analoga a quelle già sul mercato; in esso si è tentato di caratterizzare formalmente l’oggetto in modo che, distinguendosi dalla produzione corrente, affidasse essenzialmente ai requisiti figurativi la propria capacità di attrazione.
Si è cioè ritenuto che proprio la sua forma inconsueta dovesse costituire, di per sé, un elemento ricco di spunti autopubblicitari, che avrebbero potuto essere sfruttati per investire in un raggio più ampio tutto il campo di interessi entro il quale opera l’industria fotografica produttrice.

Si è ricorsi a certe suggestioni mutuate dai modelli più popolarmente identificati con il mondo fantascientifico, con la cosmonautica. con le alte tecnologie, consci di qualche ingenuità insita in questo atteggiamento. ma con l’intento voluto di sollecitare l’immaginazione del particolare pubblico di giovani e giovanissimi, cui l‘oggetto era destinato.

Si è preferito. in altri termini, far leva sulla fantasia del consumatore piuttosto che appoggiarsi ancora su mimetismi, altrettanto falsi tecnicamente quanto equivoci a livello della fruizione.

Questo progetto fu scartato in Ferrania, siamo all’inizio degli anni ’60, con un certo scorno, dicevamo, anche di D’Incerti.

Così commentano gli Architetti Castiglioni la mancata entrata in produzione della fotocamera.

L’apparecchio proposto non è entrato in produzione a seguito di una indagine di mercato condotta presentando quattro modelli di legno di macchine fotografiche di pari costo e pari prestazioni, tre dei quali riproducevano i tipi correnti ed uno era la copia del nuovo prototipo. Messi di fronte alla scelta, da effettuarsi solo in base a valutazioni formali, tra esempi di tipologia nota ed una proposta inconsueta gli interpellati hanno rifiutato la proposta. Riteniamo si possano fare alcune considerazioni sui criteri adottati in tale ricerca di mercato. I quattro campioni scelti non erano confrontabili, poiché le caratteristiche morfologiche di uno di essi traevano origine da matrici figurative del tutto diverse da quelle degli altri tre.

Mentre alle spalle dei campioni di riproduzione corrente esiste una sedimentazione di abitudine visiva capace di condurre al riconoscimento immediato, la proposta nuova, proprio per esser tale. ha bisogno di essere «spiegata» per fornire al giudicante alcuni parametri d’identificazione analoghi a quelli già in suo possesso; la scarsa attendibilità di indagini di questo tipo, già dimostrata anche in mercati più scientificamente sondati di quello italiano, aumenta di molto ove si considerino l’esiguità del campione d‘inchiesta, l’approssimazione delle risposte e dell’interpretazione di esse, ed il fatto che tali indagini si appoggiano di regola alla mediazione del rivenditore quale tramite tra produttore e consumatore.

Chiudo la storia di Ferrania a Milano, ritornando sul palazzo di Corso Matteotti progettato da Giò Ponti e alle sue belle vetrine, oggi coperte da grate ma un tempo arricchite dalle immagini del Centro Informazioni Ferrania a CIFE.

Possiamo dire che se a Ferrania esisteva all’epoca la mente per la progettazione delle emulsioni ed il braccio operativo che le realizzava a Milano vi era la guida dell’azienda a difendere l’immagine ed il prestigio di una delle tre più grandi aziende al mondo tra i produttori di pellicola.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

Bibliografia e Sitografia:
Lineastruttura, Architettura, Design, Arti visive, 1/1966 per cortesia della Fondazione Castiglioni
Rivista Ferrania, giugno 1965
Fotografie delle vetrine CIFE per cortesia di Alessandro Bechis

 

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